Editoriale Mafia & Stato La trattativa
di Giorgio Bongiovanni
Come posso chiedere ad un imprenditore di denunciare gli estortori che l’obbligano a pagare il pizzo? Lui mi risponderebbe: se lo Stato ha deciso di non difendere più i magistrati, come posso essere sicuro che difenderà me? Che garanzie di tutela per lui e per la sua famiglia, posso dare a un boss per convincerlo a collaborare con la giustizia, se lui mi può obiettare che lo Stato non difende più neppure i giudici?
Si vuol far credere che la mafia sia stata sconfitta, che resta solo da prendere il vecchio latitante Provenzano. E’ falso. La mafia controlla l’estorsione a tappeto in tutta la Sicilia, quasi tutti gli imprenditori pagano il pizzo e non hanno il coraggio di denunciarlo e ha raggiunto la diffusione di stupefacenti che aveva negli anni ‘80. Le centinaia di mafiosi che abbiamo condannato negli anni ‘93 e ‘94 col 416 bis stanno per uscire perché il reato di associazione mafiosa prevede una pena uguale a quella per furto pluriaggravato: quattro o cinque anni e sono di nuovo in libertà. La mafia non è stata sconfitta, anzi, aspetta l’enorme flusso di denaro di «Agenda Duemila» per fare i suoi nuovi affari. (Massimo Russo, pm DDA di Palermo)
E’ tempo di bilanci. Il 2001 va concludendosi in netto passivo nella lotta alla mafia. E non credo di essere pessimista, piuttosto la realtà dei fatti non è mai stata così schiacciante. Se, infatti, sul piano dell’azione repressiva si sono registrati buoni risultati in termini di cattura di latitanti di un certo calibro come Spera, Virga, Genovese per Cosa Nostra, Santaiti, De Stefano e Barbaro per la ‘Ndrangheta e Angelo Nuvoletta per la Camorra, non possiamo assolutamente ritenerci soddisfatti.
Le mafie ed in particolare Cosa Nostra proliferano tranquillamente, hanno forza sia militare che economica e soprattutto sono state incredibilmente ed incomprensibilmente agevolate da un susseguirsi inarrestabile di leggi tra omissioni colpose di centro-sinistra e precisa strategia di centro-destra.
Ne abbiamo sentito parlare fino alla nausea di rogatorie, falso in bilancio e rientro dei capitali esteri, del nostro governo che, ridicolizzato in Europa, ha trovato l’escamotage per non fare proprio la figuraccia fino in fondo e salvare così la faccia e i personali interessi con i relativi guai giudiziari del nostro presidente del consiglio e «famiglia».
Sta di fatto comunque, e questo va detto, che leggi salva-mafia sono state approvate anche dal governo precedente, la peggiore, sicuramente, quella che regola la collaborazione con la giustizia. Il procuratore capo di Palermo, Grasso non ha fatto mistero dell’inadeguatezza del provvedimento, «se fossi mafioso non mi pentirei». E così perdiamo l’arma di precisione per sconfiggere il nemico.
Come se non bastasse è stato scarcerato in questi giorni Benedetto Graviano, posto da Riina in persona a capo del mandamento di Brancaccio. Manco a farlo apposta Giovanni Brusca nel libro-intervista Ho ucciso Giovanni Falcone spiega a Saverio Lodato del pericolo che il rientro in libertà di uno dei tre fratelli Graviano comporterebbe. Un «vivaio» di giovani aspiranti killer sarebbe disposto a tutto pur di essere combinato nella famiglia di Brancaccio. Assieme a lui, altri due pericolosi mafiosi hanno lasciato il carcere, Nicolò Eucaliptus e Andrea Gioè, nipote di Salvatore il Biondo.
Provenzano dunque traghetterà Cosa Nostra nel Terzo Millennio più potente che mai avversata da magistrati senza mezzi e con scorte irrisorie a proteggerli, da forze dell’ordine sguarnite e prive delle strutture tecnologiche adatte alla ricerca dei super latitanti, da un governo al cui Ministero dell’Interno siedeva un avvocato che difende i mafiosi che dovrebbe far arrestare e con una politica antimafia che ha pronunciato la parola mafia solo per confermare che dobbiamo abituarci e convivere.
Per risolvere l’enigma a nostro avviso occorre studiare con molta attenzione quel fenomeno avvenuto negli anni ‘92-‘93 che ricade sotto il fantomatico nome di «trattativa», cioè quell’accordo che si verificò tra alcuni esponenti di Cosa Nostra e uomini delle Istituzioni per «trattare» la fine della strategia stragista e ripristinare l’equilibrio perduto.
Ed è stata sicuramente la «mafia trasversale» a riportare la più schiacciante delle vittorie, la mafia che non si cura del colore politico del suo interlocutore, la mafia che ha tale e tanto potere economico da essere entrata a pieno titolo nel «gioco grande» rendendosi indispensabile al potere stesso.
Bernardo Provenzano, il 31 ottobre 1995 in località Mezzojuso (PA), durante una riunione con vari capi mafia, tra cui Luigi Ilardo, ha promesso che da lì a 5, 6 anni la situazione sarebbe tornata a pieno vantaggio di Cosa Nostra. Ha avuto ragione.
Non ci resta che sperare che lo spirito di resistenza rimanga fervido nel cuore e nelle menti di quegli uomini onesti delle istituzioni, come alcuni magistrati, preposti a combattere questo cancro fino a che non si ricreeranno le condizioni necessarie per debellarlo.
Siamo noi, «noi» società civile, comunque, a dire no alla mafia e alla sua morsa crudele. Noi dobbiamo dire il definitivo «no alla mafia».
Ma lo vogliamo?
Giorgio Bongiovanni
Le motivazioni delle sentenze delle stragi di Capaci, Via D’Amelio e per le bombe del 1993 non lasciano spazio al minimo dubbio. Parti dello Stato italiano, in ginocchio dopo il brutale, violento e ripetuto attacco frontale di Cosa Nostra, avvenuto a cavallo degli anni ‘92 e ‘93, hanno trattato con i mafiosi. Le modalità, le finalità, i confini e i compromessi con cui si sono sviluppati i colloqui tra le istituzioni e i rappresentanti dell’organizzazione criminale sono stati delineati nelle ricostruzioni fornite da più collaboratori di giustizia e dagli stessi uomini dello Stato coinvolti. Tuttavia, come sempre, i lati oscuri sono diversi e lasciano intravedere un quadro molto più inquietante di quanto appaia quello esplicito. E’ per questo motivo che le procure di Palermo e Caltanissetta hanno aperto un’inchiesta sulla trattativa tra Mafia e Stato.
Parte prima
di Giorgio Bongiovanni
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