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Trapani, il Cie dove i ragazzi mangiano vetro e ferro

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di Alessio Genovese - 30 maggio 2012
Il campetto di calcio ricavato nell’ex parcheggio del centro è deserto. I quarantuno ospiti sono nei tre reparti al secondo piano che aspettano la nostra visita, oggi nessuno di loro potrà giocare a pallone.

Tutto deve essere il più sotto controllo possibile, almeno per oggi. Almeno durante la visita dell’on. Alessandra Siragusa del Pd. Al primo piano ci aspettano il vice prefetto e un uomo della questura di Trapani con la direttrice del Cie. Le prime due stanze del corridoio numero 14 sono vuote ma generalmente dietro il ferro finiscono in isolamento gli ospiti più caldi o gli immigrati provenienti dagli altri centri d’Italia, in attesa di essere rimpatriati. Il Serraino Vulpitta di Trapani – negli ultimi mesi – è infatti diventato un collettore per il transito di centinaia di tunisini irregolari in attesa di essere imbarcati sui voli da Palermo per Tunisi.

Secondo il medico di servizio all’interno del centro, per conto dell’ente gestore Cooperativa Insieme, la situazione è sotto controllo. I ragazzi che hanno bisogno di particolari visite o cure vengono mandati all’ospedale di Trapani per poi essere riportati all’interno del centro. “Ci sono stati dei casi di Tbc e di Hiv in passato ma al momento non c’è niente di grave”, riferisce il dottore. Ma a ben guardare le cartelle cliniche degli ospiti per le emergenze scopriamo che solo nei primi nove giorni di maggio sono stati tredici gli interventi d’urgenza. “Si tratta sempre degli stessi due ragazzi, Reda e Muhammad, ogni giorno, ogni giorno si fanno portare in ospedale” dice il responsabile della questura.

Reda è un ragazzino di diciannove anni originario del Marocco ma cresciuto a Palermo dove viveva con la madre. Nell’ultimo mese ha tentato due volte il suicidio. Non riesce ad accettare di stare lontano dalla madre bisognosa di cure e sola. Meno di un mese fa è stato trovato con al collo una corda ricavata dalle lenzuola, appeso a una trave nel bagno. “Erano le quattro del mattino quando lo abbiamo trovato” ci dice Wilson, un ragazzo albanese da due mesi al Vulpitta. “È vivo per miracolo, aveva già perso i sensi”.

Wilson è un fiume in piena. Parla un italiano perfetto imparato in cinque lunghi anni di carcere, gli è stato dato il massimo della pena per spaccio. Ora che l’ha scontata è rinchiuso da due mesi e mezzo. “Ci sono notti che entro nel bagno e mi sembra di vivere un film horror. Il sangue è dappertutto, qui ci sono ragazzi che si tagliano e mangiano vetro e ferro”, continua. “Questi cercano di farvi credere che tutto va liscio ma non è affatto così. Reda è stato imbottito di Rivotril, un ansiolitico, guardategli gli occhi. Sono spenti. Un ragazzo di diciannove anni con gli occhi spenti”.

Wilson l’ha detto il primo giorno che è arrivato al Cie: “Voglio tornare a casa, in Albania, a Valona. Questo posto è un inferno me ne voglio andare e sono ancora qui. Perché? Molti hanno paura di parlare con voi davanti alla polizia, ma io no. Lo sai cosa dice il maresciallo quando succedono queste cose?”, Wilson guarda negli occhi gli agenti che ci stanno scortando e continua gridando. “Dice che se si è impiccato una volta lo può fare anche una seconda, se ha mangiato cento grammi di vetro ne può mangiare anche duecento. Ci prende in giro, capisci? Reda l’abbiamo salvato noi. Qui dentro la gente ci può morire, a loro non gliene importa niente”.

Al Serraino Vupitta è già successo che la situazione degenerasse oltre ogni misura. Era la notte tra il 28 e il 29 di dicembre del 1999 quando il primo Cpt d’Italia prese fuoco. All’epoca della Turco-Napolitano quelli che poi sono diventati gli attuali Cie si chiamavano Centri di permanenza temporanea e a luglio del 1998 il primo venne inaugurato proprio a Trapani. Nel rogo di quella notte, appiccato per protesta da uno dei dodici immigrati rinchiusi in una cella sbarrata dall’esterno, persero la vita sei persone. Questo accadeva più di dodici anni fa, da queste celle sono passate centinaia di uomini, queste pareti parlano tutte le lingue del mondo attraverso le preghiere e le richieste di aiuto scritte sui muri negli anni, ma ogni notte si corre il rischio che qualcuno qui dentro ci lasci le penne.

Che è sempre più difficile lavorare in queste condizioni ce lo conferma anche la direttrice del centro. Il prolungamento del periodo di trattenimento fino a diciotto mesi ha reso la situazione ancora più difficile, anche per gli uomini della cooperativa, anche per le forze dell’ordine chiamate sempre più spesso ad intervenire per sedare tentativi di fuga e proteste. Molto spesso sono le precarie condizioni igenico-sanitarie e la scarsa qualità del cibo a innescarle. In questo momento di crisi e tagli, poi, si stanno preferendo quelle cooperative che offrono servizi ad un prezzo più basso.

La spesa diaria è scesa intorno a venti euro a ospite, sicuramente non abbastanza per garantire i minimi standard. E le conseguenze sono tangibili. Durante la distribuzione dei pasti di oggi, per esempio, l’on. Siragusa ha notato che sulle vaschette sottovuoto distribuite mancava l’etichetta con la data di preparazione e gli ingredienti utilizzati. “Se il camioncino che trasporta questi alimenti senza etichetta venisse fermato per strada dai N.a.s., di sicuro la ditta verrebbe fatta chiudere” osserva l’onorevole.

La visita prosegue scortati a vista dalle forze dell’ordine, che sembrano più preoccupate a che non si facciano foto alla struttura che ad altro. Gli “ospiti” del centro ci seguono in una specie di trenino improvvisato. Ognuno di loro ha una storia da raccontare, dei parenti da avvisare e delle compagne fuori che li aspettano. Storie diverse che hanno come unico comun denominatore il fatto di essere stati trovati senza documenti sul territorio italiano. E poi sono moltissimi quelli che, come Wilson, arrivano qui dopo avere scontato il carcere.

Alla fine della pena vengono trasferiti qui subendo nei fatti un ulteriore condanna, ingiustificata e insensata. Nei centri di identificazione ed espulsione ci dovrebbero finire le persone da identificare, quelle sprovviste di documenti, per cui è richiesta una collaborazione con i consoli e le ambasciate dei paesi d’origine, di sicuro non chi è già stato identificato in passato. Questo secondo la stessa ratio che giustifica l’esistenza di questi posti, troppe volte teatro di violenze e violazioni dei diritti fondamentali. Per noi restano posti da chiudere il prima possibile. Il fatto che all’interno si verifichino delle irregolarità è una conseguenza fisiologica di come sono state concepite queste strutture. Inoltre, non è raro trovare persone in fuga da persecuzioni e guerre rinchiuse nei Cie nonostante aver presentato richiesta d’asilo.

C`è un gruppetto di cinque persone che resta in disparte in fondo ad una stanza buia e mal ridotta. Sono egiziani, arrivati a Mazara del Vallo lo scorso primo maggio su un peschereccio con altre settantaquattro connazionali. Dell’Italia hanno visto praticamente solo le mura del Vulpitta dove sono finiti qualche giorno dopo lo sbarco. Alla maggior parte dei loro compagni di viaggio è toccata una fine peggiore. Sono stati rimpatriati, messi su un aereo partito da Palermo per il Cairo alle cinque di mattina in gran segreto. Non hanno neanche avuto la possibilità di essere informati sul diritto che avevano di fare richiesta d’asilo. Adel è uno dei cinque finiti al Cie e non parla che arabo egiziano.

“In Egitto la situazione è troppo pericolosa per tutti noi”, ci racconta, “io sono cristiano copto e la mia famiglia è stata minacciata dopo essersi trovata coinvolta in una rissa con i salafiti. Entrano nel nostro quartiere, alla periferia del Cairo, e sparano e terrorizzano la gente”. Adel ha una croce copta tatuata sulla mano e i segni della colluttazione con i baltagiya, le bande armate che seminano panico tra la gente. I suoi quattro compagni sono egiziani musulmani e sono d’accordo con lui: “Anche noi abbiamo avuto problemi con le bande, siamo tutti scappati per questo. In Egitto la situazione è troppo pericolosa per continuare a viverci. Il destino delle nostre famiglie dipende da questo viaggio, se troveremo o meno lavoro in Italia”.

Hanno fatto richiesta d’asilo, dicono che sia stata la prima cosa che hanno detto al loro arrivo, ma probabilmente gli è stata notificata contestualmente al provvedimento di espulsione. Soltanto così si riesce a giustificare la loro presenza all’interno del Cie. Una procedura al limite del lecito che li costringerà a restare rinchiusi nel gabbio chissà per quanto tempo.

Il ministro Cancellieri, in audizione presso la commissione diritti umani del Senato, affermava che è “opportuno far presente che l’attenzione verso le condizioni di vivibilità nelle strutture in questione resta uno dei punti di maggiore delicatezza a cui sono particolarmente sensibile”. Mentre questo governo sta finanziando la costruzione di nuovi centri e l’adeguamento di quelli esistenti in totale continuità con le politiche dei governi precedenti dobbiamo chiedere a gran voce la loro chiusura perché non ci potranno essere condizioni di vivibilità dignitose in posti dove la detenzione amministrativa può essere confermata fino a diciotto mesi e anche i più elementari diritti vengono negati.

Fonte: terrelibere.org

Tratto da: eilmensile.it

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