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La disfatta dei Lo Piccolo - Pagina 2

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La disfatta dei Lo Piccolo
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“Anche in questo caso dettai all’uomo le mie condizioni e cioè che non avrei assunto nessuno che non avesse avuto i requisiti professionali adatti alla ma attività. Nel corso di questi anni le richieste di assunzione si ripetevano e di conseguenza ho assunto su indicazione dell’uomo una decina di persone, tutte comunque giovani, la maggior parte delle quali donne, per lo più alla prima esperienza lavorativa”.
Non era sufficiente però. Dopo qualche tempo giunse anche la minaccia, questa tramite lettera.
La Rocca si rivolse allora all’uomo manifestando il suo disappunto, questi gli disse che si sarebbe interessato. Passata una decina di giorni però l’estorsore gli disse che non c’era nulla da fare e che avrebbe dovuto versare due rate a Natale e Pasqua di 4000 euro.
“Anche in questo caso mi lamentai dell’esosa richiesta e gli dissi che ero disposto a pagare soltanto 2000 euro per volta. Egli accettò per la rata di Pasqua 2005. Tuttavia prima del periodo natalizio del 2005 l’uomo si presentò nuovamente insistendo per un pagamento maggiore. Riuscii a mediare per un pagamento di 2500 euro in occasione delle festività di Pasqua e Natale, pagamenti che si sono protratti fino a Pasqua del 2007”.
Grazie alle dichiarazioni del La Rocca si sono potute confermare anche quelle di Nuccio e Franzese che indentificavano il responsabile in Giovanni Cusimano.
Secondo un altro pentito, Cracolici Isidoro, Cusimano da tutti considerato uomo d’onore della famiglia di Tommaso Natale-Cardillo, in realtà non lo è… “ma quello sa tutto, tutte le situazioni meglio di chiunque altro. (…) Non è uomo d’onore perché molti anni fa gli hanno fatto sparire un fratello, siccome ci sono ancora forse, a quanto sembra, persone vive che sanno del discorso della scomparsa del fratello, per non creare scompiglio, perché diciamo nella famiglia è basilare dire la verità, perché se Giovanni Cusimano avesse domandato: chi ha fatto scomparire mio fratello, diciamo che ufficialmente si doveva dire chi era stato…”
Tra le assunzioni forzate vi è anche tale Maria Cardinale che secondo il La Rocca, in base a quanto letto sui giornali, potrebbe essere una delle donne che scambiava affettuosa corrispondenza con Sandro Lo Piccolo e che è stata licenziata nel gennaio 2008 per scadenza del contratto.
Quando l’occasione lo consentiva però non erano sufficienti denaro e posti di lavoro, ma addirittura la richiesta riguardava appartamenti.
E’ la storia dell’imprenditore Giuseppe Razzanelli che del suo estorsore era “amico di quartiere”. Con il fratello Carlo avevano iniziato un progetto edile per la costruzione di un palazzo con abitazioni, circa 14 appartamenti.
“Durante la realizzazione dell’immobile, dopo circa sei/sette mesi dall’avvio dei lavori, anche se non riesco ad essere assolutamente preciso sulla circostanza, si presentò nei pressi del cantiere, a bordo di un motorino, un uomo che mi si avvicinò chiedendomi se mi ricordavo di lui. Gli dissi che non riuscivo a riconoscerlo e lui mi rispose che era Davì. A questo punto io lo riconobbi per Davì Salvatore che avevo conosciuto molti anni addietro quando entrambi ragazzi abitavamo nel quartiere Pallavicino e che non vedevo da allora poiché il medesimo era stato a lungo in carcere come in quella circostanza egli stesso mi confermò. Il Davì mi disse che dopo questa sua lunga detenzione lui ed alcuni non meglio precisati amici avevano necessità di denaro. Non mi specificò il motivo ne io ebbi bisogno di chiederglielo perché compresi che si trattava di una richiesta di pizzo”.
Sul momento Razzanelli non aveva il denaro e chiese a Davì del tempo durante il quale decise di acconsentire alla richiesta. Dopo un mese e mezzo circa preparò la somma di 5000 euro e gliela consegnò, ma Davì data la consistenza dei suoi investimenti gli fece notare che la cifra non era adeguata e gli intimò di aggiungere altro denaro fino a raggiungere i 12.000 euro. Dopo una piccola trattativa ottenne di versare altri 6000 euro. “Versate queste somme, spiega l’imprenditore, ho concluso i lavori senza fastidi o problemi di sorta”.
Solo successivamente, mentre i fratelli Razzanelli stavano costruendo un altro edificio, questa volta più grande, di circa 32 appartamenti si fece vivo presso i cantieri il figlio di una cugina della propria madre, Mancuso Antonino. “Mi disse che vi erano degli amici che volevano acquistare un appartamento e mi chiese di effettuargli uno sconto. Io gli dissi che l’appartamento era in vendita a 220.000 euro e lui mi propose di acquistarlo per conto degli amici a 180.000 euro”.
Il costruttore comprese subito che si trattava di una “richiesta di pizzo dissimulata” e Mancuso gli confermò che l’appartamento sarebbe dovuto essere intestato ad una persona diversa dal suo reale acquirente. Per evitare il notevole danno economico Razzanelli cercò quindi di allungare il più possibile le trattative che infatti non andarono in porto poiché Mancuso venne arrestato.
Anche il fratello Carlo, amministratore unico di un’altra delle società famigliari, la Hidratite srl, ha pagato il pizzo per poter lavorare in tranquillità.
Le indagini e le dichiarazioni dei collaboratori hanno stabilito che l’appartamento in questione era destinato proprio a Francesco Franzese che quindi è stato in grado di riferire tutti i retroscena.
Storie di uomini e donne che, seduti di fronte ai magistrati, di fronte ai fatti contestati non possono che confessare la colpa della propria debolezza. Hanno avuto paura, è una colpa?
Certo, può esserlo se si paragona la loro storia a quella di Rodolfo Gujana o a quella di Andrea Vecchio che proprio in questi giorni ha subito l’ennesima intimidazione mafiosa. “Siamo nell’occhio del ciclone” ha detto ad ANTIMAFIADuemila che l’ha raggiunto al telefono con la voce di chi seppur provato, non si stanca, non si arrende.
Un esempio raro di coraggio che proprio per questa sua sporadicità viene colpito così da disincentivare chiunque voglia appoggiarlo o seguirlo, ma è attanagliato dal terrore.
Indubbiamente i pizzini così minuziosamente decriptati e contestualizzati dai collaboratori di giustizia non hanno lasciato scampo, ma questo significa soprattutto che l’azione efficace e repressiva dello Stato, volente o nolente, scalfisce il muro dell’omertà sia interna che esterna all’organizzazione. E’ dunque il momento che lo Stato, le istituzioni tutte dimostrino concretamente la volontà di sconfiggere Cosa Nostra.
Non sono sufficienti le parole, nemmeno se vengono dalla seconda carica dello Stato, dal neoeletto presidente del Senato Renato Schifani che ha annunciato la prossima distruzione di Cosa Nostra. Servono leggi efficienti, uomini, mezzi, pene più aspre non solo per chi è organico all’associazione mafiosa, ma anche e soprattutto per chi vi orbita attorno, arricchendosi. Tutti quegli imprenditori, funzionari, banchieri, politici e traffichini che non solo non collaborano, ma che colludono, traendo vantaggio dal sistema di relazioni mafiose che coinvolgono, a ben più alti livelli, uomini della finanza e centri di potere occulto che da sempre sono la spina dorsale della vera mafia. Quella eversiva e politica che di certo non è sparita con la seppur cruciale decapitazione del clan Lo Piccolo.



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