Il figlio Claudio tra ricordi, progetti e critiche
interviste di Giorgio Bongiovanni e Lorenzo Baldo
A gennaio ricorre l’anniversario della morte di Pippo Fava, giornalista scomodo e fondatore di un giornale di denuncia altrettanto scomodo, I Siciliani. Per ricordarlo abbiamo intervistato suo figlio, l’onorevole Claudio Fava secondo il quale, sulla tragica scomparsa di suo padre, ancora <<non è stato detto nulla>> e alcuni giornalisti che lavorarono con lui.
A Catania, dopo il sacrificio eccellente di tuo padre, c’è stato un cambiamento positivo nella società civile o a livello politico?
Credo che in questi diciotto anni si sia innescato un processo di consapevolezza che è cresciuto, che nessuna fragilità di memoria e nessun tentativo di normalizzazione è riuscito a frenare. Processo di consapevolezza vuol dire che oggi, a differenza di quanto succedeva vent’anni fa, è difficile trovare un siciliano che non si senta comunque parte in causa di quello che accade, che non si senta protagonista, anche se è un protagonismo spesso prudente e a tratti persino pigro. Ritengo, tuttavia, che oggi ci sia una capacità di condivisione che vent’anni fa non c’era. Veniva definito un problema per addetti ai lavori, per giudici, poliziotti, carabinieri, guardia di finanza o, magari, per qualche giornalista. La società non voleva appassionarsi e soffrire, voleva solamente assistere. Oggi tutto questo non c’è più e lo dobbiamo anche al fatto che il processo di consapevolezza e condivisione è cresciuto traumaticamente, vedendo come la mafia alzava il tiro, il modo in cui decapitava non soltanto le istituzioni, ma anche la società civile e i movimenti culturali. Credo che, alla fine, chi era in buona fede abbia capito che non c’erano spazi di contrarietà.
Malgrado gli arresti eccellenti Cosa Nostra tuttora esiste a Catania e in Sicilia e, rispetto a quella di diciotto anni fa, sembra essere maggiormente invisibile e, forse, più forte. Le lobbies dei cavalieri del lavoro si sono ricostituite alla luce dei successi elettorali della destra?
Penso che sia in corso un fenomeno di ricostruzione con nicchie di forte interesse e di forte impunità. Oggi, a differenza di un tempo, queste lobbies non hanno né arroganza né altri segni di distinzione. Si tratta di una sorta di fenomeno carsico che attraversa la mafia, ma anche quei luoghi dell’economia, della società e della politica che in passato erano visibilmente collusi con essa e che oggi hanno preferito cercare rapporti di scambio e di reciproca utilità in modo meno esibito rispetto a tempo fa. Credo che sia in corso una ricostruzione non soltanto del tessuto genetico della mappa organizzativa della mafia, ma anche della sua costellazione di alleanze, di punti di riferimento e di supporti. Tutto questo, però, coincide con una grande capacità di restare un potere tradizionale. È vero che la mafia oggi si muove sotto tracce, che ha una geografia finanziaria estesa in tutto il globo e che si è resa sofisticata nelle forme e negli strumenti, ma è anche vero che continua ad avere bisogno di controllare fisicamente il territorio. Di conseguenza, accanto ai flussi finanziari che attraversano le banche del Liechtenstein, ci deve essere il pizzo estorto al commerciante della borgata palermitana, poiché è un modo non soltanto per far entrare soldi in più ma, soprattutto, per continuare ad esercitare un controllo che, in alcune zone della Sicilia, continua ad essere di tipo sociale e non soltanto mafioso, spesso anche culturale.
Tramite gli omicidi eccellenti la mafia ha raggiunto il risultato che si prefiggeva e può considerarsi vittoriosa, oppure è ancora in fase di ristrutturazione?
Che se ne parli con questa lucidità e consapevolezza vuol dire che non ha raggiunto il suo scopo. Gli ergastoli, il fatto che alcuni processi abbiano costruito un elemento di giustizia reale, effettiva, significa che non ha raggiunto il suo scopo. Non vorrei che dimenticassimo che quindici anni fa il livello di impunità era superlativo. Il signor Santapaola non stava in galera, ma aveva a disposizione una Alfetta blindata, scortata da pattuglie dei carabinieri o della polizia con la complicità di alcuni funzionari di pubblica sicurezza, di ufficiali dei carabinieri e di magistrati della Procura della Repubblica che non erano soltanto distratti, ma erano oggettivamente conniventi con il capomafia. Oggi questo non c’è. I livelli di impunità di un tempo non esistono più. C’è un tentativo da parte dei mafiosi di ricostruire forza e capacità di controllo e anche alleanza con collusi della politica e dell’economia. Abbiamo qualche elemento di esperienza che ci rende un po’ meno ingenui e un po’ più accorti. Sappiamo anche, per esempio, che scaricare ogni responsabilità e attesa sulle spalle fragili di una sentenza, qualunque sia l’imputato, sarebbe un errore catastrofico, già commesso in passato. Ad ogni modo, dobbiamo contrastare la normalizzazione che è in corso, lavorando innanzitutto sulle risorse sociali e culturali messe in campo in questi giorni. Se non cominciamo a recuperare un vero sentimento popolare collettivo – senza dover aspettare un altro funerale come quello di Falcone –, rischiamo di tornare ad essere spettatori di qualcosa che ci coinvolge, ma rispetto alla quale ci sentiamo impotenti.
Un’esperienza come quella de I Siciliani potrebbe, attualmente, essere ripresa a Catania o, comunque, in Sicilia? Ci sarebbe la possibilità di portare avanti un giornale di questo tipo o costituire un’associazione culturale che prosegua su quella strada? Da uomo politico cosa diresti, in merito, ai giovani?
Vorrei rispondere non da politico, ma da animatore di un gruppo che ha cercato non di riportare in vita l’esperienza decennale de I Siciliani, bensì di costruire un altro strumento di esperienza tramite un’associazione nata nei mesi scorsi, che si chiama “Itaca”. Si tratta di un’associazione che sta cercando di creare, a partire da Catania, un punto di riferimento non politico e non tradizionale, che poi darà vita alla fondazione “Giuseppe Fava”. “Itaca” ha già all’attivo tre laboratori di scrittura creativa e due di giornalismo. Con il laboratorio di formazione politica, costituito in autunno, l’associazione vorrebbe divenire uno strumento di informazione, ragionamento e parola a partire dall’anno prossimo. L’importante è viverlo non come un’appendice del passato, ma come qualcosa che oggi ha diritto di cittadinanza e di cui c’è bisogno. Il problema, però, è che senza denaro difficilmente è possibile costruire questi incentivi. È questa l’unica ragione per cui, dopo dieci anni, non si è più potuto lasciare che I Siciliani continuasse ad essere affidato alla passione volontaria di quindici ragazzi che, nel frattempo, erano invecchiati. Ormai avevano bisogno di dare a questo giornale, accanto alla forza politica, alla legittimazione che aveva e alla capacità di rappresentare un punto di analisi e di riferimento, anche nel dibattito politico di questi anni, una struttura aziendale che permettesse a queste idee di stare sul mercato e a questo patrimonio umano di vivere di ciò che produceva. Tutto questo non è stato possibile poiché le condizioni del mercato sono fortemente proibitive. Ci sono concentrazioni medioevali dell’informazione, dei flussi pubblicitari, è difficile trovare uno spazio di mercato legittimo e questa è la ragione per cui alla fine l’esperienza di mio padre e, soprattutto, dei suoi colleghi – che per molti anni hanno portato avanti I Siciliani – debba essere considerata come un punto di riferimento prezioso, che non ha esaurito la propria funzione, ma il proprio ciclo economico. Oggi, però, la funzione e l’esigenza di un punto di riferimento è più forte di ieri e per questo stiamo lavorando.
Riguardo all’omicidio di tuo padre si è detto tutto?
Non è stato detto nulla, poiché credo che Santapaola sia soltanto l’organizzatore materiale dell’esecuzione di mio padre…
Durante i processi qualche pentito ha dichiarato che è stato fatto un favore alla lobby di potere di allora. Ma c’era anche dell’altro?
Ritengo che ci sia stata una necessità precisa di eliminare Giuseppe Fava. Una necessità che nel codice semantico della mafia può essere espressa in molti modi e senza bisogno di riunioni clandestine, ma semplicemente con un cenno, una parola, un’occhiata… un modo per far capire che, “fino a quando c’è questo giornale, quest’uomo, questo intellettuale, questo giornalista, non ci sono le condizioni di sicurezza che ci permettono di portare a buon termine le nostre transazioni o la ragione delle nostre amicizie”. Basta questo, poi ciascuno si assume l’incarico che deve assumersi, in carta bollata. Ed il ruolo della mafia negli anni ’80 era anche quello di risolvere i problemi di un sistema di potere economico politico-mafioso, che usava la mafia che spara come braccio armato e che uccideva nei cantieri di Costanzo, nel messinese, come è stato certificato da alcuni processi. Penso che questo sia successo anche per la morte di Giuseppe Fava, ma non saprei dire chi, fra tutti coloro che avevano preciso interesse e grande necessità al silenzio e quindi alla morte di Fava, possa aver dato l’impulso determinante.
Giuseppe Fava non rispondeva a nessun potere politico, ma per la mafia il fatto che “inquinasse” le coscienze della società civile era un ostacolo gravissimo.
È chiaro. Rappresentava un ostacolo all’egemonia culturale che la mafia cercava, e cerca, di costruire.
Ritieni che in cinque anni di governo di centrosinistra siano stati commessi degli errori riguardo alla lotta alla mafia e al discorso mafia-politica?
Credo che non ci siano stati errori, ma omissioni. Non ci si è resi conto che su questo versante non si poteva arretrare di un solo passo, non si poteva abbassare la guardia un solo giorno o concedere vantaggi normativi-legislativi, poiché si sarebbe trattato di un approccio politico-culturale alla controparte. Allora, credo che il problema non sia stato quello di aver fatto leggi non adatte o di non aver fatto le leggi che dovevamo fare, ma di aver perduto la capacità di parlare alla coscienza di quegli italiani che si sono sentiti protagonisti della lotta alla mafia e che, alla fine, si sono sentiti anche organi di chi avrebbe dovuto rappresentare, sul piano istituzionale e politico, la loro indignazione. Ma non abbiamo saputo raccogliere l’indignazione costruita negli anni passati dalla gente. L’abbiamo smarrita e lasciata appassire e questo non c’entra nemmeno con il giusto processo o con taluni revisionismi nell’architettura del processo penale e non c’entra, naturalmente, con le sentenze di assoluzione. È chiaro che se la legge sulle rogatorie fosse stata approvata da noi, sarebbe stato più facile. Il conflitto di interessi, e questo vale per tutte le omissioni, ci avrebbe permesso di portare a casa un risultato consistente e definitivo. Credo che il problema sia di approccio culturale. Non siamo stati capaci di raccogliere questa domanda di iniziativa politica da parte della coscienza dei siciliani e degli italiani onesti, ritenendo che non ci fosse più l’emergenza mafiosa, così come l’avevamo vissuta all’inizio degli anni ’90. Abbiamo un po’ lasciato che si decantasse questa forte tensione che è, invece, una spinta necessaria. Il risultato è che, a Palermo, si perde prendendo il 25 per cento dei voti, poiché la gente non sente più che un voto alle ragioni della sinistra, dell’Ulivo, è anche un voto per la legalità. E mi riferisco anche alle ultime elezioni amministrative in Sicilia. Penso, inoltre, che chi ha votato dall’altra parte, l’abbia fatto ritenendo che non ci fosse più questa discriminante in campo, mentre la discriminante è più forte che mai. Ma non abbiamo permesso che venisse percepita la forza e la fondatezza della discriminante sulla legalità e sulla lotta alla mafia al punto che il signor Dell’Utri, il giorno dopo le elezioni di Palermo, può annunciare urbi e torbi che si è chiuso un vecchio ciclo e se ne è aperto uno nuovo. E io so a quale nuovo ciclo allude Dell’Utri, a quello di un recupero di impunità, di un processo alla giustizia giusta, di un tentativo di estirpare dalla nostra consapevolezza l’idea della pace. Dell’Utri è quello che dice <<se c’è l’antimafia vuol dire che c’è anche la mafia>>. Questo è l’approccio e su questo temo che abbiamo commesso errori di ignavia e di omissione più gravi di quelli normativi.
Qual è, allora, il messaggio che la sinistra deve lanciare per conquistare la gente?
Dobbiamo guardare meno al nostro ombelico e parlare di più alla coscienza dei cittadini che hanno bisogno di sentire una battaglia per la legalità, per la vita e per la democrazia. Se non siamo i primi a far percepire la fondatezza di questo assunto, non rappresentiamo questi principi e non ce ne facciamo carico. Non siamo quindi noi quella forza politica che garantisce la battaglia per la legalità e dunque per la democrazia e per la vita. Se non lo facciamo, diventiamo una forza politica superflua e sinistra rischia di diventare una parola superflua quando, invece, è fondamentale, soprattutto oggi, soprattutto in Sicilia e, soprattutto, nella lotta alla mafia.














