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Sulle orme di Fava... una scelta di vita

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Insegnante e giornalista, Rosalba Cannavò ebbe modo, negli anni ’80, di conoscere personalmente Pippo Fava, solo due mesi prima della sua tragica scomparsa. Poté, tuttavia, rendersi perfettamente conto della grandezza di un uomo morto proprio a causa di quella sua personalità così forte e del suo troppo coraggio. Un incontro che ha profondamente influenzato l’intera esistenza di una donna che ha fatto del lavoro la sua ragione di vita e attraverso il quale, nonostante il grande dolore, determinato anche dal fatto di non aver potuto scrivere su I Siciliani, trasmette ai giovani gli insegnamenti di Fava.

Qual è il primo pensiero che ti viene in mente pensando a Pippo Fava?
Penso ad un uomo che ha lottato con le parole, al di fuori di qualsiasi logica di potere, in una città oppressa da poteri velati che, poi, anche grazie a lui e ai suoi collaboratori, sono stati in parte svelati. Penso alla forza di un mestiere qual è quello del giornalista, ad una personalità che si è elevata al di sopra di quanto questa città ha mostrato negli anni di Fava, e che ancora oggi mostra, cioè una sorta di appiattimento, di servilismo. Penso alla capacità di guardare con l’occhio indagatore e a volte anche un po’ “azzardato” di chi, comunque, si sente in dovere, per l’etica che questo mestiere ci impone, di osare e, soprattutto, di affermare. Era questa la forza di Pippo Fava.

Quando è avvenuto il tuo incontro con lui?
Ero una studentessa diciassettenne in un liceo di un paese alle falde dell’Etna e le mie idee erano quelle di una ragazza degli anni ’80 che viveva in un contesto assolutamente privo di libertà che oggi, invece, sembrano ovvie. Il mio ideale massimo era il soffiaggio, pensavo al giornalista come a qualcuno che parlava la sera in televisione, capace di affermare un po’ indipendentemente le sue idee. Poi ho incontrato Pippo Fava, era seduto nell’aula dove si era appena tenuta una conferenza sulla mafia. Ho visto quest’uomo dalla barba ispida, dal volto pieno di rughe, sofferto, ma con una grande dignità. Disse che la mafia non era lontana da noi e che mafia era anche quando il preside non ci garantiva i diritti che ci spettavano quali, ad esempio, i banchi e le sedie. E che, partendo da queste piccole cose, dovevamo andare a cercare oltre. Dopo due mesi lo hanno ucciso, poiché le cose che lui disse in quell’aula scolastica diventarono montagne quando ne parlò in televisione, da Enzo Biagi, e cominciò a dire che i veri mafiosi si trovavano in Parlamento… Ero stata folgorata dalla forza e dall’intensità delle parole di quest’uomo che aveva grande carisma e dignità, e sottolineo il termine “dignità”, poiché il mestiere del giornalista ha un senso solo se viene concepito con moralità. Fava mi dimostrò che potevo contare sul fatto che esistessero uomini come lui, quindi ho pensato che, effettivamente, dovevo cercare anch’io di promuovere la mia idea di futura giornalista. Chiaramente, la sua uccisione mi ha disorientata e addolorata, ma da quel momento sono scesa dal paesino e sono arrivata a Catania – distante una cinquantina di chilometri –, facendo credere a mio padre che sarei andata a trovare una sorella che studiava all’università e sfuggendo in questo modo al suo controllo. Così, potei recarmi alla piccola redazione di Pippo Fava, da poco provata da questo grande dolore. I giovani che vi trovai avevano grandi ideali e concepivano questo mestiere alla maniera del loro direttore, una concezione che per me è diventata uno stile di vita. Sono passati diciotto anni e, oggi, sono molto più amareggiata, più sola e tanto più scoraggiata di allora. Anche la morte di Maria Grazia Cutuli ha sicuramente influito su di me e su alcune persone che, come me, sentono fortemente la dignità di questo mestiere e che, dopo la sua scomparsa, l’hanno sentita violare. Infatti, qualcuno che si definisce giornalista, ha detto di lei che si è voluta legittimare autonomamente il ruolo di inviata, poiché era solo una redattrice… Le parole di arcivescovi e di politici hanno fatto emergere in me una rabbia enorme e credo che sia questa l’unica ragione per cui oggi sto parlando. Una rabbia che non so fino a che punto potrà resistere allo scoraggiamento. Sono due forze opposte... faccio l’insegnante e sono molto dura con i ragazzi, poiché credo fortemente nel valore di questo mestiere. I giovani hanno bisogno di punti di riferimento, di qualcuno che dia loro degli ideali per far comprendere la realtà e devo dire che, fino ad oggi, ho ottenuto dei grandi risultati. Con questi ragazzi avrei potuto, alla fine, instaurare un rapporto che sarebbe andato oltre la sola funzione nozionistica della didattica.

Come hai vissuto la tua permanenza presso I Siciliani?
Con un po’ di istintività e con grande entusiasmo, anche se forse sono stata molto idealista e poco critica su certe cose. Più tardi, infatti, mi sono resa conto che avrei potuto fermarmi un po’, ma con la velocità degli anni della post-adolescenza sono stata coinvolta dal movimento di giovani, di idee, feste e manifestazioni. In seguito sono sopraggiunti alcuni piccoli dissidi ma, tuttavia, è stato molto positivo. Ciò che ha causato maggior dolore è stato il fatto di non aver potuto redigere il quotidiano che era stato, per un paio di mesi, l’obiettivo che tutti noi credevamo essere già dietro alla porta, ma che poi è svanito. Ma è rimasto un grande focolare nel quale si può sempre aggiungere altra legna, poiché tutti coloro che sono usciti da questa esperienza hanno tanto calore. Sento di appartenere ad una categoria di persone che ha potuto sentire e abbracciare per un attimo l’idea che questa terra potesse ripartire da un gruppo nuovo. Un’idea che veniva guardata con la certezza che non si trattasse solo di un giornale, ma di un movimento che disponesse della parola, della scrittura come luogo di forza, di “potere” inteso anche come luogo di smistamento di idee, di appropriazione di tanti diritti che ci venivano negati. Diritti che noi avevamo il dovere di andare a cercare grazie proprio al potere della carta.

<<Che senso ha vivere se non si ha il coraggio di lottare?>>, si domandava Pippo Fava. Come si potrebbe condurre una battaglia come la sua al giorno d’oggi?
Bisogna comprendere in maniera assolutamente critica e vigile quanto ci circonda, senza mai pensare che non siamo artefici di qualcosa, poiché ancora ci troviamo in un gioco molto più grande di noi. Nel nostro piccolo possiamo usare degli strumenti o delle “carte” ed è per questo che io faccio l’insegnante e collaboro con alcune riviste facendo una sorta di giornalismo moderato nel senso che, comunque, per esempio parlando di problematiche riguardanti l’acqua nella mia città, ci metto anche una forte componente di denuncia. Penso che anche non avendo uno strumento come I Siciliani, nel proprio piccolo ognuno possa impegnarsi e non restare nell’assoluta apatia. Dobbiamo semplicemente fare buon uso delle nostre conoscenze, della nostra esperienza poiché, altrimenti, quello che sosteneva Pippo Fava non l’avremmo abbracciato neanche quando avevamo vent’anni. Oggi ne ho più di trenta, ma sono più consapevole e più convinta di ciò che quell’uomo diceva. Sotto certi aspetti non è cambiato assolutamente nulla.



BOX1
Una strada che non si può abbandonare


La prima immagine in assoluto che mi viene in mente è l’ultima intervista concessa ad Enzo Biagi. Gli vennero rivolte alcune domande che noi a Catania avevamo già sentito, ma da quella “tribuna nazionale” avevano tutt’altra risonanza. Quella sera lui fu molto pesante, mentre parlava io pensavo <<… no, no… non parlare più… Lo uccidono… adesso lo uccidono…>>.
Ora penso che il suo esempio non sia qualcosa che “deve” rimanere, credo che nei siciliani quella forma di fatalismo, di cui tanti nel passato hanno parlato, è rimasta… non so se già c’era o se ce l’hanno insegnata… noi nasciamo, facciamo un percorso e poi non si sa come finisce… la strada di Pippo Fava era questa. Lui ha iniziato una strada, ha aperto una via, noi ci siamo incamminati per quella via, non so neanche perché, visto che molti di noi vengono da tante esperienze diverse, ma quando sei su quella strada, quando ti ci metti non ne puoi più uscire. Ognuno di noi non sa dove andrà a finire… ma siamo su quella strada e dietro di noi ci sono altri, che magari non lo hanno neanche conosciuto… quelli che sono arrivati prima di noi li abbiamo visti… stanno andando, qualcuno forse è anche riuscito… ma la strada di Pippo Fava non penso che si possa lasciare… non si può perché l’ha iniziata e in qualche modo si deve continuare…
Rosanna Fiume, giornalista


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