Addio casta dei giudici
Dopo la condanna del Csm De Magistris lascia la Anm.
E in una lettera spiega le motivazioni.
“Adesso è il tempo che tutti i nodi vengano al pettine”.
Con questa frase il pm Luigi De Magistris, ex titolare dell’indagine Why Not, ha aperto la lettera con la quale lo scorso 24 gennaio ha rassegnato le proprie dimissioni dall’Associazione Nazionale Magistrati.
Una decisione, dice, maturata già alcuni mesi fa, forse quando era ancora titolare dell’inchiesta che ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati dell’allora premier Romano Prodi e dell’allora ministro della Giustizia Clemente Mastella.
Di sicuro una decisione maturata “con grande rammarico”, come afferma lui stesso nella missiva, a seguito degli eventi che lo hanno riguardato e di un processo disciplinare, intentato nei suoi confronti, “tanto rapido quanto sommario, ingiusto ed iniquo”.
Lo scorso 18 gennaio, a conclusione di un periodo di violenti attacchi e discutibili avocazioni, la sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura aveva infatti non “soltanto” disposto il suo trasferimento da Catanzaro, ma sentenziato che il magistrato non potrà più svolgere ruoli investigativi. Una pena che diventerà definitiva solo quando si saranno pronunziate sul caso le sezioni unite della Cassazione.
Ma che nel frattempo, qualunque sarà il definitivo (e prevedibile) epilogo, ha segnato la vittoria della casta politico-istituzionale sulla Giustizia. Confermando, ancora una volta, che non tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge.
Nell’esprimere quella sentenza di condanna il Csm non ha infatti minimamente tenuto conto che il procuratore generale facente funzioni della Corte d’Appello di Catanzaro Dolcino Favi, lo stesso che ha avocato l’inchiesta Why Not, è finito nel registro degli indagati della procura di Salerno per abuso d’ufficio e calunnia. Insieme all’allora procuratore capo di De Magistris, Mariano Lombardi, all’aggiunto Murone e al pm Rinaldi sospettati di corruzione in atti giudiziari per vicende legate proprio alle inchieste Why Not e Poseidone. Un elemento che dovrebbe rendere quantomeno traballante l’accusa rivolta al magistrato di non aver informato dei suoi provvedimenti i diretti superiori.
E invece no. “Mi viene inflitta la censura – dice De Magistris – devo lasciare Catanzaro ed abbandonare le funzioni di pubblico ministero in sostanza perché non ho informato i miei superiori in alcune circostanze e perché ho secretato un atto solo ed esclusivamente per salvaguardare le indagini ed evitare che ci fossero propalazioni esterne che danneggiassero le inchieste; senza, peraltro, tenere conto delle gravissime ragioni che hanno necessariamente ispirato alcune mie condotte”. Troppo zelo, troppi scrupoli, troppo amore per questo mestiere, sostiene il pm, “del resto il procuratore generale che rappresentava l’accusa in giudizio, nel rimproverarmi, definendomi anche birichino, ha detto che concepisco le mie funzioni come una missione”.
Il danno e la beffa, verrebbe scherzosamente da dire, se il danno in questo caso non minasse gravemente alla base uno dei principi fondamentali della nostra Costituzione Repubblicana.
E l’Anm? Di fronte a questa catastrofica situazione il cosiddetto “Sindacato delle toghe” non ha mosso un dito. Alzando la voce soltanto per difendersi dalle accuse che gli ha mosso oggi il magistrato, sbattendo la porta dell’associazione e seguendo a ruota, a una sola settimana di distanza, il pm di Milano Ilda Boccassini. “Vado via”, ha tuonato De Magistris suscitando le ire del segretario dell’Anm Luca Palamara, perché l’associazione “non solo non è più in grado di rappresentare adeguatamente i magistrati che quotidianamente esercitano le funzioni, spesso in condizioni proibitive, ma sta – con le condotte ed i comportamenti di questi anni – portando, addirittura, all’affievolimento ed all’indebolimento di quei valori costituzionali che dovrebbero essere il punto di riferimento principale della sua azione”. Che se storicamente consisteva nel contribuire a concretizzare i valori di indipendenza interna ed esterna della magistratura “negli ultimi anni, con prassi e condotte censurabili ormai sotto gli occhi di tutti, ha contribuito al consolidamento di una magistratura ‘normalizzata’ non sapendo e non volendo ‘stare vicino’ ai tanti colleghi (sicuramente i più ‘bisognosi’) che dovevano essere sostenuti nelle loro difficili azioni quotidiane spesso in contesti di forte isolamento”. In sostanza, deduce , “è divenuta, con il tempo, un luogo di esercizio del potere, con scambi di ruoli tra magistrati che oggi ricoprono incarichi associativi, domani siedono al Csm, dopodomani ai vertici del ministero e poi, magari, finito il ‘giro’, si trovano a ricoprire posti apicali ai vertici degli uffici giudiziari”. Spettacolo “divenuto riprovevole” nel quale recita una parte da protagonista anche il Consiglio Superiore della Magistratura, “composto da membri laici espressione dei partiti, e membri togati, espressione delle correnti” e che per questo, conclude De Magistris, non può che “risentire dello stato attuale della politica e della magistratura associata”. Non più il luogo in cui tutti i magistrati possono sentirsi “effettivamente, garantiti e tutelati dalle costanti minacce alla loro indipendenza”.
Ma se, parafrasando il pm, tutti i nodi devono venire al pettine, allora non è possibile come altre volte abbiamo fatto, non ripercorrere gli errori estremamente gravi già commessi in passato dal Consiglio Superiore della Magistratura.
Espressione di una casta che, solo per citare l’esempio più lampante, il 19 gennaio del 1988 privò l’Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo della professionalità del giudice Giovanni Falcone. Nominando consigliere istruttore Antonino Meli e bocciando il magistrato che, tra i vari candidati, era sicuramente quello con maggiore esperienza nel campo della lotta alla criminalità organizzata.
Il 20 luglio di quello stesso anno il grave errore commesso dal Csm era emerso in tutta la sua prepotenza nel corso di un’intervista concessa ad Attilio Bolzoni dall’allora Procuratore capo di Marsala Paolo Borsellino.
<<La lotta alla mafia?>> si era chiesto in quell’occasione il giudice, <<i segnali non sono certo molto incoraggianti>>. E per tre ragioni: <<Il giudice Falcone non è più il titolare delle grandi inchieste che iniziarono con il maxiprocesso, la polizia non sa più nulla dei movimenti dentro Cosa Nostra e poi, poi ci sono seri tentativi per smantellare definitivamente il pool antimafia dell’ufficio istruzione e della procura della Repubblica di Palermo>>.
Un pericoloso vuoto, lo aveva definito allora Paolo Borsellino, che qualche mese più tardi si sarebbe trasformato in una voragine. Perché è in quello stesso anno che Falcone avrebbe dichiarato la sua volontà di lasciare l’Ufficio istruzione dopo che lo Stato aveva bocciato anche la sua elezione a nuovo Alto Commissario per il coordinamento delle forze antimafia, preferendo a lui Domenico Sica, ex collaboratore dei servizi segreti, quasi completamente estraneo ai fatti di mafia.
Nel testo della lettera inviata al Csm con la quale il giudice antimafia spiegava le ragioni della sua scelta vi erano citate una serie di missive ricevute dal Consigliere Istruttore nelle quali si lamentava una sorta di lassismo e mancanza di produttività da parte dei magistrati e si sollecitava a “definire nel più breve tempo possibile tutti i procedimenti”. Compresi quelli a carico di politici che avrebbero invece avuto bisogno del loro tempo <<a meno che – scriveva Falcone – non si voglia fare il solito fonogramma al commissariato chiedendo l’esito delle ulteriori indagini e, alla riposta che l’esito è negativo, chiudere con una bellissima sentenza contro ignoti>>.
Come se non ciò non bastasse, nel 1989, in seguito al fallito attentato all’Addaura, il Csm aveva nominato Falcone procuratore aggiunto mentre il procuratore capo di Palermo era Pietro Giammanco. Amico dell’on. Mario D’Acquisto, uomo di Salvo Lima.
In una intervista concessa a Francesco La Licata fu Maria Falcone, sorella del giudice, a rivelare le confidenze della cognata Francesca relative proprio al rapporto tra Falcone e Giammanco.
<<Mi faceva capire l’ostilità di Giammanco per Giovanni – aveva spiegato la donna - il disagio di mio fratello che si trovava con le mani legate, nell’impossibilità di lavorare>>. <<Arrivò perfino ad umiliarlo: una volta lo fece aspettare a lungo fuori dalla porta, prima di riceverlo>>.
L’ennesima bocciatura, l’ultima, era arrivata nel 1991.
Quando Falcone si era candidato alle elezioni per diventare consigliere al Csm, anche questa volta non riuscendo ad ottenere la nomina.
Poco prima di quella occasione lo stesso giudice - che insieme a Paolo Borsellino sarebbe diventato un simbolo della lotta alla mafia - aveva chiesto alla magistratura di abbandonare le logiche di corporativismo.
<<Se i valori costituzionali dell’autonomia e dell’indipendenza sono in crisi – aveva detto – ciò dipende, a mio avviso, in misura non marginale anche dalla crisi che, ormai da tempo, investe l’Associazione dei giudici, rendendola sempre più un organismo diretto alla tutela di interessi corporativi e sempre meno il luogo di difesa e di affermazione dei valori della giurisdizione nell’ordinamento democratico>>. La crisi profonda dell’associazionismo dei magistrati, aveva aggiunto Falcone, <<ha pesantemente influito sulla stessa funzionalità delle istituzioni; le correnti dell’Associazione nazionale magistrati – anche se, per fortuna, non tutte in egual misura – si sono trasformate in macchine elettorali per il Csm; e quella occupazione delle istituzioni da parte di partiti politici, che è alla base della questione morale; si è puntualmente presentata anche in seno all’organo di governo autonomo della magistratura; con note di pesantezza sconosciute anche in sede politica>>.
Oggi, a quasi vent’anni di distanza e nonostante il sacrificio di Falcone e Borsellino e di altri come loro, la situazione non è cambiata.
E a dimostrarlo vi è la storia, amara, del pm De Magistris, costretto a scrivere, paradossalmente, di sentirsi “orgoglioso” che questo Csm “mi abbia inflitto la censura con trasferimento d’ufficio”.
Perché ancora oggi, nonostante le terribili conseguenze degli errori commessi, l’organo di autogoverno della magistratura non è riuscito a liberarsi da quelle logiche di potere e di corporativismo, e dagli ambigui atteggiamenti politici che lo hanno in passato caratterizzato e che ancora lo caratterizzano. G.B.
box1
Csm: De Magistris deve lasciare Catanzaro
Si è conclusa nel modo peggiore la vicenda De Magistris. La sezione disciplinare del Csm ha disposto lo scorso 18 gennaio il trasferimento del pm da Catanzaro. Non solo quello fisico, ma anche quello funzionale. Ovvero, qualunque sia il futuro di De Magistris, secondo la sentenza non potrà più svolgere ruoli investigativi. Il trasferimento non è immediatamente esecutivo ma è una pena accessoria alla condanna principale, che è quella della censura. Diventerà definitivo solo dopo che si saranno pronunziate le sezioni unite della Cassazione. Amaro il commento del pm: “Il Csm ha scritto una pagina ingiusta nei confronti di un magistrato che non ha fatto altro che esercitare il proprio dovere. De Magistris comunque non si dà per vinto: “Utilizzerò ogni strumento previsto dall’ordinamento democratico per dimostrare la correttezza del mio operato e quanto sia grave la decisione del Csm”.
Secondo il Consiglio Superiore della Magistratura quindi De Magistris, durante la propria attività investigativa, avrebbe adottato provvedimenti “abnormi” come il decreto di perquisizione nei confronti del procuratore generale di Potenza, Tufano, oppure come quello con cui aveva disposto che i nomi di due suoi indagati, il senatore Pitelli e il generale Cretella, fossero tenuti chiusi in un armadio blindato. La condanna è stata inflitta inoltre per non aver chiesto la convalida di provvedimenti di fermo e per aver trasmesso alla Procura di Salerno il fascicolo dell’inchiesta Poseidone, dopo che gli era stata avocata dal procuratore di Catanzaro. La sezione disciplinare ha riconosciuto colpevole De Magistris anche per non aver informato dei suoi provvedimenti i suoi diretti superiori. Il pm di Catanzaro è stato comunque assolto da alcune delle accuse che gli aveva mosso la Procura generale della Cassazione, a cominciare da quella di non aver adottato tutte le misure necessarie per impedire la fuga di notizie sulle sue inchieste. Tra gli episodi contestati c’era anche la vicenda della fuga di notizie sull’iscrizione del presidente del Consiglio, Romano Prodi, nel registro degli indagati nell’ambito dell’inchiesta Why Not. L’assoluzione riguarda anche l’accusa di aver avuto “rapporti disinvolti” con la stampa e di essersi presentato all’opinione pubblica come “vittima di persecuzione da parte di politici e magistrati”. Assolto, infine, dall’addebito di aver diffuso “sospetti” senza prove nei confronti di superiori e colleghi. Questo è quanto il Csm ha decretato dopo quattro ore di consiglio. Il presidente Nicola Mancino ha dichiarato che la decisione, seppur sofferta, è stata unanime. Nessun dubbio. Nessuna incertezza. Non bastavano quindi le avocazioni. De Magistris paga a caro prezzo il proprio senso di giustizia. “Ho solo avuto come punto di riferimento l’articolo 3 della Costituzione. Tutti i cittadini uguali davanti alla legge” ha sempre ribadito l’ormai quasi ex pm. Evidentemente in Italia non è così. Evidentemente è meglio bloccare certi servitori dello Stato dichiarando la loro incapacità. Perché fare il proprio dovere di pm come lo ha fatto De Magistris non si può fare. E’ questo il messaggio del Csm. Un messaggio che, come dice lo stesso De Magistris, “è devastante per i giovani e per i colleghi che verranno. Se in Calabria tocchi certi personaggi, salti”. Al pm di Catanzaro e a professionisti del suo calibro va il nostro appoggio, con la speranza che venga fatta luce sulla Verità di questa vicenda e su altri misteri tipicamente italiani sperando che il tempo sia veramente galantuomo.
Aaron Pettinari
ANTIMAFIADuemila N°57














