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Pizzo ad Agrigento pagava anche Confidustria PDF Stampa E-mail

30 ottobre 2007

 

Agrigento. Era il primo settembre quando Confindustria Siciliana prendeva posizione: "Gli imprenditori che non si ribelleranno al racket delle estorsioni, pagheranno il pizzo o in qualunque forma collaboreranno con la mafia saranno espulsi da Confindustria". Oggi è ancora Confindustria a dare una risposta contro il racket con il presidente di Agrigento, Giuseppe Catanzaro, ed il fratello Lorenzo. Pagavano anche loro il pizzo. Ben 75 mila euro in tre tranche per continuare a lavorare tranquillamente nella discarica del paese di Siculiana. Soldi versati alla famiglia mafiosa che fa capo al latitante Gerlandino Messina. Scossi dall'attentato subito con il danneggiamento del proprio impianto di trattamento rifiuti, a convincerli sono state le dichiarazioni del pentito Maurizio Di Gati riguardo le complicità politiche nel racket. Così anche i fratelli Catanzaro hanno iniziato a collaborare. Le loro denuncie, assieme a quelle di altri quattro imprenditori, hanno portato al fermo di undici persone accusate di gestire il racket delle estorsioni nell'Agrigentino per conto delle cosche locali. In manette non sono finti solo presunti mafiosi ma anche un consigliere comunale del centrosinistra a Siculiana, Francesco Gucciardo, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Stessa accusa per il sindaco, Giuseppe Sinaguglia, e il comandante dei vigili urbani del paese, Giuseppe Callea. Entrambi sono stati raggiunti dagli avvisi di garanzia firmati dai sostituti procuratori Fernando Asaro, Giuseppe Fici e Gianfranco Scarfò e dall'aggiunto Sergio Lari e al momento restano in libertà. Secondo gli inquirenti alcuni provvedimenti amministrativi del Comune di Siculiana sarebbero stati adottati per spingere i fratelli Catanzaro a pagare la tangente agli esponenti mafiosi. Per tutti gli altri inquisiti l'accusa è di associazione mafiosa armata ed estorsioni, compiute, secondo quanto accertato dagli inquirenti, tra il 1998 e il 2006. In particolare il consigliere comunale Gucciardo è accusato di aver fatto parte in passato della scorta armata che proteggeva negli spostamenti proprio il boss latitante Messina. Un'indagine questa che ha messo sottosopra il Comune di Siculiana, città ricca di scandali. Di diverso epilogo la vicenda che riguarda i beni confiscati al boss Gerlando Caruana. Da ben quattordici anni la propria abitazione è di proprietà dello Stato ma lui vive ancora lì, in via Roma numero 230, con la moglie Maria Silvana Parisi. L'inghippo sta nel fatto che la proprietà dello stabile è in comproprietà tra lo Stato e la moglie del boss. E' per questo motivo che il bene non può essere né venduto né affidato ad uso sociale. Così dieci anni fa è stato affidato al Comune dove la donna è impiegata presso l'ufficio affari generali. Nel 2001 il caso è stato sollevato dalla Mobile con un'informativa inviata alla Procura di Agrigento per evidenziare eventuali omissioni da parte dei responsabili. La prefettura e gli investigatori che su questa vicenda da alcuni mesi hanno avviato accertamenti, hanno scoperto che ai Caruana nessuno ha mai fatto pagare nemmeno l'affitto.

Aaron Pettinari

 
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    Gioco criminale

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    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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