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Antimafia Duemila

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Home arrow Dossier arrow News arrow Processo Villabate: i pm chiedono 60 anni di reclusione
Processo Villabate: i pm chiedono 60 anni di reclusione PDF Stampa E-mail

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di Aaron Pettinari - 3 dicembre 2008
Palermo
. Sta volgendo verso l’ultimo atto il processo sull’accordo tra mafia ed imprenditoria per la nascita di un centro commerciale di Villabate.






I pm della Dda di Palermo, Lia Sava e Nino Di Matteo, al termine della requisitoria hanno chiesto la condanna, complessivamente, a circa 60 anni di reclusione, delle otto persone imputate.
Il quadro presentato dai pm è quello di un vero e proprio patto, stipulato ancor prima dell’arrivo della Asset Development. La creazione del nuovo centro commerciale sarebbe stata concordata dall’azienda romana direttamente con la mafia, scavalcando le stesse autorità locali. La pena più alta - 15 anni - è stata sollecitata per Giovanni La Mantia, accusato di associazione mafiosa e tutt’oggi detenuto, ritenuto vicino alla cosca di Villabate oltre che di Ciaculli. Nove anni sono stati chiesti per l'ex sindaco di Villabate Lorenzo Carandino, che risponde di concorso in associazione mafiosa, e per l'architetto che progettò l'ipermercato, Rocco Aluzzo imputato per lo stesso reato. I pm hanno quindi chiesto la condanna a 7 anni e sei mesi di Pierfrancesco Marussig, accusato di corruzione aggravata dall'avere agevolato la mafia e titolare della Asset Development, l'impresa che avrebbe dovuto realizzare la costruzione del centro. Per l’architetto Antonio Borsellino, imputato di concorso in associazione mafiosa, è stata di sette anni mentre per Giuseppe Daghino, ex socio della Asset Development, gli anni sarebbero 5.  Gli stessi anni sono stati quindi chiesti per l'ex sindaco di Catania, Angelo Lo Presti, che risponde di riciclaggio. Alla realizzazione del centro sarebbe stata interessata la cosca mafiosa dei Mandalà di Villabate che, secondo quanto spiegano i pm, aveva il controllo del Comune. Antonino Mandalà era il sindaco ombra negli anni ’90, quando come sindaco amministrava Giuseppe Navetta. Il figlio, Nicola Mandalà, grazie all’attuale pentito Francesco Campanella, ex presidente del Consiglio comunale ed ex consulente dell’amministrazione Carandino, avrebbe gestito l’affare del centro commerciale, stimato attorno ad una cifra di 300 milioni di euro. Nella requisitoria i pm hanno insistito molto proprio sull’inversione di tendenza per la stipula dell’accordo: “Normalmente – ha detto Di Matteo – sono i mafiosi a colpire e gli imprenditori a cercare, ex post, i boss per scoprire come ‘mettersi a posto’ e pagare il pizzo. Invece qui, anche a livello documentale, risulta la stipula di veri e propri patti criminali tra imprenditori e Cosa nostra, su iniziativa degli imprenditori”. Il processo, che si celebra davanti ai giudici della V sezione del tribunale di Palermo, presieduto da Maria Patrizia Spina, è stato rinviato al 15 dicembre per le arringhe dei legali.
 
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