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Parole di Pippo Fava: ''I mafiosi stanno in Parlamento, sono a volte ministri, sono banchieri...'' | Parole di Pippo Fava: ''I mafiosi stanno in Parlamento, sono a volte ministri, sono banchieri...'' |
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In memoria di un uomo libero Anche a costo di sembrare ripetitivi riproponiamo la sua ultima e profetica intervista rilasciata ad un altro grande del giornalismo italiano: Enzo Biagi. Dopo tanti anni non possiamo che fare nostre le sue parole e testimoniare come e quanto siano state precise e reali nell’indicare in Cosa Nostra un potere che va molto al di là di quello che la solita propaganda vuole far credere all’opinione pubblica. Cosa Nostra era ed è tuttora un comodo braccio armato e un braccio economico di una parte dello Stato che con la mafia, con le mafie ha scelto di convivere. A futura memoria e con profondo rispetto ricordiamo quest’altro grande italiano sperando di onorarne l’esempio nella quotidianità delle nostre scelte. Giorgio Bongiovanni L'INTERVISTA DI ENZO BIAGI A GIUSEPPE FAVA LA TRASCRIZIONE DELL'INTERVISTA Biagi: Giuseppe Fava, giornalista, scrittore catanese, autore di romanzi e di opere per il teatro. Fava, per i suoi racconti a cosa si è ispirato? Fava: alle mie esperienze giornalistiche. Io ti chiedo scusa ma sono esterrefatto di fronte alle dichiarazioni del regista svizzero. Mi rendo conto che c'è un'enorme confusione sul problema della mafia. Questo signore ha avuto a che fare con quelli che dalle nostre parti sono chiamati ''scassapagliare''. Delinquenti da tre soldi come se ne trovano su tutta la terra. I mafiosi sono in ben altri luoghi e in ben altre assemblee. I mafiosi stanno in Parlamento, sono a volte ministri, sono banchieri, sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Bisogna chiarire questo equivoco di fondo: non si può definire mafioso il piccolo delinquente che ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale... quella è piccola criminalità che credo esista in tutte le città italiane e europee. Il problema della mafia è molto più tragico e importante, è un problema di vertici della nazione che rischia di portare alla rovina, al decadimento culturale definitivo l'Italia. Biagi: Tu hai fatto conoscenza diretta del mondo della mafia, come giornalista? Fava: Sì, ho conosciuto diversi personaggi dell'una e dell'altra parte. Attraverso le cronache, le indagini che andavamo conducendo e che abbiamo puntualmente riferito sui nostri giornali. Biagi: Chi ricordi di più di questi tipi? Dei vecchi mafiosi, ad esempio? Sono cambiati? Fava: Un uomo sì. C'è un abisso tra la mafia di vent'anni fa e quella di oggi. Allora il mafioso per eccellenza era Genco Russo. Io sono stato a casa di Genco Russo e, mi si perdoni il termine, sono stato l'unico ad avere l'onore di intervistarlo. Ad avere un memoriale firmato che iniziava con le parole ''Io sono Genco Russo, il re della mafia''. Genco Russo governava il territorio di Mussomeli dove, da vent'anni, non c'era stato non dico un omicidio ma nemmeno uno schiaffo. Non c'era un furto, tutto procedeva in ordine, nella legalità più assoluta. Era la vecchia mafia agricola, la quale governava un territorio di una forza straordinaria che il mondo di allora non poteva ignorare. Controllava tra i 15 e i 40mila voti di preferenza. Nessun uomo politico poteva ignorare questa potenza determinate. Era sufficiente che Russo spostasse quei voti non da un partito all'altro, ma anche all'interno dello stesso partito per determinare la fortuna o meno di un uomo politico. Ecco perché poteva andare alla Regione Sicilia e spalancare con un calcio la porta degli assessori: lui era il padrone. Poi la società si modificò e i mafiosi non furono più quelli come Genco Russo. I mafiosi non sono quelli che ammazzano, quelli sono gli esecutori. Anche al massimo livello. Si fanno i nomi dei fratelli Greco. Si dice che siano i mafiosi vincenti a Palermo, i governatori della mafia. Non è vero: sono anche loro degli esecutori. Sono nella organizzazione, stanno al posto loro. Un'organizzazione che riesce a manovrare centomila miliardi l'anno. Più, se non erro, del bilancio di un anno dello Stato italiano. E' in condizione di armare degli eserciti, di possedere flotte, di avere una propria aviazione. Infatti sta accadendo che la mafia si sia impadronita, almeno nel medio termine, del commercio delle armi. Gli americani contano in questo, ma neanche loro avrebbero cittadinanza in Italia, come mafiosi, se non ci fosse il potere politico e finanziario che consente loro di esistere. Diciamo che questi centomila miliardi, un terzo resta in Italia e bisogna riciclarlo, ripulirlo, reinvestirlo. E quindi ecco le banche, questo prolificare di banche nuove. Il Generale Dalla Chiesa l'aveva capito, questa era stata la sua grande intuizione, che lo portò alla morte. Bisogna frugare dentro le banche: lì ci sono decine di miliardi insanguinati che escono puliti dalle banche per arrivare alle opere pubbliche. Si dice che molte chiese siano state costruite con i soldi insanguinati della mafia. |
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Di mafia e di deviazioni. Che Stato è il nostro? (seconda puntata. Che schifo!) di Giorgio Bongiovanni La notizia è come un pugno nello stomaco. L’ex capo della Squadra Mobile e poi questore di Palermo, Arnaldo La Barbera, era al soldo dei servizi segreti. Proprio lui, l’ex superpoliziotto che nel ‘92 veniva nominato con un decreto ad hoc al vertice della squadra investigativa “Falcone-Borsellino” per seguire unicamente le indagini sulle stragi di Capaci e via D’Amelio, morto di tumore nel 2002.
Nel libro “L’Agenda nera” scritto dai colleghi Giuseppe Lo Bianco e
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sfogliare gli album fotografici e gli elenchi degli 007 che tra gli
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