di Aaron Pettinari
Il boss Lo Iacono doveva essere eliminato. I killer intercettati e fermati
Gli arresti
Nel luglio scorso, su ordine dei pm Nino Di Matteo e Marzia Sabella, sono stati fermati Michele Modica, Andrea Fortunato Carbone, Gaetano Fiorista ed Emanuele Cecala, tutti con l’accusa di associazione mafiosa. Su di loro gli inquirenti stavano raccogliendo prove, grazie alle intercettazioni, della loro appartenenza e partecipazione attiva a Cosa Nostra. Ad un certo punto però le indagini hanno subito un’accelerazione e per i quattro è diventato necessario decretare il “fermo”, stavano infatti organizzando l’omicidio dello storico boss di Bagheria, Pietro Lo Iacono. Per giorni i quattro sicari lo avevano pedinato e, pur nella consapevolezza di “avere gli sbirri addosso”, avevano deciso di portare a compimento l’esecuzione.
Il progetto d’omicidio
La prima conversazione relativa all’attentato a Lo Iacono è datata 20 giugno 2008. A parlarne sono il Modica ed il Carbone presso la carrozzeria dello stesso Modica, in contrada Serradifalco a Santa Flavia. E’ lì che Modica avverte: “Si deve fare, si deve fare, la prossima settimana dobbiamo vedere di organizzare” ed ancora “si deve fare perché io ammonizioni non ne voglio”. Andrea Carbone ha già una prima idea su come agire: “Lo sai cosa dobbiamo fare? Io già ci ho pensato…mi sono guardato tutte cose (…) dobbiamo posteggiare il furgone là, a Fondachello (…). E prima del furgone gli dobbiamo posteggiare una macchina dietro così abbiamo due macchine posteggiate dietro il furgone, quando vediamo che lui sta venendo, perché la mettiamo là vicino, lui vede lo spazio, perché qua parcheggio non ce n’è mai, dove si va a posteggiare” e poi ancora: “Non appena ci capita se è solo… se è solo già lo prendiamo, se sua moglie è nella macchina noi lo sappiamo da prima, lo seguiamo (…). Noi la macchina la posteggiamo prima alle 7,15 (…) e qua ci vuole uno che lo acchiappa e lo butta là dentro. Michele così possiamo perdere due o tre giorni ma lo prendiamo, capisci! Altrimenti, non è che possiamo aspettare che viene lui con i suoi piedi”. Oppure “ se troviamo un (…) un fucile subacqueo per adesso lo sfondo, faccio finta che me ne vado a pesca, lo sbaglio e colpisco a lui…”. Così per giorni gli investigatori della Squadra mobile hanno registrato i colloqui tra i quattro. Un progetto che andava portato a compimento a qualsiasi costo e con qualsiasi mezzo. Col passare dei giorni però ecco emergere le prime insicurezze ed i primi dubbi. Il 26 giugno Carbone sempre parlando con Modica avverte: “Apriamo gli occhi Michele a Santa Flavia…ci hanno messo gli sbirri addosso, non lo so… chissà cosa hanno Michele?... Chissà cosa hanno…”. I dubbi di Carbone però non riguardano solo la presenza degli “sbirri”, ma anche la buona riuscita dell’attentato: “Se fosse leggero – dice – almeno te lo metteresti sotto braccio (…). Questo è per due volte, è un … metro e ottanta… è tanto…quando si butta a mare è un elefante”. Timori che si ripetono anche nell’intercettazione del 30 giugno in cui Carbone dialoga con Emanuele Cecale: “(…) abbiamo gli sbirri addosso Manué. Lui vuole fare quel discorso e io gli dico “Michè, ma vedi che abbiamo gli sbirri addosso…ci sono gli sbirri addosso” ma dopo come lo dobbiamo fare, dobbiamo prendere questo in mezzo alla strada? Come lo devi fare Manuè?”.
C’è l’ordine di…
Dubbi e timori però non fanno cambiare idea al Modica. Da quanto emerge dall’indagine sembrerebbe lui il “capo” del gruppo di fuoco. E’ lui ad insistere: “ (…) se c’è questa ordinanza così che…che…che ci possono fare… c’è ordine no che da lui….di…ordine di là, di là, di quello pure (…)”. Un ordine che viene da più parti quindi, ma per il gruppo di fuoco c’è anche una consapevolezza. Uccidere Lo Iacono avrebbe dato lustro e prestigio all’interno dell’organizzazione criminale. Lo fa ben intendere il Modica in un colloquio con il Carbone: “(…) No, no Andrea le cose sono….(…)…te lo dico io..te lo dico io, poi tutte cose vengono in piano, Gino Mineo…i Greco…tutti ci guarderanno in maniera differen...questi lo verranno a sapere tutti…(…) E ci guarderanno tutti dritti”. Quindi il Modica si accorda con Carbone per proseguire con i pedinamenti e sondare il parere anche degli altri “compari” appartenenti al gruppo di fuoco come il Fiorista: “L’importante è che non ti spaventi”, dice il Carbone. E questi risponde: “Ma che cosa mi devo spaventare? Io ti sto dicendo che questo è un testa di minchia, alla fine io ti sto dicendo che c’ho girato sempre in tondo”. Al momento di passare dal piano teorico all’azione però, ecco l’intervento della polizia. E’certo che se non ci fosse stato il fermo di polizia l’attentato a Lo Iacono si sarebbe compiuto portando un certo scompiglio al quadro interno di Cosa Nostra. Uccidere un boss della levatura del bagherese è un gesto eclatante la cui decisione arriva in un contesto particolare della storia della mafia siciliana. I continui arresti negli ultimi anni che hanno decimato interi mandamenti, gli arresti di Provenzano e quello dei Lo Piccolo sono tutti episodi che avevano messo in fibrillazione le famiglie palermitane e della provincia. Nel 2007 poi la scarcerazione di Pietro Lo Iacono e Nicola Greco, fratello di Leonardo. Due boss storici. Il loro ritorno evidentemente ha destato preoccupazione. La domanda ricorrente è: “A chi?”. L’eliminazione di Lo Iacono non è una decisione presa su semplice iniziativa del Modica ed i suoi compagni. Del resto lo confermano le stesse intercettazioni: “. “(…)se c’è questa ordinanza così che…che…che ci possono fare… c’è ordine no che da lui….di…ordine di là, di là, di quello pure (…)”. Ed è sicuramente su questo che si deve porre la lente d’ingrandimento. Che il piano d’attentato a Lo Iacono sia da inserire nel contesto delle rivalità esistenti a Palermo tra la fazione dei Lo Piccolo e quella di Rotolo? Che sia qualcuno di questi ad aver ordinato la morte del boss? O a Palermo ci sono nuovi capi di cui ancora non si conosce l’entità? Le intercettazioni stesse danno indicazioni a riguardo. “Si deve fare perché io ammonizioni non ne voglio…” – dice il Modica al Carbone. Egli conosce l’importanza del compito che gli è stato dato, così come l’autorità di chi ha dato l’ordine di uccidere Lo Iacono. Un’autorità che può ammonire ed al tempo stesso premiare: “…tutti ci guarderanno in maniera differen...questi lo verranno a sapere tutti…(…) E ci guarderanno tutti dritti”. Ciò che appare evidente è che questi “nuovi capi” mafiosi di Palermo, pur di imporsi, stanno dimostrando di esser pronti a far risuonare il clamore delle armi e, se necessario, uccidere chiunque potrebbe inserirsi come ostacolo alla propria avanzata. La pax mafiosa che era stata imposta da Provenzano traballa. Con la cattura dei Lo Piccolo a Palermo si è aperto un vuoto. Ma nella storia di Cosa Nostra tanti “capi” si sono avvicendati e ciò non le ha fatto perdere forza e pericolosità. La vicenda Lo Iacono dà una chiave di lettura dei nuovi equilibri che si stanno creando all’interno dell’organizzazione criminale. Dall’arresto di Provenzano sono passato due anni. I successori designati a Palermo, dai Lo Piccolo a Rotolo lo hanno presto seguito. I segnali recenti dimostrano che la manovalanza di Cosa Nostra è in fermento, che i ruoli ai vertici vengono apparentemente riassegnati e che c’è un nuovo cambio di strategia. Negli ultimi anni lo Stato ha assestato i suoi colpi ma in virtù di questo nuovo scenario è assolutamente vietato abbassare la guardia.
box1
Non solo uccidere
Nelle decine di conversazioni intercettate e sintetizzate nelle quarantasei pagine di Ordinanza gli investigatori hanno trovato elementi riguardo estorsioni, rapine e lavori pubblici. Tra i progetti c’era anche quello di “ripulire” una rappresentante di gioielli, bloccandolo all’interno di un residence. Autore della rapina sarebbe dovuto essere Emanuele Cecala che a sua volta, sempre secondo i magistrati, “si vantava di poter contare su picciotti particolarmente capaci anche di smontare i vetri blindati e di svaligiare i bancomat”. Non mancano, tra i documenti presentati dai pm, intercettazioni con riferimenti ad attività estorsive. Dalle conversazioni emerge che Carbone aveva chiesto il pagamento del pizzo ad un soggetto, conosciuto come il Rosso, che dovrebbe essere titolare di una rivendita di materiale edilizio che già in passato aveva avuto a che fare con personaggi appartenenti a Cosa Nostra. Quindi, secondo gli inquirenti, i quattro sarebbero stati anche protagonisti di minacce e ritorsioni verso gli imprenditori. Dice il Modica a Carbone: “No gli ho detto…gli ho detto ‘non deve lavorare e basta’” E Carbone: “Ci dobbiamo dare tutte cose fuoco (…) dobbiamo cominciare a fare qualche co…facciamo bordello”.
box2
Fermi Convalidati
Gli indizi sui quattro quindi ci sono, almeno secondo il tribunale. Il Gip di Palermo, Roberto Conti ha convalidato, ritenendo sussistenti gli elementi raccolti a loro carico, i provvedimenti di fermo di Andrea Carbone e Michele Modica. Su di loro gli inquirenti avevano raccolto prove non solo riguardo il tentativo d’attentato a Lo Iacono ma anche su rapine, estorsioni, tutte portate a compimento nell’interesse di Cosa Nostra in quanto membri attivi all’interno della stessa già da tempo. “Tanto il Modica che il Carbone - si legge nel documento - risultano soggetti dotati di una personalità criminale di rango… entrambi sono sfuggiti ad un agguato loro teso nell’aprile 2004 in Toronto da un commando di tre uomini armati che avevano tentato di ucciderli. Né mancano elementi che sembrano dimostrare dei contatti del Modica con soggetti legati alla malavita calabrese”. Nello stesso documento riguardo a Gaetano Fiorista tuttavia vengono rigettate le richieste di convalida di fermo in quanto gli elementi raccolti secondo il gip non sono sufficienti per giustificare la conclusione che “il Modica abbia realizzato l’attività di controllo dei lavori pubblici e privati ‘soprattutto tramite il Fiorista’ o che comunque il Fiorista abbia contribuito una tantum dall’esterno al rafforzamentodell’organizzazione mafiosa”. Su Cecala invece si doveva pronunciare il gip di Termini Imerese, competente per territorio in quanto il presunto killer è stato arrestato a Caccamo.
box3
Chi era Lo Iacono
Era libero dal 23 maggio 2007 Pietro Lo Iacono, 60 anni. Un cavillo giudiziario aveva cancellato una condanna in primo grado a tredici anni perché gli sarebbe stato leso il diritto di difesa non essendo stato trasferito dal carcere al palazzo di giustizia per un’udienza. La quarta Corte d’Appello aveva dato ragione alla difesa e così l’11 ottobre 2008 il pm Di Matteo dovrà ripetere la requisitoria al processo di primo grado. Secondo la precedente sentenza, annullata alla Corte d’Appello, Pietro Lo Iacono è il reggente di Bagheria, fidatissimo di Bernardo Provenzano, tanto che sarebbe stato uno degli anelli di congiunzione nei rapporti tra lo stesso boss corleonese e l’imprenditore Michele Aiello, condannato per associazione mafiosa a quattordici anni al processo Talpe alla Dda.
ANTIMAFIADuemila N°60











