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La faccia pulita della mafia

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Ri-scoperta a Trapani la commistione tra massoneria, mafia e politica

di Rino Giacalone

C’è una sorta di irrimediabilità che avvolge il trapanese. Ci sono scenari antichi che restano vivi, si aggiornano, si trasformano, come la mafia che chiamano sommersa, ma che forse non lo è così tanto. E vedere la realtà delle cose non è poi tanto difficile. La mafia è sommersa perché non spara più, non sporca di sangue le nostre strade, ma la si continua a trovare laddove ci sono grossi interessi: in quegli uffici in cui scorrono i fiumi del denaro pubblico e in quelli giudiziari dove al lavoro di magistrati che colpiscono Cosa Nostra, l’organizzazione, affiliati e complici, si affianca un semplice ausiliario di cancelleria che riesce a non far partire un decreto per la esecuzione, o un agente che tra una cosa e l’altra dà qualche sbirciatina agli archivi elettronici per sapere cosa accade nei luoghi dove la lotta contro i mafiosi è serrata.
C’è pure il solito prete, non sempre di provincia, anche altolocato, «a due passi dal cupolone», che è disposto a scrivere qualche lettera in cambio di offerte. Raccontando bugie e frequentazioni religiose inesistenti, di boss e figli di boss.
L’irrimediabilità trapanese è tutta qui. Nelle vicende di mafia e massoneria, di mafia e appalti che si ripetono continuamente. Dalla loggia coperta Iside 2 del circolo Scontrino del prof. Gianni Grimaudo, scoperta a metà degli anni ’80, al tempio della Gran loggia unita d’Italia dell’imprenditore mazarese Michele Accomando che è storia di questi giorni; dagli appalti pilotati per le grandi opere - ma anche per le «piccole» bandite tra il 90 e l’inizio del 2000 dalla Provincia regionale e dai Comuni del Trapanese - ai 12 dirigenti di uffici tecnici finiti in manette nello stesso arco temporale, qualcuno trovato con la «mazzetta» in tasca o il biglietto truccato in gola nel tentativo di ingoiarlo e farlo sparire. E fino all’imprenditore marsalese Salvatore Di Girolamo, che voleva diventare il regista delle gare pubbliche prendendo il posto di altri finiti in galera.
Quest’ultima è la storia più recente. Che poche settimane fa è finita con l’arresto del Di Girolamo da parte della Squadra Mobile dopo che era emerso il seguente retroscena: l’imprenditore si era fatto avanti con i «mammasantissima» con una allettante proposta economica. Aveva in sostanza offerto il 10% della fetta di guadagni scalzando chi prima di lui alla mafia garantiva il 3%. Il boss che gli sedeva dinanzi aveva accettato e, quando si erano alzati dal tavolo attorno al quale erano seduti, il capomafia gli aveva teso la mano e i due si erano salutati come si salutano, tra loro, due grandi manager. Il boss aveva pure augurato all’imprenditore «buon lavoro», tanto che in quel momento l’unica cosa che mancava per essere un accordo in piena regola era un atto ufficiale con la firma delle parti.
Tutto questo accade mentre in Sicilia la Confindustria continua a dire che l’impresa deve sottrarsi al controllo mafioso, denunziare il racket e non pagare il pizzo. Ma a Trapani c’è una fetta di impresa, che non è nemmeno molto piccola, che non vive in una «enclave», ma si mette d’accordo con Cosa Nostra e spartisce i guadagni. Da una parte ci sono gli appelli a collaborare, dall’altra lo sgomento nello scoprire che alcune dichiarazioni e i buoni intenti sono solo di facciata.
C’è poi la connessione, non nuova, tra mafia e massoneria.
Tra Mazara, Perugia e Roma si «traccheggiava» sulle cause in Cassazione, non c’erano processi da pilotare, ma solo fascicoli da non far trovare quando dovevano essere cercati. Tanto che, per citare un esempio, una udienza poteva slittare o un decreto poteva non essere inviato in tempo per rendere esecutiva una sentenza con la semplice scusa che il fax era guasto.
Lo scopo era quello di ottenere la scadenza dei termini con la conseguente impossibilità di arrestare gli imputati.
Operazione Hiram l’hanno chiamata i magistrati della Dda ed i Carabinieri.
Hanno intercettato un imprenditore di Mazara, Michele Accomando che si prendeva cura della Cosa Nostra mazarese sotto ogni punto di vista: assistenza ai latitanti, gare di appalto pilotate, disbrigo di faccende giudiziarie. Lo hanno sentito parlare al telefono con un faccendiere di Orvieto, Rodolfo Grancini, discutere con un sacerdote gesuita di Roma, Ferruccio Romanin, cercare contatti con un agente di Polizia del Servizio Centrale Operativo di Roma, Francesca Surdo, avere a disposizione un funzionario di cancelleria della Cassazione, Guido Peparaio. Ad Accomando si rivolgevano le «famiglie» più importanti della cosca mazarese, come gli Agate, i Riserbato, i Gancitano. E lui si dava da fare. Addirittura aveva anche pensato di aprire un «tempio» della Gran loggia unita d’Italia a Mazara, così da potere meglio «operare».
Non c’è più la massoneria segreta e deviata, ci sono a disposizione le logge ufficiali, dichiarate, così come nella mafia, che ha cambiato pelle, ci sono professionisti e colletti bianchi - tra medici, imprenditori e commercialisti  - che operano illecitamente quasi alla luce del sole.
Ciò che è emerso nel corso dell’operazione Hiram non è un rapporto di sudditanza, di soggetti che operavano a favore dei mafiosi per paura, per soggezione, ma di soggetti che avevano deciso di mettersi a disposizione della mafia per ottenere guadagni.
E la mafia ha pagato, a tranche di 5 mila euro ogni favore. Accomando segnalava le pratiche e prendeva i soldi, li metteva a disposizione di Grancini il quale li divideva con Peparaio che infine pagava i suoi complici in Cassazione.
C’erano poi le notizie che al faccendiere  Grancini passava la poliziotta Surdo, che aveva la possibilità di leggere i rapporti sulle ricerche dei super latitanti che dalla Sicilia giungevano sul tavolo dei poliziotti dello Sco. E quando proprio non c’era nulla da fare per fermare i processi o per sbirciare le notizie nell’archivio informatico delle forze dell’ordine, ecco che c’era il gesuita pronto a sottoscrivere a difesa degli accusati, ingiustamente. In realtà non ne avrebbe mai conosciuto nemmeno uno, ma per ogni lettera scritta arrivavano le offerte. Anche se lui ha sempre negato di avere intascato soldi dicendo di avere operato in buona fede.
Un «sistema», un altro dei sistemi del malaffare. Il comune denominatore è lo stesso degli ultimi  vent’anni e porta il nome di Matteo Messina Denaro, il super latitante, quello che dalla mafia assassina e stragista è passato, imparando da Bernardo Provenzano, alla mafia dei legami con la politica e con  l’imprenditoria.
La mafia oggi non spara ma è la stessa delle bombe di Pizzolungo, di Roma, Milano e Firenze e degli attentati ai treni degli anni ’80.
E allora ci si accorge che il problema di questo territorio siciliano non è il mafioso con la sua fitta trama di rapporti e connessioni, ma i soggetti che vorrebbero scardinare queste connessioni: poliziotti, carabinieri, magistrati e giornalisti.
Perché in questa terra i mafiosi riescono a sfuggire al carcere duro e chi combatte la mafia vive sotto scorta e quasi recluso.


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Le tappe dell’inchiesta “Hiram”


17 giugno. Eseguiti otto provvedimenti di custodia cautelare con l’accusa a vario titolo di concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione in atti giudiziari, peculato, accesso abusivo in sistemi informatici giudiziari e rivelazioni di segreti d’ufficio. Finiscono in manette: Michele Accomando, 60 anni, di Mazara del Vallo, imprenditore, membro della Loggia “Gran Serenissima” della massoneria trapanese, già condannato per mafia a 9 anni e 4 mesi, Renato Giovanni De Gregorio, 59 anni, ginecologo palermitano, Rodolfo Grancini, 68 anni, faccendiere umbro in contatto con deputati e senatori e uomo chiave di tutta l’inchiesta, Calogero Licata, 57 anni, imprenditore agrigentino ed ex assessore comunale di Canicattì, Guido Peparaio, 55 anni, ausiliario alla cancelleria della seconda sezione della Corte di Cassazione, Calogero Russello, 68 anni, imprenditore agrigentino già indagato per associazione mafiosa nelle inchieste “Appalti liberi” e “Alta Mafia”, Nicolò Sorrentino, 64 anni, Francesca Surdo, 35 anni, agente della Polizia di Stato presso la Direzione anticrimine di Roma. 

18 giugno. Collabora con gli inquirenti facendo ammissioni di colpevolezza il ginecologo Renato De Gregorio, condannato in appello per molestie sessuali su una minorenne. Il medico ha versato una mazzetta per ritardare il procedimento pendente in Cassazione.

19 giugno. Perquisita la sede del Circolo del Buon Governo di Marcello Dell’Utri di Orvieto. Sequestrati computer e documenti interessanti ai fini delle indagini. Il Circolo ha tra i suoi fondatori il faccendiere umbro Rodolfo Grancini.

2 luglio. Padre Ferruccio Romanin, rettore della chiesa di Sant’Ignazio di Loyola, è interrogato dai magistrati. Il gesuita è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa avendo scritto due lettere affinché venissero concessi i domiciliari a boss mafiosi. Il Padre giustifica il suo operato dicendo che Grancini ha fatto leva sul suo senso d’umanità e che non era nelle sue intenzioni influenzare nessun procedimento giudiziario. Ammette però di aver messo a disposizione di Grancini la sua sacrestia per incontri con personaggi che il faccendiere chiamava onorevoli.


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La storia che ritorna


Nel 1986, a Trapani, venivano scoperte le logge segrete del Circolo Scontrino. Il centro, presieduto da Giovanni Grimaudo, era anche la sede di sei logge massoniche: Iside, Iside 2, Osiride, Ciullo d’Alcamo, Cafiero, Hiram. In un’agenda era poi riportato il nome di «loggia C», alla quale erano iscritti Natale L’Ala, capomafia di Campobello di Mazara, ucciso dopo due tentati omicidi; Pietro Fundarò, che operava in stretti rapporti con il boss di Alcamo Natale Rimi; Giovanni Pioggia, imprenditore di Alcamo e il castellamarese Mariano Asaro.
Agli atti dell’inchiesta, la certezza degli investigatori che appartenente a quelle logge massoniche fosse anche Mariano Agate, il mazarese che un giorno, da un’aula di Tribunale, mandò a dire a Mauro Rostagno di finirla di raccontare “minchiate” dagli schermi di Rtc. Tutto questo pochi mesi prima che lo stesso Rostagno fosse ucciso.
Alle sei logge trapanesi e alla loggia «C» erano affiliati imprenditori, banchieri, commercialisti, amministratori pubblici, pubblici dipendenti, uomini politici. A Trapani durante il processo al gran maestro Grimaudo e al suo braccio destro Torregrossa, sono poi emersi i contatti con le allora logge segrete di Palermo, con Pino Mandalari il commercialista di Riina.
R. G.


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Ogni processo ha il suo prezzo


Palermo.  E’ stata interrogata il 2 luglio scorso dai magistrati della Procura di Palermo l’agente di polizia palermitana Francesca Surdo nell’ambito dell’inchiesta “Hiram”.
Pur non considerando ancora quella della Surdo una piena collaborazione tuttavia gli inquirenti sono convinti si tratti di dichiarazioni importanti ai fini delle indagini. La Surdo, a cui sono stati concessi i domiciliari e che era impiegata a Roma presso la direzione del Servizio centrale operativo, avrebbe ammesso la collaborazione con Rodolfo Grancini, faccendiere umbro anch’egli arrestato ed avrebbe spiegato le modalità adoperate per ritardare i processi in Cassazione. <<In merito agli interventi illeciti – ha detto la Surdo – che riusciva a fare in Cassazione, il Grancini mi disse che il prezzario era diverso a seconda che si dovesse ottenere una semplice visualizzazione dello stato del procedimento ovvero si sarebbe dovuto ottenere una dilazione nella trattazione del ricorso>>. Grancini nell’agosto 2006 chiese alla poliziotta di verificare la posizione processuale di Giuseppe Burzotta, pregiudicato di Mazara del  Vallo. <<Preciso – ha proseguito la Surdo – che Grancini mi motivò la sua richiesta poiché il Burzotta era interessato assieme all’Accomando per la realizzazione di un impianto di riciclaggio patrocinato, a suo dire, dal Vaticano>>.
Il riferimento al Vaticano ricorre anche in un’altra dichiarazione rilasciata dalla Surdo a proposito della ricostruzione del primo incontro avvenuto con Grancini a bordo di un aereo nella tratta Roma-Palermo nel maggio 2006: <<Eravamo seduti accanto e iniziammo a chiacchierare. Lui si presentò, dandomi un biglietto da visita, come un funzionario del Vaticano in visita a Mazara per ragioni ispettive della curia vescovile>>. La poliziotta ha poi spiegato di non aver mai conosciuto personalmente il senatore Marcello Dell’Utri anche se il Grancini <<parlava spessissimo di lui in tono molto confidenziale>>.
Inoltre è stata depositata ieri al Tribunale del Riesame di Palermo la nuova documentazione inerente i riscontri rinvenuti dai carabinieri di Trapani nelle agende del Grancini e di Guido Peparaio, che svolgeva il ruolo di ausiliario presso la cancelleria della II sezione della Corte di Cassazione.
Dora Quaranta


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Rapporti tra mafiosi e massoni


Palermo. Il 13 gennaio di due anni fa i carabinieri di Trapani ed Agrigento avrebbero effettuato un lungo pedinamento, da Roma in Sicilia, del faccendiere Rodolfo Grancini. Lo seguirono fino al club “Mediterraneo 2010” sito in un baglio di contrada Santa Maria Serroni a Mazara del Vallo. Lo avrebbero visto entrare con l’imprenditore di Mazara Michele Accomando e l’ex assessore di Canicattì Calogero Licata. I carabinieri avrebbero preso nota delle targhe di 14 vetture, alcune delle quali intestate alla “Edil Sices”, “Finemiro finance”, “Gruppo Lavori”. I pm titolari dell’inchiesta “Hiram”, Asaro, Guido e Padova, scrivono nell’atto d’accusa che nel corso della riunione sono stati affrontati argomenti di stretto interesse dell’associazione mafiosa, in particolare gli accorgimenti da adottare per agevolare la posizione processuale di alcuni membri coinvolti in processi penali. I pm aggiungono anche: <<era dunque una dimostrazione di come il contatto tra le due “realtà”, quella mafiosa e quella massonica, impersonato da figure che, come Accomando, appartenevano ad entrambi e da altri massoni comunque aderenti alle esigenze di Cosa Nostra, fosse assolutamente strumentale al perseguimento di finalità illecite, volte a mantenere intatta la vitalità del sodalizio>>. In un altro pedinamento dei carabinieri risalente al 19 luglio Grancini, Licata e Nicolò Sorrentino sarebbero stati visti entrare nel bar Di Rienzo a Roma. Licata e Sorrentino dopo un saluto si allontanarono. Grancini si fermò ad un tavolo dove erano seduti Marcello Dell’Utri e il deputato Nicola Formichella insieme ad altre persone.
Dora Quaranta


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Gli incontri nelle stanze segrete


Roma. In una intercettazione telefonica risalente al 3 luglio 2006, agli atti dell’inchiesta “Hiram”, il faccendiere Rodolfo Grancini rivelerebbe i suoi incontri riservati all’interno delle sacrestie di Sant’Ignazio di Loyola, la chiesa retta dal gesuita settantanovenne Ferruccio Romanin, finito sotto indagine per concorso esterno in associazione mafiosa. Nel colloquio telefonico con la poliziotta sua amica Francesca Surdo, Grancini dice: <<Mercoledì vedo Marcellino, alle 10 al Senato. Tornava questa sera o domani perché stiamo mettendo su gli uffici bellissimi al Tritone, dove c’è il Messaggero e ci va a lavorare mio figlio>>. Secondo gli inquirenti Marcellino sarebbe il senatore Marcello Dell’Utri. Poi Grancini continua dicendo: <<Lì da lui ci vedo generali, colonnelli dei carabinieri, mi sono venuti a parlare dentro la chiesa, due, un colonnello di Asti, uno di Prato, un altro del ministero di Grazia e Giustizia, per parlare con lui>>. Alla domanda dell’agente Surdo su chi si stesse riferendo il faccendiere risponde: <<Con Marcello. E io li ricevo nelle sacrestie della chiesa… dove non ci sono microspie lì, hai capito? Oppure li porto sopra, nelle stanze segrete>>. Sempre nel corso della telefonata la poliziotta fa capire a Grancini di avere scoperto un processo pendente contro di lui <<per una storia di assegni>>. <<Ah! Ma quello perché ho coperto Marcello>> ribatte Grancini.
Il gesuita Romanin, autore secondo la magistratura di alcune lettere scritte per raccomandare boss mafiosi come il figlio del capomafia di Trapani Mariano Agate, intervistato dal Corriere della Sera, si difende dalle accuse parlando di una <<grave leggerezza>>: <<E’ accaduto perché me l’ha chiesto una persona che conoscevo da anni, Rodolfo Grancini il quale mi disse che questo Agate e un altro ragazzo erano finiti in prigione per dei misfatti che normalmente non commettevano e che meritavano un po’ d’aiuto. Lui mi ha dettato le lettere e io le ho firmate. Ho sbagliato, non avrei dovuto, ma il mio atteggiamento è quello di essere sempre disponibile verso chiunque si presenta e chiede aiuto. Ho commesso una grave leggerezza, ma pensavo che quello che Grancini mi suggeriva fosse vero. Lui comunque non ha mai parlato né di mafia né di capomafia>>. In merito alla storia degli incontri segreti in sacrestia il gesuita dice di non sapere niente: <<Lui mi annunciava che c’era un onorevole o un altro, anche se i nomi non li ricordo. Mi parlava dell’amico Dell’Utri, di Berlusconi, ma io qui non li ho mai visti. E non assistevo agli incontri. Io li facevo entrare come faccio entrare gli inquilini dei palazzi vicini per le riunioni di condominio, Grancini diceva che gli incontri erano per il progetto di costituire una libera università. Poi si voleva accreditare come rappresentante della chiesa verso l’esterno, i miei superiori mi dissero di interrompere i contatti e io lo feci. Se avessi seguito quella disposizione quando s’è ripresentato nel 2006, con la richiesta delle lettere per quei ragazzi, sarebbe stato meglio>>.
 Dora Quaranta


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Liberi dal racket? La strada è ancora lunga


Parlano di “quota associativa” a Cosa Nostra gli inquirenti impegnati nella lotta ai clan di Trapani, lo zoccolo duro della mafia, mai davvero scalfito al punto da divenire una reale preoccupazione per i boss.
Qui in punta di Sicilia non si paga nemmeno il pizzo come tradizionalmente inteso, si entra direttamente a far parte di un sistema organizzato e gestito in compartecipazione tra boss e imprenditori. Uno scenario inquietante che sta tracciando Antonino Birrittella, uno dei pochi collaboratori di giustizia disposto a spiegare come funziona la diabolica macchina mafioso-economica difesa strenuamente dalla cosiddetta zona grigia con un compatto muro di omertà.
In occasione dell’inaugurazione della prima associazione antiracket trapanese che ha visto in un inedito fronte unito il presidente di Confindustria Sicilia Ivan Lo Bello, il questore Giuseppe Gualtieri e il vice questore e capo della squadra mobile Giuseppe Linares le istituzioni hanno richiamato tutti i soggetti economici a fare un passo avanti nella direzione della legalità.
“Lo Stato – spiega Linares – assicura che la buonafede degli imprenditori verrà presa in considerazione, ma è il momento che gli imprenditori si dissocino, escano da questa zona grigia”, gli fa eco Lo Bello: “Abbiamo cominciato ad occuparci di lotta alla mafia, a qualcuno può dispiacere ma continuiamo, non si torna indietro”. “Vogliamo credere che ci sia questo “ravvedimento operoso”, - ha dichiarato il questore - ma anche senza questo noi andremo avanti”.
E così è stato.
In meno di un mese è finito in manette l’imprenditore edile marsalese Salvatore Di Giacomo con grande delusione del questore: “Per noi non è una bella cosa la mattina aprire il giornale e leggere che a Palermo un imprenditore fa arrestare i suoi estorsori mentre a Trapani è l’imprenditore esso stesso estorsore ed è esso stesso ad essere arrestato. Sicuramente nella dinamica degli appalti Cosa Nostra agisce con taluni imprenditori, non con tutti, perchè vi è una gran parte degli imprenditori che fa economia, che è sana e che è quella che vogliamo preservare, però per uscire da questa spirale è necessario un grande impegno sopratutto da parte degli imprenditori».
Non c’è a Trapani però adeguata consapevolezza al fenomeno. Ci sono sindaci, e uno di questi è stato il sindaco di Trapani avv. Girolamo Fazio, che per iscritto ha posto la sua idea, la mafia esiste perchè c’è una antimafia che ne trae benefici. Non che nell’antimafia vada tutto bene, ma la mafia è sempre quella dei morti ammazzati e delle stragi, degli appalti pilotati e degli operai sfruttati, messi a lavorare con il rischio di perdere anche la vita, e non bisogna dimenticarsene. Ci sono altri sindaci, come quello di Erice Giacomo Tranchida che invece ogni giorno danno segnali chiari, in controtendenza di una politica che vuole espellere dal corpo sociale i mafiosi, i complici, gli ignavi. E poi c’è il silenzio come quello «scoppiato» dopo l’arresto dell’imprenditore Di Girolamo, uno che la politica pare la conoscesse bene perchè uso a corromperla, assieme ai funzionari pubblici.
E allora sembra essere scontata la risposta alla domanda su cosa è che manca nel territorio nella lotta alla mafia?
«Manca la condivisione di tutti quanti – osserva Gualtieri – È vero che larghe fasce di cittadini hanno preso coscienza del fenomeno e sono dalla nostra parte, gran parte dei politici hanno capito che la mafia è una palla al piede, ci sono gli amministratori pubblici che vogliono realizzare le opere, ma bisogna avere la consapevolezza che si può avere sviluppo solo con la legalità, ma bisogna volerlo e volerlo tutti, perchè se qualcuno prende una scorciatoia è favorito sul mercato rispetto a chi non la prende. Le indagini hanno dimostrato che senza il burocrate complice, il politico ammiccante, l’imprenditore colluso, l’imbroglio non si può fare, se ogni categoria, anche dentro le Istituzioni, fa la sua parte con il massimo della sobrietà possibile questa battaglia si vince tranquillamente, la mafia sarà la patologia del sistema e non la fisiologica normalità, noi vogliamo che la mafia, che continuerà ad esserci non siamo degli illusi, resti un fenomeno da curare e non impregni il mondo di lavoro dove deve starci la gente di buona volontà e che vuole crescere».


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