a cura di Anna Petrozzi
Un bilancio molto difficile da tracciare, quello della lotta al racket in Sicilia. Dopo la miccia rivoluzionaria innescata da Addiopizzo sono stati compiuti importantissimi passi avanti che stanno dando il loro risultato. Per fare il punto della situazione l’associazione Libero Futuro, fresca di un anno, nata proprio dal comitato contro il pizzo, ha organizzato un convegno a Palermo lo scorso 6 ottobre. E’ emersa immediatamente la consapevolezza che il cammino da percorrere è ancora molto lungo, che le difficoltà burocratiche, le resistenze e le ostilità da superare sono molte. Ma anche che i successi già ottenuti sono senza precedenti. Per comprendere meglio i termini di questo straordinario scatto culturale abbiamo raggiunto telefonicamente Enrico Colajanni, presidente di Libero Futuro, che ha sottolineato anche l’importanza dei messaggi che vengono inviati attraverso gli articoli della stampa.
Enrico, all’indomani del convegno la stampa in generale ha messo in evidenza le difficoltà di imprenditori come Guajana, Conticello, simboli della lotta al pizzo, a riprendere le proprie attività o ad accedere ai fondi per ricominciare, oltre al duro richiamo agli imprenditori venuto dal pm De Lucia. Dopo un primo anno di lavoro durissimo, da protagonisti, qual è la vostra valutazione dello stato della lotta al pizzo?
Francamente non ho capito perché il Giornale di Sicilia e La Repubblica edizione Palermo abbiano fatto un’operazione giornalistica di questo genere, così solo negativa. Sembravano appelli a non denunciare. La nostra intenzione principale con il convegno era di mettere a fuoco lo stato delle cose e di tracciare da qui un programma per i passi successivi. La mia relazione così come quella di Ugo Forello sono state piuttosto chiare, senza alcun trionfalismo e con il preciso intento di indicare delle soluzioni. Chiaro che dalla relazione di De Lucia, così come quella dell’ex prefetto Giosuè Marino, che conosce benissimo la situazione palermitana, non ci aspettavamo certo dei bilanci rosei. E’ bene sottolineare però che, come ha detto benissimo il magistrato, se non ci fosse stato il lavoro di Addio Pizzo, oggi non avremmo avuto neanche quei pochi imprenditori (rispetto alla moltitudine) che hanno deciso di collaborare denunciando i propri estorsori.
Poi sono da segnalare gravi insuccessi come il continuo silenzio della Confcommercio che è arroccata su posizioni di totale chiusura rispetto all’invito di Addio Pizzo a sostenere il consumo critico, appoggiare chi non paga, fare quindi un salto di qualità. Perché un conto è aiutare chi denuncia, che è già positivo, altro conto però è aiutare chi non paga. In questo modo, si definisce una distinzione tra chi paga e chi no e si creano le condizioni per far uscire allo scoperto chi ancora ha paura e paga. Se un’associazione così forte si limita a dire di espellere chi è reticente, e poi bisogna vedere se lo fa, ma non accetta di sostenere concretamente chi non paga, si ritrova sostanzialmente a convivere con il fenomeno.
Poi è vero che vi sono stati risultati importanti; per esempio, dopo quattro anni di insistenze da parte nostra il comune di Palermo ha finalmente deciso di costituirsi parte civile a processi, è la riprova che siamo di fronte ad un percorso lungo, ma noi non ci perdiamo d’animo.
Ed è certo che non facciamo sconti a nessuno.
Cosa intendi dire?
Partiamo da un dato che tengo ad evidenziare. Oggi stanno collaborando una sessantina di imprenditori e commercianti a Palermo e la stragrande maggioranza è assistita da noi che siamo un’associazione di volontariato. Io ho già avuto modo di dire che questo fatto dovrebbe fare specie.
Siamo gli ultimi arrivati, esitiamo da un anno, almeno come associazione antiracket, gli imprenditori si rivolgono a noi, dico e gli altri che fanno?
Ci siamo solo noi ad accompagnare su per le scale del palazzo di giustizia gli imprenditori?
C’è evidentemente qualcosa che non funziona.
E più andiamo avanti e più questa forte dissonanza si manifesterà quindi tutti devono giocare un ruolo attivo e soprattutto devono sostenere queste strutture che svolgono queste attività: Addiopizzo per un verso l’associazione antiracket per un altro, non possiamo essere delegati assoluti e pensare che sia sufficiente darci una pacca sulla spalla.
A chi ti riferisci in particolare?
Guarda ce n’è per tutti. E’ questo il senso del movimento Addio Pizzo. Partiamo dal fatto che fino al 2004 nessuno osava parlare di pizzo. C’erano solo la magistratura e le forze dell’ordine che lavoravano in assoluta solitudine.
Poi nel momento in cui questa situazione è diventata insopportabile una parte della società civile si è ribellata e molti di quelli che non facevano nulla in quel periodo adesso cominciano a balbettare qualche cosa, ma non è sufficiente ora devono fare. I Comuni devono fare pulizia al loro interno, la politica deve fare pulizia al suo interno, devono adottare regole di appalto che escludono le imprese mafiose, si potrebbero fare dei decaloghi infiniti. Le associazioni di categoria dovrebbero sostenere il consumo critico, sostenere le associazioni antiracket… c’è un lavoro enorme da fare e soprattutto deve dare risultati concreti.
Allora se noi, come ha detto il magistrato, siamo riusciti a produrre denunce, vogliamo immaginare cosa potrebbero ottenere queste associazioni di categoria così grandi se facessero un’azione coerente? Questo è un dato stridente… questa mancanza di risultati eclatanti… noi continueremo a sottolinearla perché noi non vogliamo l’esclusiva dell’antiracket! Ognuno deve fare la sua parte, noi stiamo sostituendo in qualche modo altri che non svolgono il proprio ruolo.
Questa è ancora una triste realtà. Quindi siamo ottimisti se guardiamo ai consumatori e agli imprenditori che cominciano a uscire dalla loro terribile situazione ma siamo pessimisti dall’altro lato se pensiamo che il Comune è stato fino ad oggi silente e non si è schierato con gli imprenditori, se le associazioni di categoria insomma fanno un po’ la manfrina e poi magari scopri che all’interno della Camera di Commercio di Palermo uno dei membri della Giunta Camerale che è anche Presidente di una associazione di categoria di artigiani è imparentato con un noto mafioso. Nulla da dire, penalmente parlando, ma quanto meno è inopportuna quella presenza in quella carica.
Rispetto alle proposte di rinnovamento che avete avanzato quali adesioni avete raccolto?
Devo dire che noi continuiamo ad elaborare proposte che rappresentano un po’ la nuova frontiera della lotta al racket. L’idea di introdurre il principio dell’obbligatorietà della denuncia rispecchia il nostro modo di lavorare e certamente determina un indubbio salto di qualità. D’altro canto lo Stato, inteso come Magistratura, Forze dell’ordine, fa un lavoro straordinario. L’esperienza ci insegna però che l’azione esclusivamente repressiva a lungo termine non paga se non è appoggiata da una presa di coscienza collettiva, da un cambio culturale. Gli imprenditori devono cominciare a capire che la mafia non è onnipotente e che le regole dello stato valgono per tutti e vanno rispettate e che bisogna ristabilire le regole del libero mercato che bisogna denunciare i malfattori e, soprattutto, che se lo facciamo in tanti il problema è presto risolto! Per questo tutte quante le istituzioni devono fare il loro lavoro.
Abbiamo presentato pochi giorni fa un cartello di proposte all’antimafia regionale, abbiamo avanzato precise proposte anche all’amministrazione comunale e per adesso ne hanno accettata una, pare. Il sindaco ha deciso di costituirsi parte civile nei processi, ma questo era il minimo, un atto dovuto.
Anche perché noi come consumatori critici possiamo aiutare i piccoli imprenditori ma le grandi aziende che vogliono denunciare e che partecipano ai grandi appalti da chi possono essere difesi se non dai grandi committenti? Quindi tutte le istituzioni economiche, politiche, le università, le scuole, gli ospedali… tutti devono fare il proprio dovere e purtroppo ancora non siamo riusciti a far passare questa esigenza come priorità nell’agenda di ognuno che poi è una delle cause del mancato sviluppo del Sud.
Di questo in realtà dovrebbe farsi carico anche e soprattutto lo stato centrale che ancora, incredibilmente, finge di non aver capito che mettere la lotta alla mafia nelle assolute priorità dell’agenda di governo vorrebbe dire liberare il nostro Sud dalla morsa delle mafie e concedere un grande respiro di sollievo all’economia di tutto il Paese. Invece di delegare compiti così delegati alle associazioni di volontariato.
Anche a Catania si sta costituendo una movimento anti-pizzo piuttosto consistente, come interagite con loro?
E’ una situazione estremamente interessante e importante. Si tratta di un gruppo di ragazzi che si stanno muovendo sulla scia di AddioPizzo in collaborazione con alcune associazioni antiracket e vi sono anche imprenditori che denunciano. Per noi è fondamentale sapere che questa spinta esce anche dai confini di Palermo, stiamo provando ad esportarla anche a Gela e a Napoli ma per il momento ancora non siamo riusciti a far decollare il concetto di consumo critico. Che per noi è fondamentale perché è veramente l’elemento di novità e rottura che coinvolge tutti i cittadini e spezza l’isolamento in cui si trovano imprigionati gli imprenditori e i commercianti.
In questi anni è emersa moltissimo la figura dei giovani, da loro stanno partendo idee di cambiamento e di richiesta di risposte. E’ un ottimo segno. Rispetto alle scuole sono state prese iniziative specifiche per quanto concerne la lotta al pizzo?
Sì, è stata predisposta dall’Istituto regionale scolastico, che sarebbe l’emanazione del Ministero, e spedita a tutte le scuole di ogni ordine e grado siciliane, credo siano migliaia, una circolare che le invita a sostenere o a emulare questa idea del consumo critico facendo selezione tra i propri fornitori. L’idea è di far sottoscrivere a ogni fornitore un impegno a non pagare il pizzo. Sarebbe ovviamente escluso chi si rifiutasse. Chi, invece, venisse scoperto tramite un pizzino o un libro mastro verrebbe estromesso dagli affari per tre anni. E’ in sé una cosa molto semplice ma con un potere dirompente. Se tutte le scuole aderissero sarebbero coinvolte migliaia di imprese. Alcune hanno già sottoscritto l’impegno… anche questo comunque è un lavoro lungo e impegnativo.
Più in generale la gente comune come accoglie le vostre iniziative?
Molto bene. Siamo circondati da una grande solidarietà. Molto anche all’estero. Circa 10.000 persone hanno sottoscritto il documento per il consumo critico, poi magari a volte i nostri sostenitori sono distratti e scordano di fare acquisti negli esercizi commerciali che noi abbiamo selezionato, che sono 350, ma i risultati sono senza precedente alcuno. Sì è rotto un equilibrio, si è superato un tabù… Gli adesivi “io pago chi non paga” sono affissi sulle vetrine dei negozi e francamente questo era impensabile prima. Questo grazie anche alle operazioni delle forze dell’ordine che obiettivamente sono state straordinarie.
Dobbiamo dire che Addio Pizzo in questo senso è nato in un buon momento, è stato anche molto fortunato.
E molto coraggioso. Grazie e Buon lavoro.
ANTIMAFIADuemila N°60











