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Antimafia Duemila

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N° 9 Gennaio 2001 PDF Stampa E-mail

 

Vogliono delegittimare il Capitano Ultimo “

di Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo

 

 

Così l’Arma decise di delegare la soluzione del problema a un Ente esterno, determinando un’evidente distanza tra i carabinieri e il sottoscritto… che nella ritualistica simbologia di Cosa Nostra può essere recepita come una dissociazione dell’Arma stessa dalle azioni praticate dal sottoscritto contro i mafiosi…”. Parole del Capitano Ultimo, come tizzoni ardenti, racchiuse in un esposto presentato alla Procura di Caltanissetta e consegnato al sostituto procuratore Luca Tescaroli, il 25 settembre scorso, poche settimane dopo il suo trasferimento dal ROS (Raggruppamento Operativo Speciale dei Carabinieri) al NOE (Nucleo Operativo Ecologico dell’Arma). Sabato 16 dicembre 2000 La Repubblica scrive: “Ultimo denuncia i carabinieri . L’ufficiale ha preso carta e penna presentando un esposto sulle condotte omissive e arbitrarie di uno o più appartenenti alla Benemerita. Li accusa addirittura di avere agito, direttamente o indirettamente, nell’interesse dell’associazione mafiosa e in particolare dell’area riconducibile al latitante Bernardo Provenzano. Ai procuratori ha indicato anche un nome: il Colonnello Marcello Mazzuca, capo dell’ufficio operazioni del Comando generale”. Dopo la pubblicazione di uno stralcio dell’esposto del 25 settembre si è innescato un bottae- risposta fra il capitano, divenuto ora maggiore e i vertici dell’Arma, durato alcuni giorni. Il caso è stato seguito dai maggiori quotidiani. Di fatto, domenica 17 dicembre la secca smentita dell’Arma: “Le sue accuse sono false”. Il Comando Generale dei Carabinieri intende rivolgersi alla magistratura per replicare alla denuncia dell’ufficiale che ha accusato alcuni superiori di connivenze con la mafia. A tutto questo Ultimo ha risposto di essere stato lasciato solo e che una tale presa di posizione da parte dell’Arma costituiva una minaccia, una sorta di intimidazione nei suoi confronti. Agli occhi di ogni cittadino del nostro Paese l’intera vicenda, nella sua integrità, appare incredibile. Dopo essere riusciti, Ultimo e i suoi uomini, a catturare un capo di Cosa Nostra del calibro di Totò Riina, dopo un lavoro estenuante a Palermo, nelle condizioni più disumane, il black-out. Ultimo costretto al trasferimento e indirizzato ad altri incarichi, per l’impossibilità di poter continuare il suo lavoro (dopo l’ennesimo “no” ricevuto dall’“alto” alle sue richieste di uomini e mezzi), la sua squadra smembrata, i suoi ragazzi divisi e impiegati in altri uffici dove, come se non bastasse, viene loro spesso rinfacciato il passato professionale. Cosa si potrebbe domandare un “qualunque” cittadino di fronte a questa storia? “Ma lo Stato vuole fare veramente la lotta alla mafia?”. E chi dagli alti vertici istituzionali avrebbe il coraggio di rispondergli, e con quali giustificazioni? Tutti coloro che hanno avuto modo di vivere accanto a Ultimo e lavorare con lui, hanno conosciuto un uomo che crede fino in fondo nei suoi ideali, spontaneo, puro come un bambino e forte come un guerriero. Ma questo guerriero viene messo da parte, delegittimato e, soprattutto, isolato. Isolato da quegli uomini con le uniformi piene di stellette e da uomini politici che hanno avuto la possibilità di stringere patti con uomini di Cosa Nostra (in una squallida storia d’Italia che alcuni pubblici ministeri stanno cercando di ricostruire per arrivare alla verità delle “stragi di stato”). Il solo pensiero di questo patto nefasto fra pezzi dello Stato e “uomini d’onore” dovrebbe fare inorridire anche i più integerrimi difensori dei burocrati. Le polemiche orchestrate ad arte sulla cattura del boss di Cosa Nostra, sulla mancata perquisizione immediata del suo covo, sono un esempio di come si sia potuto strumentalizzare ogni cosa in virtù della più squallida strategia di delegittimazione. E, se non ci fosse stata la solidarietà dei tanti combattenti di strada – coloro che credono veramente nei valori rappresentati dall’uniforme che indossano – e dei tantissimi cittadini che non si sono “girati dall’altra parte”, la situazione sarebbe oggi senza via di uscita. L’incognita è ora rappresentata dalle possibili reazioni degli alti vertici che, messi alle strette, potrebbero adottare la tattica della sommersione – tanto cara a Cosa Nostra – per agire indisturbati nel mettere la parola “fine” ad una vicenda decisamente scomoda. Ma dopo sarebbero capaci di sopportare l’eventuale rabbia e lo sdegno di un intero Paese? Probabilmente sì, anche perché si sa, la gente presto dimentica, e tutto si sistema… . Se Ultimo arriva a scrivere un esposto del genere non è per vittimismo né tantomeno per mettersi in mostra: si tratta di una situazione estremamente grave e, ora che l’opinione pubblica ne è stata messa al corrente, è arrivato il momento di agire, facendo sentire la propria voce, piccola o grande che sia. La raccolta di firme per il reintegro di Ultimo al ROS – realizzata on-line, nelle scuole e nelle piazze d’Italia – è sembrata a molti una folle utopia. Ma bisogna chiedersi se l’utopia più grande sia invece quella di credere che la mafia non verrà mai sconfitta. E che razza di futuro ci aspetta allora? Un futuro dove la nuova Cosa Nostra sarà parte integrante dell’intero sistema, dove i “vecchi nostalgici” della legalità verranno messi all’angolo?! Chiediamocelo, poiché le prossime elezioni sono imminenti. Probabilmente, oggi, uomini come Ultimo vengono presi per irriducibili idealisti che, nonostante tutto, sanno ancora trasmettere ai propri figli i valori fondamentali della vita: la giustizia, l’amore e la fede. Se spostiamo l’orizzonte oltre i nostri limiti mentali ci accorgiamo dei tanti “Ultimi” presenti nel mondo che non potranno essere ostacolati da misere uniformi piene di stellette. La forza di un ideale non si può fermare con il tritolo, è qualcosa che ti entra nella pelle, che arriva dentro la parte più profonda del tuo essere fino a renderlo consapevole della meta finale e di tutti i rischi che comporta il fatto di crederci, ma che comunque accetterai di correre… . A Ultimo e ai suoi uomini va il nostro totale sostegno, insieme a quello dei tanti “piccoli” sparsi nel nostro Paese. Avanti capitano!

Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo

 
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    cop60-small_web.gif In edicola dal 23 ottobre 2008

    In questo numero:
    Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli.
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    Nelle scandalose carte di Reggio spunta ancora il nome di Marcello Dell’Utri…
    i magistrati indagano.
    Lotta al pizzo, al convegno di Palermo organizzato da Addiopizzo e Libero Futuro si traccia il bilancio. Enrico Colajanni: “Ora ognuno deve fare la sua parte!”
    Procura e difesa depositano le relative richieste d’appello per il processo talpe in cui è imputato, tra gli altri, il presidente della regione Salvatore Cuffaro. I pm chiedono che sia riconosciuta l’aggravante mafiosa. In sintesi tutta la sentenza. Al secondo grado anche il processo a Miceli.
    Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani.
    Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice.


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  • Editoriale

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    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan. In un’assurda e patetica logica espressa dal sottosegretario alla Difesa Bruce Lemkin secondo il quale uno degli scopi principali della vendita di armi da parte degli Usa è cercare di aiutare i Paesi vicini a proteggersi dalla possibile minaccia armata di Iran e Corea del Nord.

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  • Terzo Millennio

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    In questo numero:

    Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo?
    E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa.
    Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras.
    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

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