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"Nostro padre non è il male assoluto". Parlano i figli di Provenzano | "Nostro padre non è il male assoluto". Parlano i figli di Provenzano |
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di Aaron Pettinari – 1 dicembre 2008 Per l’occasione erano presenti tre delle principali testate nazionali, ovvero La Repubblica, La Stampa, ed Il Giornale. Angelo, 30 anni, diploma di geometra ed iscritto a Scienze della Comunicazione, e Francesco Paolo, 27 anni, laureato in lingue, rispondono alle domande dei propri interlocutori. Ripercorrono parte della propria vita, in particolar modo la più recente. Un’intervista concessa senza il “permesso” del padre ma scelta personale per liberarsi, spiegano, una volta per tutte dalle pressioni dei media che invadono la propria vita. A parlare è Angelo, il primogenito, per entrambi. Osservati speciali e latitanza obbligata “Io penso che con noi si è passato il limite. Capisco la necessità dell’informazione, il diritto di cronaca e tutto quello che sappiamo, ma non posso giustificare tutta l’attenzione morbosa scatenatasi nei nostri confronti. Passi per quando mio padre era latitante e ci controllavano notte e giorno e i giornalisti non ci mollavano un minuto e ci prendevano le impronte a noi bambini. Ma ora che mio padre è stato arrestato crediamo di poter rivendicare il diritto a vivere come ogni altro cittadino. Invece mi trovo, ci troviamo, al centro di un gossip continuo. Si continuano a pubblicare lettere intime di mio padre, lettere mie e di mia madre che nulla hanno a che fare con le indagini sulla mafia e, dunque, col diritto di cronaca. Se infrango la legge è giusto che mi si dedichi attenzione, qui invece la legge viene infranta da altri visto che i documenti pubblicati sono atti riservati, addirittura al di fuori dei processi. Da dove escono? E perchè si tollera la pubblicazione? Io, mio fratello, mia madre, siamo in assoluto le persone più controllate d'Italia, se si pensa alla durata della latitanza di mio padre. Sanno tutto di noi, controllavano (o controllano) ogni ambiente, ogni spazio, in camera da pranzo, in macchina, al bagno, alle finestre. Abbiamo vissuto, e viviamo, come se fossimo dei concorrenti del Grande Fratello. Se vogliamo sdrammatizzare, diciamo che siamo stati i protagonisti del più grosso reality su Cosa Nostra. Se ci controllano ancora, non lo sappiamo. Di certo noi ci comportiamo e ci comporteremo sempre come se lo fossimo”. Tanta attenzione però è stata rivolta solo dopo sedici anni di latitanza, trascorsi presumibilmente in Germania, quando, assieme alla madre, entrambi i figli sono tornati nella città natale: Corleone. “Io qui ci sono nato, non l'ho scelto. È un paese come qualsiasi altro paese, siciliano e non. Pregi e difetti dei paesi: talvolta c'è una visione ristretta delle cose, una sorta di chiusura mentale. Per il resto, però, Corleone è Corleone. Ci stiamo bene. Chissà, magari al momento opportuno, a determinate condizioni, potremmo anche decidere di andare via. Dei miei primi sedici anni, vissuti in clandestinità, non voglio parlare. Non per omertà o perché devo custodire chissà quali segreti ma perché quello è un periodo della mia vita che resta mio perché mai nessuno me lo ha toccato. Il 5 aprile 1992, quando sono uscito dalla clandestinità e sono andato a Corleone, è iniziata la mia crescita, dopo avere vissuto la latitanza sono entrato in contatto con la gente. Ovviamente è stato difficile l'inserimento nella cosiddetta società civile. La vita prima era stata una latitanza forzata, sono nato e cresciuto in cattività. Non esiste il reato di recidività familiare. Io chiedo solo un po' di rispetto per me, mia madre, mio fratello. Allo Stato chiedo anche il rispetto di quello che è scritto nelle aule di giustizia e cioè che la legge è uguale per tutti. In passato sono venuti persino a chiedere una collaborazione, pure remunerata, per tradire nostro padre. Alla gente non chiedo nulla, a certa antimafia di lasciarci in pace. È vero, noi portiamo un cognome pesante, ma è per questo che cerchiamo sempre di farci conoscere con il nome, non con il cognome. Io, per esempio, mi presento sempre come Angelo, e solo se c'è bisogno aggiungo il resto. Non solo professionalmente, noi vogliamo farci apprezzare, o farci dire di no, in base a quello che siamo, non per la famiglia da cui proveniamo. Non abbiamo paura: non l'avevamo prima, non l'abbiamo adesso. Noi famiglia Provenzano vogliamo solo essere lasciati in pace. Il nostro disagio è quello di essere personaggi pubblici senza alcun merito. Io non ho avuto la possibilità di scegliere”. A quel punto interviene anche Francesco: “Ho vinto una borsa di studio per insegnare in Germania, me l’hanno tolta perché qualcuno ha detto che non potevo rappresentare l’Italia all’estero. Come se fossi stato l’ambasciatore”. Poi continua Angelo: “Ogni attività che mi accingo a fare viene osteggiata perché ‘frutto del riciclaggio dei beni illecitamente conseguiti’. Mi chiedo quando potrò avere una mia vita autonoma. Adesso vendo vino e mio fratello lavora in una società di import-export. Così campiamo, senza i miliardi di cui si favoleggia. Il tesoro di Provenzano non sappiamo cosa sia. Se esiste, non sappiamo dov’è”. Il padre e Cosa Nostra E’ a questo punto che i giornalisti presenti fanno un appunto ai giovani virgulti. Bernardo Provenzano è ritenuto capo di Cosa Nostra, è accusato di essere il mandante, insieme a Riina, di delitti e stragi, che quindi tanta attenzione è lecita. La replica non si fa attendere: “Quando mio padre fu arrestato lo scoprii dalla radio” - dice Angelo – “ e quando andai su internet per avere conferma, restai interdetto: la foto che pubblicarono, confondendola con un altro arrestato, non era quella di mio padre. Ora, a tutti quelli che dicono che mio padre è il Padrino di Cosa Nostra, io dico che ci sono tanti Padrini. Arrestato uno ne spunta un altro. E parlando ancora di mafia in senso lato, io mi chiedo: lo Stato che ruolo ha ed ha avuto in tutti questi anni? Se andiamo indietro nel tempo ricordo stragi come quelle di Bologna e di Ustica oppure la morte del bandito Giuliano. Cosa c'era dietro? Per la morte di Giuliano, per esempio, sono dovuti passare almeno cinquant'anni per fare un po' di chiarezza. Dobbiamo aspettare altri 50 anni per conoscere le altre verità, anche quella su mio padre? Ecco perché dare una definizione compiuta di mafia adesso è difficile. Di primo acchito mi verrebbe da dire che è un atteggiamento mentale. La mafia viene dopo la mafiosità, che non è comportamento solo ed esclusivamente siciliano. La mafiosità si manifesta in mille modi, a cominciare dalla raccomandazione per arrivare prima a fare una radiografia o ad avere un certificato in Comune. Mi chiedo: dov'è il limite, tra mafia e mafiosità? Tra l'organizzazione criminale per come la intende il codice penale, e l'atteggiamento mentale per come la intendono i siciliani? Secondo me la mafia è un magma fluido che non ha contorni definiti. Per quanto riguarda i fatti di sangue e le sentenze di condanna, il codice dice che la mafia è un'associazione per delinquere. E su questo non discuto e non entro nel merito. Ma il discorso è molto più ampio, non si può ridurre tutto a persone che sparano”. Quando si ricorda la lunga latitanza del padre il figlio ribatte: “Si è detto che mio padre, in 43 anni di latitanza, quale capo di Cosa Nostra ha bloccato il sistema, l'economia, la crescita di un Paese. È stato dipinto come la personificazione del "male assoluto". Con la sua cattura, ho letto, finiva la mafia. E invece la mafia non è finita. La "mitizzazione" di papà esiste, è un dato incontrovertibile, che ha fatto comodo a molti. Se la latitanza fosse durata un anno anziché 43 il personaggio Provenzano non sarebbe esistito. Avrebbero trovato qualcun altro su cui scaricare l'attenzione per non sollevare coperchi su problemi e sui grandi misteri dell'Italia”. E a chi sostiene che il padre si fosse accordato con lo Stato, tramite l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino, per far arrestare Salvatore Riina ricordano: “A una domanda così posta viene da sorridere, poiché se fosse così non si spiegherebbe perché poi lo Stato lo arresta e lo mette in prigione con il 41 bis e non sembra un posto dove stanno i mediatori”. I pentiti, Falcone e Borsellino Nell’intervista non manca il riferimento ai pentiti ed all’accusa che questi lanciano ai vertici di Cosa Nostra, quindi a Riina e Provenzano, di essere i responsabili delle stragi a Falcone e Borsellino. “Dei pentiti ci sarebbe tantissimo da dire – continua Angelo Provenzano - ma sono cosciente che anche la più lontana sfumatura si presterebbe a strumentalizzazione o verrebbe interpretata come una minaccia. E allora facciamo così: se a parlare è Angelo Provenzano, non dico nulla. Se a parlare è Angelo, cittadino italiano, dico che i pentiti sono una delle più grandi sconfitte dello Stato. Per quanto riguarda le stragi io allora ero relativamente piccolo, l'ho vissuta di riflesso. Se mi ci soffermo ora credo che i giudici Falcone e Borsellino sono da considerarsi due vittime sacrificali, giudici immolati sull'altare della ragion di Stato”. Il rapporto padre figli “Io a mio padre riconosco alcune attenuanti – dice sempre Angelo - Per questo non ho da rimproverargli alcunché. Chi sono io? Semplicemente il figlio di mio padre, io esisto perché lui esiste, è lui che mi ha messo al mondo”. Alla domanda se avessero mai pensato di rinnegare il padre così come chiese il pm Ilda Boccassini alla figlia di Riina rispondono: “Ma come si fa solo a pensare una cosa del genere? Bernardo Provenzano è mio padre, e allora? Basta questo per essere considerato un cittadino, un figlio, di serie B? Non è giusto. Io rispondo delle mie scelte, non di quelle di mio padre che oltretutto non so quali siano e quali siano state. E poi chi ve lo dice che non abbiamo mai parlato con mia madre di mio padre, che non le abbiamo chiesto qualcosa? Diciamo che in linea di massima mi sono tenuto le mie curiosità, domande dirette mai. Però, è innegabile che poi anche noi abbiamo indagato un po'. Ma Bernardo Provenzano era, e resta, mio padre. Se spero nella sua liberazione? E chi lo sa?”. Infine le ultime curiosità. Dal paragone con i figli di Riina fino al voto in politica: “Non amo fare paragoni – conclude Angelo - sono giochi che lascio a voi giornalisti. Dico solo che col figlio piccolo di Riina andavamo a scuola insieme, a Corleone. La fiction su mio padre? Non l’ho vista se non a tratti. Me l’hanno raccontata. Possono fare quel che vogliono, anche perché la fiction è su mio padre, non su di noi. E’ quando invadono la nostra sfera che stiamo male. Sul voto invece dico che noi non votiamo, e poi non parliamo di politica, come non parliamo di religione, perché mezza parola potrebbe essere strumentalizzata in un senso o nell’altro”. |
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In edicola dal 23 ottobre 2008In questo numero: Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli. Massimo Ciancimio, figlio di Don Vito, alla vigilia di un'udienza cruciale del processo d’appello confida ad ANTIMAFIADuemila: “Sulla mia testa pende una spada di Damocle”. Nelle scandalose carte di Reggio spunta ancora il nome di Marcello Dell’Utri… i magistrati indagano. Lotta al pizzo, al convegno di Palermo organizzato da Addiopizzo e Libero Futuro si traccia il bilancio. Enrico Colajanni: “Ora ognuno deve fare la sua parte!” Procura e difesa depositano le relative richieste d’appello per il processo talpe in cui è imputato, tra gli altri, il presidente della regione Salvatore Cuffaro. I pm chiedono che sia riconosciuta l’aggravante mafiosa. In sintesi tutta la sentenza. Al secondo grado anche il processo a Miceli. Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani. Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice. |
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Gioco criminale |
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Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo? E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa. Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras. E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora. LEGGI TUTTO... |
di Alberto B. Mariantoni © - 31 gennaio 2009
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