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Processi di cui e' meglio non parlare | Processi di cui e' meglio non parlare |
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di Nicola Tranfaglia* - 10 marzo 2009 Si tratta, nell’uno come nell’altro caso, di un attacco frontale a quell’idea di “democrazia moderna” che, negli anni migliori del sessantennio, era apparsa come un obbiettivo raggiungibile. Un esempio calzante di questo duplice obbiettivo che si sta ormai realizzando in maniera rovinosa è costituito dal processo in corso a Palermo dal luglio 2007 (IV sezione del Tribunale penale) contro il generale e prefetto Mario Mori, ex capo del Sismi ed ex comandante del Ros dei carabinieri, per un complesso di vicende ancora oscure. Vicende che riguardano le stragi politico-mafiose del 1992-93, la mancata cattura di Provenzano nel ’95-96, la nascita di Forza Italia nel 1993-94, infine alla cattura dello stesso Provenzano nel 2006. Di un simile processo non parla nessuno in Italia come se si trattasse di una vicenda di assai scarso interesse e le sole notizie riguardo al generale Mori sono la sua presenza a Roma e le sue imprese come attuale responsabile del dipartimento di sicurezza della capitale per diretta nomina del sindaco di Alleanza Nazionale, Gianni Alemanno. Attraverso una rivista bimestrale, Micromega (numero 1 - 2009), che ha scelto l’attualità politica come centro della sua battaglia periodica, possiamo leggere gli elementi essenziali di un dibattimento processuale che ha un particolare interesse dal punto di vista storico e riporta la testimonianza (che appare più di altre attendibile) del colonnello dei carabinieri Michele Riccio che riferisce notizie di prima mano sui fatti presi in considerazione. In particolare Riccio accusa - con circostanze precise - il generale Mori e il suo strettissimo collaboratore colonnello Obinu di avergli impedito di trovare Provenzano 14 anni fa quando, grazie alla collaborazione processuale del mafioso Luigi Ilardo, ucciso da Cosa Nostra il 10 maggio 1996, era giunto al rifugio segreto del capomafia e stava per catturarlo. Riccio rivela anche che proprio Mori gli aveva chiesto di non includere nomi di politici (o almeno di alcuni politici) nei rapporti che stendeva per il Ros durante la collaborazione di Ilardo precedente alla sua morte sicchè all’on. Andò, socialista, e all’on. Mannino, democristiano, si poteva anche accennare ma, in nessun caso, all’onorevole Marcello dell’Utri, (legato a Silvio Berlusconi come presidente di Pubblitalia) di cui pure Riccio aveva sentito parlare dal collaborante nel momento in cui, dopo le stragi del ’92, si stava dipanando la trattativa segreta del Ros Carabinieri con i capi di Cosa Nostra in vista di una tregua, che avrebbe dovuto seguire all’esaurirsi della strategia terroristica di attacco diretto allo Stato da parte dei corleonesi, e in particolare di Salvatore Riina, catturato provvidenzialmente nel gennaio 1993. Ricorda che Ilardo, subito dopo aver annunciato ai magistrati Tenebra e Caselli di volersi costituire e collaborare con la giustizia, era stato ucciso da due sicari grazie al fatto che proprio dagli investigatori era stata diffusa la notizia della sua decisione e si era perduta una voce preziosa che molto poteva dire sugli ultimi anni dei delitti e delle imprese di Cosa Nostra non soltanto in Sicilia. Le obiezioni della difesa alla testimonianza di Riccio non sono riuscite fino ad oggi a metterla in crisi e nel dibattimento si profila il delinearsi di una versione dei fatti che mette in luce come, durante la crisi politica del ’93-‘94, si sia realizzata un’alleanza di fondo tra la nascente Forza Italia e alcuni esponenti del Ros Carabinieri come il generale Mori e il tentativo di un accordo con la mafia siciliana che vede la sostituzione di Provenzano a Riina e il cambiamento radicale della strategia politica di Cosa Nostra. Se il processo si concluderà recependo simili risultati, bisognerà tenerne conto in maniera adeguata nella ricostruzione storica dei rapporti tra la mafia e la politica nell’Italia contemporanea. Tratto da: nicolatranfaglia.com Tratto da: articolo21.info |
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Imprenditoria Mafiosadi Giorgio Bongiovanni E così Cosa Nostra sarebbe in ginocchio. Tra arresti più o meno eccellenti e confische dei beni questo governo annuncia che passerà alla storia come quello che ha definitivamente debellato la mafia siciliana. E potrebbe anche riuscirci, complici la disinformazione e la conseguente scarsa consapevolezza culturale delle italiche genti rispetto alla questione mafiosa. Per quanto riguarda l’ottimo risultato raggiunto sul piano militare è forse riuscito a passare in qualche trasmissione televisiva o su pochi quotidiani il dato incontrovertibile, e persino banale, che le operazioni sul territorio vengono condotte da magistrati e forze dell’ordine con immensi sacrifici e che quindi il merito sia loro e non del governo. |
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