| Cosa sapeva il Viminale? |
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Ma questo stesso processo è impregnato di riferimenti, allusioni, elementi concreti che rimandano altrove, ad altri centri di interessi, a coloro che in linguaggio non giuridico si chiamano i “mandanti occulti”, categoria rilevante non solo sotto il profilo giuridico, ma anche sotto quello politico e morale. E quindi qui finisce il processo agli esecutori della strage di via D’Amelio, ma non certamente la storia di questa strage annunciata che deve essere ancora in parte scritta». È così che i giudici d’Appello del Borsellino Bis chiudevano la loro sentenza di condanna contro il Gotha mafioso responsabile della morte di Paolo Borsellino, rimandando a responsabilità esterne quelle cause che hanno fatto di Cosa Nostra solo il braccio esecutivo di un progetto ben più ampio. Un giudizio che in molti passaggi ha messo in evidenza le “connessioni mafiose” e i “suggeritori”, “mandanti”, “coordinatori”, “istigatori” e “supporti” esterni” che hanno contribuito alla strage. Eseguita sì dalla mafia ma, così come in quasi tutti gli omicidi “eccellenti”, come risultato di ibridi connubi fra criminalità e centri di potere occulto. Per questo è fondamentale sgomberare il campo da qualsiasi ombra come quella che fino ad oggi ha nascosto la verità sulla cosiddetta “Trattativa”. Quel patto scellerato avviato nel 1992 dagli uomini del Ros e Cosa Nostra che, secondo le indagini, determinò l’accelerazione della morte del giudice Paolo Borsellino. Vicende a cui si riferisce Massimo Ciancimino, il testimone oculare di quegli avvenimenti, che sta verbalizzando le sue dichiarazioni con i magistrati di Palermo Nino Di Matteo, Antonio Ingroia e Domenico Gozzo, titolari dell’accusa al processo sulla mancata cattura di Provenzano, in cui sono imputati per favoreggiamento aggravato alla mafia l’ex capo del Sismi Mario Mori e il capitano Mario Obinu. Un episodio, quello di cui parla il figlio dell’ex sindaco di Palermo, che potrebbe vedere coinvolto l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino in quel “dialogo” già a partire dal giorno del suo insediamento al Viminale, il primo luglio 1992. Quel giorno il vicepresidente del Csm si sarebbe incontrato con Paolo Borsellino. A confermarlo è l’annotazione dell’agenda grigia del giudice. Cosa si erano detti Mancino non lo ricorda ma, la cosa importante, secondo le rivelazioni di Ciancimino e che la trattativa in quella data era già ampiamente avviata. Una tesi questa che però Mancino smentisce categoricamente: “Non c’è stata nessuna trattativa”. Inoltre “non conoscevo personalmente quel magistrato, ma non ho escluso che fra le tante strette di mano per congratularsi con me ci potesse essere anche quella del giudice Borsellino. Nessuno me lo presentò, neppure il capo della Polizia Parisi, che pure, nel pomeriggio di quel giorno, mi aveva chiesto se avessi avuto qualche cosa in contrario a che il dott. Borsellino mi venisse a salutare.” Parole che suscitano lo sdegno del fratello del giudice Salvatore Borsellino, secondo il quale: “Il vicepresidente del Csm non poteva non conoscere il magistrato del pool di Palermo che il 23 maggio 1992 aveva portato sulle spalle la bara di Giovanni Falcone”, e che era destinato a ricoprire la carica di capo della superprocura antimafia, dopo la morte del suo collega. “Credevo – ha detto inoltre Salvatore Borsellino – che ci dovesse essere un limite alla decenza in particolare per chi dovrebbe rappresentare le Istituzioni” ma “mi accorgo che questi limiti vengono ormai oltrepassati senza alcun ritegno e che, per quanto riguarda il sen. Mancino, non di amnesia si tratta come avevo finora ipotizzato ma di qualcosa di molto, molto peggiore”. La trattativa Intanto i nuovi verbali di Massimo Ciancimino, trasmessi alla procura di Caltanissetta, fanno già parte del fascicolo sui mandanti della strage di via d’Amelio. Le sue dichiarazioni parlano di quella trattativa tra Stato e mafia intavolata a giugno del 1992, attraverso la mediazione di suo padre “Don” Vito Ciancimino. In quel momento lo Stato italiano era in ginocchio per il violento attacco mafioso. Lima era stato ucciso da poco, subito dopo era toccato a Giovanni Falcone. E’ a quel punto che De Donno incontra su un volo Palermo-Roma Massimo Ciancimino durante il quale gli chiede di poter interloquire con suo padre. La risposta, diversamente da quanto ha sempre sostenuto Mori, non tarderà ad arrivare. Secondo Massimo Ciancimino perverrà quasi subito e sarà affermativa. Suo padre era disposto a dialogare con il Ros anche perché speranzoso di ricevere in cambio delle agevolazioni per la sua situazione processuale. Così a giugno i militari si incontravano con “Don Vito” 2 o 3 volte, chiedendogli di fare da tramite per contattare Riina e concordare con il boss la fine delle stragi. La risposta, a quanto dice Mori, arrivò a luglio di quell’anno ma la “vera apertura” della controparte, secondo i militari, si avrà ad agosto dopo la strage di Via d’Amelio. Un periodo che non coincide con la datazione di Ciancimino, il quale anticipa l’incontro con Mori nel periodo a cavallo delle due stragi. Un dettaglio non da poco che potrebbe provare la consapevolezza di Paolo Borsellino dell’esistenza della trattativa alla quale, per onestà morale e rettitudine professionale, si sarebbe opposto con tutte le sue forze, fino alla morte. La contropartita infatti prevedeva una serie di richieste contenute nel “papello” scritto da Riina, in cui il boss pretendeva una serie di agevolazioni legislative in favore dei mafiosi come l’allentamento delle restrizioni carcerarie, la revisione dei processi, l’abolizione della legge sui pentiti e la riforma della legge sulla confisca dei beni ai mafiosi. “Ero presente – ha dichiarato Massimo Ciancimino ai magistrati – quando a mio padre venne consegnato il papello”. Ciancimino lo ricorda bene perchè suo padre si era irritato. “Di quelle 10, 12 ce n’erano 3, 4 su cui si poteva anche intavolare una discussione, ma 7,8 erano quelle di chi non vuole…” trattare. Poi – ha aggiunto - “mio padre diede l’elenco al capitano De Donno e al Gen. Mori” (cosa che i due smentiscono). Ma, a quel punto, i militari sarebbero stati ancora più espliciti, se prima avrebbero chiesto la consegna dei superlatitanti in generale poi invece avrebbero voluto ottenere esplicitamente ottenere la cattura di Riina. Una pretesa improponibile per Ciancimino che a quel punto avrebbe inveito perché in tal modo sarebbe stato esposto a morte certa. Tuttavia, dopo un iniziale dietro front, “Don Vito”, nel racconto del figlio, si rese disponibile e, prima di ritornare in carcere per scontare un residuo di pena, indicava con mappe catastali alla mano (unite ad allacci dell’acqua, luce e gas) l’abitazione di Totò Riina. Un prezioso contributo per Mori e De Donno che poi, per catturare il Capo di Cosa Nostra si avvalsero anche del riconoscimento del pentito Di Maggio che lo indicò per strada, vicino a quel covo in cui molti mafiosi sostenevano fossero custoditi scottanti documenti, tra cui forse il famigerato “papello”. “Alla fine – ha detto suo figlio – mio padre morì con la consapevolezza di essere stato scavalcato e che qualcuno avesse preso in mano la trattativa mantenendo certi accordi”. Mi ha chiamato il ministro “Don Vito” comunque non era uno sprovveduto, nei suoi ambienti sapeva muoversi bene. Conosceva il terreno vischioso della politica come quello della mafia e non si sarebbe mai speso per conto dei due ufficiali senza avere le giuste garanzie e non solo quelle di Provenzano. Ed è qui che Salvatore Borsellino, il fratello del giudice ucciso in via d’Amelio, chiama in causa i vertici del Viminale gridando la sua rabbia e chiedendo a Nicola Mancino di ricordare cosa accadde il primo luglio 1992. Come si è detto, quel giorno infatti Paolo Borsellino aveva incontrato il neo ministro. A confermarlo sono la sua agenda grigia in cui è annotato l’appuntamento “ore 19:30 Mancino” e anche il magistrato Aliquò che lo accompagnò fino alla porta del Ministero. Paolo Borsellino quel pomeriggio stava interrogando a Roma Gaspare Mutolo al quale disse, dopo aver ricevuto una telefonata, “mi ha chiamato il ministro mi assento un’oretta e poi torno”. Al suo rientro Mutolo lo vide sconvolto, tanto che il giudice fumava due sigarette alla volta. È probabile che nell’’ufficio del ministro dell’Interno Borsellino seppe o vide qualcosa che lo turbò notevolmente. Secondo le ipotesi il giudice poteva essere venuto a conoscenza della Trattativa. Certo è che in quei terribili giorni, all’indomani della strage di Capaci, il magistrato lavorava senza sosta per scoprire i mandanti della morte del suo collega e amico Giovanni Falcone. Sapeva di essersi avvicinato alla verità e per questo diceva alla moglie Agnese “devo fare in fretta”, avvertendola che se lui fosse stato ucciso sarebbe stata la mano di Cosa Nostra a compiere il delitto ma non sarebbe stata la mafia ad aver voluto avuto la sua eliminazione. In quei 57 giorni che separavano la strage di Capaci e quella di Via d’Amelio, Borsellino aveva ripreso il rapporto del Ros su mafia – appalti, quello stesso che, tempo prima, era stato stilato da Mori e De Donno, sul quale Falcone stava investigando prima di partire per Roma. I due Giudici stavano seguendo tutte le piste inerenti il sistema della spartizione illecita degli appalti in Sicilia e le relative collusioni con i poteri più alti. |
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Imprenditoria Mafiosadi Giorgio Bongiovanni E così Cosa Nostra sarebbe in ginocchio. Tra arresti più o meno eccellenti e confische dei beni questo governo annuncia che passerà alla storia come quello che ha definitivamente debellato la mafia siciliana. E potrebbe anche riuscirci, complici la disinformazione e la conseguente scarsa consapevolezza culturale delle italiche genti rispetto alla questione mafiosa. Per quanto riguarda l’ottimo risultato raggiunto sul piano militare è forse riuscito a passare in qualche trasmissione televisiva o su pochi quotidiani il dato incontrovertibile, e persino banale, che le operazioni sul territorio vengono condotte da magistrati e forze dell’ordine con immensi sacrifici e che quindi il merito sia loro e non del governo. |
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