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''L´Iraq, il mio più grande rimorso'' Bush si pente sulle armi di Saddam | ''L´Iraq, il mio più grande rimorso'' Bush si pente sulle armi di Saddam |
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di Charlie Gibson - 2 dicembre 2008 In campagna elettorale aveva detto che non si sarebbe impegnato nel "nation building". Ma il grosso di quel che ha fatto è stato proprio "nation building". «Avevo detto che i militari non dovevano essere utilizzati per ricostruire i Paesi. Quel che è accaduto è che dopo aver rimosso dei tiranni, oggi i nostri militari, e con loro il nostro corpo diplomatico, devono aiutare nella ricostruzione». Lei ha sempre sostenuto che per i presidenti non esiste il "senno di poi". Se potesse rifare qualcosa, cosa cambierebbe? «Il più grande rimpianto di tutta la mia presidenza è certamente il fallimento dell´Intelligence sull´Iraq. Molta gente si è giocata la reputazione su questo, dicendo che le armi di distruzione di massa erano un motivo valido per rimuovere Saddam Hussein. Non solo gente della mia Amministrazione. Membri del Congresso, e leader stranieri, ancor prima della mia elezione stavano leggendo quei rapporti dell´intelligence sull´Iraq. Non so se si tratti di rifare qualcosa diversamente, ma vorrei che l´intelligence fosse stata diversa». Con una intelligence corretta ci sarebbe stata la guerra in Iraq? «Domanda interessante. Non lo so, non posso disfare quel che è stato fatto. È difficile dirlo». Qual è la cosa di cui va più fiero? «Continuo a pensare che siamo coinvolti in una guerra contro dei banditi ideologici, e che dobbiamo continuare a mantenere l´America al sicuro» Passiamo all´economia. Il suo successore erediterà una situazione di grave crisi. Guardando indietro, le è forse sfuggito qualche segnale che le cose stavano precipitando? «Avevamo anticipato alcuni problemi riguardo a Fannie Mae e Freddie Mac (due dei principali erogatori di mutui immobiliari, ndr) e avevo chiesto maggiori regole, nella consapevolezza che le garanzie da parte dello Stato avrebbero potuto portare, come hanno portato, a una pratica eccessivamente lassista nell´attività creditizia. Cosa che poi ha contribuito al crollo finanziario». Ci sarà stato un momento particolare in cui avete compreso l´entità della crisi. «Naturalmente, c´è stato il momento in cui i nodi sono arrivati al pettine. Quando il Segretario del Tesoro e il presidente della Federal Riserve si sono riuniti e hanno convenuto sul fatto che se non si agiva con prontezza avremmo potuto sprofondare in una depressione peggiore di quella degli anni Trenta: quello è stato il momento della consapevolezza». Lasciar fallire la Lehman Brothers non è stato un errore? «Gli storici daranno la loro valutazione. In quel momento la raccomandazione è stata di non intervenire. E ora c´è chi fa della dietrologia. In una situazione come questa, è normale che accada. L´unica cosa che non voglio che succeda è che le persone dicano che di fronte a un collasso finanziario noi non abbiamo fatto niente. Ci stiamo muovendo? e con decisione». Sommando tutto, ora state garantendo titoli per 7.500 miliardi di dollari. È circa metà della nostra economia nel suo insieme. Non la spaventa? «Mi spaventa non fare niente, perché questo avrebbe potuto portare a un enorme collasso del settore finanziario e a uno scenario in cui ci saremmo trovati sprofondati in una depressione peggiore di quella degli anni Trenta. D´altra parte, ho fiducia nel fatto che l´economia si riprenderà. Non sono in grado di dire esattamente quando, ma alla fine questo patrimonio in mano allo Stato sarà venduto. E non posso garantire che ricupereremo tutto il denaro investito, ma è pensabile che ciò sia possibile. La vera domanda è: vale la pena questo sforzo per salvare il sistema, per metterlo al riparo? Io sono arrivato alla conclusione che ne valeva la pena». Il suo successore ha detto fin dall´inizio che c´è solo un presidente. Ma ha tenuto diverse conferenze stampa e ha nominato il suo team per l´economia. Sta in qualche modo invadendo il campo? «No, per niente. Una delle cose che ho caldeggiato è stata la collaborazione con il presidente eletto e con il suo team per avere una transizione morbida. Stiamo attraversando un periodo eccezionale della storia americana, con un presidente entrante, due fronti aperti contro i terroristi e, al tempo stesso, una difficilissima situazione economica. E più riusciamo a lavorare insieme, meglio sarà per il nostro Paese». (Copyright Abc News. Traduzione di Guiomar Parada) tratto da: LA REPUBBLICA |
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In edicola dal 23 ottobre 2008In questo numero: Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli. Massimo Ciancimio, figlio di Don Vito, alla vigilia di un'udienza cruciale del processo d’appello confida ad ANTIMAFIADuemila: “Sulla mia testa pende una spada di Damocle”. Nelle scandalose carte di Reggio spunta ancora il nome di Marcello Dell’Utri… i magistrati indagano. Lotta al pizzo, al convegno di Palermo organizzato da Addiopizzo e Libero Futuro si traccia il bilancio. Enrico Colajanni: “Ora ognuno deve fare la sua parte!” Procura e difesa depositano le relative richieste d’appello per il processo talpe in cui è imputato, tra gli altri, il presidente della regione Salvatore Cuffaro. I pm chiedono che sia riconosciuta l’aggravante mafiosa. In sintesi tutta la sentenza. Al secondo grado anche il processo a Miceli. Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani. Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice. |
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Gioco criminale |
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Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo? E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa. Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras. E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora. LEGGI TUTTO... |
di Alberto B. Mariantoni © - 31 gennaio 2009
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