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Il «welfare mafioso» e la sfida di Lo Bello PDF Stampa E-mail

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di Roberto Scarpinato - 1 dicembre 2008
Per comprendere quale sia la reale posta in gioco dell'azione di resistenza attiva intrapresa da qualche tempo da una avanguardia di Confindustria nei confronti del sistema mafioso ...




... occorre considerare che in molte zone del Meridione l'economia criminale è stata purtroppo una risorsa per la sopravvivenza di una moltitudine di persone.
In Campania, come è noto, fino agli anni Ottanta il contrabbando di tabacchi lavorati esteri alimentava un indotto economico illegale che garantiva il sostentamento di migliaia di famiglie. Nel tempo, l'economia criminale ha progressivamente allargato i propri confini: dal contrabbando di sigarette a quello degli stupefacenti, alla contraffazione seriale di prodotti griffati e via elencando.
In Sicilia, il settore delle estorsioni occupa migliaia di addetti con compiti diversificati. Nei giorni seguenti l'arresto dei Lo Piccolo, che avevano assunto le redini dell'organizzazione mafiosa a Palermo, la piazze dei loro quartieri si sono riempite di decine di persone, disoccupati dell'economia illegale, in ansiosa attesa di ricevere disposizioni da nuovi capi. Questo tipo di economia criminale è, almeno in parte, uno dei frutti avvelenati del management del sottosviluppo.
Per quanto possa apparire paradossale, per tanti il sottosviluppo non è un handicap, ma una risorsa da gestire con sapiente oculatezza.
Le enormi risorse economiche stanziate per lo sviluppo del Mezzogiorno sin dal secondo dopoguerra dallo Stato e nell'ultimo decennio anche dalla Comunità europea, si sono infatti disperse nel buco nero di un sistema che ha alimentato la propria autoriproduzione dirottando buona parte delle risorse dallo sviluppo al finanziamento di enormi reti clientelari all'insegna del rapporto di scambio: soldi pubblici in cambio di consenso complice e sudditanza.
La logica sistemica sottesa al management
del sottosviluppo è incompatibile sia con la promozione della libera concorrenza che premia il merito, sia con lo sviluppo economico. Infatti l'emancipazione dei singoli dalla subalternità e dal bisogno economico rompe le catene che imprigionano il consenso all'interno di un rapporto di scambio, garantendone, per tale via patologica, la continua riproduzione.
Poiché la dispersione delle risorse comporta anche la riproduzione delle condizioni strutturali della povertà, è costante il rischio che il disagio sociale delle masse urbane tracimi talora in disordine sociale. Per evitare l'implosione o l'entropia, il management del sottosviluppo delega all'economia criminale la gestione del problema della sopravvivenza economica di masse sterminate di vecchi e nuovi poveri.
Il rapporto speculare tra management
del sottosviluppo ed economia criminale della sopravvivenza, si articola per grandi linee secondo due tipologie. La prima tipologia — quella vigente in Sicilia — è il modello Ucciardone. Prende nome dal famoso carcere di Palermo che sino agli anni Settanta era un modello di efficienza in quanto l'ordine interno era garantito dai mafiosi detenuti che governavano la popolazione carceraria secondo regole ferree, ricevendo in cambio un trattamento di privilegio. Allo stesso modo, fuori dal carcere, nei quartieri degradati di Palermo, i mafiosi dettano le regole perché l'agire criminale sia «ordinato» e non diventi anarchico mettendo così in crisi l'ordine sociale.
Il secondo modello — vigente in Campania — è invece il modello favelas,
sulla tipologia sudamericana. Le favelas campane — Scampia, Secondigliano, etc. — sono contenitori sociali della negatività prodotta dal sistema sopra delineato che fonda il proprio precario equilibrio interno sulla tacita tolleranza nei confronti dell'economia criminale della sopravvivenza, purché si mantenga all'interno di tali contenitori e non turbi l'ordine pubblico.
In tal modo, migliaia di «occupati» nel mercato illegale occulto e parallelo alleggeriscono la pressione sociale, altrimenti insostenibile, nei confronti di una sistema incapace di risposte alternative. La recessione economica sta aggravando tale contesto globale. La chiusura dei rubinetti del credito alle imprese rende sempre più appetibili i capitali sporchi in grado di evitare il rischio di fallimenti a catena.
La crescita del tasso di disoccupazione consegna alla miseria, e talora alla disperazione, migliaia di famiglie che, dopo avere invano chiesto pane e lavoro allo Stato ed alle imprese, si buttano tra le braccia dell'economia criminale. Se si condivide, almeno in parte, l'analisi sin qui svolta, si comprende quanto sia difficile — e a rischio — il compito che grava su quella coraggiosa rappresentanza della Confindustria siciliana che si identifica in imprenditori come Ivan Lo Bello, Antonello Montante, ed altri. Quello della resistenza attiva contro la criminalità organizzata è infatti solo uno dei terreni sui quali si gioca la partita che rischia di essere perduta su altri fronti cruciali sottratti alla visibilità mediatica.
Il primo è il terreno, pieno di insidie e di trappole, del confronto interno con una componente significativa e potente del mondo imprenditoriale, che, come attestano centinaia di sentenze, continua a fare affari con la criminalità organizzata o ad adottare in proprio il metodo mafioso per conquistare indebite posizioni di oligopolio.
Il secondo è quello della palude, talora una vera sabbia mobile, dell'immobilismo paralizzante di un certo mondo politico che, in alcune sue componenti, resta incapace di emanciparsi dal vecchio modello del management del sottosviluppo e di raccogliere le sfide della modernità. La magistratura e le Forze di Polizia stanno profondendo il massimo sforzo sul primo fronte. Ma sugli altri due fronti, è bene che i vertici nazionali di Confindustria, dando seguito alla svolta promossa da Luca Cordero di Montezemolo, non facciano mai venir meno il loro consapevole e fattivo sostegno a quelle avanguardie che in questo momento in terra di mafia stanno sostenendo una battaglia cruciale per il destino del paese.
Se si analizzano i fatti è facile capire la gravità del compito che attende gli imprenditori in una parte importante del Paese

 

Tratto da: CORRIERE DELLA SERA 




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    Per quanto riguarda l’ottimo risultato raggiunto sul piano militare è forse riuscito a passare in qualche trasmissione televisiva o su pochi quotidiani il dato incontrovertibile, e persino banale, che le operazioni sul territorio vengono condotte da magistrati e forze dell’ordine con immensi sacrifici e che quindi il merito sia loro e non del governo.
      
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