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Antimafia Duemila

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Processo Fortugno: iniziata requisitoria PDF Stampa E-mail

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di Aaron Pettinari - 2 dicembre 2008
Locri
. È durata cinque ore la prima parte della requisitoria del pm Colamonici. Il processo, che si sta celebrando in Corte d'assise a Locri (Olga Tarzia presidente, Angelo Ambrosio a latere ndr) è alle sue ultime battute e per venerdì potrebbero già esserci le richieste di pena da parte dell’accusa.




Quello che il pm sta tracciando è un percorso in cui appare un pericoloso legame tra mafia e politica che sarebbe poi sfociato nel delitto del 16 ottobre 2005 a Palazzo Nieddu in cui perse la vita Franco Fortugno. Ed è proprio con la sua morte che l’intreccio d’interessi tra mala politica e ‘Ndrangheta viene evidenziato. Secondo Colamonici già alle elezioni regionali 2005 Franco Fortugno costituiva un ostacolo alla criminalità organizzata della ionica, “in particolare ad alcune "famiglie" le quali avevano organizzato un cartello elettorale per sostenere l'elezione del dott. Domenico Crea. L’obiettivo era quello di mettere le mani sugli affari, in particolare sulla sanità che veniva definita la "Fiat della Calabria" perché produce reddito, clientela e occupazione”. “Nelle elezioni regionali del 2005 – continua il pm - si era quasi certi della vittoria del Centrosinistra. E così si assiste al fenomeno della transumanza. Uno di quelli che cambiano schieramento è Domenico Crea che, attraverso Democrazia Europea, traghetta verso la Margherita, il partito nel quale Fortugno era diventato un punto di riferimento regionale. E Fortugno si batte con tutti i mezzi per impedire la candidatura di Crea, sostenendo che aveva dei conti aperti con la giustizia. Le verifiche danno esito negativo. Fortugno, grazie al sostegno di Loiero, esce come primo eletto mentre Crea non la spunta, facendo crollare il progetto che le famiglie mafiose tra cui i Cordì di Locri, i Morabito di Africo e i Talia di Bova avevano fatto su di lui”. Ed è in questo contesto che per Colamonici le motivazioni del delitto “non sono casuali. Si intendeva anche mandare un messaggio al presidente Loiero, che ha sostenuto l’elezione di Fortugno”. Per il pm il punto di collegamento a Locri tra Crea e i Cordì è Alessandro Marcianò, «il quale – come confermano le intercettazioni – va in profonda crisi quando Crea viene bocciato, tanto che dichiara di dover prendere il Tavor per dormire”. Marco Colamonici quindi si sofferma a lungo su Crea, arrestato nel febbraio scorso nell'ambito dell'indagine "Onorata sanità". Quindi riferisce di un colloquio telefonico tra Crea e Antonio Iacopino che Marco Colamonici definisce “il decalogo dell'immoralità politica”. In questa telefonata Crea classifica gli assessorati più importanti sul piano degli affari: Sanità, Agricoltura e Attività produttive. Il pm nella propria esposizione cita appositamente alcune estrapolazioni: “L'importante è entrare lì, anche come semplici consiglieri, che poi uno sa come fare. Che vuoi che sono i dieci milioni che guadagna un consigliere... La Calabria è grande. Se tu fai una cosa a Cosenza o a Reggio chi si può accorgere...”. Frasi che secondo Colamonici confermano la mentalità di Crea, “uomo politico funzionale ai progetti delle cosche che lo hanno sostenuto”. “Siamo di fronte – aggiunge – a un caso di borghesia mafiosa. Fortugno si è sempre opposto a questi progetti: ecco perché non voleva che Crea entrasse a fare parte della Margherita”. Nella seconda parte della requisitoria il pm si dedica quindi alla ricostruzione del delitto da cui emergerebbe che Fortugno non è stato ucciso da un killer professionista ed è deceduto per mera sfortuna. Avesse fatto un movimento si sarebbe potuto salvare. “Salvatore Ritorto – è lui secondo Colamonici l'esecutore materiale del delitto – ha sparato cinque colpi con un'arma tra l'altro "sporca", centrando casualmente con una pallottola un solo bersaglio vitale (l'aorta), pur avendo agito a non più di un metro e mezzo di distanza”.
Per dimostrare la sua tesi il pm gioca sull’altezza, sull’età, affermando che tutte le descrizioni dei testimoni, considerando la fase concitata dell'azione criminale a Palazzo Nieuddu, sono compatibili con l'aspetto fisico di Salvatore Ritorto. L'ultima parte della requisitoria viene dedicata ai due collaboratori di giustizia, Bruno Piccolo e Domenico Novella, che con le loro testimonianze hanno permesso di risalire ai presunti responsabili. Piccolo, suicidatosi a Francavilla a Mare il 15 ottobre 2007, viene descritto come “non un "azionista" della banda di Novella, ma solo un fiduciario. Era capitato nel gruppo per caso, perché il sogno della sua vita era quello di avere un bar. Persona sensibile, sicuramente non appartenente a una famiglia mafiosa. Ha raccontato circostanze vere, era una persona moralmente responsabile. È indubbiamente la seconda vittima del delitto Fortugno. Si è suicidato per una serie di circostanze, prima fra tutte le solitudine. Paradossalmente, stava meglio in carcere».”. Novella, invece, “proviene da una famiglia mafiosa. E si pente con fatica, quando si rende contro che rischia di non godere dei benefici della legge. Quando si decide a parlare diventa credibile, tutte le circostanze raccontate vengono supportate dai riscontri. Dirà di aver collaborato al delitto. Come dirà di non fare parte direttamente della "famiglia Cordì" ma aggiungerà che il suo gruppo criminale si riconosce nei Cordì”. “Entrambi – aggiunge - hanno superato l'esame di attendibilità. Una credibilità intrinseca ed estrinseca, sancita da più giudici di ogni ordine e grado”.
 
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