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Imprenditori di Carini fanno arrestare i loro estorsori PDF Stampa E-mail

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di Dora Quaranta – 1 dicembre 2008
Palermo.
Nove imprenditori dell’area industriale di Carini hanno deciso di collaborare con la giustizia e denunciare i loro estorsori. Fino a qualche anno fa sarebbe stato impensabile.



Si è aperto un nuovo corso nella lotta al racket. Grazie a queste denunce e alle dichiarazioni del pentito Gaspare Pulizzi i carabinieri del comando provinciale hanno eseguito venerdì scorso dieci ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip di Palermo Silvana Saguto su richiesta dei pm della Dda Gaetano Paci, Marcello Viola, Francesco Del Bene e Alfredo Morvillo. I destinatari, di cui otto già in carcere o ai domiciliari e due a piede libero, devono rispondere di estorsione aggravata dal favoreggiamento a Cosa Nostra. Sono Calogero Giovan Battista Passalacqua, 77 anni, considerato al vertice della cosca di Carini, il figlio Giuseppe Passalacqua, 33 anni, Angelo Antonino Pipitone, 65 anni, il figlio Antonino, 40 anni e il fratello Vincenzo Pipitone, 52 anni, Giulio Covello, 53 anni, Girolamo Cangialosi, 50 anni, Giuseppe Pecoraro, 33 anni, Antonino Conigliaro, 42 anni, Massimiliano Ferranti, 32 anni. Tra gli imprenditori c’è chi ha ammesso di aver pagato tangenti per più di 35 anni: “Negli anni 1973-74, l’azienda ha subito almeno 2,3 attentati intimidatori – ha raccontato il consigliere delegato di una delle aziende coinvolte – di cui ricordo in particolare l’esplosione della caldaia con danni ingenti e il danneggiamento di una catasta di elementi prefabbricati. Tali atti intimidatori sono cessati verso la fine del 1974 perché ho avuto  disposizione dall’allora consigliere delegato di pagare la somma di sette milioni all’anno come pizzo, cosa che ho continuato a fare fino al 2002”. Le ditte versavano le tangenti pari a 3.500 – 4.000 euro in due rate, una a Pasqua e una a Natale, ma non erano sufficienti. Infatti gli imprenditori erano costretti ad assumere impiegati e a rivolgersi a fornitori indicati dalla cosca mafiosa. I boss assumevano il controllo dell’azienda facendo assumere  propri uomini all’interno del personale. In base al volume degli affari imponevano poi il pizzo.
“Ricordo che fino alla fine degli anni ’90 gli imprenditori continuavano a negare di avere mai ricevuto richieste estorsive, oggi le cose sono cambiate, grazie anche all’attività di associazioni come “Libero Futuro” che è stata vicina alle vittime del pizzo. Questo è un momento importante”. E’ stato il commento del procuratore aggiunto di Palermo Alfredo Morvillo.

 
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    Gioco criminale

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