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| Andreotti mandante dell'omicidio Pecorelli |
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Sentenza di condanna per Andreotti dalla Corte di Appello di Perugia
di Mariantonietta Morelli
Depositate lo scorso 13 febbraio le motivazioni della sentenza che condanna a 24 anni di carcere il sette volte presidente del Consiglio Giulio Andreotti e il boss mafioso capo mandamento di Cinisi, Gaetano Badalamenti, quali mandanti dell’omicidio politico del direttore di O.P. (Osservatorio Politico) Carmine Pecorelli.
Il delitto è stato deciso dal senatore a vita Giulio Andreotti niente di meno che, come si legge nel documento, “per la tutela della sua posizione politica”. Andreotti avrebbe richiesto di uccidere lo scomodo giornalista, tramite Claudio Vitalone, ai cugini Ignazio e Nino Salvo. Questi a loro volta si sarebbero rivolti ai capi di “Cosa Nostra” Stefano Bontade e Gaetano Badalamenti, che attraverso Giuseppe Calò legato ad esponenti della banda della Magliana di Roma, in particolare Danilo Abbruciati e Franco Giuseppucci, avrebbero organizzato il delitto, utilizzando persone del luogo (Massimo Carminati) e associati alla mafia (Angiolino il biondo).
La vittima fu uccisa la sera del 20 marzo 1979 con quattro colpi di pistola munita di silenziatore, in Roma, nei pressi della redazione del settimanale O.P.. Pecorelli “aveva rapporti con personaggi di spicco appartenenti agli ambienti più disparati, che gli consentivano di entrare in possesso, in via esclusiva, di notizie di grande interesse pubblico, alle quali Pecorelli cercava di dare la massima diffusione, sia pubblicandole sulla sua rivista, sia consentendo ad altri giornalisti di attingere al materiale in suo possesso”.
Il movente del delitto è da ricercare, pertanto, nell’attività professionale svolta dalla vittima. La conferma giunge dalle minacce telefoniche che aveva ricevuto nei mesi precedenti l’omicidio, il danneggiamento della sua auto e le preoccupazioni che aveva espresso per la sua vita. Tutto ciò in relazione ai segreti scottanti di cui era venuto a conoscenza, che rivelavano un gioco di interessi politici criminali, e della sua intenzione di pubblicare le notizie nei suoi articoli di O.P..
Ma chi era il riferimento principale di queste notizie raccapriccianti? Chi spicca caratteristiche di pericolosità nelle fonti ufficiali possedute da Pecorelli? L’insospettabile Giulio Andreotti. “Persona estremamente prudente che ha cercato di non esporsi mai direttamente”, dicono i giudici. Purtroppo per l’ex presidente del Consiglio, gli è stato difficile sostenere lo stesso atteggiamento torbido davanti ai giudici della Corte di Appello ai quali sono apparse evidenti le sue menzogne, inquinando le prove, salvo poi ammettere mezze frequentazioni di fronte all’evidenza dei fatti comprovati dalle varie testimonianze. Infatti, dalle risultanze processuali emerge con le numerose testimonianze di collaboratori di giustizia (Tommaso Buscetta, Marino Mannoia, e altri) di volta in volta accertate dai riscontri e dall’esame della loro attendibilità, l’esistenza dei rapporti diretti che aveva il senatore a vita Andreotti con esponenti importanti di “Cosa Nostra”, quali ad es. i cugini Salvo, e quindi, di una causale che abbia fatto accettare a capi della mafia la richiesta di uccidere Carmine Pecorelli.
Mettiamo a disposizione dei lettori “le conclusioni della sentenza perchè nasce dall’esigenza di riflettere da una prospettiva storica e politica sulla vicenda che ha visto imputato di vincolo esterno con Cosa Nostra un uomo politico che ha rivestito per 7 volte la carica di presidente del Consiglio nella nostra Italia repubblicana, che ha rappresentato anche il nostro paese a livello internazionale nella veste di grande statista”.
Seguiamo da vicino gli avvenimenti emersi nella vicenda processuale, non sulla base di pregiudizi ideologici, bensì attraverso gli atti processuali pubblicati e facciamo conoscere ai lettori le cause che hanno portato al movente del delitto. Senza paure di fronte alla colpevolezza di un uomo molto potente, ma seguendo una propria coscienza da uomini liberi e in onore di quei magistrati indipendenti, che in questo modo esercitano un potere giudiziario molto pericoloso per i corrotti.
Il passaggio principale della motivazione con cui La Corte d’assise d’appello di Perugia, presieduta dal giudice Gabriele Lino Verrina, ha ribaltato l’esito del processo di primo grado è di affermare pienamente la credibilità delle dichiarazioni del pentito Tommaso Buscetta e di aver dato atto delle menzogne di Andreotti, Vitalone e Calò per coprire il valido movente. Andreotti, dicono i giudici, ha negato di aver intrattenuto i rapporti con i cugini Salvo, con il difensore di Sindona e ha omesso le dichiarazioni ai giudici sullo scopo della cena al ristorante “La famiglia piemontese”.
Le vicende giudiziarie più significative che hanno un’insuperabile “valenza probatoria” e che formano il quadro d’insieme per l’omicidio Pecorelli sono: il Golpe Borghese, lo scandalo Italcasse, le dichiarazioni di Tommaso Buscetta, la cena al ristorante “La Famiglia Piemontese”, la vicenda MI.FO.BIALI, la vicenda di Michele Sindona, la vicenda Moro, la vicenda Chichiarelli, i rapporti con i cugini Salvo, la Banda della Magliana, i rapporti con Michelangelo La Barbera, i rapporti tra mafia e Banda della Magliana, tutte con un unico denominatore: la logica del potere dominato dalla persona Andreotti.
Il fulcro centrale che scatena l’individuazione dei moventi sono le fonti qualificate di Pecorelli che con la sua abilità era in grado di accedere a informazioni riservate e importanti e di entrare in possesso di documenti classificati, addirittura, come segreti.
Si legge nelle motivazioni del processo di primo grado che pur essendo certo che Buscetta dice la verità, si pone in dubbio che Bontade e Badalamenti abbiano potuto mentirgli. I giudici di secondo grado dimostrano, invece, con avvenimenti evocati nel processo che le confidenze sull’omicidio di Pecorelli da parte di Bontade e Badalamenti sono state fatte a Buscetta a distanza di due anni l’una dall’altra e per una persona, la vittima, conosciuta solo di nome. Ma non esistono elementi indizianti per affermare che l’informazione sia giunta per entrambi da un’unica via tenendo conto che nell’ambiente di Cosa Nostra la notizia dell’omicidio non circolava. Più particolari aggiunge Badalamenti rispetto a Bontade quale le carte di Moro consegnate dal generale Dalla Chiesa a Pecorelli. Sul piano giudiziario se si dimostra vero il movente, riferito da Badalamenti a Buscetta, è anche vera la confessione. Le indagini giudiziarie hanno confermato il movente, perchè il rapporto Pecorelli-Dalla Chiesa e gli elementi probatori si trovano, quale l’annotazione contenuta nella agenda di Dalla Chiesa e nelle dichiarazioni della segretaria di Pecorelli. Inoltre, “l’attività svolta in comune dai predetti per entrare in possesso delle carte di Moro è vera, perché riscontrata dal teste Incandela che, per averne parlato fin dal 1991, ossia prima delle rivelazioni di Buscetta, al direttore del carcere di Cuneo Zaccagnino, non può essere sospettato di aver fatto riferimento a Buscetta per costruire un’accusa in danno di Andreotti.” Ulteriore riscontro alle dichiarazioni di Buscetta sono le dichiarazioni di Cutolo che parla di Turatello che si attivò in qualche modo per raccogliere il materiale attinente al sequestro Moro, proveniente dalle B.R., e che lo stesso era in ottimi rapporti con Abbruciati, alle cui propalazioni aggiungono il particolare che Pecorelli e Dalla Chiesa andavano a fare le perquisizioni insieme nel carcere di Cuneo. Secondo la tesi sostenuta dai giudici di prime cure, l’indicazione di Michelangelo La Barbera (elemento appartenente alla famiglia di Passo Rigano) quale possibile autore materiale dell’omicidio era stata scartata perché al di fuori della famiglia di Bontade. Ma questo, secondo i giudici della Corte di Appello, non giustifica perchè le dichiarazioni convergenti dei collaboratori di giustizia indicano ad es. di Bontade ed Inzerillo che i loro rapporti personali facevano sì che ciascuno utilizzava i “soldati” dell’altro.
Inoltre, La Barbera per essere indiziato per l’esecuzione materiale non richiedeva la sua presenza a Roma prima e dopo l’omicidio, nè pregressi collegamenti con elementi della banda della Magliana. Un altro importante elemento che collega la Barbera al delitto è costituito dalla pistola usata per commetterlo, regalata a De Pedis proprio dal la Barbera.
GOLPE BORGHESE
Uno dei documenti misteriosi connessi al delitto è quello relativo al Golpe Borghese che suscita interesse nelle indagini giudiziarie.
Infatti, Pecorelli nei suoi articoli sulla vicenda giudiziaria del Golpe Borghese, sostiene l’esistenza di un dossier originario che tratta l’attività golpista, che era stato inviato dal generale Vito Miceli alla magistratura. Inspiegabilmente, secondo Pecorelli, mancavano successivamente da questo rapporto i nomi di politici e di alti funzionari che avevano aderito all’attività golpista. Il sostituto procuratore della repubblica incaricato per l’indagine era Claudio Vitalone. Pecorelli non escludeva pesanti responsabilità di Giulio Andreotti, all’epoca ministro della difesa, che per continuare ad esercitare il potere aveva omesso di mandare all’autorità giudiziaria tutte le informative sul golpe, quelle del generale Vito Miceli, perché aveva opposto il segreto di Stato sulla appartenenza del giornalista Guido Giannettini al SID, quest’ultimo imputato a Catanzaro per la strage di Piazza Fontana. Inoltre, sempre secondo Pecorelli Giulio Andreotti si era servito di Claudio Vitalone per colpire la professionalità del generale Vito Miceli sostenendo un suo coinvolgimento nell’attività golpista. Nei suoi scritti Pecorelli lo specifica escludendo la responsabilità del generale succitato, usato da Andreotti come capro espiatorio, che ha, invece, compiuto professionalmente e con onestà il suo dovere. E poi sottolinea il furto che Aldo Moro ha subito nel 1975, concernente i documenti che trattavano le sue analisi e le sue conclusioni sul ruolo di Giulio Andreotti nel golpe borghese e dei suoi rapporti con i servizi segreti. Questo spiega le conclusioni espresse da Pecorelli sulla vicenda: un modo per smantellare i vecchi servizi segreti (SID), per sostituirli a capo con personaggi politici facili al compromesso, a vantaggio di Andreotti, capo del governo, e in secondo luogo di Cossiga, ministro dell’interno. Le notizie, su descritte, furono pubblicate sia sull’ articolo del 28/03/1978 su O.P. “Chi ha smantellato i servizi segreti” e sia sull’articolo “Il memoriale questo è vero e questo è falso”.














