di Silvia Cordella
La Suprema Corte “bacchetta” il Tribunale di Catania e dà ragione al Pg Siscaro: per Sebastiano Scuto nuove accuse legittime.
La seconda sezione della Corte di cassazione ha accolto il ricorso del procuratore generale Gaetano Siscaro e annullato, senza rinvio, l’ordinanza del Tribunale di Catania con la quale era stata rigettata, il 16 luglio scorso, la contestazione suppletiva a carico del Re dei Despar catanesi Sebastiano Scuto, sotto processo per associazione mafiosa.
Secondo il Pg della Suprema Corte il provvedimento del Tribunale «si palesa di abnormità strutturale ponendosi al di fuori delle previsioni normative del sistema, e comportando una indebita regressione del procedimento nella fase anteriore degli atti preliminari». Per tali motivi si ritiene dunque legittima la riformulazione dell’accusa che a giugno dello scorso anno la Procura di Catania aveva avanzato a processo nei confronti di Scuto. Una modifica del capo d’imputazione disposta da Siscaro a seguito di circostanze aggravanti emerse a carico dell’imprenditore catanese nel corso dell’istruzione dibattimentale (quindi non menzionati nel decreto di rinvio a giudizio) a seguito della scoperta dei “pizzini” ritrovati dagli inquirenti in occasione dell’arresto di Bernardo Provenzano e Salvatore Lo Piccolo.
Elementi di prova del tutto nuovi che trovavano corrispondenza nelle parole del collaboratore di giustizia Francesco Franzese, uomo di Lo Piccolo e capo del mandamento di Partanna – Mondello, arrestato in zona Cruillas a Palermo il 2 agosto del 2007. Al centro delle dichiarazioni che interessano Scuto vi sono gli interessi dei boss di San Lorenzo nella rete della grande distribuzione alimentare, in particolar modo nel Centro Olimpo. Un ipermercato della catena Interspar, sorto nel territorio di competenza di Franzese “nelle mani” dei boss di Tommaso Natale e del clan catanese dei Santapaola, ufficialmente gestito dagli imprenditori Alfonso ed Enzo Milazzo attraverso la K&K (ditta che si occupa di alimentari, con sede sociale a S. Giovanni La punta, provincia di Catania) della quale Scuto è socio. I loro nomi, rispettivamente ai numeri di cellulare, erano annotati in un biglietto sequestrato nel covo di Giardinello. I magistrati hanno scoperto che la catena Despar in Sicilia faceva parte di un grande progetto d’investimento che riguardava tutti i mandamenti provinciali. Aveva interessato i Madonia di Caltanissetta, così come i Santapaola e i Laudani a Catania, San Giovanni La Punta e dintorni. Ma non solo. Anche Matteo Messina Denaro attraverso Giuseppe Grigoli, ritenuto suo prestanome, controllava l’espansione dei Despar in provincia di Trapani e Agrigento. Provenzano, non di meno, tra il 2000 e il 2001, aveva portato avanti “un discorso” «nella zona di Cinisi» dove il capo di Cosa Nostra aveva una forte influenza. Attraverso la sua corrispondenza sono anche emerse le modalità usate dai boss per controllare i piccoli negozi e i grandi ipermercati della catena Despar. «Anche da noi si arriva a patti – rispondeva il Padrino al capomafia della provincia di Agrigento Giuseppe Falsone, per una diatriba sorta con il boss di Trapani - se devono pagare il pizzo, vogliono essere liberi di gestirsi. Io so parlare chiaro. La Despar vuole questa cosa, se paga il pizzo, vogliono essere liberi di gestirsi». Il Centro Olimpo evidentemente avrebbe preferito aderire alla seconda scelta, infatti non compariva nel libro mastro delle estorsioni essendo, secondo le dichiarazioni di Franzese, una questione esclusivamente gestita da Lo Piccolo insieme ai Santapaola.
E sono alla base delle accuse mosse all’imprenditore Sebastiano Scuto, con cui è stato rinviato a giudizio nel 2004, i suoi rapporti datati nel tempo con i clan mafiosi catanesi, con l’appoggio dei quali avrebbe espanso il suo raggio d’azione imprenditoriale creando la sua piattaforma di distribuzione Aligrup nella Sicilia orientale. A Scuto si contesta di aver «finanziato Cosa Nostra in maniera continuativa in cambio di una duratura protezione, riciclando in attività economica legale ingenti proventi delle attività illecite del clan Laudani e di altri clan alleati». A ciò si aggiungono le nuove accuse «per aver aperto nuovi centri commerciali a Palermo e provincia gestiti in comune con il clan di appartenenza dei Laudani e con quelli alleati di Benedetto Santapaola, di Bernardo Provenzano, Sandro e Salvatore Lo Piccolo».
Un affare che avrebbe riguardato anche l’assunzione di personaggi vicini all’organizzazione mafiosa come Giuseppe Micalizzi, nipote dello storico patriarca Saro Riccobono, Biondino Valeria, nipote di Biondino Salvatore, Caporrimo Francesca, sorella di un subordinato di Lo Piccolo e altri tre soggetti di rilevante vicinanza ad esponenti mafiosi, contrassegnati negli elenchi delle assunzioni con la dicitura “Milazzo”. File che sono stati ritrovati nei computer sequestrati agli impiegati di “Unica”, un’azienda consorziata di K&K, Aligrup e Center Gross (dove ha sede il Centro Olimpo) che si è occupata della selezione del personale degli ipermercati di Scuto, Milazzo e Grigoli.
Nel 2000 la Unica (con sede anche questa a S. Giovanni La Punta), con fondi pubblici regionali ed europei, ha organizzato attività formativa diretta ai neoassunti per le società consorziate. Tra le sedi per la formazione dei neoassunti: L’Aligrup di Scuto e la Grigoli Distribuzione di Trapani.
Tra i soggetti che hanno assunto cariche amministrative alla Unica vi sono Sebastiano Scuto, Presidente del consiglio di amministrazione, Antonino Gatto (presidente della Despar Italia), vicepresidente del consiglio di amministrazione, Franco Lattuada, amministratore delegato e Giuseppe Grigoli (dal 2004 – al 2006) consigliere.
E mentre continua l’inchiesta che ha travolto il marchio Despar in Sicilia, il rapporto SoS impresa si chiede: «Possibile che un marchio così importante possa cadere nelle mani delle cosche?». Il presidente Antonino Gatto nega e ribalta le accuse gridando al complotto contro il marchio commerciale. Ma se questo è vero, è altrettanto vero, conclude il rapporto, «che fino a qualche mese fa Giuseppe Grigoli attraverso il Gruppo 6 G.D.O. srl possedeva una quota azionaria del 10% della Despar Italia». Ora con la sentenza della Corte Suprema si apre un nuovo capitolo processuale a carico di Scuto che permetterà di scavare ancora più a fondo nelle relazioni di contiguità e infiltrazioni mafiose nel settore del mercato alimentare, nel quale i padrini contavano di reinvestire i propri proventi.
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Il Pg: “L’Aligrup è un’ impresa mafiosa”
“Passo, Presidente, rapidamente ad illustrare quella che è la portata dei documenti che io vi sottopongo appartenenti già al fascicolo del dibattimento o al fascicolo del Pubblico Ministero, così come mi era stato indicato. Io devo fare una premessa fondamentale dalla quale occorre partire, perché è aleggiata nell’aria in quest’aula, ma nessuno ne ha parlato, la tesi d’accusa, non la prova, ci tengo a dirlo, la tesi d’accusa nei confronti del signor Scuto qual è? E questo è un dato oggettivo, è assolutamente refrattario a qualunque artificio dialettico, secondo la contestazione, consacrata nel decreto di rinvio a giudizio, il signor Scuto è organico al clan Laudani, che c’è dubbio che è questa la contestazione! Primo punto. Secondo punto, sempre nella prospettazione accusatoria la società Aligrup è un’impresa mafiosa perché gestita insieme da Scuto e da Laudani e vedremo anche da altri clan che non per questo creano un nuovo clan, creano solo un’alleanza, potremmo dire con un termine di moda, una Joy Adventure, nel campo della economia mafiosa. Ma certo si è che nella contestazione, non la leggo, nel decreto c’è che l’impresa del signor Scuto è un’impresa mafiosa, ed è per questo che l’impresa Aligrup, che è la principale, ma tutte le partecipazioni societarie nell’ambito della grande distribuzione sono state sottoposte a sequestro, sequestro richiesto dal Pubblico Ministero, concesso dal G.I.P., sono tutti atti d’indagine queste, Presidente, ma anche la fase cautelare ha un peso, confermato dalla Cassazione e tuttora vigente. Quindi sulla mafiosità del signor Scuto come persona in quanto organico al clan e delle imprese a lui facenti capo, Aligrup nella totalità, K&K per una quota o della metà o prossima alla metà, sono parimenti connotate di mafiosità e ciò, ripeto, voglio essere chiaro fino in fondo, in base alla contestazione, poi se è fondato o meno lo verificheremo, ma noi sulla contestazione dobbiamo operare. Ed allora, la società K&K, nella quale Scuto è in società con Milazzo, come ribadivo, è un’impresa mafiosa e anch’essa sottoposta a sequestro per le quote di pertinenza del signor Scuto. E qui anticipo una obiezione che viene naturale fare ma che bisognerebbe confrontare con il ruolo che viene naturale fare ma che bisognerebbe confrontare con il ruolo che in questo momento il P.M. ha in questo processo: in questo processo il Pubblico Ministero non a caso è il Procuratore Generale, non è un Pubblico Ministero di primo grado, e perché il Procuratore Generale? Perché il Procuratore Generale sta agendo in avocazione e quando il Procuratore Generale agisce in avocazione ha dei limiti soggettivi, non può andare per quel reato avocato oltre l’imputato per cui l’avocazione è stata disposta. E quindi non potete chiedere a me perché il signor Milazzo e se il signor Milazzo, io non lo so, sia o non sia sottoprocesso per 416 bis, questo è un dato, Presidente, che è processuale, oggettivo, ho voluto subito metterlo in chiaro. Risulta da documenti prodotti dalla Difesa, non da documenti miei, che nel ‘96/97, poi è stato confermato anche al dibattimento, Scuto e Grigoli sotto il mantello protettivo della Despar si sono amichevolmente spartiti Palermo e provincia, questo è un dato che troverete là, è documentale”.
Tratto dalla trascrizione dell’udienza del 2 luglio 2008. Discussione dell’accusa sulla riformulazione delle accuse del Pg Gaetano Siscaro a Sebastiano Scuto.
ANTIMAFIADuemila N61














