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La disfatta dei Lo Piccolo - Pagina 3

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La disfatta dei Lo Piccolo
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Chianello: quel ponte con Milano

Un altro pentito nel clan Lo Piccolo racconta gli affari e le strategie criminale degli ultimi padrini palermitani. Si chiama Angelo Chianello, ha 43 anni e assieme allo zio Luigi Bonanno gestiva gli affari della droga su Milano.
Per questo sulle sue dichiarazioni stanno indagando sia la procura di Palermo su coordinamento dell’aggiunto Morvillo sia il pm di Milano Ilda Bocassini che proprio per questo si era recata in Sicilia qualche mese fa.
Le dichiarazioni più interessanti potrebbero riguardare i canali attraverso i quali questa filiale del clan riciclava il denaro sporco proveniente dal traffico di stupefacenti. A quanto pare infatti Chinello aveva entrature nel mondo affaristico milanese, a lui infatti era stato affidato il compito di recuperare un milione di euro da un ingegnere siciliano residente al nord.
Il neo pentito, arrestato nell’ambito dell’operazione Addio Pizzo, era già stato fermato poco tempo prima per estorsione ai danni di un imprenditore cui era stata chiesta una tangente per 150 mila euro.
Chianello, poi, era stato incaricato assieme allo zio di cercare Gianni Nicchi, il pupillo di Nino Rotolo, il padrino filo-corleonese che si era contrapposto ai Lo Piccolo nella delicata querelle sul rientro degli scappati americani. Rotolo aveva deciso di dichiarare guerra e addirittura pianificava l’uccisione dei Lo Piccolo che per tutta risposta, una volta tratto in arresto Rotolo, avevano prima ucciso Ingarao e poi cercavano proprio Nicchi per completare l’opera. Ma il più giovane fra gli astri nascenti della nuova mafia è ancora a piede libero.

 

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Uccidere non piace più

Una volta i giovani picciotti facevano a gara per dimostrare di essere valorosi, coraggiosi, meritevoli di entrare in una famiglia di mafia. E al momento di passare la prova del fuoco, quella dell’omicidio che consentiva il definitivo ingresso in Cosa Nostra, non esitavano. Alcuni di loro sono poi diventati dei capi famosi per la loro crudeltà e spietatezza e non si curavano affatto di rischiare il carcere. Oggi non è più così ed è effettivamente un buon segno. Lo dimostrano le dichiarazioni dei nuovi pentiti alcuni di loro fatti uomini d’onore senza la regolare trafila e molto poco disposti a rischiare molti anni di galera o addirittura di passarci il resto della vita. E infatti collaborano.
Gaspare Pulizzi era arrivato al vertice della cosca Lo Piccolo e con i due boss è stato catturato. Ora sta collaborando con i magistrati della procura di Palermo e tra i tanti eventi che ha ricostruito vi è anche quello relativo all’omicidio di Nicola Ingarao, capo di Palermo Centro, designato da Rotolo in contrapposizione con i Lo Piccolo. A fornire riscontro alle dichiarazioni di Pulizzi anche un altro componente del clan che ha saltato il fosso: Andrea Bonaccorso, detto “’u scoloruto”.
Entrambi hanno rivelato che sul luogo dell’omicidio era presente Sandro Lo Piccolo che però adducendo come scusa quella di non conoscere bene quel territorio si è limitato a fare il palo e che dell’incarico era stato designato Federico Gallina, detto Freddy. Questi però il giorno concordato non si fece trovare e toccò a Pulizzi quale responsabile, risolvere la faccenda proprio assieme a Bonaccorso. Altrimenti, ha spiegato ai magistrati, “se non lo avessi fatto, rischiavamo di essere ammazzati tutti e due. Nessuno può rifiutarsi di eseguire un ordine di questo genere”.
Così mentre Sandro Lo Piccolo guardava loro le spalle, Bonaccorso, abilissimo motociclista, si destreggiava nel traffico palermitano e avvicinato il bersaglio Pulizzi finiva la vittima.
Di omicidi, estorsioni, tragedie interne stanno riempiendo i verbali i nuovi collaboratori di giustizia che restituiscono una Cosa Nostra militare fortemente in crisi, in cui persino i capi non vogliono accollarsi il peso di un omicidio.

 

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Quando la libertà è un atto di eroismo

Il primo fu Libero Grassi che si rifiutò di pagare il pizzo e lo disse pubblicamente. Fu lasciato solo e Cosa Nostra lo ammazzò così che fosse ben chiaro il destino che sarebbe toccato a tutti quelli che avrebbero voluto seguire il suo esempio.
Per molti anni Grassi fu uno dei pochissimi ad avere avuto il coraggio di dire no, di salvaguardare la propria dignità e il proprio lavoro, ma oggi, grazie anche alla presenza più seria e repressiva dello Stato, sono in molti ad aver reagito. E la mafia cerca di punirli, continuando a bruciare, distruggere, danneggiare i loro cantieri, i loro locali, i loro mezzi… una rappresaglia vigliacca che però sortisce l’effetto contrario. Infatti nessuno, nonostante le difficoltà si è tirato indietro. Non lo ha fatto Rodolfo Gujana e nemmeno Andrea Vecchio. Quest’ultimo in particolare ha subito un ennesimo attentato poche settimane fa quando i mafiosi hanno trasformato un’auto a gas in un’auto bomba. Fortunatamente non vi sono state conseguenze nemmeno per gli operai che all’alba dormivano ancora nel fabbricato del cantiere. Nonostante Vecchio ammetta di provare paura non ha la benché minima intenzione di retrocedere: “Hanno scelto male il loro obiettivo, mai ho pagato e mai pagherò”. Rinnoviamo la nostra solidarietà ad Andrea Vecchio auspicando che lo Stato si mostri all’altezza di questi suoi cittadini esemplari.

 

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La guerra di Belmonte Mezzagno

Sapeva che poteva essere ucciso e così Giacomo Greco genero del boss di Francesco Pastoia si è consegnato ai carabinieri chiedendo di poter parlare. Era con l’imprenditore Antonino Martorana la sera che fu ucciso e da quel giorno seppe che anche lui era nel mirino della cosca avversa a quella di suo suocero. Le sue prime dichiarazioni riguardano infatti l’eterno conflitto per il controllo del mandamento di Belmonte Mezzagno tra Benedetto Spera e Ciccio Pastoia, due padrini di primo piano entrambi tratti in arresto negli scorsi anni. Pastoia però dopo soli due giorni si era tolto la vita nel carcere di Modena. Lui, fedelissimo di Provenzano, era stato scoperto dalle intercettazioni mentre progettava l’omicidio dell’imprenditore Salvatore Geraci all’insaputa del capo di Cosa Nostra. Uno sgarro troppo grande per i mafiosi di un certo calibro e quindi per evitare ritorsioni contro la sua famiglia aveva deciso di regolare i conti nell’unico modo che conosceva, con la morte. Ora è Giacomo Greco a raccontare di questo rapporto travagliato tra il suocero e il boss dei boss che spesso si incontravano utilizzando mille accorgimenti. Provenzano infatti, secondo il suo racconto, raggiungeva il fedele amico nei modi più disparati: dentro una cella frigorifera e perfino a bordo di un’autoambulanza. Greco non era un personaggio di spicco nella famiglia ma più volte negli anni Novanta ha accompagnato Pastoia a cruciali summit di mafia cui partecipavano Provenzano, Pietro Aglieri e altri boss che in quel periodo stavano cercando di mantenere gli equilibri interni all’organizzazione dopo la cattura di Riina.
In seguito a quanto rivelato da Greco i carabinieri hanno tratto in arresto Giovanni Pastoia, figlio del boss suicida nella cui casa è stata ritrovata una botola che si apriva su un piccolo locale in cui si svolgevano gli incontri tra i capi o dove ci si poteva rifugiare in caso di emergenza.
I magistrati ritengono la sua collaborazione molto importante per scoprire gli affari interni di un mandamento che finora non ha mai avuto nessun pentito.


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