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Quali indagini senza intercettazioni? | Quali indagini senza intercettazioni? |
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Pagina 2 di 2 Qualcuno, però, dice che i magistrati con le intercettazioni si sarebbero impigriti e quindi dovrebbero tornare ai metodi di indagine tradizionali. Altro luogo comune fuorviante, facile da smentire. Innanzitutto, una domanda elementare: quali sarebbero le indagini tradizionali di cui si parla? Il ritornello ricorre in modo quasi grottesco nel dibattito sulla giustizia da almeno un decennio. Prima delle intercettazioni, fino a una decina d’anni fa, i procedimenti per fatti di mafia e di corruzione erano prealentemente fondati su prove orali: deposizioni di collaboratori di giustizia o di testimoni. E allora si diceva che i magistrati dovevano smettere di pendere dalle labbra di testimoni o ex criminali pentiti. Fu varata una nuova legge per i collaboratori di giustizia che quasi azzerò il fenomeno del pentitismo, in quel momento in crescita, e si introdusse in Costituzione il principio del cosiddetto giusto processo, che incrinò l’utilizzabilità delle dichiarazioni orali di chi collaborava con i magistrati, i cosiddetti «imputati di reato connesso». Per indorare la pillola si disse, anche allora, che i magistrati dovevano tornare alle «indagini tradizionali», facendo riferimento proprio alle intercettazioni. E così si è fatto. E ora? Ora, sembra che le intercettazioni non rientrino più nel novero delle indagini tradizionali! Ma senza le dichiarazioni orali dei protagonisti delle vicende criminali e senza le intercettazioni che riportano le voci degli autori dei reati come si potrà indagare? Quali sarebbero le tanto decantate «indagini tradizionali»? Qualcuno pensa seriamente che con soli pedinamenti ed acquisizioni documentali si possano scoprire i reati più gravi? La verità è che nelle indagini più riuscite – come quelle sulla stagione stragista del ’92-93 – si sono utilizzati tutti gli strumenti a disposizione: le dichiarazioni orali di collaboratori di giustizia o testimoni, le intercettazioni telefoniche ed ambientali, l’attività investigativa di riscontro. Di tali opportunità investigative sembra dover restare poca cosa nel prossimo futuro. Perché? C’entra nulla il fatto che negli anni Novanta le indagini sulle collusioni mafia-politica e sui fatti di corruzione politica-amministrativa fossero fondate prevalentemente su fonti orali e che, negli ultimi anni, dopo l’inaridimento delle fonti orali anche per effetto delle riforme su collaboratori e giusto processo, quel tipo di indagini e proces- si si è fondato prevalentemente proprio sulle intercettazioni, telefoniche ed ambientali? Altro argomento molto ricorrente è quello della privacy dei cittadini costantemente in pericolo, perché – si dice – viene intercettato un numero spropositato di italiani, addirittura più di 100 mila l’anno. Anche queste cifre sono inesatte, o meglio fuorvianti. Perché è ovvio che se si prende il numero complessivo dei decreti di intercettazione emessi annualmente in Italia si ricava esclusivamente un dato: appunto, il numero di decreti di intercettazione emessi, mai il numero di utenze telefoniche intercettate, che è di gran lunga inferiore, tanto meno il numero degli italiani sottoposti a intercettazione, che è abissalmente inferiore! Anche qui soccorrono i fatti, di cui può essere testimone ogni persona che ha o ha avuto quotidianamente a che fare con i procedimenti penali fondati su intercettazioni telefoniche. In primo luogo, ogni intercettazione telefonica, secondo la normativa vigente, può essere prorogata svariate volte e a ogni proroga viene emesso un nuovo decreto di intercettazione. Il che significa che dal totale complessivo dei decreti emessi in un anno andrebbero decurtate le proroghe, e così il numero scenderebbe in modo assai consistente. Poi, bisogna tenere conto che in un’indagine complessa, specie nei procedimenti di mafia, l’indagato viene sottoposto a intercettazione su tutte le sue utenze: casa, lavoro, telefonini che in genere sono più d’uno, specie da parte dei criminali più scaltri che usano un gran numero di carte telefoniche prepagate. Ebbene, per ogni telefono deve essere emesso un decreto. Ecco quindi che un’indagine media su un indagato produce decine e decine di decreti, proroghe comprese. Se teniamo conto di tutto questo, i numeri sono di gran lunga ridimensionati e divengono più tranquillizzanti. Uso questo termine non a caso, perché in Italia c’è davvero da stare tranquilli più che in altri paesi. Perché in Italia abbiamo una garanzia: tutte le intercettazioni possono essere autorizzate soltanto dall’autorità giudiziaria. Così altrove non è. Vogliamo prendere due paesi, spesso citati come modelli di Stati liberali, rispettosi delle garanzie dei cittadini, cui l’Italia dovrebbe ispirarsi e cioè Usa e Gran Bretagna? Negli Stati Uniti, le intercettazioni possono essere disposte non solo dall’Fbi per i reati federali, che sono i più gravi, ma anche per i reati previsti dalle leggi dei singoli Stati, e quindi sia dal procuratore di ciascuno Stato, sia dalle polizie locali, perfino dalla polizia municipale, corrispondente ai nostri vigili urbani! Per non parlare della legislazione speciale americana che consente le intercettazioni da parte di corpi antiterrorismo e perfino dalle autorità di controllo della Borsa… In Gran Bretagna, dove le indagini sono condotte dalla polizia, il potere di disporre legittimamente intercettazioni, senza alcuna autorizzazione giudiziaria, è riconosciuto a tutte le articolazioni della polizia, dei servizi segreti e di una selva di enti pubblici: dagli uffici finanziari, ai direttori degli istituti penitenziari, perfino uffici postali e pompieri! L’unico argomento serio e fondato è quello dell’eccessivo aggravio di spese che le intercettazioni telefoniche e ambientali comportano, ma anche qui il rimedio, l’abolizione delle intercettazioni, è peggiore del male, che può essere affrontato diversamente: tagliando sulle spese. Innanzitutto, non si capisce perché lo Stato debba pagare una seconda volta alla compagnia telefonica il costo della telefonata intercettata che viene comunque pagata dall’utente. E soprattutto non si comprende perché debba pagarla a tariffa intera, quindi a un prezzo superiore da quello sostenuto dallo stesso intercettato, che ha la possibilità di stipulare tariffe agevolate! Quanto alle intercettazioni ambientali, è incomprensibile che ancora oggi le procure siano costrette a stipulare con ditte private onerosi contratti di noleggio delle apparecchiature necessarie, quando le stesse apparecchiature potrebbero essere acquistate dagli organi di polizia, cosa che consentirebbe in poco tempo di ammortizzarne i costi. Quanto poi al diritto di privacy del cittadino, già la normativa vigente vieta e punisce la pubblicazione delle intercettazioni penalmente non rilevanti, che infatti devono essere distrutte. Cosa ben diversa è l’interesse pubblico, che può essere contemperato col diritto alla privacy, ma non ignorato, di essere informati sul contenuto di atti di indagine penalmente rilevanti, dopo – s’intende – che essi siano noti agli indagati. Ad ogni modo, quale che sia la soluzione più appropriata e proporzionata agli interessi in gioco, essa di certo non può essere quella di imbavagliare la stampa, minacciando la reclusione (il minimo della pena è di un anno) per il giornalista non solo per la pubblicazione di intercettazioni segrete, ma perfino per la pubblicazione – anche in forma di riassunto di qualsiasi atto d’indagine, anche non più segreto! Come dire che verrà intaccato in modo decisivo il diritto all’informazione dei cittadini sulle modalità di esercizio della giurisdizione, e di conseguenza il controllo dell’opinione pubblica sull’amministrazione della giustizia, visto che sarà – ad esempio – impossibile per i cittadini conoscere perfino le motivazioni di arresti, anche clamorosi. Bisognerà attendere i dibattimenti, quindi anni. Dopo l’approvazione di questa legge rischiamo di ritrovarci con un bel po’ di diritti e di libertà in meno senza neanche essercene accorti. Come disse Piero Calamandrei, nel famoso discorso agli studenti che fece all’università di Milano il 26 gennaio 1955: «La libertà è come l’aria, ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare». Tratto da: MicroMega - 5/2008 |
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Imprenditoria Mafiosadi Giorgio Bongiovanni E così Cosa Nostra sarebbe in ginocchio. Tra arresti più o meno eccellenti e confische dei beni questo governo annuncia che passerà alla storia come quello che ha definitivamente debellato la mafia siciliana. E potrebbe anche riuscirci, complici la disinformazione e la conseguente scarsa consapevolezza culturale delle italiche genti rispetto alla questione mafiosa. Per quanto riguarda l’ottimo risultato raggiunto sul piano militare è forse riuscito a passare in qualche trasmissione televisiva o su pochi quotidiani il dato incontrovertibile, e persino banale, che le operazioni sul territorio vengono condotte da magistrati e forze dell’ordine con immensi sacrifici e che quindi il merito sia loro e non del governo. |
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