Password dimenticata? Nessun account? Registrati
  • Narrow screen resolution
  • Wide screen resolution
  • Auto width resolution
  • Increase font size
  • Decrease font size
  • Default font size
  • default color
  • red color
  • green color
Member Area

Antimafia Duemila

Thursday
Jan 08th
Home arrow Informazione arrow Rassegna Stampa arrow Giu' le mani da Falcone
Giu' le mani da Falcone PDF Stampa E-mail
Indice articolo
Giu' le mani da Falcone
Pagina 2

caselli-giancarlo-web.jpg

di Gian Carlo Caselli
Stanno smontando pezzo per pezzo il sistema giudiziario italiano. Delegittimando i magistrati e approvando leggi che vanno nella direzione opposta a quella necessaria. Hanno tirato in ballo persino Giovanni Falcone, per giustificare il progetto di separazione delle carriere.



Ma il principio che guidava Falcone nella sua azione e nelle sue idee era quello della separazione dei poteri. Che l’annunciata riforma di Berlusconi mette definitivamente in crisi.

La sfiducia nella giustizia dilaga. Quotidianamente i cittadini misurano (spesso sulla loro pelle) i tempi e i costi di un processo farraginoso e in- comprensibile: e si sentono non tutelati e insicuri. Alcuni sono ancor più a disagio nel constatare intorno a sé lo scempio frequente – e impunito – di diritti e di legalità (con il corollario di immunità e condoni). Qualcuno è infastidito dai personalismi e dalle polemiche che caratterizzano le cronache giudiziarie di molti processi. Su tutti fanno breccia – alla lunga – le martellanti campagne (presidiate dal presidente del Consiglio, dai suoi epigoni e dai media a lui vicini) secondo cui i magistrati, «malati di mente» e «antropologicamente diversi dal resto della razza umana», sono «un cancro da estirpare», mentre la giustizia è un «campo di battaglia» dove si consumano scontri e vendette politiche, dove si sprecano gli atteggiamenti giustizialisti o peggio le persecuzioni giudiziarie nei confronti di questo o quel personaggio «eccellente».
Ora, premesso che l’investitura popolare non dà a nessuno – proprio a nessuno – il diritto di offendere, è pur vero che l’impopolarità nelle stanze del potere è, per certi profili, fisiologica. Talora persino necessaria, per una giurisdizione indipendente (la provarono, in vita, anche Giovanni Falcone e Paolo Borsellino). Ma in democrazia la fiduciadei cittadini nella giustizia, lungi dall’essere un optional, è un elemento strutturale: se viene meno, si incrina il principio per cui le sentenze sono pronunciate «in nome del popolo» e si affaccia il rischio di derive illiberali e disgreganti. Ovviamente tale fiducia non ha nulla a che vedere con la condivisione delle singole decisioni o con un generale consenso sull’operato
dei giudici (soggetto a limiti e insufficienze); e neppure si identifica con la soddisfazione per il servizio reso dall’apparato giudiziario (che dipende da una pluralità di fattori ed è inevitabilmente diversa nel tempo e nello spazio). Fiducia significa accettazione della giurisdizione come garante dei diritti dei cittadini e delle regole della convivenza, nonché come fattore di equilibrio del sistema istituzionale. E va da sé che si tratta di una accettazione che, lungi dal rifiutare le critiche, se ne nutre: nella consapevolezza che esse, se oneste, aiutano, non foss’altro a sbagliare di meno (in un mestiere nel quale l’errore è un rischio immanente).
I pesanti attacchi che ormai da sempre vengono scagliati contro la magistratura minano in radice questa accettazione. Se lo dicono «loro», con il peso che deriva dalle prestigiose cariche ricoperte, ogni cittadino soccombente in una causa civile o condannato in un processo penale si sente legittimato a credere e a dire che ciò è avvenuto non per colpe o torti propri (o al limite per errore), ma per la «prevenzione»(o peggio) del giudice avuto in sorte. Con quali effetti sul sistema è facile immaginare.
Nonostante tali effetti devastanti, solo ogni tanto, ormai, gli attacchi contro la magistratura suscitano reazioni. A fronte di esse, in ogni caso, vengono di solito diramate precisazioni con cui si afferma rispetto per la magistratura, si proclama che il suo impegno non può essere messo in discussione, ma alla fine si ribadisce la «presenza di incontestabili comportamenti faziosi di singoli procuratori». Dunque, le contestazioni non riguarderebbero l’intiero ordine giudiziario, ma soltanto singoli procuratori. Non è così, come dimostrano le vicende del nostro paese degli ultimi anni. All’inizio, è vero, a essere oggetto – non di critiche (si ribadisce: ovviamente legittime e spesso utili) – ma di attacchi apodittici e indiscriminati sono stati solo alcuni procuratori. Ma poi, man mano che le indagini si concludevano, hanno cominciato a essere delegittimati e offesi i magistrati giudicanti: tutte le volte in cui sono stati chiamati a occuparsi di processi sgraditi e hanno deciso in maniera contrastante con le aspettative degli interessati. Alla fine, l’attacco si è addirittura rivolto contro le Sezioni unite della Cassazione, massimo organo giudiziario del nostro sistema, «colpevole» di non aver applicato la legge Cirami come certi ambienti si aspettavano. Il problema, allora, non è costituito da singoli procuratori. L’attacco è, per così dire, a geometria variabile, nel senso che può subirlo qualunque magistrato – pubblico ministero o giudice, quale che sia la città o l’ufficio in cui opera – ogni volta che abbia la sfortuna(spiace dirlo: ma è ormai questa la parola giusta) di imbattersi in vicende delicate.
I poteri forti – come noto – preferiscono avere «servizi» più che decisioni imparziali e mal tollerano, per questo, magistrati indipendenti e gelosi di tale condizione. Di qui al tentativo di delegittimarli il passo è breve.
Alessandro Galante Garrone ha scritto che «a volte non basta, per un giudice, essere onesto e professionalmente preparato; in certe situazioni storiche, per poter ricercare e affermare la verità, con onestà intellettuale, bisogna essere combattivi e coraggiosi». Che oggi si abbia a che fare con una situazione storica di questo tipo lo teme Federico Orlando, quando scrive (Europa, 16-7-2008) che per la «casta» dei magistrati non c’è «bisogno di suggerimenti, perché la casta si autosuggerisce», magari vedendo che certi difensori sono «diventati nuovamente ministri o addirittura alte cariche protette da scudi». Per cui in certi casi «(la casta) si autolimita». Ora, personalmente ho ancora sincera fiducia nella
forte tenuta della magistratura, ma sarebbe sbagliato nascondere la rilevanza del tema posto da Orlando. Che gira e rigira è il problema della linea di confine fra attacco e intimidazione. Con il corollario di alcuni interrogativi ineludibili. È giusto gettare pregiudizialmente fango su un magistrato sol perché indaga o eventualmente condanna – per fatti specifici – un personaggio pubblico? E, viceversa, è giusto applaudire, sempre a priori, il magistrato che assolve quell’imputato? Quando si tratta di personaggi «di peso» (imputati – si ribadisce – per fatti specifici e non certo per il loro «status»)giustizia giusta è, per definizione, solo quella che assolve? Ragionando in questo modo, non si sovvertono le regole fondamentali della giustizia? Non si incide sulla serenità dei giudizi? Completano il quadro le disastrose condizioni della giustizia italiana. Un malato grave, intorno al cui capezzale si affollano gli «esperti»: ma invece di mettere in campo robuste azioni positive si preferisce poi parlar d’altro. Si dovrebbe spendere di più e meglio. Le risorse dovrebbero esser distribuite più razionalmente. Sistemi processuali che sono percorsi a ostacoli pieni di trabocchetti, al limite dell’incredibile, dovrebbero essere finalmente semplificati e snelliti, anche per cancellare tutta una serie di formalismi – quando non privilegi – travestiti da garanzie. Le impugnazioni dovrebbero essere decisamente ridotte, come in tutti i paesi europei. Ma di azioni positive non se ne vedono. Domina invece il paradosso dell’inefficienza efficiente. La trama del paradosso è piuttosto evidente.



 
< Prec.   Pros. >
Advertisement
  • La Rivista
    cop60-small_web.gif In edicola dal 23 ottobre 2008

    In questo numero:
    Il crollo delle borse mette in ginocchio l’economia mondiale e le soluzioni prospettate pesano sulle spalle dei lavoratori e aggravano le condizioni già miserabili dei più deboli.
    Massimo Ciancimio, figlio di Don Vito, alla vigilia di un'udienza cruciale del processo d’appello confida ad ANTIMAFIADuemila: “Sulla mia testa pende una spada di Damocle”.
    Nelle scandalose carte di Reggio spunta ancora il nome di Marcello Dell’Utri…
    i magistrati indagano.
    Lotta al pizzo, al convegno di Palermo organizzato da Addiopizzo e Libero Futuro si traccia il bilancio. Enrico Colajanni: “Ora ognuno deve fare la sua parte!”
    Procura e difesa depositano le relative richieste d’appello per il processo talpe in cui è imputato, tra gli altri, il presidente della regione Salvatore Cuffaro. I pm chiedono che sia riconosciuta l’aggravante mafiosa. In sintesi tutta la sentenza. Al secondo grado anche il processo a Miceli.
    Inchiesta face-off: prime ammissioni per l’avvocato Trapani.
    Rapporto Dia: attenzione a Cosa Nostra, è come l’araba fenice.


    Leggi tutto...
     
  • Editoriale

    editoriale1-web.jpg

    Gioco criminale

    di Giorgio Bongiovanni


    Siamo alla catastrofe. Ormai è chiaro nonostante i goffi tentativi di nascondere la verità, per l’ennesima volta, all’opinione pubblica mondiale. L’iniezione di 700 miliardi di dollari alle banche americane non salverà l’Occidente dal crollo economico, come Bush ha cercato di rassicurare. Al contrario, rappresenterà soltanto un sedativo – neppure tanto efficace – che al termine della sua azione momentaneamente benefica ripresenterà l’infezione in un quadro clinico ancora più grave. Quel che accadrà dopo non è difficile prevederlo. Poiché sarà l’unica strada ritenuta possibile – come sempre in questi casi e mai più di ora – per provare affannosamente ad uscire dalla gravissima crisi economica che sta trascinando inesorabilmente tutta l’economia mondiale in una rovina come mai la nostra storia, dagli anni ‘30 ad oggi, ricordi. E quell’unica strada è la guerra. La sola in grado di rimpinguare le casse dei governi con entrate, letteralmente, da brivido. Sul punto i dati parlano chiaro. Secondo un recente articolo del New York Times gli Stati Uniti avrebbero già da tempo triplicato le vendite di armi nel mondo - sotto l’energica spinta della Casa Bianca - principalmente ad acquirenti del cosiddetto “asse del male” come l’Iraq e l’Afghanistan.

    LEGGI TUTTO...

     
  • Terzo Millennio

    terzomillennio_250_pixel.jpg

    In questo numero:

    Le borse mondiali crollano, il fatturato delle armi vola. Chi si nasconde dietro questa crisi finanziaria che sarà pagata dai risparmiatori? Come influirà sui miliardi di poveri del mondo?
    E soprattutto quale sarà la prossima mossa? Tutto lascia presagire che il passo successivo sarà una guerra. Si delineano infatti gli schieramenti: la nuova Russia di Medvediev-Putini si è presentata al mondo con forza e potenza. Senza più debiti, armata di tutto punto e ricca di risorse energetiche che le garantiscono indipendenza da tutti e grandi capacità contrattuali. Ce ne parla Giulietto Chiesa.
    Si affaccia sugli equilibri mondiali anche il Sud America teatro di tensioni e grandi novità: il Venezuela, guidato dal controverso presidente Chavez, dialoga apertamente di armi e petrolio con Russia e Cina. Ma nemmeno la Francia disdegna. La situazione dal nostro corrispondente dall’Uruguay Jean Georges Almendras.
    E ancora: campagna dell’acqua, risorsa da proteggere e difendere dalle speculazioni commerciali e il via al progetto televisivo Pandora.

    LEGGI TUTTO...
     
 

Video

L'approfondimento di antimafiaduemila

newsletter-home.jpg


Pandora tv

pandora-web-2.gif




Processi by radioradicale

banner-processi-ok.gif

Iscriviti

Password dimenticata? Nessun account? Registrati

Google Adv


Libri

colletti-sporchi-home.jpg

Libri

il-ritorno-del-principe-hom.jpg

Latitanti

logominestero-interno.gif

Immagini

giovanni-falcone-big--web1.jpg

E' successo oggi

alfano-beppe-web.jpg