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Falsone, un ''re'' in fuga

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di Maria Loi
A rischio la sua leadership dopo le dichiarazioni di Sardino


Un giorno il pentito Francesco Marino Mannoia, uomo d’onore della cosca di Santa Maria del Gesù, disse acutamente al sostituto procuratore di Palermo Roberto Scarpinato in un colloquio che un vero capomafia raramente abbandona il suo territorio altrimenti è “nuddu ammiscatu cu nenti”. Che cosa voleva dire il collaboratore? Che i grandi capi di Cosa Nostra, quelli del calibro di Bernardo Provenzano, per fare un esempio, vivono come latitanti, braccati, rischiando di farsi catturare, pur di essere presenti nel territorio di competenza e di esercitare il loro potere. Negli anni questa verità ha sempre trovato una conferma. La stessa regola accomuna anche Cosa Nostra agrigentina. Oggi, infatti, il numero uno di Agrigento, Giuseppe Falsone, un latitante pericolosissimo, nonostante sia alla macchia ormai da nove anni, comanda ancora ed è sempre rimasto nel suo territorio. Lo dimostra ulteriormente anche la recente collaborazione del commerciante Giuseppe Sardino, suo braccio destro fino allo scorso aprile, il quale ha rivelato agli inquirenti l’ultimo covo del capomafia di Campobello tra Cianciana, Palazzo Adriano e Lucca Sicula. Gli investigatori hanno trovato diverse carte e altro materiale che Falsone ha lasciato probabilmente perché è stato avvertito all’ultimo momento quando le forze dell’ordine erano già sulle sue tracce. Il proprietario dell’immobile, Antonino Abbruzzo, un personaggio considerato vicino all’organizzazione criminale, è di Lucca Sicula e all’interno di Cosa Nostra è conosciuto come lo “Zu Nino”. Per diverso tempo la sua casa è stata un crocevia di appuntamenti. Qui un Falsone pienamente operativo incontrava i suoi gregari per discutere di affari. Lo stesso Sardino vi si è recato diverse volte. In una occasione, in particolare, Sardino ha ricordato che “Zu Nino” si era rivolto a Falsone dicendogli  “finalmente te l’ho portato perché non vedevi l’ora di vederlo”, riferendosi a Sardino. Col tempo il commerciante di Naro era diventato uno dei suoi uomini più fidati tanto che si occupava persino della corrispondenza personale del capomafia. Gli inquirenti hanno ricostruito una mappa degli spostamenti di Falsone partendo proprio dalle informazioni del “suo postino”. Sembrerebbe che a partire dal 2007 Falsone aveva già spostato la latitanza dalla zona di Naro e Castrofilippo, dove si muoveva grazie alla gestione di Sardino, nella zona di Ribera sotto la protezione della famiglia Capizzi. A Naro Sardino era attivissimo, organizzava per il boss incontri con i suoi paesani persino nel negozio dove lavorava sperando che quelle riunioni passassero inosservate. Carmelo Vellini, titolare di una pompa di benzina all’ingresso del paese, è uno di quelli che frequentavano assiduamente il punto commerciale, infatti è stato intercettato diverse volte mentre entrava nel negozio con una busta in mano e quando usciva era a mani vuote. Quando la latitanza di Falsone è a rischio anche a Naro perché gli inquirenti sono sulle sue tracce, la soluzione migliore è portarlo via. D’altra parte Sardino era già stato informato da un ufficiale <<alto, alto, alto>> (un Maresciallo) che le indagini sulla ricerca del boss di Campobello erano concentrate proprio in quelle zone. Falsone viene così portato a Ribera. <<Io ero  la macchina di staffetta - racconta Sardino -. Falsone va via perché ritenevo di avere i Carabinieri addosso. Lo accompagnai fino all’entrata di Ribera. Io lo presi dal covo e lo portai a circa due chilometri dal luogo. Li trovai Capizzi Peppe  di Paolo, OMISSIS>>. All’inizio di aprile, poco dopo il trasferimento di Falsone le forze dell’ordine troveranno nel covo del superlatitante nei pressi di Naro un arsenale di armi vicinissimo all’abitazione di Sardino. L’immobile appartiene a Giuseppe Costanza, 72 anni di Favara, (anche lui finito in manette) zio di Antonio Costanza, braccio destro del boss di Canicattì Antonio di Caro scomparso nel 1995.
Lo spostamento di Falsone a Ribera non è una scelta dettata dal caso. A Ribera il capomafia può contare sull’appoggio della storica famiglia dei Capizzi, che per generazioni ha giocato un ruolo di primo piano nella provincia agrigentina dopo la morte per omicidio del boss riberese Carmelo Colletti. Infatti <<Falsone parlava benissimo dei Capizzi - ha riferito Sardino - e, in particolare di Simone e del figlio detenuto e nutriva in loro massima fiducia>>.
Il mandamento di Ribera a tutt’oggi comprende le famiglie di Ribera, Cattolica Eraclea, Bugio, Lucca Sicula e Villafranca. E’ governato da Giuseppe Imbornone, Totò u biondo di Lucca Sicula, per volontà di Falsone. Capo storico della famiglia è stato per diverso tempo Simone Capizzi, classe (1944) pluripregiudicato e condannato all’ergastolo per numerosi omicidi come quello del Maresciallo Guazzelli. Simone negli anni Novanta era stato anche vice rappresentante provinciale insieme ad Antonio Di Caro, una sorta di “mentore” per Falsone. Simone Capizzi ha quattro figli maschi: Paolo, Giuseppe, Calogero e Mario che hanno seguito le orme del padre. Infatti Mario, dopo l’arresto del padre, ha guidato Ribera per diverso tempo. Anche lui killer spietato e sanguinario è stato condannato in via definitiva all’ergastolo nel processo Akragas. Giuseppe Capizzi, altro figlio di Simone, ha rivestito un ruolo importantissimo all’interno della provincia, è stato vicepresidente ad Agrigento per volere di Falsone insieme al boss di Porto Empedocle Gerlandino Messina, oramai solo a ricoprire quell’incarico dopo che Giuseppe Capizzi viene arrestato il 4 luglio 2007 nell’operazione Welcome Back. Il collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori, uomo d’onore di Mazara del Vallo, ha dichiarato di aver sentito parlare dei figli di Simone Capizzi (conosciuto anche come “Beppe”) come ragazzi “svegli” e “capaci” nel senso che erano capaci di sparare e portare a termine azioni delittuose. Un fratello di Simone invece, Paolo (classe 1940), condannato per associazione mafiosa, era uno che, secondo quello che ha raccontato il pentito Ignazio Gagliardo ai magistrati, <<si vantava di avere sempre la pistola in tasca, come i preti avevano il rosario>>.
La famiglia Capizzi oltre a curare la latitanza di Falsone (<<Falsone mi aveva detto che i Capizzi lo avevano aiutato durante la sua latitanza>>) partecipava agli incontri che Giuseppe Sardino aveva con il capomafia. Gli appuntamenti con i Capizzi avvenivano nei luoghi più disparati di Ribera: <<alla pompa di benzina dove ci sono i vivai>>, e <<altre tre volte circa dietro i vivai stessi>>. Poi, quando terminava la riunione, Giuseppe Capizzi si occupava di riaccompagnare Sardino dove aveva lasciato la sua auto. A proposito di una di queste riunioni che risale a prima del 2007 Sardino ha raccontato: <<Sono andato a  Ribera dove sono stato portato in una casupola di campagna in cui mi hanno lasciato solo; dopo circa mezz’ora è venuto Franco Capizzi, Peppe Capizzi di Simone chiedendomi se avevo qualcosa da dire al “ragioniere” che era il nome in cui indicavamo Falsone Giuseppe e io chiesi se vi erano problemi OMISSIS>>.
L’asse Capizzi – Campobello risulterà vincente anche <<nella guerra con il Di Gati>> per la nomina del responsabile provinciale di Agrigento. Maurizio Di Gati era appoggiato dalle famiglie di Santa Elisabetta, Racalmuto e Favara, e Falsone, invece dalle famiglie di Campobello di Licata, Ravanusa e Ribera. E’ grazie al sostegno dei Capizzi che Falsone è riuscito a scalzare nel 2002 Di Gati diventando capo incontrastato della provincia e ancora oggi leader indiscusso di Cosa Nostra agrigentina. Per questo motivo Falsone ha avuto sempre un occhio di riguardo per quella “famiglia” tanto da intervenire in prima persona nella controversia tra i Capizzi e Giuseppe Grigoli, uomo di Messina Denaro. In pratica, i Capizzi volevano far pagare la “messa a posto” ai negozi con il marchio Despar di Giuseppe Grigoli ad Agrigento. Una richiesta inaccettabile per Messina Denaro che sfogandosi con Bernardo Provenzano chiedeva il suo intervento diplomatico. Ecco cosa scriveva il boss di Castelvetrano: <<Questo signor Capizzi sin dal primo momento cominciò a fare discorsi di “annacamento” generale di come ci si comporta nel suo paese. Ben presto si capì che il fine di questi discorsi era che lui non voleva pagare le forniture, cioè voleva tutto gratis. Infatti circa 1 anno fa il sig. Capizzi doveva alla persona già 500 milioni di lire. Al che io contattai una persona di Sambuca di Sicilia che conoscevo personalmente e gli spiegai tutto. Questo mio amico mi fece sapere che al più presto avrebbe sistemato tutto nelle sedi competenti. Solo che dopo a S. Margherita arrestarono molte persone e questo mio amico rientrò in questi arresti (la persona in questione è il professor Leo Sutera ndr) (…) dopo di ciò il concessionario cerca di recuperare i 500 milioni di lire facendo pressioni dirette sul sig. Capizzi e per circa un anno continua a dargli merce anche se in modo ridotto, ma non c’è niente da fare e il debito arriva a più di 1 miliardo di lire. Al che faccio sapere al concessionario di chiudere il punto vendita di Ribera perché ormai era diventato un ricatto (…) infatti da poco tempo a Ribera non c’è più il Despar. Dopo la chiusura del punto vendita il sig. Capizzi va dal concessionario e gli dice che deve uscire il pizzo annuo su tutti i punti vendita Despar che ci sono ad Ag. (…). Ora io prego lei di far sapere agli amici di Ag. (…) che io voglio indietro il miliardo di lire (…) se il sig. Capizzi dice che non ha soldi si vende quello che ha e restituisce quello che di proposito ha rubato. Io non accetto alcuna richiesta da subalterni o presunti tali come il sig. Capizzi quindi per me questo discorso ora non esiste; la prego di far sapere agli amici di Ag. che se questo discorso è vero io voglio detto – tramite lei – dal mio pari di Ag. E solo col mio pari posso aprire un dialogo>>. La vicenda si trascina a lungo, poi finalmente il capomafia di Agrigento risponde alla lettera di Matteo Messina Denaro inviando un pizzino a Provenzano nel quale accusa il capomafia di Castelvetrano di aver dato <<credito al detto di un impresario (Giuseppe Grigoli ndr), a discapito di uno di famiglia (Giuseppe Capizzi)>>. Non contento della risposta ottenuta da Falsone Messina Denaro invia la sua replica direttamente a Provenzano con conti alla mano e chiedendo al vecchio capomafia <<di fare in modo che il Capizzi ci restituisca questi soldi>>. Non si conosce l’epilogo della vicenda perché poi Provenzano viene arrestato.
In un’altra occasione ancora Falsone, che sta trascorrendo la sua latitanza in un covo troppo lontano da Ribera, ha chiesto personalmente al Sardino di sostituirlo. In quel momento il capomafia lo ritiene l’unico in grado di mediare l’incontro al suo posto a causa di una diatriba sorta tra il mandamento di Sciacca e Ribera. <<(…) I problemi tra Sciacca e Ribera riguardavano sempre i lavori della Favara di Bugio. (…) In pratica quello che diceva Giuseppe Capizzi a Falsone era diverso da quello che quelli di Sciacca dicevano di aver saputo da Giuseppe Capizzi; pertanto l’impressione era che i Capizzi prendessero in giro quelli di Sciacca>>, Falsone ha la sensazione che il mandamento di Ribera si sia fregato i soldi del mandamento di Sciacca.
C’era già stato un primo incontro durante il quale Sardino si era limitato semplicemente ad accompagnare Falsone. Poi a metà agosto del 2006 se ne organizza un altro su richiesta del boss di Campobello di Licata che vuole vederci chiaro. <<(…) A tale riunione vi era Franco Capizzi, Giuseppe Capizzi di Paolo, tale Calò del mandamento di Ribera con Totò (…) questa seconda riunione avvenne in una casa di campagna nella zona di Ribera e venni lì accompagnato da Giuseppe Capizzi (…) Alla riunione cui io ho partecipato (…) Franco Capizzi disse che la ditta aveva, di fatto e nonostante la decisione di Falsone, già pagato una parte della tangente>>, però <<siccome l’affare saltò Sciacca voleva il denaro che aveva procurato. Franco Capizzi non voleva restituirli perché disse che i soldi servivano per mantenere i detenuti. (…) Io ritenevo che era giusto che i soldi venissero restituiti  (…) e Falsone mi disse che ero stato perfetto>>. Dopo quella riunione Sardino ha la sensazione che i Capizzi non avessero accettato di buon grado quella soluzione e che lo volessero uccidere ma <<Falsone mi tranquillizzò dicendomi che fino a quando lui sarebbe stato in vita non mi sarebbe successo nulla>>.
Lo stesso Falsone però è consapevole che questa sua storica alleanza con la famiglia di Ribera non è più sufficiente a garantirgli quel sostegno necessario per restare al vertice della provincia. E se le lotte di potere all’interno del mandamento si sono fatte sempre più pressanti, dall’altra le retate condotte dalle forze dell’ordine hanno fatto il resto, decimando le fila del suo esercito di fiancheggiatori, caduti uno ad uno nelle maglie della giustizia. Anche se oggi è soprattutto la decisione di collaborare del suo braccio destro Giuseppe Sardino ad avere fatto scacco al re di Agrigento. Le sue dichiarazioni possono costargli anche la leadership perché è quello che ha notizie più attuali e di prima mano sul suo capo. Difficile intuire quale sarà la prossima mossa di Falsone, oramai troppo chiacchierato, non è da escludere che un altro boss sia già pronto a succedergli.


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Storie di coppole e grembiulini
All’ombra dei templi la massoneria raccoglie “un sacco di cristiani”

di Maria Loi


Cosa Nostra e massoneria. Un connubio che ritorna con sempre più insistenza nelle inchieste antimafia. E se nell’operazione “Hiram”, che ha portato in carcere otto persone del trapanese, boss mafiosi iscritti alle logge massoniche lavoravano insieme per “aggiustare” i  processi, ad Agrigento alcuni capimafia cercavano, grazie alla mediazione della massoneria, di infiltrarsi nel carcere di Sciacca e contattare esponenti mafiosi di rilievo.
Dalle carte giudiziarie dell’operazione “Scacco matto” spunta il ruolo centrale di Nicolò Di Martino, originario di Ribera, un personaggio molto “vicino” agli ambienti massonici. In particolare, il Di Martino sarebbe stato contattato da Giovanni Derelitto, reggente della famiglia mafiosa di Bugio e molto legato ai Capizzi di Ribera anche per i vincoli di parentela, dato che la figlia ha sposato Paolo Capizzi, per prendere accordi con un ispettore della polizia penitenziaria di Sciacca, Giuseppe Lipari legato alla massoneria. A lui viene fatto arrivare il messaggio che il capomafia Mario Davilla, allora in regime di detenzione presso il carcere di Sciacca, “…Mario, là pure l’hanno portato, a Sciacca...” doveva essere “trattato bene”. La conferma arriva da un colloquio raccolto dagli inquirenti tra Nicolò Di Martino e la moglie Margherita. I due commentano in macchina l’arresto dell’uomo d’onore Mario Davilla. Di Martino, preoccupato, manifesta la decisione di interessarsi della faccenda  visto il suo ruolo di “fratello” che ricopre all’interno della massoneria <<… io sono un fratello no? Non una persona che riferisce...>> aveva detto alla moglie.
Chi muove tutto il sistema di relazioni è Giovanni Derelitto, ansioso, all’indomani della nuova ordinanza di custodia cautelare che raggiunge in carcere Davilla, di finire anche lui nei guai. Davilla è accusato insieme a Vincenzo D’Avilla e Giuseppe Vincenzo D’Avilla, di aver “distratto” e “occultato” beni della società Conglomerati S.r.l, andata in fallimento, attraverso il prelievo di merci, beni strumentali e considerevoli somme di denaro. Già nel 1998 al Davilla Mario era stata comminata una pena di un anno e sei mesi per duplice bancarotta fraudolenta e false comunicazioni sociali come socio di due ditte fallite: la “Sicilia Calcestruzzi” di Mario Davilla e & C. (21.05.1997) e la Edilsala s.a.s. (15.06.1998). Nel 2007 come titolare della G. S. Costruzioni S.r.l. di Bugio inoltre, è stato condannato a 4 anni e sei mesi di reclusione per bancarotta fraudolenta per vicende legate al fallimento della ditta Conglomerati S.r.l.; l’8 giugno 2005, inoltre, è stato condannato dalla Corte d’appello di Palermo alla pena di tre anni e quattro mesi di reclusione per il riciclaggio di un escavatore. Il Davilla è un personaggio potente. Oltre a svolgere la sua attività imprenditoriale nel settore del calcestruzzo l’imprenditore ha frequenti contatti con uomini di rilevo dell’organizzazione criminale agrigentina, in particolare con gli uomini d’onore della zona del Belice quali Gino Guzzo, i fratelli Sala, Nicolò Di Martino e Antonino Perricone. Incontra più volte, tra gli altri, anche Antonino Di Maggio, un personaggio legato agli ambienti massonici agrigentini. I Carabinieri hanno intercettato diverse conversazioni telefoniche finite poi nella richiesta di custodia cautelare dell’operazione “Scacco matto” e sms che Antonino Maggio ha inviato nel periodo delle festività di Natale del 2006, in particolare il 22 dicembre 2006, dal suo cellulare, a 42 utenti. I 2 sms messi insieme  davano il seguente messaggio <<la massoneria conserva e tramanda il suo simbolismo e le sue tradizioni iniziatiche come un tesoro di cui forse non conosce più il valore, in un forziere, di cui forse non ha più la chiave, ma che consegnerà integro ad un futuro che potrà meglio usufruire>>.
Ma Antonino Maggio, detto “nino dà cava” classe ‘63, originario di Sambuca di Sicilia, oltre ad essere un massone ed amministratore unico della Cava S. Giovanni S.r.l. è il nipote dell’uomo d’onore Antonino Maggio classe 38 soprannominato “u carvunaro” arrestato nel 2002 con Leo Sutera nell’Operazione “Cupola”. Quando il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, capo mandamento di San Giuseppe Jato, venne sentito il 10 giugno 1997 in merito alle sue conoscenze nella zona di Sciacca disse tra le altre cose che <<quando si doveva raccomandare qualche impresa della zona, si doveva ... ci dovevamo rivolgere nell’agrigentino ... a Sutera e Maggio dopo …>>, indicando nei due sodali i referenti diretti del controllo degli appalti ad Agrigento. Anche il nipote di Antonino Maggio è ben inserito nel mondo degli appalti e il Davilla trova in lui un ottimo contatto per portare a termine i suoi affari.
Questo progressivo avvicinamento di Cosa Nostra agli ambienti massonici coinvolge personaggi che ricoprono ruoli di vertice all’interno dell’organizzazione mafiosa. E’ il caso dell’attuale capomandamento di Sciacca Giuseppe Guzzo, intercettato mentre è a colloquio con Giuseppe La Rocca, uomo d’onore della famiglia di Montevago. Guzzo decide di mettersi in contatto con Giuseppe La Rocca perché ha saputo che questi ha un cugino a Castelvetrano, non ancora identificato dalle forze dell’ordine, che può intervenire. <<Tu ci hai parlato con tuo cugino per il fatto della massoneria? Non ti avevo detto io di andare a parlare con tuo cugino di Castelvetrano (…) se ti capita l’occasione, io sono interessato Peppe, il più breve tempo possibile, a questa cosa. Gli dici che c’è una persona di un certo livello che è interessata a questa cosa …>>.
La Rocca conferma al Guzzo la sua disponibilità e gli riferisce che ha saputo da questo suo parente che <<la massoneria (…), arriva a livelli impressionanti, un sacco di cristiani>>. Il cugino gli ha detto che la loggia massonica di Menfi <<è forte, ma forte, forte>>, conta al suo interno numerose persone di diversa estrazione sociale addirittura agenti di polizia penitenziaria, <<ci sono infilati anche carcerieri, che non sono ancora in servizio, ci sono infilati …di tutte le maniere>>.
Guzzo però ha dei precedenti penali e non sa se può entrare ufficialmente <<lui se dice dabbene, tu gli di: vedi che quello è combinato così>>. Si tranquillizza solo quando viene a sapere che il medico Pellegrino Scarica, è un massone a tutti gli effetti nonostante sia stato arrestato il 5 aprile 1993 per detenzione illegale di armi e munizioni da guerra. <<Amico nostro è>> ha confermato Guzzo <<meschino, dice che ha avuto guai, cose, gliele ha fatte avere il professore queste cose>>. Il medico ricopriva un ruolo di assoluta fiducia all’interno della famiglia di Sambuca di Sicilia, era l’armiere di “u prufissuri” Leo Sutera.
Gli agganci con la massoneria rappresentano per Cosa Nostra un ottimo trampolino di lancio per gli affari di “alto” livello e per cercare protezione nel mondo delle istituzioni e della politica.


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