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Antimafia Duemila

Sunday
Jul 20th
NOTIZIE dal 1 al 15 OTTOBRE 2007 PDF Stampa E-mail
 


ottobre  2007

41 BIS E’ FORMA DI TORTURA. ESTRADIZIONE VIETATA.
15 ottobre 2007

ROMA –
Ha del clamoroso ciò che è accaduto negli Stati Uniti. Un giudice federale di Los Angeles ha negato all’Italia l’estradizione di un membro della famiglia mafiosa Gambino, sostenendo che il regime di detenzione del 41 bis a cui il soggetto sarebbe destinato equivale ad una forma di tortura e viola la convenzione dell’Onu in materia. A darne notizia è il Los Angeles Times. Il giudice in questione è D.D.Stigraves che ha di fatto bloccato con una sentenza che risale all’11 settembre scorso la richiesta di estradizione per Rosario Gambino, ritenuto esponente di spicco dell’omonimo clan di Cosa Nostra newyorchese. Immediate le repliche dall’Italia. Il vice presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, Giuseppe Lumia, commenta: “Dichiarare che il 41 bis è un regime che potrebbe mettere in pericolo la salute dei detenuti non è credibile, tantomeno configurarlo come una tortura. Si tratta di un sistema carcerario, per altro negli ultimi anni modificato per rispondere ai dettami della Corte Costituzionale, dove la salute e l’integrità fisica dei detenuti sono ancora più sicuri che negli altri settori del carcere. E’ uno strumento indispensabile per recidere il legame tra i boss e le famiglie ancora attive sul territorio e non vi si può rinunciare in alcun modo”. E poi conclude: “Che poi il paragone con la tortura arrivi da un paese che gestisce le carceri di Guantanamo come tutto il mondo sa, mi sembra una cosa paradossale. Spero che la struttura giudiziaria statunitense, nella sua indipendenza, possa rivedere questa decisione che tra l’altro riguarda un boss di alto livello”. Dello stesso avviso anche il presidente della Commissione Antimafia Francesco Forgione: “E’ intollerabile che in un Paese in cui vige la pena di morte si ponga all’Italia un problema sul proprio regime carcerario”.
Aaron Pettinari


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Processo “talpe”: Accordo con Cosa Nostra? I pm ridimensionano l’accusa
11 ottobre 2007

Palermo. Inaspettata la precisazione in aula della pubblica accusa al processo sulle “talpe” che in questi giorni sta trattando il capitolo sulle “fughe di notizie” contestate al Presidente della Regione Totò Cuffaro. I pm Michele Prestipino, Maurizio De Lucia e l’aggiunto Pignatone che stanno processando il Governatore, scelgono la fase della requisitoria per ufficializzare le motivazioni che li hanno condotti a  contestare al politico il reato di favoreggiamento aggravato e non quello di concorso esterno. Secondo i pm non ci sarebbe la prova dell’accordo tra Guttadauro e Cuffaro di candidare alle regionali del 2001 Mimmo Miceli. «Se vi fosse saremmo in presenza di una responsabilità di concorso esterno in associazione mafiosa». Da qui la scelta di ascrivere a Cuffaro il solo favoreggiamento aggravato. Una valutazione che aveva portato a una spaccatura all’interno del pool originariamente costituito anche dai magistrati Nino Di Matteo e Gaetano Paci, dissidenti proprio sulla linea accusatoria adottata dai colleghi e quindi dimissionari dal processo. Una discrepanza di metodo e di opinioni che aveva portato a uno scisma anche all’interno della Dda con altri sostituti procuratori anche loro sostenitori della linea più dura. Le dichiarazioni di De Lucia, echeggiate dalle prime agenzie stampa, non sono comunque rimbalzate nel vuoto, suscitando dagli uffici giudiziari la secca risposta del procuratore aggiunto Alfredo Morvillo: «Quelle espresse in aula su Cuffaro sono valutazioni individuali dei due sostituti titolari del processo. La linea dell’ufficio è quella nota a tutti, ovvero quella consacrata nella riapertura dell’indagine del procedimento per concorso esterno in associazione mafiosa, richiesta pienamente accolta dal giudice per le indagini preliminari». Un’inchiesta che a quattro mesi dalla riapertura attende di essere assegnata dal procuratore capo Messineo, il quale cercando di smorzare i toni sulla vicenda ha precisato:«Niente guerra, niente spaccatura. Escludo che si possa parlare di una situazione conflittuale così grave. C'é una discussione in atto sulle strategie processuali e sulla conduzione di determinati procedimenti, sulla quale rifletteremo nelle debite sedi». Messineo che ieri era fuori sede ha poi affermato: «Conto di incontrare al più presto i due pm per procurarmi altre e più puntuali informazioni sulle caratteristiche delle valutazioni da loro espresse in udienza non ero al corrente della loro iniziativa, ne parleremo insieme appena possibile».
Intanto De Lucia e Prestipino hanno continuato in aula la contestazione sulle responsabilità di Cuffaro, definendo la sua linea difensiva “antimafia di facciata” che con i suoi manifesti tesi a depistare e ingannare l’opinione pubblica esordiva con “la mafia fa schifo”.
Che Cuffaro sia stato al corrente che Miceli, suo candidato, fosse in contatto anche con Guttadauro non v’è alcun dubbio. «Nel momento in cui il presidente dà notizia a Mimmo Miceli del fatto che a casa di Guttadauro c’è una microspia – ha detto De Lucia – egli sa benissimo dei rapporti che intercorrono tra Miceli e il capomafia di Brancaccio. In questo momento lui è consapevole di stare agevolando non solo il boss, ma l’intera cosa nostra, perché consente ai mafiosi di sfuggire alle indagini che grazie a quelle microspie stavano svelando segreti e retroscena dell’organizzazione».
Sul capitolo relativo alla fuga di notizie il pm si è soffermato anche nei giorni scorsi. «Cuffaro risponde di due delitti di favoreggiamento riconducibili a due vicende: quella delle informazioni ad Aiello, Ciuro e Riolo sulla loro sottoposizione a indagini nell’ottobre 2003 e la vicenda della rivelazione di microspie nell’appartamento di Guttadauro nella primavera estate del 2001». Nel secondo caso De Lucia ha affermato che dei tre episodi contestati a Cuffaro uno solo ha trovato conferma nelle dichiarazioni di un “personaggio chiave” del processo “talpe”: il collaboratore Salvatore Aragona.
Rifacendosi alla motivazione della sentenza Miceli (condannato in primo grado a otto anni per concorso in associazione mafiosa), il magistrato ha affermato che non vi sarebbero prove sufficienti a sostegno della prima narrazione di Aragona riguardo la diffusione della notizia sulle indagini del Ros giunta a Miceli da Cuffaro e Borzacchelli. L’incontro a cui si riferisce De Lucia è quello relativo all’incontro all’Hotel Quark di Milano del 29 marzo 2001.  Nel capoluogo lombardo Miceli si era recato nel tentativo di ricevere un aiuto da Aragona per gestire la delicata situazione che si era creata a Palermo, dove si trovava a mediare tra il Presidente Cuffaro e il boss Guttadauro per la designazione del candidato Priola (legale del boss). In quell’occasione l’ex assessore alla sanità di Palermo gli avrebbe rivelato l’esistenza delle indagini sul capomandamento di Brancaccio ma secondo il giudice di primo grado Raimondo Loforti «non sono emersi elementi di conferma sul presunto ruolo di informatore che, come affermato da Aragona, l’imputato (Miceli) avrebbe svolto in quei giorni».      
Il secondo “anello” debole dal punto di vista probatorio sempre secondo De Lucia, riguarderebbe la cena del 24 giugno 2001 al Riccardo III di Monreale, dove Aragona aveva appreso da Miceli, a sua volta informato da Borzacchelli e Cuffaro, dell’esistenza di più microspie in casa Guttadauro. Anche qui il pm ha confermato l’assenza di riscontri diretti. Il contrario invece era emerso durante la requisitoria del processo Miceli esposta dai pm Nino Di Matteo e Gaetano Paci. Secondo questi e il giudice che le ha confermate, le dichiarazioni di Aragona trovavano riscontro oltre che dalla testimonianza di Riolo, anche da quella di Renato Vassallo comune amico di Miceli e Aragona che la sera del 24 si trovava al “Riccardo III”. Il teste aveva raccontato dettagliatamente lo svolgimento della serata in cui avevano cenato per festeggiare la fine della campagna elettorale del presidente Cuffaro. «Dopo aver illustrato i suoi rapporti di amicizia con Aragona e Miceli, Vassallo ha precisato che era giunto presso il locale in compagnia del primo, che insieme avevano preso posto allo stesso tavolo di Cuffaro, dove si trovavano anche altre persone (…) la serata si era svolta normalmente, fino alla conclusione del banchetto e fra gli invitati era presente pure il Mar.llo Borzacchelli». «Nel momento in cui avevano deciso di andare via il teste era uscito dal ristorante prima di Aragona, per andare a recuperare l’auto, ed aveva notato un folto gruppo di persone, fra cui  Miceli ed Aragona, che parlottavano fra loro sotto il porticato di ingresso: il fatto non lo aveva colpito in modo particolare, in quanto aveva pensato che si attardassero nei saluti. Al suo ritorno, aveva assistito ad un’animata discussione fra Miceli ed Aragona che, molto alterati e preoccupati, parlavano della scoperta di microspie in casa Guttadauro, esprimendo tutta la loro rabbia». Vassallo aveva descritto la concitazione e le parole che erano rimbalzate tra Miceli e Aragona entrambi in preda a un delirante confronto.  La sua deposizione dunque aveva confermato la narrazione di Salvatore Aragona raccontando anche il seguito della serata al termine della quale, durante la corsa in auto per raggiungere il cognato del boss a Bagheria (verosimilmente Vincenzo Greco), il teste aveva avuto una discussione con Aragona perché non voleva essere coinvolto nella questione.
«La sorpresa – aveva concluso il giudice – e la reazione immediata che tanto hanno colpito il teste concorrono dunque ad accreditare la versione di Aragona e ad individuare l’imputato (Miceli) come l’effettivo latore delle informazioni ricevute dal collaboratore quella sera». Inoltre «la descrizione dell’incontro appartato di Miceli con Borzacchelli e con Cuffaro, nel corso del quale il primo sarebbe stato messo a sua volta al corrente delle rivelazioni, risulta invece riportata solo dalle dichiarazioni di Aragona. Ma il fatto che tale aspetto, relativo alle modalità di apprendimento di Miceli, non ha trovato riscontro, non è sufficiente a screditare anche l’altra parte del racconto». Quella parte cioè che risulta invece confermata dalla ricostruzione di Riolo il quale aveva dichiarato che, nel periodo di poco precedente al ritrovamento delle microspie, aveva confidato al Maresciallo Borzacchelli proprio dell’esistenza di microspie a casa di Guttadauro ed il coinvolgimento di Mimmo Miceli in quelle indagini. Ragion per cui Borzacchelli quel 24 giugno sapeva delle indagini. Riolo aveva poi raccontato di aver parlato nuovamente della questione con il sottufficiale e Cuffaro alcuni giorni dopo il ritrovamento delle microspie, rilevando «senza fornire altre indicazioni sui passaggi intermedi della notizia» che quest’ultimo «risultava già al corrente della circostanza». 
Riguardo Aragona va detto che già dall’estate del 2002, rimaneva l’unico dei soggetti interessati a  collaborare con la giustizia e l’unico a riferire alcune delle parole più compromettenti per il Governatore captate da quelle famose microspie. A detta di Aragona la frase più “pericolosa” registrata era: «“ma allora avevano ragione” o qualcosa di simile». All’epoca però quella frase non risultava ancora agli atti del processo. L’espressione a cui si riferiva Aragona “Veru, ragiuni avia Totò Cuffaro” era emersa in dibattimento solo molti mesi dopo durante la deposizione del maresciallo del Ros Giorgio Riolo. Quella esclamazione fatta dalla moglie del boss durante il ritrovamento della prima “cimice” verrà trovata nelle bobine non trascritte dei Carabinieri.
Dei tre episodi relativi alle “fughe di notizie” fin’ora attribuiti a Cuffaro in favore di Guttadauro, stando alle prime agenzie dunque, se ne accerterebbe uno solo: quello relativo al 12 giugno 2001. Data in cui Mimmo Miceli incontrandosi nella sua segreteria politica con Salvo Aragona gli riferisce che era stata intercettata una telefonata in cui “Peppino” parlava al telefono con “Mimmo”. La fonte della notizia, ha precisato De Lucia, è Cuffaro. «Questa informazione portò tre giorni dopo alla scoperta e alla neutralizzazione dell’indagine».
La lettura del capitolo sulle “fughe di notizie” di De Lucia ha suscitato l’immediato compiacimento della parte difensiva del Presidente della Regione. «Quello che abbiamo ascoltato – hanno commentato compiaciuti i legali di Cuffaro Caleca e Mormino – è un atto processuale estremamente importante, abbiamo assistito a un ridimensionamento significativo dell’accusa».
I pm a loro volta non hanno replicato ma il giorno seguente in aula hanno spiegato che «per ipotizzare il concorso esterno è necessario che vi sia un rapporto con l'associazione mafiosa e la volontà di interagire con le condotte altrui. Ovvero la ritenuta sussistenza di un preciso patto criminoso». I magistrati hanno quindi rilevato che «il punto cruciale è la candidatura di Mimmo Miceli alle regionali del 2001». «Se vi fosse la prova - ha detto De Lucia - che tale candidatura è stata concordata con Guttadauro, saremmo in presenza di una responsabilità di concorso esterno in associazione mafiosa per Cuffaro. Dagli atti, però, non emerge la prova di questa condotta. Non sono ritenute, infatti, prove sufficienti le dichiarazioni di Aragona e le conversazioni intercettate a casa Guttadauro sulle manovre pre-elettorali». Una valutazione non condivisa però da molti colleghi della Procura che attendono l’avvio dell’inchiesta-bis sul Presidente Cuffaro accusato di concorso alla mafia.
Silvia Cordella

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COSA NOSTRA AMERICANA E IL BUSINESS DELLE SCOMMESSE
11 ottobre 2007

Roma. Il tennista scozzese Murray ha lanciato l’allarme "il Tennis è truccato". L’atleta 18° nel ranking mondiale ai microfoni della Bbc ha dichiarato <­<­E' difficile provare se qualcuno ha truccato un incontro. Basta intervenire negli ultimi due giochi di un set e fare qualche errore, bastano un paio di doppi falli, e il risultato e' fatto>>. Il crimine organizzato minaccia lo sport. Cosa nostra americana e la mafia russa hanno messo "le loro mani" sul business delle scommesse clandestine. A tal proposito il pentito Michael Franzese della famiglia Colombo di New York in un’intervista rilasciata al quotidiano La Stampa "illustra" aspetti poco conosciuti all’opinione pubblica. Ma iniziamo con ordine. Secondo l’ex boss di Cosa Nostra americana il business delle scommesse è il più grande che c'è. <­<­A New York - ha affermato - , ai miei tempi, solo la mia famiglia nello sport muoveva 30 o 40 milioni di dollari alla settimana. A New York ci sono 5 famiglie. Io appartenevo alla famiglia Colombo, eravamo in 110, qualcuno si occupava degli atleti, io controllavo soprattutto i bookmakers. Non tutta la famiglia seguiva solo le scommesse, ovviamente. Anche la Mafia russa agisce così>>. Il fenomeno è destinato a crescere. Infatti attualmente per scommettere basta un computer e un accesso web. <­<­Il tennis – ha detto il pentito – è più compromesso perché è uno sport prevedibile ed è molto più facile da alterare. Basta una persona sola>>. Ha poi spiegato che <­<­una volta che un giocatore accetta di vendere una partita "rischia anche la vita". Quando ero in Cosa Nostra, negli anni 80 mi occupavo di questo. Seguivo i bookmaker e gli atleti. Una volta che ne agganciavo uno, non lo mollavo più. Il mio consiglio è semplice. Se qualcuno vi avvicina , dite no. Non rischiate niente, il tipo proverà con qualcun altro. Ma se dite di si una volta, siete nei guai. Conosco quella gente, non scherza>>. Poi ha raccontato di aver lasciato Cosa nostra perché si era accorto di essere in pericolo e si è affidato all’FBI. <­<­Ancora adesso – ha affermato – devo stare attento. Non camperei se tornassi a Brooklyn. Molti di quelli che conoscevo sono in prigione o hanno fatto una brutta fine. Diciamo che sto attento a non dire nulla contro chi lavorava con me. E loro lo sanno>>. Ha poi concluso affermando che le partite truccate sono più pericolose del doping <­<­perché tolgono credibilità allo sport e lo uccidono>>.

Marco Cappella

 


“STATO DI SALUTE PRECARIA”. RIINA CHIEDE LA DETENZIONE IN OSPEDALE.
11 ottobre 2007

Milano. Tramite il proprio avvocato, Luca Cianferoni, il boss Salvatore Riina, detenuto presso il carcere di Opera in regime di 41 bis, ha presentato un’istanza chiedendo la detenzione in ospedale per motivi di salute. Le sue condizioni si sarebbero aggravate nell’ultimo anno e, secondo l’avvocato, non è più compatibile con il regime carcerario. Per decidere su questo si riuniranno i giudici del Tribunale di Sorveglianza di Milano, presieduti da Marina Corti. La procura generale sarà invece rappresentata dal sostituto Gustavo Cioppa.
Aaron Pettinari



TRAFFICI RADIOATTIVI E MAFIA
8 ottobre 2007

Potenza. Tutto cominciò con l’Espresso che decise di pubblicare nel giugno 2005 un lungo memoriale di un pentito, ex boss della ‘Ndrangheta, Francesco Fonti, appartenente alla famiglia di San Luca. Furono importantissime rivelazioni su barre d’uranio scomparse, l’utilizzo di navi della ‘Ndrangheta e di Cosa Nostra per far sparire fusti di scorie radioattive in mare e nel deserto Somalo ma anche nel paese di Pisticci, presso Matera, dove sorge il centro nucleare di Enea. Fatti che si intrecciano anche con altri gialli come la morte sospetta del capitano di vascello della Marina, Natale De Grazia, che collaborava alle indagini. Da questi spunti partì l’inchiesta della Procura di Potenza sfociata il 7 ottobre scorso in dieci avvisi di garanzia che il pm della Dda, Francesco Basentini ha inviato a otto ex direttori del centro Enea della Trisaia di Rotondella e a due appartenenti alla ‘Ndrangheta. L’accusa non è da poco: produzione clandestina di plutonio, traffico di sostanze radioattive, violazione di regolamenti per la custodia di materiali e scorie nucleari. Inoltre, lo stesso Basentini ha ordinato scavi a Pisticci dove si sospetta che siano stati sotterrati fusti di scorie radioattive affidati alle cosche. Già negli anni Novanta erano state avviate le prime indagini su tali traffici. Riprendendo le dichiarazioni del memoriale di Fonti, tra i coinvolti nel giro ci sarebbero l’allora direttore dell’Enea di Rotondella, Tommaso Candelieri, nome che compare tra gli indagati ed il boss mafioso Vito Roberto Palazzolo, attualmente rifugiato in Sudafrica.
http://www.archivio900.it/it/articoli/art.aspx?id=5814


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BAGARELLA DICHIARA: <­<­NESSUN SCAMBIO DI ANELLI>>
UN PROCLAMA POLITICO? UNA MINACCIA PER LIRIO ABBATE?
6 ottobre 2007

Palermo. Il 4 ottobre scorso, mentre volgeva al termine l’udienza del processo per l’omicidio di Giuseppe Caravà dinanzi alla prima Corte d’Assise, il boss Leoluca Bagarella ha chiesto la parola per rilasciare una dichiarazione. Il boss era collegato in videoconferenza dal carcere di Parma perché imputato al processo insieme a Giovanni Brusca e Giuseppe Agrigento, anch’essi collegati con l’aula attraverso la videoconferenza. Bagarella in pratica ha smentito la notizia che fosse avvenuto uno scambio di anelli tra lui e Nitto Santapaola a suggello di un patto mafioso nelle carceri. Bagarella non ha citato Santapaola ma la fonte giornalistica sì ed ha esordito dicendo: <­<­Il 22 luglio 2007 sono stato trasferito da Spoleto a Parma. Il 28, 29, 30 e 31 agosto l’Ansa di Palermo e poi tutte le televisioni, di Stato e private, hanno divulgato false notizie. Hanno detto che sono stato trasferito dall’Aquila a Parma, prima bugia…>>. Il presidente della Corte Salvatore Di Vitale lo ha interrotto prontamente: <­<­Lei può parlare solo di fatti che riguardano il processo>>. E Bagarella: <­<­Lei non deve prendere nessuna iniziativa. E’ una dichiarazione che faccio io…>> e Di Vitale di rimando: <­<­Sono qui per prendere iniziative>>. L’avvocato Giovanni Anania è intervenuto assicurando <­<­adesso arriverà al processo>>. Bagarella, mostrando la mano con la fede al dito, ha proseguito: <­<­Io volevo smentire i giornali e le televisioni, ma i direttori delle carceri di Spoleto e Parma mi hanno censurato e non hanno fatto uscire la mia lettera… Hanno scritto che mi sono scambiato le fedi con un altro detenuto che non conosco…Hanno detto che volevo fare un patto. Ma quale patto? Io ero a Spoleto e lui a Parma; ma come doveva avvenire, questo scambio?>>.  Il proclama di Bagarella ha allarmato tanti perché  un boss al 41 bis non dovrebbe conoscere le notizie Ansa e chi le scrive e poi perché conterrebbe una minaccia al giornalista Lirio Abbate, già nel mirino della mafia per una serie di intimidazioni, autore di quella notizia Ansa sullo scambio degli anelli. Per l’avvocato difensore non ci sarebbe nulla di strano nelle parole del suo assistito perché, ha detto, <­<­Bagarella legge il giornale ogni giorno. Tutti hanno l’abbonamento, sono aggiornati e seguono la vita all’esterno>>. Per Giuseppe Lumia, vicepresidente della Commissione Antimafia, <­<­si tratta dell’ennesimo proclama politico che conferma la pericolosità di Bagarella…siamo di fronte all’ennesima minaccia contro Lirio Abbate e non credo che sia un caso se pochi giorni dopo l’uscita di quella notizia sia stato ritrovato un ordigno sotto l’auto del giornalista. E’ davvero ridicolo che uno dei carnefici principali di Cosa Nostra sostenga di non conoscere un altro dei boss al vertice dell’organizzazione come Nitto Santapaola. Siamo di fronte alla conferma di rapporti sotterranei nelle carceri, non ad una smentita e questo deve allarmare tutti>>.
Dora Quaranta    

QUANDO LA VERITA’ SULL’OMICIDIO ROSTAGNO?
6 ottobre 2007

Trapani. Dopo 19 anni rimane ancora senza colpevoli la morte del giornalista Mauro Rostagno, assassinato la sera del 26 settembre del 1988 nel vialetto della comunità per tossicodipendenti Saman da lui fondata. Tanti depistaggi, errori, menzogne si sono succeduti da quel giorno. Nei giorni scorsi la Dda di Palermo ha chiesto al gip l’archiviazione del caso. Il pentito Francesco Milazzo ha raccontato che la mafia ricevette l’ordine di compiere l’omicidio dall’esterno. Mariano Agate, capo mafia di Mazara, trovandosi in carcere ed incontrando il terrorista Renato Curcio, pare abbia detto che quel delitto sia stato “cosa loro” non “cosa nostra”.
<­<­Ogni anniversario aumenta il silenzio - ha con profonda tristezza detto in un’intervista per il Corriere della Sera Maddalena Rostagno, la figlia del giornalista ed autrice di un libro-denuncia sulla morte del padre – Obiettivo raggiunto da quel sistema fatto di  mafia, massoneria, servizi segreti e alta finanza>>. Le associazioni “Ciao Mauro”, “Arci Ragazzi”, “Libera” e “Saman” si sono fatte promotrici di un’iniziativa: costituire un movimento aperto a tutte quelle associazioni che intendono sollecitare le istituzioni al raggiungimento della verità sull’omicidio Rostagno. Da dove si può ripartire per cercare di fare luce su questo assassinio? Come ha risposto Maddalena <­<­sfruttando le nuove tecnologie del Dna per confrontare i bossoli e un pezzo di fucile rotto abbandonato dagli assassini. Ma bisogna ascoltare testimoni mai chiamati a deporre, trovare reperti importanti mai cercati come alcune cassette>>.
Dora Quaranta    [pagebreak]

INTERCETTAZIONI TRA BERLUSCONI E CUFFARO NON DISTRUGGETELE

4 ottobre 2007

PALERMO. Sarà il capo della procura di Palermo Francesco Messineo a rappresentare l’accusa nell’udienza in cui il gup Fabio Licata dovrà decidere se distruggere o meno le bobine relative alle conversazioni telefoniche intercettate tra l’ex premier Silvio Berlusconi e il Presidente della Regione siciliana Salvatore Cuffaro.
Era stato infatti il procuratore capo appena insediato nell’ufficio palermitano a firmare per la revoca della distruzione di quelle bobine. Lo aveva fatto il 20 giugno scorso argomentando che seppure le intercettazioni non avrebbero avuto un rilievo probatorio nei confronti dell’on. Cuffaro, sotto processo per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra e attualmente indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, le telefonate avrebbero potuto  autonomamente rappresentare una fonte di prova imputabile ad altri soggetti politici e pubblici ufficiali. Uno fra tutti Silvio Berlusconi a cui potrebbe essere contestata la fuga di notizie relativa a informazioni vincolate dal segreto istruttorio. Le conversazioni in questione sono quelle registrate a cavallo tra il 2003 e il 2004, relative all’inchiesta sulle “talpe” che aveva appena portato all’arresto del maresciallo del Ros Giorgio Riolo, il maresciallo della Dia Giuseppe Ciuro e il manager della sanità Michele Aiello. Tutti personaggi legati a doppio filo con Totò Cuffaro il quale evidentemente temeva di fare la stessa fine. Il blitz infatti era scattato il 5 novembre 2003 e la prima intercettazione con il Cavaliere risale a qualche giorno dopo.  
In quelle telefonate ma soprattutto in una che nemmeno era stata trascritta perché ritenuta irrilevante, il Cavaliere di Arcore avrebbe rassicurato Cuffaro di aver saputo che nei suoi confronti ci sarebbe stato un orientamento favorevole all’interno di “alcuni” uffici. Berlusconi avrebbe anche riferito al leader dell’Udc siciliana di aver appreso dall’ex ministro dell’interno Beppe Pisanu che la situazione sarebbe stata tutta sotto controllo. Queste ed altre erano state le conversazioni destinate ad essere neutralizzate secondo una disposizione del gip che affidò l’incarico di distruzione alla Procura. Il decreto però era stato sospeso a causa di un durissimo scontro all’interno della Dda di Palermo fra pm favorevoli e contrari all’eliminazione di quelle prove. Un empasse sbloccato il 20 giugno scorso da Messineo firmatario della richiesta che potrebbe salvare quelle intercettazioni. 
All’udienza di venerdì prossimo, nel quale il gup si riserva di ascoltare le parti, hanno già annunciato la loro presenza  gli avvocati dell’ex premier: Nicolò Ghedini e Ugo Minacci.
Silvia Cordella   [pagebreak]

UCCISO ANGELO SANTAPAOLA. E’ NUOVA GUERRA DI MAFIA?
2 ottobre 2007

Catania. Dovrebbe essere di Angelo Santapaola, cugino di primo grado del capomafia Benedetto, uno dei due cadaveri trovati carbonizzati nelle campagne di Ramacca. L’altro è stato identificato come quello di Nicola Sedici ritenuto il braccio destro di Angelo Santapaola. A chiarire gli ultimi dubbi degli investigatori sarà l’esame del Dna, tuttavia a rendere quasi certa l’identità dei due corpi sono stati recuperati degli indizi determinanti. Gli inquirenti ritengono che tali indizi siano stati volutamente lasciati dai killer per permettere immediatamente l’identificazione dei corpi e dare un messaggio. La domanda è: a chi? La paura per una nuova guerra di mafia è tanta e, dopo l’arresto del padrino Bernardo Provenzano, a Palermo come in tutta la Sicilia si stanno ridisegnando gli organigrammi delle famiglie.
Aaron Pettinari

ARRESTATO IL RE DEL PIZZO
2 ottobre 2007

Palermo. Enrico Scalavano, 36 anni, inserito nell’elenco dei 100 latitanti più pericolosi, non è più in libertà. Considerato da molti il “Re del Pizzo” della famiglia mafiosa di “Corso Calatafini”, è stato bloccato dai Carabinieri del comando provinciale di Palermo dopo un inseguimento. Ricercato dal maggio 2007, dopo che era riuscito a sfuggire all’operazione “Antartide”, deve rispondere alle accuse di associazione mafiosa, narcotraffico e riscossione di pizzo in una vasta zona della città.
Aaron Pettinari

 
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  • La Rivista
    cop59.gif In edicola dal 18 luglio 2008

    In questo numero:
    Leggi "blocca processi", leggi "salva premier", "41 bis" revocati e intercettazioni vietate. E' scontro istituzionale.
    La Procura di Salerno ribalta il "caso De Magistris". Chiesta l'archiviazione ed annunciate indagini contro chi lo ha accusato.
    Presto al via il processo Toghe Lucane. La più importante inchiesta degli ultimi cinquant'anni.
    Agenda Rossa: La procura si appella alla Cassazione.
    Trapani: Nuovi legami tra mafia politica e massoneria. Il boss Messina Denaro tradito da falsi amici e documenti pericolosi.
    Gli affari della Despar in Sicilia. Si aggrava la posizione di Scuto nel processo.
    Barlume di speranza sul caso Rostagno. Vent'anni dopo l'attentato una perizia balistica potrebbe far emergere la verità.
    Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro.
    Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti.
    Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica.
    Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina.
    Ed altro ancora...
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  • Editoriale

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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

    Oggi, ancora luglio, ma 2008, ci ritroviamo per la terza volta al governo l’imprenditore Silvio Berlusconi, plurimputato in diversi processi, amico di condannati per mafia e amico di Cosa Nostra sin dai primi anni Settanta. Che inneggia, abbracciato al suo principale garante Marcello Dell’Utri, all’eroe Mangano, complice dello scioglimento nell’acido di esseri umani.


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  • Terzo Millennio

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    In questo numero:

    Dopo sei anni di prigionia è stata finalmente liberata Ingrid Betancourt.
    Giulietto Chiesa, sempre analizzando il quadro internazionale degli eventi, spiega il trattato di Lisbona, attorno al quale si è creato un vero dibattito politico.
    Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali.
    Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto.
    Libera l'Acqua: prosegue la campagna sull'oro blu da parte delle associazioni del Cipsi.
    Si torna a parlare di Nucleare. Una minaccia per il mondo.
    Intervista al pm paraguaiano Arnaldo Guizzo in lotta contro la corruzione e il narcotraffico.
    Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione.


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