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Sopra Tempio la ex caserma Usa da quasi vent’anni in disarmo

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discarica-militare-limbara-webdi Alessandro Ferrucci - inviato a Tempio Pausania - 28 aprile 2012
Silenzio. Non c’è nessuno. Intorno non c’è niente. Un cancello chiuso con un lucchetto da motorino. È semi-divelto e la rete attorno rabberciata alla meglio. Siamo a quasi 1400 metri di altezza, sopra Tempio Pausania. Qui, in inverno, arriva la neve. Anche se è Sardegna. Anche se poco lontano c’è il mare. Oltre il cancello solo scheletri. Di radar. Di caserme. Di officine. Di generatori. E di tutto quello che serviva per comporre una base statunitense, inaccessibile, all’avanguardia, fondamentale per l’elaborazione di dati militari.

La base è stata abbandonata dalle truppe stelle e strisce il 31 ottobre 1993. Non serviva più. L’avvento del satellitare aveva reso obsolete quelle enormi scodelle rivolte verso il Medio Oriente. “Il problema è che nessuno ha mai pensato a bonificare l’area. Nessuno ha chiesto agli americani conto della loro lunga permanenza” spiega Angelo Mavuli, giornalista, da tempo impegnato nella denuncia di quella che definisce “una bomba ecologica sopra le nostre teste”. Metafora sì, ma neanche troppo.
Tutto nasce nel 1968. Siamo in piena Guerra fredda. E con vari fronti (caldi) aperti nell’emisfero sud-est del pianeta. In questo periodo gli Stati Uniti piazzano, sparse per il mondo, nuove basi per monitorare il più possibile le aree sensibili. Uno dei punti scelti è proprio la Limbara. L’accordo con la maggioranza democristiana è semplice e veloce, grazie anche ai buoni offici di Giulio Andreotti, poco dopo nominato capogruppo alla Camera per lo scudo-crociato. Il prezzo per la locazione non è molto oneroso: la cifra richiesta è di cinque lire l’anno per quattro ettari di terreno. Terreno vergine. La base nacque coperta da una serie infinita di omissis e accordi mai svelati. Segreto militare docet. In fin dei conti doveva comunicare con i sommergibili (ne giravano alcuni con la testata nucleare, specialmente intorno all’isola della Maddalena) e ascoltare ogni sussurro mediorientale. Leggenda vuole che da qui, attraverso le parabole, sono stati guidati i cacciabombardieri dell’aviazione degli Stati Uniti che nella notte del 15 aprile 1986 hanno attaccato Tripoli e Bengasi. Gheddafi era un nemico. Tutto fino a quel 31 ottobre 1993.
Altra verità o altra leggenda. Chi ha assistito alla “ritirata” di quasi vent’anni fa racconta di “caserme completamente intonse. Nelle cucine abbiamo trovato anche le forchette. Quindi lenzuola, piatti. Documenti sparsi. Tutto”. Chi è entrato ultimamente conferma che ancora oggi è possibile salire sopra dei macchinari, vedere centraline aperte, fili elettrici scoperti. Un odore acre che arriva direttamente al cervello. La ruggine che, lentamente, sta mangiando tutto. “Il dubbio non provato, ma angosciante lo stesso, è che ci sia l’eternit nelle strutture. Mentre ci sono quantità industriali di pannelli di lana di vetro” conferma un testimone. Anch’essa cancerogena. E ancora cisterne piene di non si sa che cosa. Il rumore sordo è inequivocabile. Batterie esauste, l’incertezza delle strutture che sostengono le parabole. Chi ha toccato i tubi innocenti, non si è sentito molto rassicurato. A incidere, a corrodere tutto, l’acqua che scorre e zampilla dalle tre sorgenti utilizzate dagli americani. Quella stessa acqua si impregna della qualunque e torna nel terreno. “Lo inquina. E, ribadisco, da vent’anni”, incalza Mavuli.
Dopo l'addio dello zio Sam, la zona è stata assegnata all’Areonautica militare. Fino al 2009. Quindi alla Regione Sardegna. Un anno dopo la giunta Cappellacci ha “generosamente” proposto al comune di Tempio un affare: a voi i quattro ettari, a noi un solo euro. A carattere simbolico. La risposta è stato un “no” secco. “La questione non può essere solo nostra – spiega Nicola Luciano, consigliere comunale del Pdci – Ma dell’intera isola. Dobbiamo creare un movimento che metta insieme tutte le situazioni simili alla nostra, per porre il problema al governo nazionale”.
Questo perché ci vogliono soldi, molti, per riportare i quattro ettari allo stato iniziale. Se ancora possibile. “Abbiamo concesso servitù, senza mai ottenere niente in cambio – continua Elias Vacca, ex parlamentare comunista – Adesso, ci tocca anche l’onere per tentare il recupero”. Chissà quando e chissà come. Tanto, sono passati solo vent’anni.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

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