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Antimafia Duemila

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Aug 30th
Home arrow La Rivista arrow Terzo Millennio arrow N° 2 Maggio 2000
N° 2 Maggio 2000 PDF Stampa E-mail

IL SILENZIO DELLA POLITICA NELLA LOTTA CONTRO LA MAFIA

di Giorgio Bongiovanni

 

E’ così da sempre, da quando Garibaldi, prima che fosse costituita l’unità d’Italia, chiese aiuto alla mafia siciliana, già presente da decenni sul nostro territorio, prima che fosse fondata la nostra Repubblica. Nel novembre scorso viene ucciso a Termini Imerese, in Sicilia, il boss mafioso Pino Gaeta. Il 26 febbraio a Strongoli, in Calabria, perdono la vita in una sparatoria un boss, due gregari e un innocente pensionato: è di nuovo guerra di ‘‘Ndrangheta. Nella notte tra il 1° e il 2 aprile Domenico Stanisci, militare della Guardia di Finanza muore nel corso di un inseguimento di due contrabbandieri. Il 13 aprile a Marina di Gioiosa Ionica, a Reggio Calabria, un’autobomba stronca la vita di Domenico Gullaci, un giovane imprenditore. E poi altri, troppi, i delitti ai quali abbiamo recentemente assistito e che qui sarebbe troppo lungo elencare. E lo Stato cosa fa? Tergiversa, tace, aiuta a dimenticare. Ma non sempre si può dimenticare. Sono molti gli imprenditori vittime delle estorsioni che in Sicilia e nel Mezzogiorno lamentano la totale assenza di protezione da parte delle istituzioni. Vengono intanto arrestati, e non per caso, boss mafiosi della portata di Vincenzo Buccafusca, a Palermo o del camorrista Mallardo mentre nei battibecchi civettuoli dei politici in gara per il potere non si sente pronunciare mai, neanche per errore, la parola mafia. Ma allora mi chiedo se questi illustri personaggi che si rivolgono alle folle intonando canti patriottici o pavoneggiandosi nella loro bravura ad aver così bene amministrato l’Italia abbiano veramente in mente di risanare il nostro Paese. Se, come dicono, sono interessati a farlo perché limitano il crimine ad un fenomeno proveniente dalle coste albanesi e non guardano alle quattro più importanti organizzazioni criminali che minacciano la nostra democrazia? Claudio Fava, il segretario regionale dei DS in Sicilia, ha recentemente e giustamente lamentato un abbassamento della guardia del centro - sinistra nella lotta alla mafia. Anche alcuni dirigenti di Rifondazione Comunista e diversi componenti della Commissione Parlamentare Antimafia hanno mosso le stesse accuse raggiungendo buoni risultati e questo, purtroppo, mentre la stessa commissione svolge, spesso, un lavoro di anti - antimafia. Per il resto, soltanto alcune fondazioni e associazioni libere si occupano in Italia del problema, quasi completamente ignorato dai mass media, condizionati da questa o quella corrente politica. A questo punto ritengo doveroso specificare che io credo nello Stato e riconosco le sue leggi, le sue istituzioni e il primato della politica. Mi chiedo però cosa faccia questa politica per meritare il suo primato. I fatti, e lo dico con rammarico, ci dimostrano che l’istituzione governativa non solo non vuole una seria lotta a Cosa Nostra ma contrasta ed ostacola il lavoro dei magistrati antimafia che si ritrovano spesso poveri di mezzi e di uomini, soli, in trincea, privi della possibilità di intraprendere iniziative di repressione. Senza contare che a volte anche lo stesso Consiglio Superiore della Magistratura intralcia il loro lavoro, deliberando regole controproducenti come ad esempio quella che limita a soli otto anni di servizio la carica di un magistrato antimafia. Nessuno dimenticherà inoltre i gravissimi errori commessi dallo stesso CSM quando bocciò l’elezione di Giovanni Falcone prima a consigliere istruttore di Palermo (1988) e poi a membro del Consiglio Superiore della Magistratura nella commissione antimafia (1990). E ancora una volta dobbiamo ricordare che un buon numero di membri del CSM - non è un caso - è nominato direttamente dalla classe politica. Ma ciò che è per me più inquietante, drammatico, oltre che deludente, è che in questo momento il responsabile del quasi totale silenzio della lotta alla mafia è il centro sinistra. Sì, proprio lui, l’erede di quella sinistra che dal tempo dei fasci siciliani (movimento di contadini che iniziò la lotta contro la mafia verso la fine dell’800) sino agli anni ‘90 ha combattuto il crimine in prima linea. Mentre negli anni ‘93 - ‘94 non riponevamo alcuna fiducia in movimenti politici come Forza Italia o negli stessi che in quegli anni governavano il nostro Paese - tormentato dalle stragi, dalle inchieste su Tangentopoli, dalla corruzione - ci aspettavamo dal governo di centro sinistra la definitiva sconfitta di Cosa Nostra e associazioni subalterne. Invece ciò non è avvenuto. Senza dimenticare i grandi risultati conseguiti dal giudice Caselli a Palermo, da Cordova a Napoli, da Boemi a Reggio Calabria, da Pier Luigi Vigna e pur riconoscendo in alcuni uomini politici come l’on. Dalla Chiesa, l’on. Fava o altri, i rappresentanti della vera lotta contro la mafia, non è possibile non notare l’abbassamento della guardia nei confronti di Cosa Nostra e il tentativo di attuare la famosa “normalizzazione”. Il ritiro dei soldati dalla Sicilia, le numerose polemiche sui pentiti, il lassismo nei confronti dei mafiosi sottoposti al 41 bis, l’abolizione dell’ergastolo dimostrano che l’attuale governo sta soddisfacendo le richieste contenute nel famoso papello di Riina. Ricordate quando il boss di Cosa Nostra, durante un processo a Reggio Calabria, nel 1994, lanciò un messaggio a Berlusconi additando “ai comunista”, Violante, Caselli, Arlacchi - “quello che scrive libri” - e Ligotti? Ebbene, Berlusconi ascoltò il messaggio e, come abbiamo visto, si diede da fare. E’ triste dover constatare che alcuni dei più acerrimi nemici di Riina sono stati costretti ad abbandonare Palermo, trincea della lotta contro Cosa Nostra. Ad eccezione di Ligotti, Caselli e Arlacchi, nonostante ricoprano a tutt’oggi cariche importantissime hanno dovuto lasciare Palermo, pur continuando ad appoggiare chi in trincea è rimasto. E’ triste dover constatare che per il momento la mafia ha preso il sopravvento e che attraverso le stragi e le bombe sta lanciando un nuovo messaggio alle istituzioni. E la storia si ripete: all’ombra delle elezioni del 2001 una nuova strategia della tensione mira alla rottura di determinati equilibri mentre ci troviamo a pagare le conseguenze di un’antica indifferenza: perché si parla di mafia solo quando si verificano efferati delitti o quando muore un collaboratore di giustizia come Buscetta o quando sorge una polemica in tema di legge sul pentitismo? Il problema è che non esiste una continua educazione alla legalità, non esiste una vera e propria repressione da parte dello Stato e nel silenzio delle istituzioni la mafia si riorganizza e ritorna ad alzare la testa. Oggi, però, il problema è più che mai gravissimo, poiché le mafie si sono globalizzate, hanno tessuto una rete di traffici internazionale e alla loro evoluzione non vi è una corrispondente evoluzione degli organi statali preposti a contrastarle. Il pericolo è altissimo e, come si suol dire, il tempo stringe. Per questo vorrei ricordare a tutti gli uomini, cristiani o laici, della sinistra o della destra, che la lotta alla mafia dovrebbe essere motivo di unione tra tutti poiché rappresenta un rischio per la democrazia e il futuro dei nostri figli. Vorrei inoltre ricordare all’attuale governo di centro sinistra, al presidente D’Alema, al ministro degli Interni Bianco e a quello della Giustizia Diliberto, che essi hanno a disposizione servitori dello Stato che operano sia all’interno della magistratura, che nelle forze dell’ordine o nella società civile. Il procuratore Grasso con i suoi settanta sostituti, Boemi e colleghi, Cordova, i prefetti De Gennaro, Manganelli, i dirigenti di polizia come Pansa e tutti gli onesti e coraggiosi poliziotti, carabinieri, finanzieri, giornalisti e soprattutto cittadini che aderiscono alle associazioni antimafia, se da voi sorretti e appoggiati posso combattere e vincere definitivamente la mafia. Siete voi cari ministri e politici, siete voi che dovete fornire i mezzi, gli strumenti, le armi ai servitori dello Stato, siete voi e lo sapete. Ci auguriamo che ascoltiate questi appelli. Se rimarrete passivi o indifferenti, anche voi, come i corrotti e i collusi con la mafia della prima repubblica, sarete giudicati dalla storia, e soprattutto da Dio. N.B.: In chiusura di giornale apprendiamo la notizia delle dimissioni del Capo del Governo D’Alema, rifiutate e poi concesse dal presidente Carlo Azeglio Ciampi. Vorremmo esprimere una nota di rammarico per il silenzio, manifestato da tutti gli schieramenti politici presenti alle recenti elezioni regionali, sul tema della lotta alla mafia che, come già detto, è uno dei più gravi problemi del nostro Paese.

Giorgio Bongiovanni 

 
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    In questo numero:
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    Talpe Dda. Le motivazioni delle sentenze Cuffaro, Borzacchelli e Ciuro.
    Calcestruzzi spa. Le dichiarazioni di Siino su Pesenti.
    Nu Bellu Lavuru. Sulla Ss 106 una commistione tra 'Ndrangheta e politica.
    Gli interessi di Cosa Nostra sul ponte di Messina.
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  • Editoriale

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    La nascita della seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino

    Il 19 luglio 1992, a cinquantasette giorni di distanza dalla strage di Capaci, veniva assassinato a Palermo, in via D’Amelio, il giudice Paolo Borsellino e con lui gli agenti della sua scorta.

    Il 20 luglio 1992 nasceva la Seconda Repubblica di questo nostro Paese, basata sulla corruzione, sulle mafie, sulla violenza, sul dominio, sulla prevaricazione, sulla ricchezza illecita, sul razzismo e sulla xenofobia.

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    Nuovi interrogativi sull'11 settembre. Troppi crolli accidentali.
    Appello contro la pedofilia e la sua ideologia. L'allarme lo lancia l'Associazione Meter di Don Fortunato Di Noto.
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    Appello per un'informazione libera: un nuovo format televisivo per garantire libertà e democrazia nell'informazione.


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