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Termini Imerese ricorda Cosimo Cristina

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Il giornalista siciliano "suicidato" dalla mafia il 5 maggio del 1960
di Dario Barà per www.ossigenoinformazione.it - 7 maggio 2012

Sono passati cinquantadue anni dal suo assassinio compiuto il 5 maggio del 1960 e ora Termini ricorda con onore il suo concittadino Cosimo Cristina, il primo giornalista ucciso dalla mafia. Aveva 25 anni. Era già una firma, siglava tanti articoli “Co.Crì.”. Era impegnato con coraggio a denunciare gli affari della mafia. Il suo assassinio fu fatto passare per un suicidio. La giustizia deve ancora punire gli assassini. Fra i giornalisti uccisi dalla mafia il suo nome è stato a lungo il più dimenticato.

Ma da qualche anno, grazie all’impegno di associazioni e scuole, la sua città ha cominciato a onorarlo per ciò che era: un giornalista vero, un giornalista coraggioso che pagò due volte la sua passione per la verità: fu ucciso dalla mafia, il suo nome fu macchiato della debolezza di un finto suicidio, il suo sacrificio fu dimenticato. Quest’anno, nella ricorrenza del 52mo anniversario della morte, venti associazioni termitane lo hanno voluto ricordare organizzando un’intera giornata dedicata a lui, con un dibattito per ricordare la sua figura e per discutere dei problemi del giornalismo in Sicilia. E’ stata celebrata una messa in suffragio, per lui che 52 anni fa si vide negati i funerali religiosi per un peccato che non aveva commesso.

Con i ragazzi del liceo classico “G. Ugdulena” di Termini, ne hanno discusso Riccardo Arena, presidente dell’Ordine dei Giornalisti di Sicilia, Pino Maniàci, direttore di TeleJato, Alfonso Lo Cascio, direttore di Espero, periodico del comprensorio Termini-Cefalù-Madonie, e Ciro Cardinale, redattore dello stesso periodico. L’importanza del ricordo. “Cosimo Cristina non ha avuto la fortuna di Peppino Impastato. Non aveva intorno la forza e la passione degli amici e dei compagni di Peppino. Probabilmente se non ci fossero stati loro, anche la sua morte sarebbe ancora archiviata come un suicidio, o come l’infortunio di un terrorista dinamitardo, non ci sarebbe stata l’inchiesta giudiziaria che ha condannato Tano Badalementi, l’inchiesta speciale della Commissione parlamentare Antimafia e, infine, il film “I cento passi”, e non ci sarebbe oggi un ricordo così vivo di Peppino – ha dichiarato Alfonso Lo Cascio, direttore del periodico Espero -. Purtroppo per Cosimo Cristina non ci furono quei compagni, non ci furono quegli amici, e la sua storia ha preso un’altra piega”.

Per molto tempo Cosimo è stato dimenticato dai concittadini, che provavano vergogna a ricordare un “suicida”. Erano tempi diversi, tempi in cui il suicidio era una macchia indelebile. "Ma un giornalista, Mario Francese, capì subito che non era andata come raccontavano le verità ufficiali. Mario Francese, un altro degli 8 giornalisti uccisi, ucciso a Palermo nel 1979, – ha spiegato Riccardo Arena – lo capì, e anni dopo suo figlio Giuseppe, che non era giornalista, ha raccontato insieme la storia del padre e quella di Cosimo Cristina. Giuseppe Francese l’ha ricostruita con una capacità di analisi e di critica che fa invidia al migliore dei giornalisti investigativi".

Anche per merito di Giuseppe Francese il caso di Cristina fu riaperto e si arrivò a una verità diversa: Cosimo era stato “suicidato dalla mafia”. Ma questa nuova verità non fu sufficiente perché si potesse riscoprire la sua figura di giornalista coraggioso, di cronista senza peli sulla lingua. Il recupero della memoria storica di Cosimo è cominciato solo pochi anni fa. "Bisogna ricordare i giornalisti che come Cosimo Cristina sono stati ammazzati in questa bellissima e maledetta terra semplicemente per avere raccontato la verità. Io penso – ha detto agli studenti Pino Maniàci - che questi giornalisti erano persone che oltre a fare bene il loro mestiere amavano questa terra”.

Cosimo Cristina tra il 1955 e il 1959 è corrispondente da Termini Imerese dell’Ora di Palermo, dell’Ansa, del Giorno di Milano, Il Messaggero di Roma e Il Gazzettino di Venezia. Nel 1958 diventa pubblicista e collabora anche con il "Corriere della Sera". Ma vuole raccontare ai suoi concittadini cosa accade a Termini Imerese, sviluppare temi difficili che altri non affrontano, e perciò a dicembre del 1959, a 24 anni, fonda e dirige il periodico Prospettive Siciliane. Il motto del periodico diretto dal giornalista è racchiuso nel suo editoriale: “Senza peli sulla lingua”. E senza peli sulla lingua le inchieste di Cosimo e del suo Prospettive lo erano veramente.

Qualche mese più tardi, dopo la publicazione dei primi numeri, il 3 maggio 1960 il giornalista scompare. Quella mattina Cosimo esce di casa con il solito cravattino a farfalla e da quel momento non si hanno più sue notizie. La sera non rientra a casa, ma i genitori non denunciano il fatto, perché era capitato altre volte che rientrasse a casa fuori orario. Ma il giorno dopo, diffondono l’allarme. Cosimo viene trovato morto due giorni dopo la scomparsa, all’interno della galleria “Fossola” sulla linea ferroviaria Termini-Trabia. La vicenda viene archiviata frettolosamente come un caso di suicidio. Fare il giornalista in Sicilia, lo testimoniano anche i dati ed i nomi raccolti da Ossigeno nel Rapporto 2011, è molto difficile. Soprattutto in provincia. Soprattutto per i cronisti che non vogliono piegare la schiena, non vogliono scendere a compromessi. Cosimo era un corrispondente di provincia. Anche a lui sarà capitato di uscire di casa e incontrare il mafioso, il potente di cui aveva scritto nelle pagine del suo giornale.

"Nel film su Giancarlo Siani si distinguono i giornalisti – ha detto Pino Maniàci – in giornalisti-giornalisti e giornalisti-impiegati. Io dico di più: che bisogna essere giornalisti-missionari per raccontare le meraviglie della Sicilia che solo per colpa di cinquemila mafiosi, e forse di un milione di siciliani dell’area grigia, diventa terra di mafia". "Noi non siamo dei missionari. Siamo giornalisti. Giancarlo Siani – ha tenuto a precisare Riccardo Arena -, ucciso all’età di 25 anni, era un giornalista precario senza contratto e senza la tessera professionale in tasca, ma non era un missionario. Peppino Impastato, ucciso perché alla radio prendeva in giro il boss Tano Badalamenti, non era un missionario. Mario Francese aveva 54 anni quando fu ucciso, e non era un missionario. I giornalisti sono persone normali che fanno un mestiere normale, persone che devono avere il coraggio di raccontare le cose così come sono".

Lo spirito del giornalismo di Cosimo Cristina è racchiuso nel suo editoriale che apre il primo numero di Prospettive Siciliane: “Con spirito di assoluta obiettività, in piena indipendenza da partiti e uo­mini politici, ci proponiamo di trat­tare e discutere tutti i problemi inte­ressanti dell’Isola, avendo come no­stro motto: senza peli sulla lingua. Tutto questo perché noi vogliamo che la Sicilia non sia solo quella fol­cloristica delle cartoline lucide e stereotipate, né quella delle varie figurazioni a roto­calco e di certa stampa deteriore, per intenderci la Sicilia di Don Calò Vizzini e di Giuliano, ma la Sicilia che faticosamente si fa strada come pulsante cantiere di lavoro e di rin­novamento industriale”.

Parole che ispirano anche oggi chi vuole fare buon giornalismo.

Tratto da: liberainformazione.org

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