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Matteo Messina Denaro: il ''papa'' della mafia PDF Stampa E-mail
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Matteo Messina Denaro: il ''papa'' della mafia
Pagina 2

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di Rino Giacalone - 4 dicembre 2008

Il «campiere» con il bisturi. Così era definito Francesco Messina Denaro, il «patriarca» della mafia del Belice, morto a 70 anni il 30 novembre del 1998.




Un infarto, una morte di crepacuore alla notizia dell'arresto del maggiore dei figli maschi, Salvatore, che faceva il preposto alla Comit di Sciacca, un'agenzia che aveva il record delle transazioni internazionali. Quando morì era latitante da otto anni il vecchio Messina Denaro, ma questo non gli impediva di incassare ogni mese una pensione elargita dall'Inps da 1 milione e 200 mila lire.

Ad ogni anniversario della sua morte puntualmente in ogni edizione del Giornale di Sicilia del 30 novembre ha fatto la comparsa sino a quello appena trascorso del 30 novembre 2008, un necrologio a ricordare il capo mafia. Lo hanno fatto pubblicare i suoi familiari. Necrologi, tranne l'ultimo, sempre accompagnati da un commento, una frase presa dalle sacre scritture, una massima latina. Quest'anno invece assolutamente semplice, il nome del defunto e la frase di ricordo dei cari. Francesco Messina Denaro resta l'unico boss capo mafia defunto ad essere così con grande puntualità ricordato. Quasi ad evocarne la presenza.

Il campiere con il bisturi perchè? Intanto perché di mestiere Francesco Messina Denaro faceva questo, il «campiere» nei latifondi delle più importanti famiglie, una tra tutte la famiglia dei trapanesi D'Alì, lavorando tra complicità e soggiogazioni o presunte tali, «incideva» come un chirurgo quei terreni con il suo passaggio, usava il «bisturi» quando c'erano i problemi da risolvere: per affrontare i «guai» dentro le «famiglie» di mafia, prima le parole che «lasciavano il segno» poi se, era inevitabile, il passaggio all'uso delle armi che lasciavano un segno ancora più evidente. Impossibile a quel punto che i destinatari non capissero chi comandava.

Latitanza col medico al seguito. Quando Francesco Messina Denaro venne trovato senza vita nelle campagne di Castelvetrano il suo nome figurava tra gli imputati del maxi-processo «Omega»; era stato già condannato a 10 anni e nell'aula bunker di Trapani veniva processato per una decina di delitti. Non potrà essere processato per il delitto di Mauro Rostagno: nell'indagine dove è coinvolto il capo mafia di Trapani Vincenzo Virga, oggi detenuto all'ergastolo, c'era coinvolto anche lui dopo che il pentito di Mazara Vincenzo Sinacori raccontò di un incontro a Castelvetrano tra don Ciccio e don Francesco Messina di Mazara, soprannominato “u muraturi”, il tesoriere della cosca di Mariano Agate. I due capi mafia, raccontò Sinacori, decisero che Rostagno andava ucciso. Anche per quegli attacchi ripetuti a don Mariano Agate dagli schermi di Rtc. Il corpo di Francesco Messina Denaro una notte di novembre del 1998, venne trovato a circa 200 metri dal punto in cui un decennio addietro era stato ammazzato il sindaco di Castelvetrano, Vito Lipari. Non stava bene Francesco Messina Denaro tanto che nella latitanza lo seguì un medico «personale», uomo d'onore, il partannese Vincenzo Pandolfo, che nel 2006 si è costituito nel carcere di Pagliarelli dove si trova a scontare nove anni per associazione mafiosa.

La storia della mafia belicina indica don Ciccio Messina Denaro da sempre come uno dei fedelissimi dei «corleonesi», anzi erano lui ad essere ossequiato, tanto che erano i boss di Corleone a venire a Castelvetrano.

Bernardo Provenzano era all'epoca già latitante e a bordo di una Fiat 500 da lui guidata arrivava fino a casa di don Ciccio Messina Denaro. Un potere assoluto quello dei Messina Denaro nel Belice e in provincia di Trapani: don Ciccio guidò anche la cupola provinciale, «trono» che adesso appartiene al figlio, Matteo, classe '62 e latitante dal 1993. Droga, terreni, il controllo del mercato della sofisticazione vinicola e la gestione della «cassaforte » mafiosa. Non a caso il tesoro di Totò Riina venne trovato nel «caveau» di una gioielleria di Castelvetrano, appartenuta a Francesco Geraci, poi diventato pentito e che Matteo aveva affiliato facendolo partecipare ad un delitto, non usando «punciute » e santini che bruciano, ma mettendogli sul palmo della mano i resti di quel morto appena ammazzato. Don Ciccio Messina Denaro è colui il quale dà il segnale dell'inabissamento della mafia, quando Cosa Nostra si comincia ad occupare di denaro da investire.

C'era anche lui, l'anziano patriarca, dietro le quinte di quel maxi investimento da mille miliardi di lire che Cosa Nostra siciliana voleva compiere a Malta, acquistando un isolotto, l'isola di Manuel, con la mediazione di alti vertici della politica, italiana e maltese, l'influenza di un notaio capo della massoneria in grado di coinvolgere la massoneria internazionale. Sull'isolotto di Manuel Cosa Nostra voleva costruire quello che oggi chiameremo un super lussuoso resort..

Don Ciccio e don Matteo. Padre e figlio, sempre vicini, legati l'uno all'altro. Nella casa di Castelvetrano dove abitano i familiari in ogni stanza ci sono le foto dei due, perché siano delle presenze costanti. Così come fu per dimostrare la presenza nel territorio che, la notte del 30 novembre 1998, a poche ore da un blitz antimafia della Polizia che sconvolse parte dell'organizzazione dei Messina Denaro, in manette finì l'altro rampollo di quella casata, Salvatore, qualcuno si adoperò per fare trovare al fratello di Lorenza Santangelo, la moglie del capo mafia, il corpo senza vita del marito: indossava Francesco Messina Denaro un abito scuro sotto al pigiama, ai piedi dei mocassini lucidi e nuovissimi. La vedova appena giunta gli mise addosso un cappotto di astrakan nero. Cosa voleva dire: che nonostante l'operazione condotta appena poche ore prima erano sempre loro a comandare, il territorio restava «cosa loro», grazie alla cosidetta «zona grigia» che non ha tardato a rigenerarsi, ricca di «complicità ed omertà» e di una rete indefinita di fiancheggiatori, insospettabili individui, anche estranei alle cosche, ma che non sono risultati per nulla inconsapevoli di sorreggere gli uomini più importanti della cupola trapanese. Aiuti i Messina Denaro ne hanno avuti e ne hanno in ogni dove. Anche tra le navate di qualche chiesa. Ci fu, raccontò il pentito di Mazara Vincenzo Sinacori, un sacerdote di Calatafimi che, nella canonica, avrebbe concesso ospitalità ai due latitanti, a padre e figlio, mentre polizia e carabinieri li cercavano, c'è poi l'arciprete Pino Biondo che il giorno dei funerali «blindati» di Francesco Messina Denaro celebrati nel cimitero di Castelvetrano, nella sua omelia «intimò » a tutti di non osare giudicare le azioni del defunto, «compito spettante solo al Padre eterno».

Nel momento così dell'estremo saluto Francesco Messina Denaro fu così assolto da quel prete e affidato al giudizio di Dio con questo assunto: «La vicenda umana del nostro fratello la conosce solo Dio, gli uomini non possono giudicarla».

I Messina Denaro e la politica. La voce ricorrente tra chi indaga, tra magistrati e poliziotti, è quella che non è una traccia ma quasi una impronta precisa quella lasciata da un «politico» nei «pizzini» trovati a Montagna dei Cavalli di Corleone dove si nascondeva il boss Bernardo Provenzano. I «pizzini» con le "impronte" sono quelli firmati da Alessio, l'"alias" usato da Matteo Messina Denaro, detto anche «Diabolik». Il nome del «politico» invitato a mettersi a disposizione, o più probabilmente a «rinnovare» un «patto» a suo tempo sottoscritto con Cosa Nostra trapanese, è sicuramente passato dalle mani di Filippo Guttadauro, un altro pezzo da 90. E' cognato del super latitante di Castelvetrano, fratello di Carlo Guttadauro il medico che faceva il capo mafia a Bagheria. Filippo Guattadauro è marito Rosalia Messina Denaro, figlia, sorella e quindi moglie di boss. Filippo Guttadauro attraverso i«pizzini», aveva ricevuto l'incarico di raccogliere da Provenzano il nome di un politico da contattare, e «Alessio» in un «pizzino» conferma che «121» (nella cabala delle comunicazione del capo mafia questo era il numero attribuito da Provenzano a Guttadauro) il nome del politico lo ha ricevuto e lo ha passato a lui.



 
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