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Home arrow La Rivista arrow News arrow Villabate: il Gup infligge le prime condanne. Nino Bruno, troppi i "non ricordo"
Villabate: il Gup infligge le prime condanne. Nino Bruno, troppi i "non ricordo" PDF Stampa E-mail

 

 

 

 

6 dicembre 2007

Palermo. In un altro troncone del processo per l'affare del Centro Commerciale di Villabate il Gup Marco Mazzeo ha inflitto oltre cinquant'anni di carcere agli imputati processati con il rito abbreviato che hanno fatto parte della famiglia mafiosa capeggiata da Nino e Nicola Mandalà. Tra i condannati: il collaboratore di giustizia Francesco Campanella, che, usufruendo dello sconto di pena previsto per i pentiti, è stato condannato a un anno e sei mesi per associazione mafiosa. A seguire: Francesco Caponnetto, 9 anni per associazione mafiosa ed estorsione; Gioacchino Badagliacca e Giampiero Pittarresi sette anni e mezzo per associazione mafiosa; Francesco Terranova sette anni e mezzo per tentata estorsione aggravata; Vincenzo Paparopoli accusato di associazione mafiosa e corruzione a sei anni e otto mesi di carcere; Vincenzo Alfano per associazione mafiosa a sei anni e otto mesi di carcere, allo stesso modo, Giuseppe Costa condannato invece per tentata estorsione aggravata. Tre anni e tre mesi sono stati inflitti a Giuseppe di Noto per corruzione aggravata e due anni e due mesi a Matteo D'Assaro condannato per corruzione.

Nino Mandalà è stato condannato a quattro anni di reclusione per intestazione fittizia di beni, il boss era già stato condannato a otto anni per associazione mafiosa al processo Giudice.

Nel frattempo l'altra branca del processo prosegue con il rito ordinario nei confronti degli imputati: Pierfrancesco Paolo Marussig, manager dell'agenzia romana Asset, il suo collaboratore Giuseppe Daghino, l'ex sindaco di Bagheria Francesco Fricano, l'ex sindaco di Villabate Lorenzo Carandino ed in ultimo gli architetti Rocco Aluzzo e Antonio Borsellino. Inoltre Giovanni La Mantia, uomo d'onore della famiglia di Roccella legato alla famiglia mafiosa di Villabate. Per tutti loro le imputazioni a vario titolo sono di associazione mafiosa, corruzione e riciclaggio.

Intanto il pm Nino Di Matteo ha chiesto la trasmissione delle dichiarazioni rese in udienza  per valutare se vi siano gli estremi per incriminare Antonino Bruno, direttore generale di Villa Sofia, per calunnia e falsa testimonianza. Bruno, citato nel processo per le tangenti del centro commerciale si è dimostrato reticente, rispondendo con tanti "non so" e "non ricordo" tanto che alla fine il presidente Patrizia Spina gli ha domandato: <<Lei ha qualche malattia? Come fa a non ricordare nulla>>. Bruno è accusato dal pentito Campanella di un coinvolgimento negli affari dei boss di Villabate. Al Manager di Villa Sofia, secondo il collaboratore, era stato chiesto da Nino Mandalà, attraverso i suoi cugini Nicola e Damiano Rizzo, di candidarsi alle comunali di Villabate nel 2001. Dopo il rifiuto di Bruno la "famiglia" si rivolse all'ex sindaco Lorenzo Carandino, imputato in questo processo per mafia. Bruno era già indagato per calunnia e false dichiarazioni al pubblico ministero per aver falsamente incolpato suo cugino, il boss Nicola Rizzo, del reato di estorsione. In un primo momento i pm avevano ottenuto l'arresto del boss, già condannato per 416 bis, ma le indagini successive avevano ribaltato la situazione. Secondo i magistrati Rizzo non avrebbe estorto Bruno, al contrario, quest'ultimo risulterebbe debitore di decine di migliaia di euro nei confronti del cugino in seguito ad alcuni lavori edili eseguiti nella sua campagna.

Silvia Cordella

 
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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


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