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| Michele Riccio - 2°parte - I rapporti tra mafia e massoneria |
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Continuano le rivelazioni del confidente Luigi Ilardo
di Michele Riccio
Proseguiamo, dal numero precedente, nella ricostruzione della vicenda di Luigi Ilardo, confidente del ROS, che, con il suo contributo, ha reso possibile la cattura di numerosi latitanti di grosso calibro facenti parte di Cosa Nostra. Sarà il colonnello Michele Riccio stesso, che ha raccolto in prima persona le dichiarazioni di Ilardo, a condurci nello studio del caso, che cela, a nostro avviso, importantissime informazioni, non solo sulla vita occulta dell’organizzazione e del suo capo indiscusso, Bernardo Provenzano, ma anche sugli intrecci esterni che coprono da sempre Cosa Nostra.
Seconda puntata
Nel Gennaio del 1994, l’Ilardo usciva dal carcere per sospensione della pena per motivi di salute, circostanza che lo aveva già visto libero tempo prima. Pertanto, concordavamo come poi comunicare fra noi e fissare di conseguenza i vari incontri, senza che nessuno, compresi i suoi familiari, potesse scoprire la realtà del nostro rapporto.
Seguirono alcuni incontri - che avvennero sempre in luoghi, paesi e città diversi della Sicilia - caratterizzati da lunghi discorsi in auto, percorrendo strade e trazzere poco frequentate o sostando, ora in campagne brulle ed arse dal sole (con la rara comparsa di qualche pastore e del suo gregge di pecore dal vello dai riflessi rossicci e ricordo che, alcune volte, non potevo resistere dal fargli notare come tutti i pastori avessero al fianco un telefono cellulare) ora, in altre occasioni, in vasti campi, dove imponenti piantagioni di fichi d’india assomigliavano a soldati schierati in parata, o in rigogliosi frutteti.
Mi accorsi quasi subito che i primi contatti furono organizzati dall’Ilardo essenzialmente al fine di valutarmi e stabilire se poteva fidarsi di me. Suo costante avviso, in quelle occasioni, era quello di stare attento al tradimento ed in seguito, in alcune determinate occasioni, con quel suo parlare pacato, misurato e prudente - che lo faceva sembrare quasi timido ai miei occhi, in contraddizione all'imponenza della figura e dell’essere un capo mafioso - mi richiamò quell’avviso e, con sguardo fermo, sottolineò che dovevo stare particolarmente attento al mio ambiente di provenienza, l’Arma, in quanto qualcuno, in alto, tradiva le Istituzioni “colloquiando” da tempo con Cosa Nostra.
Una di quelle sere, dopo che non potemmo sottrarci dall’essere fermati e controllati ad un posto di blocco della Polizia, nel vedere che rispondevo tranquillamente alle domande degli agenti, affermando di essere il titolare di una finanziaria del Nord Italia e che mi ero tranquillamente fatto perquisire, esibendo la mia carta d’identità con la dicitura d’impiegato, si rilassò e nel ringraziarmi per l’accortezza usata e per la fiducia che gli stavo mostrando viaggiando sempre disarmato con lui, riprese i discorsi interrotti in carcere.
Così mi raccontò che, nel 1992, alcuni elementi della sua organizzazione, disponendo delle chiavi d’accesso della sede centrale del Banco di Sicilia in Messina, nottetempo si erano introdotti ed avevano occultato e poi murato, in un’intercapedine posta tra l’autoclave ed il pavimento dei sotterranei dell’edificio, trapani sofisticati, lance termiche e bombole di gas, idonei ad aprire il caveau e le cassette di sicurezza dell’istituto di credito.
Furto che si sarebbe dovuto realizzare nel momento più opportuno ed al quale gli amici speravano che partecipasse anche lui per la sua specifica esperienza nel settore, maturata al tempo della sua aggregazione alle vecchie bande di scassinatori specializzati che, negli anni settanta, avevano operato in tutta l’Italia, compresa la Sicilia.
In quelle occasioni aveva conosciuto alcuni complici romani, che poi ebbero un ruolo anche nelle vicende che si stava apprestando a raccontarmi.
In data 3 Febbraio 1994, ad effettivo riscontro della segnalazione che avevo inoltrato, personale della Questura di Messina rinveniva all’interno del Banco di Sicilia, nel nascondiglio indicato, una lancia termica, trapani speciali, esplosivo al plastico ed altra attrezzatura idonea a forzare il caveau e le cassette di sicurezza.
L’Ilardo, per meglio farmi comprendere l’ambiente che sarebbe stato oggetto delle nostre indagini - responsabile non solo di aver gestito ed ispirato gli attentati stragisti di quegli anni, ma anche le morti di Falcone e Borsellino - mi riferiva che era composto da personaggi delle Istituzioni e dei Servizi Segreti deviati, Massoni ed estremisti della destra eversiva - molti di matrice criminale comune - simile a quello che aveva agito negli anni settanta anche come collante tra la C. O. (principalmente Cosa Nostra e ‘Ndrangheta) e la Politica.
Tali legami e cointeressenze si erano registrate, ovviamente e necessariamente, anche con il mondo imprenditoriale, con diversi registi ed interpreti, in parallelo all’evolversi della politica perché, come spiegava l’Ilardo, l’imprenditore era un altro dei referenti principali di Cosa Nostra per accedere al contesto politico – istituzionale e sovente era dato anche anticipare alleanze e compromessi.
Riferì ancora, ma anche ciò fu oggetto di più analitici ed importanti discorsi in seguito, che la nuova strategia stragista era stata essenzialmente perseguita dall’ala più oltranzista di Cosa Nostra che faceva riferimento a Riina e Bagarella. Il primo aveva imposto questa scelta a Bernardo Provenzano e, pertanto, al resto dell’organizzazione dove i Madonia di Caltanissetta costituivano i più fedeli alleati del vecchio Boss.
Questa situazione aveva di fatto generato una frattura nell’Organizzazione, creando due schieramenti che si fronteggiavano e si ostacolavano pur non entrando in aperta lotta fra di loro.
In quei tempi, la costante raccomandazione che il Provenzano faceva pervenire ai suoi uomini era quella di non cadere in provocazioni con gli esponenti dell’altra ala, di non esporsi in attività criminali avventate e di consolidare il controllo dei loro territori di competenza.
L’analisi di questa situazione e l’esatta conoscenza della personalità del Provenzano che, con strisciante azione, faceva ricadere sull’amico e compagno Riina le scelte fatte negli ultimi anni nel gestire Cosa Nostra, anche quelle politiche, e che ora vedevano l’Organizzazione in gravissima difficoltà sotto la pesante e determinata reazione dello Stato, portava ad affermare, senza alcun’ombra di dubbio, che Provenzano era da sempre il vero capo di Cosa Nostra.
Questi, ben conoscendo il comportamento aggressivo ed irruente di Riina, aveva saputo sfruttarne la “debolezza”.
L’Ilardo mi raccontava ancora che il Provenzano era legato a personaggi appartenenti ad ambienti politico – istituzionali ed imprenditoriali diversi dal Riina, con i quali continuava a “dialogare” perseguendo una strategia più occulta e “coinvolgente” che lo aveva condotto anche a gestire le “vicende” dell’amico e ad affermare, con sicurezza quasi medianica per quei giorni, che lo stato di fatto attuale sarebbe mutato entro 5 – 6 anni.
Ora perdonatemi se da uomo libero e credente, ma ahimè vittima di non felice carattere che sovente mi porta a dire quello penso, mi è giunta voce che ora Provenzano, in considerazione del fatto che il suo stato di salute è ulteriormente peggiorato, stia “trattando” la sua “dissociazione” dal Peccato per un posto nel Paradiso anche in Loggione, attento Aglieri!
Come anticipato nel precedente articolo, quando l’Ilardo fece i nomi del Gran Maestro Savona Luigi, che definì l’artefice dell’ingresso di Cosa Nostra nella Massoneria, grazie al precedentemente lavoro svolto dal Chisena Gianni, sia presso la ‘Ndrangheta, ai servigi del noto boss, Domenico Tripodo, operando anche come suo stratega nella guerra di mafia che lo contrappose al clan dei De Stefano suoi precedenti alleati e poi nei confronti di Cosa Nostra, quando venne accompagnato in Sicilia dal Luciano Leggio ed affidato al padre dell’Ilardo.
Genitore che lo accolse nella propria famiglia, ambito in cui il Chisena si fece talmente ben volere da diventare subito per l’Ilardo Luigi il suo più inseparabile amico e mentore, condividendo più di un’esperienza ed avendo anche una relazione affettiva con la di lui sorella.
Ai nomi di Savona e di Chisena, che saranno ancora oggetto dei suoi racconti, aggiunse quelli di due uomini d’onore: tale Balsamo Pietro - originario di Santo Cono, comune in provincia di Catania - di cui ricordava la mancanza di alcune dita dalla mano e tale Rampulla Pietro che, in passato, aveva avuto contatti e legami con ambienti della destra extraparlamentare, nati nel periodo della loro saltuaria frequentazione dell’ambiente universitario di Messina.
Questi, secondo l’Ilardo, potevano essere tra i probabili realizzatori dei congegni esplosivi utilizzati nei vari attentati. Ciò perché, già in passato, avevano messo a disposizione dell’Organizzazione la loro capacità ed abilità nel realizzare congegni esplosivi con attivazione anche telecomandata.
Ancora l’Ilardo mi sottolineò la capacità operativa del Rampulla, utilizzato dai Madonia non solo per perpetrare attentati esplosivi a scopo intimidatorio od estorsivo, ma anche per compiere azioni omicidiarie, come in occasione della missione per vendicare la morte dello zio Francesco Madonia ucciso in un agguato - nelle campagne di Butera (CL) - organizzato dai F.lli Calderone e dal Di Cristina, loro antagonisti.
Il Rampulla posizionò una bomba nell’auto del Calderone che avrebbe dovuto far esplodere con l’attivazione a distanza per mezzo di un telecomando del televisore modificato allo scopo.
Questa sua abilità lo portò anche un giorno a dimostrare, con successo, al Provenzano ed al Riina, convenuti per l’occasione in una cava nei dintorni di Palermo, l’esplosione con attivazione a mezzo telecomando di una carica d’esplosivo.
Intento, in quel tempo - 1978 - dei due capi mafiosi era di realizzare l’evasione del Luciano Leggio, con un piano che prevedeva un’esplosione lungo la strada, con conseguente danneggiamento e blocco del furgone penitenziario che trasportava il detenuto in uno dei suoi vari trasferimenti per presenziare ad una delle udienze presso il Tribunale di Palermo e, contestualmente, far intervenire un commando d’uomini di Cosa Nostra per liberare il loro capo.
Evasione che poi non si realizzò perché il Di Cristina, legato al Badalamenti, avversari dei Corleonesi, segnalò all’Arma l’esistenza di tale progetto.
Rampulla, come poi verbalizzerà Brusca Giovanni all’Autorità Giudiziaria di Palermo, nel corso della sua collaborazione, era l’artificiere che aveva realizzato per Cosa Nostra l’attentato mortale nei confronti del giudice Falcone, della di lui consorte e degli uomini della scorta a Capaci.
Quando l’Ilardo menzionò il nome di Savona Luigi ed il ruolo avuto da questi con Cosa Nostra, immediatamente, nella mia mente, riaffiorarono i ricordi delle vecchie indagini che, tempo prima, avevo svolto alle dipendenze del Gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa sin dall’Ottobre 1975 - epoca del mio incarico al comando del Nucleo Investigativo del Gruppo CC. di Savona - e poi con l’allora Ten. Col. Bozzo, ora Generale, al mio successivo trasferimento nel 1979 ai Reparti Speciali Antiterrorismo Sezione di Genova. Indagini ancora proseguite con quest’ultimo dopo la morte del Comandante.
Dico Comandante perché Egli, come noi a lui più vicini eravamo soliti soprannominarlo, fu prima d’ogni cosa un Comandante.
Indagini che vedevano il Savona, originario della città di Palermo, ufficiale in congedo dopo il secondo conflitto mondiale già appartenente alla R. S. I. con il grado di tenente delle SS italiane in Venezia, poi Gran Maestro della Serenissima Gran Loggia Nazionale degli Antichi Liberi Accettati Muratori Obbedienza di Piazza del Gesù, presidente del “ Ciclopi Club”, associazione culturale allora presente in Torino, nata con lo scopo di rinsaldare i legami siculo – piemontesi.
Il Savona era considerato il braccio destro del Gran Maestro Bellantonio Francesco, noto per aver concesso l’affidavit all’altrettanto noto Massone e banchiere Sindona Michele.
Nella loro Loggia di Torino vi era anche iscritto quel dott. Joseph Miceli Crimi, poi inquisito insieme con affiliati ad altra Loggia Massonica, La CAMEA, quali il Gran Maestro Vitale Aldo, per il finto sequestro del Sindona e per la tentata estorsione nei confronti del finanziere E. Cuccia di Mediobanca, di cui poi si tratterà ancora.
Non ultima per importanza era anche la colleganza con l’altro Gran Maestro, l’avv. Muscolo di Roccella Jonica (RG), responsabile della Loggia Genovese di via Caffaro 4, oggetto più volte di varie inchieste anche di mafia.
Il Savona venne inquisito dall’allora Giudice Istruttore di Torino, Dr. Violante, nella vicenda giudiziaria del “golpe bianco” e sulle deviazioni del S.I.D., l’allora servizio segreto italiano.
Sospettato di aver fatto parte di Ordine Nuovo, risultava anche in contatto con l’estremista di destra Dionigi Giuseppe che, nell’ambito della medesima inchiesta, veniva raggiunto da mandato di cattura al pari del noto Francia e di altri estremisti.
Il Dionigi, in seguito alle indagini condotte con l’allora Ten. Col. Bozzo quando questi poi assumeva il Comando del Gruppo di Savona, era denunciato all’A.G di quella città, in merito agli attentati dinamitardi perpetrati negli anni 1974 e ’75 in Savona e zone periferiche, azioni criminali che “improvvisamente terminavano” allorché si registrava l’improvviso decesso per infarto di una donna spaventata da una delle esplosioni.
Altro successivo ed illuminante riscontro alle parole di Ilardo si otteneva acquisendo la denuncia nei confronti del Savona, operata dalla Polizia di Stato di Mazara del Vallo (TP) e dell’Arma di Trapani, per la complicità di questi con massimi esponenti di Cosa Nostra quali Gambino, Bonanno, Santapaola, Palazzolo ecc., nonché esponenti della Camorra come Michele Zaza e Gionta Valentino, nonché con il noto commercialista di Riina, Pino Mandalari, altro Gran Maestro più volte arrestato per le sue attività professionali in favore dei Corleonesi.
Ovviamente, come emergeva dall’inchiesta, il ruolo del Savona, preminentemente, era quello di interessarsi della posizione processuale di uno dei mafiosi coinvolti, tale Titone Antonio, utilizzando i legami Massonici.
Anche il giudice Giovanni Falcone evidenziò i contatti tra il Savona ed il Mandalari in una sua inchiesta promossa sul Centro Sociologico Italiano di Palermo, organismo di copertura per Logge segrete, dove figuravano personaggi quali il boss Salvatore Greco, i cugini Salvo, Michele Barresi, uno dei responsabili del finto sequestro Sindona e della CAMEA in Sicilia, e l’avvocato S. Bellassai, responsabile della P2 in Sicilia.
L’inchiesta, tra l’altro, evidenzia anche contatti tra il Savona, il Mandalari ed il Killer mafioso Mariano Agate, nonché rapporti tra il Mandalari ed il Lima presso la Loggia “Giustizia e Libertà”, in Palermo.
Prima di proseguire con quanto ancora raccontava l’Ilardo in merito agli eventi di quel tempo che lo avevano visto operare con il Chisena, ritengo sia importante - anche come ulteriore, qualificante ed autorevole riscontro a quel “contesto ambientale” evidenziato dal collaboratore e caratterizzato da strutture parallele che, dietro finti idealismi o false attestazioni di cultura, nascondevano il perseguimento o la tutela d’interessi personali e di lobbies accettando il supporto della Mafia e diventandone poi anche gli ispiratori di comuni strategie criminali - prendere conoscenza delle dichiarazioni che il Gen. Dalla Chiesa, nel maggio del 1981, allora Comandante della Prima Divisione Carabinieri Pastrengo di Milano, rendeva ai magistrati di Milano Dr. G. Turone, G. Colombo e G. Viola.
Dichiarazioni rese per spiegare la sua adesione alla Loggia P2 e, pertanto, significative ed importanti non solo per i contenuti, basti considerare che erano inoltre rese ad “un anno circa prima della sua morte” ed al conseguente e progressivo mutamento dell’ambiente che si verificherà intorno al Comandante e di cui in seguito si parlerà.
……E’ necessario che premetta un quadro d’assieme degli anni ’74, ’75 e ’76 per quanto concerne la giurisdizione a me affidata quale Comandante della Prima Brigata Carabinieri di Torino, giurisdizione che si riferiva alla Val d’Aosta, Piemonte e Liguria.
Fu un periodo molto tormentato sotto il profilo dell’estremismo di sinistra e di destra. Il tutto, in particolare, trovò il suo punto più sensibile nella primavera del ’74, quando in conseguenza del sequestro del giudice SOSSI da parte delle Brigate Rosse fu costituito in Torino un Nucleo Speciale di polizia giudiziaria (che poi in molti andranno a chiamare Nucleo Antiterrorismo), proprio per affiancare la Procura Generale di quella città cui era stato devoluto l’incarico di fare le relative indagini.
Contestualmente era in corso, da parte della Magistratura di Torino, una delicata indagine contro l’estremismo di destra facente capo in particolare a personaggi tipo Francia, Sogno, Cavallo e ad elementi come Francia, il Dionigi ed altri che in questo momento non ricordo erano già stati colpiti da mandato di cattura……
Fu sempre dello stesso periodo, preciso anzi tra l’autunno del ’74 ed il maggio del ’75, la registrazione degli 11 attentati nella città di Savona e nelle sue immediate adiacenze (sede della provincia, Enel, Ferrovia con binario divelto, casa privata parlamentare DC) che destarono vero e proprio allarme in tutta la giurisdizione, ma anche nel Paese a tal punto da richiamare la presenza dell’allora Presidente della Camera e la costituzione di squadre di vigilantes che nella veste di semplici cittadini si erano assunti la preoccupazione di tutelare anche di notte determinati obiettivi.
In questo quadro d’assieme la mia preoccupazione di Comandante dell’Arma di detta giurisdizione non poté ovviamente essere riferita esclusivamente nella grossa indagine relativa alle Brigate Rosse, ma fu ritenuto come tutt’oggi sostengo doveroso affrontare di petto, il problema dell’estrema destra che concepivo o avvertivo come legato od ossigenato da qualcosa che era al di là dello sviluppo normale delle indagini.
Mentre questi concetti si andavano sviluppando fu determinato lo scioglimento del Nucleo Speciale di P.G. che, in un primo momento, doveva essere trasferito per intero a Milano, ma che su mio suggerimento e di fronte al patrimonio culturale acquisito da tutti i suoi componenti fu invece frazionato presso le città più sensibili al fenomeno dell’eversione di sinistra, onde garantire, intorno ai singoli nuclei, la formazione di reparti via via più efficienti.
Con lo scioglimento di questo Nucleo io rimasi un po’ senza strumenti e nei primi del 1976 si affacciarono invece, sull’orizzonte d’Italia, degli eventi delittuosi che riportarono alla mia attenzione un sottofondo che, se non avevo allora ben identificato, poteva apparire come attendibile anche se riferito alla mia giurisdizione.
Mi riferisco in particolare alla banda dei Marsigliesi che operante nel centro Italia aveva eseguito tre sequestri di persona e che, indubbiamente, aveva appoggi e possibilità di transito lungo il confine italo – francese, ma ciò che più attrasse la mia attenzione fu l’arresto dell’avvocato Minghelli presentato alla stampa come, da un lato, quale difensore abituale di estremisti di destra e, dall’altro, quale membro di loggia Massonica, così come il padre generale di P. S. in congedo.
In secondo luogo all’omicidio del giudice Occorsio, le cui indagini trasferite alla competenza della magistratura di Firenze vennero inquadrate, al meno per quanto riferì la stampa, non solo come determinate da un misto comune e di delinquenza di estrema destra, ma anche questa volta come non esenti da presenze Massoniche.
Ancora ai primi d’Agosto la sentenza istruttoria del giudice Vella di Bologna che, come riferito dalla stampa, aveva ritenuto di aver raccolto elementi che dall’estrema destra – alla cui matrice si riconduceva l’attentato relativo – anche presenze d’elementi facenti parte della stessa Loggia della quale faceva parte il Minghelli.
Il tutto contribuì a rafforzare in me i sospetti che le manifestazioni delinquenziali che si erano registrate in passato nella mia giurisdizione, e che erano state attribuite all’estrema destra, potessero anch’esse trovare supporto o sostegno in Ambienti Politici e non lontani dall’Ambiente della Massoneria, anche perché si era appreso nell’ambito del mio lavoro precedente, sia Francia, sia Cavallo e sia, se ben ricordo, lo stesso Dionigi erano Massoni o molto vicini la Massoneria.
A questo proposito debbo ricordare che all’epoca dei gravi attentati nella zona di Savona e che, come ho detto, tra l’altro avevano visto un attentato alla ferrovia Savona – Alessandria – Torino fino a far rischiare una strage con un treno che sarebbe passato da lì a poco e che fu miracolosamente fermato da alcuni lavoratori del luogo, mi ero recato personalmente e più volte in Savona per coordinare il lavoro dei miei collaboratori e per insistere come supporto derivato dal suddetto nucleo per garantire nel tratto Francia – Savona una vigilanza molto attiva.
Ciò perché nella zona di Alberga, se mal non ricordo, esisteva una pensione o un albergo del Dionigi, latitante, nella quale era stata segnalata la possibilità di un incontro con il Francia.
Di quest’ultimo per altro, a mezzo confidente, ero riuscito dal mio stesso ufficio di Torino a far prendere contatto telefonico con il Francia stesso, contatto che opportunamente registrato su bobina venne trasmesso al giudice istruttore dr. Violante e da cui conseguì una richiesta di ulteriori indagini nel campo dell’estrema destra.
Aggiungo questo particolare per ricordare, nella mia veste di Comandante della Brigata, di quanto fossi dispiaciuto che l’Arma di Torino non fosse tenuta presente quale collaboratrice nelle indagini contro l’eversione di destra in quanto nel corso di una perquisizione operata proprio in casa del Francia era stata rinvenuta copia di un rapporto redatto ai superiori dal Comandante del Gruppo di Torino.
Fatto che anche in sede di accertamenti da me condotti non era stato possibile a chi attribuire, ma che comunque aveva giustamente indotto la magistratura inquirente a ritenere taluni elementi dell’Arma come meno allineati in una indagine del genere.
Aggiungo adesso che nell’Agosto – Settembre 1976 vi fu un altro episodio che richiamò la mia personale attenzione e cioè che dei Carabinieri di Genova, allertati circa la presenza in pubblico esercizio di un estremista pericoloso dell’estrema destra a nome Meli, non erano riusciti ad arrestarlo perché datosi alla fuga, ma lasciando nelle loro mani l’arma di cui era in possesso nonché la somma di circa 150 milioni, provenienti da una rapina di circa mezzo miliardo compiuta qualche tempo prima in Roma alla Cassa del Ministero del Lavoro.
Del Meli si disse allora non solo della sua pericolosità, ma che poteva essere uno degli strumenti per garantire un finanziamento di molti catturandi dell’estrema destra presenti tra la Francia e la Spagna.
Fu in questo quadro d’assieme che nell’Autunno di quell’anno 1976 mi si presentò il Generale di Corpo d’Armata ausiliare dei Carabinieri Picchiotti …. Ebbe ad accennarmi dapprima con qualche sfumatura e poi con più convinzione il suo avviso perché io aderissi alla Loggia P2 di Roma…..
A riscontro, nel prosieguo delle nostre indagini, si accertò che i Carabinieri del gruppo di Genova, nel borsello del Meli, oltre ad una pistola ed alla somma di 160 milioni di lire, provento di rapina, avevano rinvenuto una lista di nomi che risultarono tutti aderenti al G.I.S. (gruppo iniziative sociali)
Tra questi nomi vi era quello di tale Zanotti Franco, un giovane genovese che aspirava a diventare un ufficiale dell’Arma e che per questo motivo e perché, a suo carico, risultava anche una sentenza del 3.10.’78 che stabiliva di non dover procedere per amnistia per il reato di minaccia e di percosse per mancanza di querela (aveva inseguito con una decina di amici, a bordo di tre auto, due altri giovani che erano in compagnia di una ragazza a bordo di una 500 fiat che avevano poi bloccato e aggredito percuotendoli), si era visto respingere nel 1979 la richiesta di ammissione al concorso, dato che il Comando Gruppo CC. di Genova lo aveva ritenuto non idoneo perché non assicurava anche il pieno affidamento alla sicurezza.
L’anno successivo, 1980, il Comando Arma decretava stessa sorte alla successiva richiesta del giovane Zanotti, diventato nel frattempo A.U.C. (allievo ufficiale di complemento) per i già detti motivi.
Nel 1981, diventato “ugualmente” S.Ten. di complemento dell’Arma ed in servizio al Gruppo Squadroni CC. a Cavallo in Roma, presentava domanda d’ammissione al concorso per il reclutamento a 25 sottotenenti in servizio permanente effettivo (spe) nell’Arma e veniva ritenuto idoneo.
Il modello informativo del Comando Gruppo CC. di Genova, questa volta, non recava più la dicitura che non era possibile stabilire il pieno affidamento alla sicurezza, ma solo la frase nessun’indicazione e, “nell’appunto” di corredo al modello, era eliminato il dato relativo al suo nominativo che era riportato nell’elenco sequestrato al Meli insieme all’arma ed a 160 milioni di lire, e riportata solo la sua adesione al G.I.S. specificando che questa era avvenuta in giovane età senza aver svolto politica.
Il Franco Zanotti è figlio del direttore della ditta “ES – KO International Establishment”, consigliere della ditta “ES – KO” s.p.a., presidente della ditta “Unimar United Marine Suppliers” s.p.a. “ Unimar Livorno” (commercio all’ingrosso per forniture marittime), tutte con sede in Genova, è iscritto alla Loggia Massonica “Eliseo” della città con il grado di Maestro 33 (rito scozzese).
In data 1983, e poi ancora nel 1985, il Comando Gruppo CC. di Genova riferiva superiormente che in un’intervista riportata dal nr. 39 del settimanale L’Espresso del 3.10.’82, il noto Francesco Pazienza aveva affermato di essere stato consulente dello Zanotti Enzo, padre dell’ufficiale dell’Arma, evidenziando che lo stesso lo aveva presentato a Licio Gelli.
In merito alla colleganza con il Gelli, l’Arma riferiva che fonte di cui non si era potuto stabilire l’attendibilità aveva riferito che, nell’ultima decade dell’agosto 1982, l’Enzo Zanotti aveva partecipato ad una riunione svoltasi in La Spezia o ad Ameglia (SP) alla quale sarebbe intervenuto il menzionato Venerabile di cui lo Zanotti era il “braccio destro” in Liguria.
Michele Riccio
Quest’episodio riporta solo in parte, come poi si vedrà, la situazione ambientale di quel tempo e delle tante cointeressenze presenti anche nel nostro ambiente, che dopo aver fronteggiato il Terrorismo ci vedeva affrontare la grande Criminalità Organizzata con i suoi grandi intrecci, sempre più soli e con diversi Superiori.
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Biografia di Chisena Giovanni
Nato a Latiano nel 1946, Giovanni Chisena – numerosi precedenti penali per furto, ricettazione, tentata estorsione, sequestro di persona ed altro – fu ucciso il 27 aprile del 1981 nel carcere di Fossombrone - dov’era detenuto insieme a Luciano Liggio - da Pasquale Barra su ordine di Cutolo, amico del De Stefano, suo acerrimo nemico. Il Chisena risultava legato ad ambienti mafiosi, in particolare al boss Domenico Tripodo, ed è indicato da Ilardo come l’artefice dell’ingresso ufficiale di Cosa Nostra nella massoneria. L’evento risale agli anni 75/77, durante i quali la massoneria stessa avrebbe assicurato alla mafia il proprio appoggio per la scissione della Sicilia dall’Italia in cambio dell’appoggio di quest’ultima nel tentativo di un colpo di Stato in Italia. In quel periodo numerosi erano i contatti, anche di carattere operativo, tra Cosa Nostra e ‘Ndrangheta e il Chisena entrò in contatto, oltreché con il già citato Domenico Tripodo, con Luciano Liggio, con Franco Romeo, con Nitto Santapaola e con Marchese Filippo. Pochi giorni dopo il sequestro Moro si recò a Roma, accompagnato dall’Ilardo, dove incontrò il compagno massone Savona Luigi e altri due personaggi ai quali consegnò mazzette di denaro. Oltre ai normali documenti il Chisena era solito portare con sé tessere plastificate recanti l’intestazione del “Ministero dell’Interno”, grazie alle quali superava i controlli di polizia.
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Biografia di Savona Luigi
Savona Luigi, classe 1917, deceduto nel 1986, è stato più volte denunciato per truffa, associazione mafiosa e altro unitamente a mafiosi palermitani e catanesi della portata di Nitto Santapaola e Michele Zaza. Gran Maestro della Serenissima Gran Loggia Nazionale degli Antichi Liberi Accettati Muratori Obbedienza di Piazza del Gesù, Maestro Sovrano Generale del Rito Filosofico Italiano, Sovrano Onorario del Rito Scozzese Antico ed Accettato, Gran Maestro Onorario della Serenissima Gran Loggia Nazionale D’Italia, il Savona fu insignito della laurea “honoris causa” della Accademia Tiberina e divenne presidente del “Ciclopi Club”. Nel corso del secondo conflitto mondiale ricopriva l’incarico di ufficiale delle SS italiane a Venezia e, indiziato per i suoi trascorsi militari nel 1945, venne congedato nel ’52 quale capitano del Genio. Indagato da parte del giudice Violante per la vicenda del “golpe bianco” di Sogno e per le deviazioni del S.I.D., era direttore del Rito Filosofico Italiano, il quale avrebbe avuto rapporti con analoga organizzazione di ispirazione fascista della Germania Federale. Sospettato di aver fatto parte di Ordine Nuovo era inoltre membro del circolo massonico facente capo al notaio Dario Morano il cui vice-responsabile, Miceli Crimi, venne successivamente inquisito per il finto sequestro Sindona. Nei rapporti giudiziari della polizia di Mazara del Vallo e del Reparto Operativo del Gruppo di Trapani, intestati ad Agate Mariano + altri, il Savona viene denunciato insieme ad esponenti di vertice di Cosa Nostra tra i quali Gambino, Bonanno, Mangion, Santapaola, Palazzolo, Mandalari e della Camorra napoletana quali Michele Zaza e Valentino Gionta.
Tutto ciò trova riscontro nelle dichiarazioni dell’Ilardo.















