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di Pino Maniaci* - 27 febbraio 2009

In Sicilia, quando si uccide, l’omicidio spesso è “costruito” attraverso uno schema volutamente teatrale. Il modo di uccidere, i dettagli: niente viene lasciato al caso.



Un omicidio è soprattutto un messaggio, o una somma di messaggi, che vanno ben oltre il fatto in sé. Anche l’ultima “ammazzatina” avvenuta il 20 febbraio alle 6 e 30 di mattina a Borgetto, piccolo comune ad alta densità mafiosa nel palermitano, è un insieme di messaggi, molti dei quali contraddittori. A partire dall’identità stessa della vittima, Giuseppe Petruso di 49 anni, incensurato, autista di una ditta locale di movimentazione di terra e inerti. Nella totale mancanza di testimoni, non si sa neppure quanti siano stati a sparare, ma è evidente che sia stata un’esecuzione in piena regola: chi lo ha ucciso, infatti, lo ha atteso davanti alla porta, l’ha freddato, ed è scappato indisturbato. Non si conoscono rapporti diretti del Petruso con i clan locali. E un dettaglio del suo omicidio sembra confermare che l’agguato potrebbe non essere di origine mafiosa: un colpo di fucile calibro 12 al basso ventre. Un dettaglio che potrebbe indicare il movente, ma anche no. Anche perché Petruso ha un fratello al quale, poco più di un mese fa, era stata bruciata un’automobile. Fratello, bisogna ricordarlo, piccolo imprenditore locale probabilmente destinatario di un’intimidazione mafiosa. E negli stessi giorni di questo “dettaglio”, fra Partinico e Borgetto ne erano state bruciate a decine di automobili. E non certo per autocombustione. Tutti segnali di un “disequilibrio” in atto fra i clan del territorio dopo il tentato omicidio di Nicolò Salto, capo mandamento di Borgetto, a novembre scorso. Probabilmente questi segnali, uniti a quelli emersi dalle intercettazioni, sono stati alla base della recente operazione Chartago a fine gennaio. In cui è stato arrestato, appunto, il boss ancora convalescente Nicolò Salto, e dalla quale è emersa la rete degli attuali equilibri mafiosi del palermitano, indicando il fatto che la “guerra di mafia” in atto da tempo sul territorio sembrava essersi conclusa a favore della fazione capeggiata proprio da Salvatore Corrao e Nicolò Salto. Uomini strettamente legati al “veterinario”, il latitante Domenico Raccuglia. Dettagli che hanno motivato, lo ammettono gli stessi inquirenti, l’accelerazione da parte della Dda di Palermo e dei carabinieri che sarebbero intervenuti in tutta fretta per impedire che si riattivasse il “gruppo di fuoco” e ricominciassero gli omicidi sul territorio. Ma se quello di Giuseppe Petruso è un omicidio di mafia il gruppo di fuoco non solo non è stato smantellato, ma è in piena azione.
Anche perché dalla dinamica dell’omicidio emergono altri dettagli che suonano stonati. Come quei bossoli più antichi ritrovati sul luogo del delitto ed espulsi tempo prima da un’arma differente da quella (un fucile calibro 12) utilizzata nell’omicidio. E ancora, perché suona strano scoprire che, a pochi giorni dall’arresto, sia Nicolò Salto che altri esponenti di spicco dei clan arrestati a gennaio sono oggi tornati in libertà. E allora di “stonature” cominciano a essercene davvero troppe. E le domande sono inevitabili. Cosa sta avvenendo davvero fra Partinico e Borgetto? La mappatura dei clan emersa dall’operazione Chartago corrisponde alla realtà delle connessioni mafiose sul territorio? C’è un’unica certezza, che sembrerebbe confermata anche da questo fatto di sangue: la guerra di mafia non è finita e i clan continuano a essere efficienti e in piena riorganizzazione. E una riorganizzazione, sul palcoscenico di questa Sicilia, la si fa con le armi e le intimidazioni. Come sta avvenendo qui, sotto le finestre di Telejato.

Pino Maniaci*: Direttore, conduttore, cronista e tecnico della televisione più piccola del mondo, Telejato di Partinico (PA)

Tratto da: left N°8 - 27 febbraio 2009
www.avvenimentionline.it



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