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di Umberto De Giovannangeli - 25 gennaio 2009
Non so se la Terza guerra mondiale sia finita; ritengo di no, ma non so
ad esempio se i razzi e i bombardamenti in Medio Oriente e gli scontri
nel Sudan meridionale siano un suo strascico o facciano già parte di
una Quarta.
Ma certamente la Terza guerra mondiale c'è stata, anche se tanti film evocano il suo incubo scongiurato all'ultimo momento; non è stata combattuta direttamente a casa nostra, nei Paesi di noi fortunati chiamati a manovrare o ad osservare da lontano gli orrori altre volte patiti sulla nostra pelle, a combatterla per procura nelle più diverse parti del mondo.
Dopo il 1945 sono morti in guerra circa venti milioni di persone, come riporta Enrico Mannucci sul «Magazine » del «Corriere». Ce ne siamo accorti poco, come ad esempio ci accorgiamo poco — e forse non ce ne accorgeremmo affatto, senza la recente testimonianza di monsignor Alvaro Ramazzini Imeri, vescovo di San Marcos, raccolta da Fabiana Bussola sul «Nostro Tempo» — dei centocinquantamila uccisi in azioni di guerra negli ultimi trent'anni in Guatemala, 80% dall'esercito e 20% dalla guerriglia.
Un leitmotiv del possente romanzo di Chimamanda Ngozi Adichie,
Metà di un sole giallo, tradotto con grande efficacia da Susanna Basso, scandisce: «Il mondo taceva mentre noi morivamo ». Il mondo tace quasi sempre, quando altri muoiono. Se ne parla dopo, spesso per usare quei morti quale arma politica contro qualcuno — per far scoppiare un'altra guerra, per provocare altre morti. Certo, ci sono vittime che hanno la forza di far giungere il grido della loro tragedia sino a noi, di urlarlo nelle nostre orecchie. Ma anche in questo caso se ne parla per lo più dopo, a cose fatte, come è accaduto con i gulag staliniani. Perfino della Shoah, l'orrore e l'abominio che sono riusciti più di ogni altro a costringerci a fare i conti con essi, si parlava pochissimo mentre accadeva, anche da parte di chi — individui, istituzioni, Stati— ne era al corrente.
Una delle fasi più feroci e devastanti della Terza guerra mondiale è stata la guerra in Biafra, avvenuta fra il 1967 e il 1970, con la sua ecatombe di vittime di operazioni militari, stragi, fame, malattie.
Metà di un sole giallo ci restituisce la realtà concreta, vivente, carnosa, vicina di quel mondo e della sua tragedia; ci fa toccare con mano come quella realtà e quella storia siano nostra realtà e nostra storia. Certo, diversamente dai nonni dell'autrice che non sono sopravvissuti a quella guerra, io non ne sono stato toccato direttamente. Ma nemmeno le due Torri Gemelle sono cadute sulla mia testa, eppure hanno sconvolto anche il mio mondo.
La scrittrice, proprio perché è una vera scrittrice, non muove da motivazioni morali, ancorché nobili. Non vuole lamentare, denunciare, rivendicare, protestare, manifestare. Vuole raccontare, ossia comprendere e far comprendere la vita e alcuni suoi volti, e lo fa con maestria, con una forte partecipazione che non infirma minimamente la forza oggettiva, epica del suo narrare.
Metà di un sole giallo assolve superbamente il compito del vero e grande romanzo, quello di calare, di incarnare una grande realtà storica in irripetibili vicende individuali.
Non è un romanzo sulla guerra, che occupa anche materialmente uno spazio abbastanza esiguo nell'ampia narrazione, anche se è una specie di sottofondo, di basso continuo, che dà senso — o meglio travolge nella sua insensatezza — i singoli destini, i singoli personaggi. Figure piene di vita, di contraddizioni, di passioni, di incertezze, di errori: le due indimenticabili sorelle gemelle Olanna e Kainene; Odenigbo, matematico e intellettuale, la cui ironia e la cui intelligenza stentano a fronteggiare la realtà turbinosa e terribile, non solo quella della guerra ma anche quella dell'amore, dei rapporti umani sempre fatalmente ambigui; le generazioni più anziane ancora legate a un'Africa animista e quelle più giovani inserite nella molteplicità del mondo, ugualmente a casa a Londra come nella terra avita, fra gli inglesi come fra gli Igbo, la popolazione del Biafra; la figura centrale del giovane e ingenuo servitore Ugwu, dal cui occhio soprattutto vengono visti gli eventi. Come nel suo primo romanzo L'Ibisco viola, letterariamente non inferiore a questo tanto più fortunato, la narratrice è maestra nella rappresentazione dei rapporti familiari, insieme arcaici e assolutamente contemporanei, coinvolti nella trasformazione del mondo che investe pure la famiglia.
Al pari di ogni vero romanzo, Metà di un sole giallo è manzonianamente pure un affresco di storia; storia dell'Africa o meglio delle Afriche, delle violenze dei colonialismi, delle decolonizzazioni spicciative che creano situazioni arbitrarie e insostenibili; di violenze locali e di altre che arrivano da lontano. Chimamanda Ngozi Adichie ha un senso forte — che condivido a fondo e di cui più volte ho scritto — dell'imprevedibilità della Storia o meglio dell'incapacità degli uomini di prevedere i suoi sviluppi pur già avvertibili, di vedere ciò che sta accadendo sotto i loro occhi. Siamo tutti, esistenzialmente, ciechi conservatori, inclini a credere che la realtà sia immutabile e che le cose così come sono e si presentano in quel momento siano destinate a durare per sempre, che siano il volto definitivo della storia. E invece la storia non finisce, muta e ci crolla addosso, in bene (il muro di Berlino che cade) o in male (la guerra che scoppia in Biafra).
L'Africa è stata e in parte continua a essere un continente lontano, quasi assente dalla nostra consapevolezza; con la sua narrativa, che trascende o meglio abolisce ogni tradizionale tematica del rapporto fra bianchi e neri, Chimamanda Ngozi Adichie la fa diventare nostra, un teatro del mondo in cui si gioca la nostra vita o la nostra morte.
Tratto da: Corriere della Sera
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