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Europa, meno sovranità nazionale e più unione o è la fine

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548di Nicola Tranfaglia - 2 luglio 2012
Se gli italiani leggessero di più, e fossero in grado di comprendere in una misura molto maggiore di quanto avviene ancora oggi,la partita che si sta giocando nell’Unione Europea, l’uscita del nostro paese dalla grave crisi economica che da quasi cinque anni domina il paese Italia e tutto l’Occidente diventerebbe più vicina e praticabile.

Leggendo con attenzione i documenti discussi nei giorni scorsi nel Consiglio europeo e nei vertici che si sono già succeduti a Bruxelles e nelle altre capitali appare con notevole chiarezza la contraddizione che anima il dibattito e la difficoltà per un organismo ancora troppo poco unito di lavorare bene per superare la crisi,modificare il patto di stabilità firmato a Maastricht in una situazione molto diversa da quella attuale e, in molti casi, cambiare la costituzione per adeguarla al patto.
Allora i casi sono due-e sembra che gli europei(e gli italiani in particolare  se ne rendano conto molto poco, anche per le ambiguità di cui sono pieni i mezzi di comunicazione (e i gruppi economico-finanziari che li possiedono) di cui disponiamo nel nostro paese:o si riesce ad andare avanti a tappe forzate a ceder sovranità nazionale rafforzando quella dell’unione europea e allora le azioni dei vertici recenti hanno ragione di essere e servono a costruire l’Europa come Stato o le contraddizioni sono destinate a crescere con conseguenze negative o addirittura  esiziali non soltanto per la moneta europea di cui tanto si parla ma anche per il funzionamento effettivo della Commissione e del Consiglio Europeo.
Nelle ultime ore si è inneggiato soprattutto alla sconfitta della cancelliera Angela Merkel e alla vittoria del nostro presidente del Consiglio Monti,  alleato con il presidente francese Holland e il capo del governo spagnolo Rajoy (e si è tenuto conto troppo poco dell’intervento sotterraneo del presidente Obama che è stato probabilmente  decisivo nella partita politico-diplomatica) ma non si è tenuto conto adeguatamente sia della contraddizione di fondo che resta in piedi sia dei prezzi che un tale modo di procedere lascia sul campo.
Nell’impossibilità di analizzare la questione in tutti i suoi aspetti qualificanti, vorrei fare alcuni esempi che dovrebbero servire a chiarire il problema ai lettori.
Il primo riguarda la modifica dell’art. 57 della nostra  Costituzione che è stata necessaria per procedere alla riforma del patto.
Il nuovo articolo 57 dice esplicitamente che il Senato Federale è composto di duecento senatori eletti a suffragio universale e diretto su base regionale. Ossia il numero dei senatori è passato dagli attuali 315 a 250 ma i rappresentanti delle regioni che partecipano ai lavori del cosiddetto  Senato federale  sono partecipanti che non votano, o meglio si limitano ad esprimere il proprio voto esclusivamente sulle materie di legislazione concorrente o di interesse degli enti territoriali.
Insomma, con questa modifica, abbiamo creato un organismo costituzionale che ha al suo interno membri con diversi poteri: i duecentocinquanta senatori intervengono e decidono sull’intero oggetto delle scelte sottoposte al Senato e invece gli undici rappresentanti del consiglio, o assemblea regionale, che ne fanno parte.
Una simile disparità non compare in nessuno degli altri organi costituzionali che compongono la repubblica italiana e appare come una forzatura e un compromesso tra i leghisti Caldaroli e Divina, che hanno presentato l’emendamento approvato dalla maggioranza, e il resto della destra che all’ordinamento costituzionale federale non è mai stato favorevole.
In questo senso dobbiamo dire che non abbiamo creato,  con una simile pasticciata  modifica costituzionale un Senato  federale ma soltanto un Senato sbilenco con 250 membri che ne fanno parte a tutti gli effetti e 11 che intervengono soltanto su poche materie e, per il resto, non contano nulla e si adeguano di fatto alle volontà dei parlamentari.
L’unico testo critico sull’accordo di Bruxelles è venuto da un vecchio amico come Giovanni Galloni, al quale  il sito Economia democratica ha chiesto un parere e che ha messo in luce la questione fondamentale che è di fronte all’unione europea in crisi. La scelta, insomma, di un paradigma economico di fondo a cui far riferimento per uscire dalla crisi degli ultimi quattro anni.
Galloni ha ricordato i ripetuti fallimenti del paradigma liberista che ha dominato gli ultimi quarant’anni.
”Da una costola del liberismo-scrive l’esponente cattolico democratico-è emersa la soluzione della finanza speculativa: lo sviluppo in primo luogo ma con i conti pubblici in ordine; tuttavia, l’esperienza ci aveva dimostrato che i conti pubblici possono risultare in ordine solo dopo che lo sviluppo abbia raggiunto risultati ragguardevoli in termini occupazionali.
“Il merito di questo sub-paradigma apparso prepontemente dopo l’estate del 2011-ha concluso Galloni- poteva essere l’abbandono delle politiche “lacrime e sangue”,ma così non è avvenuto.” L’autore del testo pubblicato da Economia democratica critica-sia pure con un accento meno aspro- il modello che chiama della “decrescita felice” che tanti attribuiscono all’economista Latouche che continua ad essere molto di moda nell’Occidente postindustriale e osserva che l’attuale numero di abitanti nel nostro paese(più di sessanta milioni, come è noto) non riuscirebbero a vivere con quel modello né si sa come si farebbe, applicando quel modello di minimizzazione dello sviluppo   industriale,a provvedere a tutti loro. Il suo riferimento è invece quello che Galloni definisce l’ipotesi postkeynesiana (e che attribuisce nello stesso tempo ai democratici, ai seguaci marxiani  e ai cristiani).
Di qui nasce una proposta finale che parla di due monete:una locale,concreta e sovrana,basata sulla fiducia di chi la condivide e sull’autorità statale o no che la emette fino alla saturazione delle esigenze interne; un’altra internzazionale, di conto o virtuale(e questo potrebbe essere l’euro di cui già disponiamo).
Galloni si rende conto pienamente che perché si possa andare verso una soluzione postkeynesiana di questo genere è necessario che la politica ritorni al centro del dibattito. “L’umanità-osserva-è dotata di tre fondamentali strumenti di progresso:la democrazia;la moneta sovrana;lo sviluppo della tecnologia finalizzata al bene comune.
Ebbene questa volta le connessioni tra questi tre strumenti (o poteri) ne determinerà il successo o, più esattamente, l’ambito-il livello-di praticabilità.”  
Varrebbe la pena di dire,a questo punto,che i termini della questione sono chiari ma se non cambiamo i protagonisti, gli attori sociali principali,la qualità dei meccanismi,sarà difficile proseguire il cammino europeo e nazionale.

Visita: nicolatranfaglia.com/blog

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