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Si combatte così la corruzione?

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tinti-bruno-webdi Bruno Tinti - 20 aprile 2012
Le pene che i tribunali italiani infliggono sono finte. Sei mesi sono 6.840 euro di multa. Due anni (se l’imputato è incensurato) non sono niente perché c’è la sospensione condizionale. Se non la si può più avere (perché si è un delinquente conclamato) c’è la semidetenzione: si è liberi, ma di notte si va a dormire in prigione. Tre anni significano affidamento in prova al servizio sociale e 4 anni di detenzione domiciliare: si sta a casa propria o dovunque si voglia, basta comunicarlo alla Polizia.

La legge Gozzini sconta 3 mesi per ogni anno di prigione: quindi 8 anni in realtà sono 6, 10 sono 7 e mezzo e via così. Poi ci sono i permessi premio, 45 giorni all’anno. E quando mancano “solo” 4 o 3 anni, scattano comunque detenzione domiciliare e affidamento in prova sicché in galera non ci si sta più. Insomma 15 anni di prigione sono in realtà meno di 7. Se poi arriva un condono se ne levano in genere altri 3. Tutto questo per dire che le pene previste dalla riforma governativa sulla corruzione sembrano alte (nei massimi) ma in concreto sono ridicole. A parte la concussione con violenza (da 6 a 12 anni), la pena per la corruzione va da 3 a 7 e quella per la corruzione in atti giudiziari da 4 a 10; la nuova concussione per induzione va da 3 a 8 per il pubblico ufficiale e fino a 3 per chi lo paga. Il tanto strombazzato traffico di influenze (che è la forma più attuale di corruzione, vi ricordate i ginecologi Udeur?) prevede pene da 1 a 3 anni. E poi i massimi di pena non vengono inflitti mai; e dunque il tempo concretamente passato dietro le sbarre finisce con l’essere di pochi mesi, magari pochi giorni (Previti docet). Sicché la riforma avrebbe dovuto tener conto di tutto ciò e aumentare le pene senza patemi. Niente trattamenti inumani, insomma; quanto bastava per spiegare al condannato e alla collettività che corruzione e concussione non pagano: meglio astenersi. Ma c’è di molto peggio. Come tutti sanno, in Italia c’è la tagliola della prescrizione; dopo un certo tempo, anche se l’imputato è sotterrato dalle prove, tocca dirgli: non ce l’abbiamo fatta, il reato è prescritto; vattene in pace. Per i reati di concussione e corruzione il termine di prescrizione è particolarmente importante. Perché li si scopre a distanza di anni da quando sono stati commessi. Un corruttore incazzato che, dopo aver pagato, non riceve quello che gli era stato promesso; una moglie tradita; una faida politica; un bilancio fasullo; documentazione acquisita per tutt’altro, dalle cui pieghe emergono pagamenti illeciti; intercettazioni disposte per altri processi da cui saltan fuori vecchie corruzioni. Insomma, quando si comincia a indagare, sono sempre passati 3, 4, 5 anni. Il processo Mills insegna; ma sono tutti così. Allora, se a termini di prescrizione da 7 anni e mezzo a 12 (fatta eccezione per la forma più grave di concussione, questi sono i termini applicabili per legge ai “nuovi” reati di concussione e corruzione) si toglie il tempo morto, quello in cui nessuno indaga perché nessuno sa, si capisce che quello che resta è troppo poco per arrivare a sentenza di condanna. Ogni anno politici e giudici, concordi, spiegano che la durata media dei processi penali (media; quelli difficili durano di più, ovviamente) è di 8 anni. Anche nel caso di prescrizione più lunga, quella a 12 anni, ne restano in concreto solo 8. Non bastano; e comunque tutti gli altri reati si prescrivono di sicuro. Allora a che serve una riforma così?

Tratto da: Il Fatto Quotidiano

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