di Marco Cappella Per contattare i collaboratori di giustizia Cosimo Cirfeta e GiuseppeChiofalo (vedi numero di febbraio di ANTIMAFIA Duemila), MarcelloDell’Utri avrebbe utilizzato una delle utenze telefoniche dello studiolegale di Cesare Previti. Lo ha riferito in aula il vice questoreGioacchino Genchi, deponendo, a Palermo, al processo in cui è imputatoil parlamentare di Forza Italia. Il teste, che è consulente informaticodella Procura, ha ricostruito il traffico telefonico del periodocompreso tra il ’97 ed il ’98 in cui, secondo l’accusa, Dell’Utriavrebbe tentato di screditare i pentiti che avevano rilasciatodichiarazioni contro di lui. Per chiamare Cirfeta e Chiofalo, ilparlamentare si sarebbe servito anche di apparecchiature dellaFininvest, nonché del cellulare di un anonimo novantenne romano. Eproprio da tale utenza, ha spiegato Genchi, il 9 ottobre del ’97 ilsenatore avrebbe chiamato il magistrato Giuseppe Prinzivalli, allorasotto processo a Caltanissetta e successivamente condannato a diecianni per concorso esterno in associazione mafiosa. Fatto confermatodallo stesso Dell’Utri che si è difeso sostenendo di aver telefonato alPrinzivalli <<per discutere del mio e del suo processo>> eche ha commentato le intercettazioni in cui alcuni boss vicini aBernardo Provenzano gli esprimono “solidarietà”. <<Non voglio ného mai chiesto la solidarietà di Cosa Nostra>>, ha dichiarato ilparlamentare di Fi, e poi <<come faccio a sapere per chi hadeciso di votare la mafia? Anche Orlando, nel ’97, è stato votato dallamafia, visto che ha ottenuto l’ottanta per cento dei voti. E’ possibileche tra tutte quelle persone ci fossero anche dei mafiosi>>. Icollaboratori di giustizia Cirfeta e Chiofalo sono stati accusati,assieme a Dell’Utri, di calunnia nei confronti dei pentiti Francesco DiCarlo, Domenico Guglielmini e Francesco Onorato, testi d’accusa nelprocesso al parlamentare di Fi. Il 18 febbraio scorso, intervenendo aconclusione della deposizione del vice questore Genchi, Dell’Utri haspontaneamente dichiarato che <<alla mia segreteria ho semprericevuto decine e decine di telefonate. Raramente ho rispostopersonalmente ma, soprattutto, nessuna delle chiamate è mai partitadalle mie utenze>>. Genchi aveva analizzato in aula i risultatidella consulenza che aveva preso in esame circa seicentomila telefonatedirette ad utenze riconducibili al senatore Dell’Utri tra il ’90 ed il’96. In particolare, il funzionario ha parlato di contatti tra personevicine a Sicilia Libera, movimento politico indipendentista voluto dalboss corleonese Leoluca Bagarella, cognato di Totò Riina, il principeromano Domenico Napoleone Orsini ed esponenti di Forza Italia fra iquali proprio Dell’Utri. Nell’agenda della segreteria dell’imputatorisulterebbe una telefonata fatta da Orsini, che lo avrebbe contattatodopo aver parlato con Tullio Cannella, l’uomo cui Bagarella avevaaffidato l’organizzazione del movimento politico (Sicilia Libera venneaccantonato – secondo i collaboratori – quando nacque Forza Italia,ndr). Sempre il 18 febbraio il teste ha inoltre rivelato che ilprincipe Orsini, il 4 febbraio del ’94, telefonò ad Arcore, alla villadell’attuale presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Nel processoal senatore di Fi, il 26 febbraio scorso, è intervenuto anche ilmaresciallo della Dia Giuseppe Ciuro, dichiarando che il nipote delpentito Tommaso Buscetta, Antonio Inzaranto, sarebbe stato per cinqueanni socio di Canale 5 in un’emittente locale siciliana. Secondo ilmaresciallo Ciuro – che, insieme al funzionario di Bankitalia FrancescoGiuffrida, è stato il primo a scavare tra i segreti delle 22 holdingdella Fininvest –, Inzaranto avrebbe avuto quote societarie della tvRetesicilia che nel novembre del 1980 era già stata acquistata dalgruppo Fininvest. Antonio Inzaranto sarebbe stato presidente delconsiglio di amministrazione di Retesicilia per ben otto anni finchénon avrebbe ceduto, il 2 dicembre ’85, le sue quote a Canale 5, che neè poi rimasto socio unico. Giuseppe Ciuro ha sottolineato che diversequote societarie di Retesicilia erano state acquistate dalle holdingche costituiscono la Fininvest, ma tale passaggio, segnalato suiregistri milanesi, non risulta invece nel libro soci della televisionesiciliana. Rispondendo alle domande del pm, il maresciallo hadichiarato di aver svolto indagini anche sui ripetitori palermitanidelle tre reti Mediaset riscontrando che il traliccio di MontePellegrino sul quale sono installate le antenne di Canale 5, Italia 1 eRete 4 sarebbe abusivo; nel 1984, infatti, il Comune di Palermo avevaemesso un’ordinanza di demolizione ma, nel ’97, datadell’accertamento, le antenne erano ancora lì. Per quanto riguarda lapresenza di Rete 4 sull’isola i manager della Fininvest avrebberotrattato con i Rappa, famiglia di imprenditori poi coinvolti inindagini per mafia e con Mario Sanfilippo, editore de La Sicilia esocio di una tv palermitana. Per l’accusa, rappresentata dai pm AntonioIngroia e Domenico Gozzo, i contatti con il mondo dell’emittenzatelevisiva libera siciliana e l’intera partita di acquisizioneavvennero sotto il controllo delle cosche che, in un primo momento,avevano anche portato i capitali al Nord. Per la prima volta, graziealle deposizioni di Ciuro, la difesa è stata costretta a correre airipari, non per smentire le accuse dei collaboratori, ma per rintuzzarecifre, ricostruzioni di passaggi societari e contabili. Alla finedell’indagine sulle carte contabili, i due consulenti si sono trovatiad ipotizzare che fra le disponibilità finanziarie di Berlusconi vifossero stati <<movimenti di capitali immessi nel circuitofinanziario e societario allo stato non provenienti dai canaliufficiali del credito>>. Dell’Utri, tuttavia, nonostante ilprocesso fosse a suo carico, non si è presentato in aula, ma ha inveceinviato una lettera al presidente del Tribunale di Palermo LeonardoGuarnotta in cui giustificava la sua assenza a causa di impegniparlamentari, sottolineando che il “bersaglio” di quegli accertamentinon è lui, ma che le udienze riguardano “una terza persona”, il“coimputato di pietra” Silvio Berlusconi. Così, il 26 febbraio eranoassenti anche i difensori del deputato di Forza Italia, gli avvocatiRoberto Tricoli ed Enzo Trantino. Dell’Utri, inoltre, in base alcalendario delle udienze che prevedono la deposizione del maresciallodella Dia e del funzionario della Banca d’Italia sui flussi finanziaririguardanti le società facenti capo alla famiglia Berlusconi, haannunciato la sua assenza perché <<disinteressato>> aquesti fatti.
Ma il processo palermitano non è l’unica preoccupazione del momento peril senatore che ora dovrà fare i conti anche con una condanna a dueanni e dieci giorni di reclusione, con cui è culminato un casoscoppiato nel ’93 con le inchieste di Milano e Torino sui bilanci diPublitalia. Secondo le due Procure, la società amministrata daDell’Utri gonfiava le tariffe pubblicitarie e le fatture falsepermettevano di accumulare fondi neri, divisi con gli inserzionisti. Leentrate fittizie venivano poi scaricate su ditte-satelliti votate allabancarotta. A stabilire la condanna è stata la terza sezione delTribunale Penale di Milano che, per valutare un’istanza difensivatendente a far rientrare le varie pene subite dal deputato di Fi sottoil tetto massimo di due anni, ha rideterminato le stesse fissandole,invece, in due anni e dieci giorni. Il parlamentare potrà, comunque,presentare domanda al Tribunale di Sorveglianza per l’affidamento inprova ai servizi sociali. <<Non condivido le conclusioni allequali sono giunti i giudici in questa vicenda>>, ha dichiaratol’avvocato Paolo Siniscalchi, che assiste l’onorevole Dell’Utri.<<Secondo noi – ha aggiunto – la pena poteva essere ampiamentecontenuta sotto i due anni. Per questo ricorreremo alla Corte diCassazione>>. Secondo fonti parlamentari Marcello Dell’Utriresterà comunque senatore a tutti gli effetti, anche nel caso in cuidovesse finire in carcere. Infatti, la reclusione non sempre comprendel’interdizione dai pubblici uffici e non è prevista per i reati puniticon una pena inferiore ai tre anni.
Ma i tormenti provocati a Dell’Utri dai giudici palermitani e milanesi,però, non erano sufficienti e così il povero senatore si è trovato allecostole anche la magistratura spagnola che ora indaga su di lui – e suBerlusconi – per le frodi fiscali di Telecinco.
Comunque, per il deputato di Forza Italia non tutto è ancora perduto,grazie ad un fatto risalente al ’99. Nell’ottobre di quell’anno, da unadenuncia dello stesso Dell’Utri, era scaturita un’inchiestarecentemente chiusa, a Roma, dal giudice Renato Croce. In quel periodola Cassazione, pur accettando il patteggiamento, gli aveva negato lacancellazione delle pene accessorie (diverse dal carcere), prevista daun condono fiscale del ’90. Il giudice relatore, Pierluigi Onorato,aveva sostenuto che la difesa si fosse dimenticata di chiedere quelbeneficio. Di conseguenza, Marcello Dell’Utri rischiava di decaderedalla carica di parlamentare, ma i suoi avvocati, Dominioni e De Luca,sono prontamente insorti dichiarando che il condono era invece citatonei <<motivi aggiunti>> del loro ricorso. Il giudicerelatore ha riconosciuto l’errore e nel 2000 la Cassazione ha applicatoil condono. In tal modo Dell’Utri è rimasto parlamentare e ha potutodenunciare Onorato, sostenendo che si fosse trattato di un’omissione<<dolosa>>. Il procuratore romano Vecchione ha chiesto perdue volte l’archiviazione, ma il gip Croce prima l’ha respinta e poi haordinato l’imputazione coatta. Si tratta, quindi, di una decisione cheobbliga i pm romani a chiedere il rinvio a giudizio in Cassazione delgiudice che aveva dato torto a Dell’Utri.














