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''In alcuni settori il mondo imprenditoriale e' stato un pezzo rilevante del blocco mafioso'' PDF Stampa E-mail
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''In alcuni settori il mondo imprenditoriale e' stato un pezzo rilevante del blocco mafioso''
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lo-bello-invan-web.jpg

di Lorenzo Baldo
Intervista al presidente di Confindustria Sicilia Ivan Lo Bello







Attacco agli imprenditori antiracket
di Aaron Pettinari – 17 novembre 2008
Palermo
. Prima la finta bomba con una croce intrecciata di fili elettrici consegnata al vice di Confindustria Sicilia, Giuseppe Catanzaro (11 ottobre 2008, ma di cui si è avuto notizia solo il 14 novembre 2008 ndr). Poi i tre colpi di pistola esplosi contro l’auto dell’imprenditore messinese, Mariano Nicotra (15 novembre 2008 ndr). Nel giro di pochi giorni il mondo dell’imprenditoria antiracket ha subito due riprovevoli attacchi, segnale che Cosa Nostra ha recepito chiaramente il loro messaggio ed ora, con la forza e l’intimidazione, prova a piegare chi si è opposto al proprio dominio. Giuseppe Catanzaro ad Agrigento è stato simbolo del nuovo corso dell’imprenditoria, quella che denuncia gli estorsori e che dice no al pizzo. Sia per il vice presidente di Confinudstria che per Mariano Nicotra non era il primo segnale intimidatorio. Le indagini in entrambi i casi sono già avviate. «Noi andiamo avanti - ha ripetuto il leader di Confindustria
Sicilia, Ivan lo Bello -  Il nostro impegno è di tornare al mercato, ridare forza a chi vuol fare impresa senza dipendere dal denaro e dalle commesse pubbliche ha detto più volte lo Bello Noi non vogliamo fare dell'antimafia una professione: quello è compito di altri. Noi vogliamo fare impresa, concorrere alla pari, non avere vincoli che non siano quelli del mercato». Immediata la solidarietà da parte dell’intero mondo antiracket. “Questi gesti inquietanti sono il segno evidente del fatto che l’ antiracket funziona e sta andando avanti  - ha detto Rita Borsellino, presidente di Un’Altra Storia - che la criminalità, accorgendosi di questo, tenta di correre ai ripari per fermarlo. Il percorso messo in atto dagli imprenditori antiracket è ormai avviato e ci auguriamo sia irreversibile, pertanto come associazione, impegnata a diffondere i valori della legalità nel territorio, siamo vicini agli imprenditori per sostenerli in questo cammino
non facile ma che può portare a grandi vittorie”. Naturalmente a Giuseppe Catanzaro e Mariano Nicotra, va tutto il sostegno della nostra Redazione, auspicando una presa di posizione forte ed immediata da parte degli organi preposti alla sicurezza. La loro battaglia non è personale, ma sociale. Una battaglia di civiltà a cui ogni imprenditore e cittadino è chiamato a partecipare.





Palermo, 6 novembre 2008
. Incontro il presidente di Confindustria Sicilia alla sede storica del Banco di Sicilia in via Magliocco. Il discorso tocca le responsabilità di Confindustria Sicilia, le incognite e le prospettive per il futuro.
Il presidente Lo Bello è cosciente di essere solamente all'inizio dell'opera. Un'opera che può divenire “rivoluzionaria” se appoggiata in toto dal motore pulsante della Sicilia, dal mondo dell'associazionismo, dalla gente comune, fino ad arrivare al mondo imprenditoriale da cui Cosa Nostra continua ad attingere a piene mani. Il gioco vale sicuramente la candela.
E su questo punto Ivan Lo Bello è pienamente determinato a vincere la partita.
Da parte nostra l'augurio di buon lavoro nella certezza che le tante aspettative dei siciliani e degli italiani onesti non verranno deluse. 


Presidente Lo Bello, iniziamo dalla norma inserita nel codice etico che Confindustria Sicilia si è posta e che prevede l’espulsione degli imprenditori che non denunciano racket ed estorsioni. Quali sono i punti programmatici che Confindustria Sicilia si pone nella lotta alla mafia?

Noi ci poniamo una serie di obiettivi. E’ stato enfatizzato maggiormente il problema del pizzo, ma la nostra azione antimafia non si riduce solamente a questo. Siamo partiti dal pizzo perché ne avvertivamo il reale problema. Percepivamo la società siciliana, all'interno del mondo imprenditoriale, totalmente indifferente rispetto al pagamento del pizzo. Quasi fosse una prassi ordinaria delle aziende. Abbiamo quindi avvertito un doppio pericolo: il rafforzamento continuo dell’organizzazione criminale, ma anche la sostanziale “legittimazione sociale” di un determinato comportamento. Questo secondo noi era molto più pericoloso che non il pagamento delle somme, perché il pizzo ha una valenza economica, ma soprattutto una valenza simbolica molto forte sul territorio. A questo punto ci siamo interrogati su quale potesse essere l’elemento capace di rompere l’idea di “legittimazione sociale” di un comportamento a volte illecito anche penalmente e in ogni caso eticamente riprovevole. Abbiamo ritenuto che l’unica soluzione fosse “l’iniziativa clamorosa”. Sancire “l'illegittimità sociale” di un determinato comportamento nocivo per la collettività. Da qui è nata la riflessione sulla norma del codice etico sul pizzo.


Un vero e proprio taglio con il passato, ma con quali prospettive?
Siamo consapevoli che l’azione della mafia non si riduce al pizzo, ma tocca almeno altri due ambiti rilevanti. Il primo ambito riguarda il rapporto tra imprenditoria e mafia. Un rapporto esistente a livello storico, c’è tutta una letteratura giudiziaria enorme a riguardo. Un rapporto che purtroppo, specialmente in alcune zone della Sicilia ed in alcuni settori, è ancora molto forte. Il secondo elemento riguarda propriamente la nostra azione di contrasto, finalizzata a creare un forte disincentivo nel rapporto con la mafia.
Da un lato la riprovazione etico morale, dall’altro la promozione di tutte quelle iniziative che contrastano nettamente il rapporto con le cosche mafiose. Il terzo elemento riguarda l’intreccio tra mafia, imprenditoria e livello istituzionale. Secondo il nostro giudizio il maggior pericolo scaturisce proprio dal livello di istituzione territoriale. I comuni, le istituzioni più vicine al territorio, sono quelle che possono svolgere un’azione positiva (come succede a Gela o in altri contesti), o diventare il riferimento istituzionale diretto delle cosche mafiose. La cosiddetta “zona grigia”.
La mafia non è solamente una struttura militare o un problema d’ordine pubblico. Il pericolo riguarda la sua abilità nel costruirsi attorno all’azione criminale che la rende forte il consenso sociale, così come dei veri e propri interessi.



 
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    di Giorgio Bongiovanni

    E così Cosa Nostra sarebbe in ginocchio. Tra arresti più o meno eccellenti e confische dei beni questo governo annuncia che passerà alla storia come quello che ha definitivamente debellato la mafia siciliana. E potrebbe anche riuscirci, complici la disinformazione e la conseguente scarsa consapevolezza culturale delle italiche genti rispetto alla questione mafiosa.
    Per quanto riguarda l’ottimo risultato raggiunto sul piano militare è forse riuscito a passare in qualche trasmissione televisiva o su pochi quotidiani il dato incontrovertibile, e persino banale, che le operazioni sul territorio vengono condotte da magistrati e forze dell’ordine con immensi sacrifici e che quindi il merito sia loro e non del governo.
      
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