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Le contraddizioni del federalismo

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di Nicola Tranfaglia - 26 febbraio 2011
Il primo aspetto importante della cosiddetta “riforma federale” che l’attuale governo PDL-Lega Nord vuol far votare al più presto alla Camera dei Deputati (riemergendo dal suo lungo letargo) dovrebbe essere l’attuazione dell’ideale federalista.



In realtà il federalismo non c’entra perché il nostro non è un stato federale ma piuttosto siamo di fronte alla conclusione possibile di un processo, iniziato venti anni fa, di decentramento finanziario e di crescita delle autonomie locali.
E dico questo per eliminare, almeno dal punto di vista dei nomi una propaganda martellante dei leghisti e dei loro alleati che, usando la manomissione delle parole di cui parla con chiarezza lo scrittore Gianrico Carofiglio, dicono agli italiani qualcosa che non è né storicamente né politicamente vero.
Ma c’è subito da aggiungere un altro elemento che mi pare di una certa  importanza.
In primo luogo che la soluzione adottata dalla Lega è molto distante dal federalismo democratico di cui parlarono, a distanza di molti decenni, in pagine indimenticabili grandi personalità della nostra storia come Carlo Cattaneo a metà dell’Ottocento e Luigi Einaudi un secolo dopo.
Non è vero, leggendo il disegno di legge e i primi decreti attuativi, che la condizione delle regioni settentrionali e di quelle meridionali diventa  paritaria ma, al contrario, la riforma leghista segnerebbe, se andasse avanti, un netto vantaggio per le regioni del Nord e un forte svantaggio per quelle meridionali. E questo provocherebbe nello stesso tempo l’ulteriore incancrenirsi della “questione meridionale” e un serio attentato a quella difesa dello Stato unitario e dei buoni  rapporti tra gli italiani delle diverse parti del paese che pur  dovrebbero stare a cuore a classi dirigenti che perseguano l’interesse generale.
Ora (tra gli studiosi non solo italiani) siamo tutti d’accordo sulle pesanti responsabilità anche attuali assunte  dalle classi dirigenti meridionali ma non è giusto, per questa ragione, trattare in maniera non paritaria quelle regioni del paese che ospitano almeno metà della popolazione nazionale e che sono state per lunghi periodi maltrattate dai governi nazionali, soprattutto di destra.
Del resto il mancato sviluppo di quelle regioni è -come è noto-una palla al piede per lo sviluppo economico dell’Italia intera.  
Inoltre, per quello che finora abbiamo visto dei provvedimenti in corso di attuazione, la riforma leghista-berlusconiana non consente in nessun modo un abbassamento di quel carico fiscale che è stato in questi anni la bandiera propagandistica di Berlusconi e del suo governo e che di fatto è ancora aumentata.
In realtà un carico fiscale così forte ha l’effetto di non favorire la ripresa economica e non aiuta la competitività internazionale di cui l’Italia ha un grande bisogno per la sua economia come per l’avvenire delle nuove generazioni.

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