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Rassegna stampa N23

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GAETANO BADALAMENTI DIVENTA VESCOVO
30 aprile 2002


Cinisi. In contrada “Molinazzo”, località “Quattro Vanelle” e in contrada “Ulivi di Cinisi, nei pressi dell’abbeveratoio comunale, sui cartelli indicatori dei nomi delle vie, sono state sovrapposte, da ignota mano, due scritte con la dicitura “Via Gaetano Badalamenti – vescovo”.
Le scritte sono state preparate su carta adesiva, sulla quale sono stati incollati caratteri mobili prestampati. La scritta di “Quattro Vanelle” è stata sovrapposta a quella originale, che era, guardacaso, “Via Peppino Impastato”. I vigili urbani hanno già rimosso le due scritte.
L’Associazione culturale “Peppino Impastato” di Cinisi esprime una vibrata protesta e una ferma condanna per queste bravate che servono solo a gettare discredito sulla dignità del paese e suonano offensive nei confronti dei valori della civile convivenza; fa rilevare anche che la promozione di un mafioso-assassino a vescovo è blasfema per chi crede nei valori della religione.
Non è la prima volta che simili situazioni si verificano: qualche anno fa, a Terrasini, sul Lungomare “Peppino Impastato” sono state spezzate due lapidi segnaletiche che, a tutt’oggi, non sono state ancora ripristinate. Indubbiamente c’è gente per la quale Badalamenti è preferibile ad Impastato, del quale bisogna tentare di cancellare, in ogni modo, la memoria.
Salvo Vitale


LUNARDI HA APERTO UNA FALLA RISCHIOSA
3 maggio 2002


Roma. Nel corso della commemorazione di Pio La Torre, segretario regionale del Pci ucciso il 30 aprile del 1982, Massimo D’Alema ha dichiarato: << La cultura del convivere con la mafia torna ad essere preminente e a determinare le scelte della politica>>. In una intervista sul l’Unità l’esponente dei Ds Anna Finocchiaro fa notare che <<dopo le dichiarazioni di D’Alema, il presidente della Commissione parlamentare antimafia Roberto Centaro convocherà il ministro dei lavori pubblici Lunardi e che l’Antimafia farà un documento su appalti e subappalti>>. L’on. Finocchiaro ha messo in evidenza che <<Lunardi ha riaperto in grande ai subappalti consentendoli fino al 50% dell’opera>>. In questo modo si rilancia l’ingresso dell’azienda mafiosa nell’esecuzione dei lavori pubblici. Infatti se si tiene conto che nel Mezzogiorno, fino al 2006, arriverà gran parte delle risorse dell’Unione europea, si arriva facilmente a una conclusione: si ricreano le condizioni per cui la mafia si siede “a tavola apparecchiata”. Negli anni scorsi, invece, per contrastare le infiltrazioni mafiose era ridotta la possibilità del subappalto. A tal proposito la Finocchiaro ha ricordato che <<Dalla legge Rognoni-La Torre in poi è diventato chiaro che la forza della mafia è nella sua capacità di penetrare nel mondo delle aziende legali dove, una volta arrivata, altera le regole della concorrenza. Per questo si decise il restringimento dei subappalti. Lunardi, invece, li porta al 50%>>. Ha poi aggiunto: << Lunardi ha sostenuto pubblicamente che con la mafia bisogna convivere. Mi pare che siamo di fronte a una filosofia che dice: sul mercato ci sono anche loro, creiamo le condizioni perché senza morti ammazzati possano partecipare al banchetto. Sono tentata di sostenere questo. Anche se mi auguro, che ci sia una non conoscenza delle strategie di penetrazione nel mercato da parte di Cosa Nostra. Certo, le affermazioni sono allarmanti>>. In riferimento alla proposta di riforma del codice di procedura penale depositata in Commissione giustizia l’esponente dei DS ha sottolineato che <<riformando la norma, il mandato di cattura per i reati di mafia da obbligatorio diventa facoltativo. Le conseguenze: i magistrati che arrestano i mafiosi lo faranno a loro rischio e pericolo, mentre prima l’obbligatorietà li salvaguardava. L’obbligatorietà prendeva atto dell’estrema gravità del reato che ora svanisce>>.
Lorenzo Baldo


OPERAZIONE ANTIMAFIA TRA PUGLIA E LA LOMBARDIA
8 maggio 2002


Bari. Le forze dell’ordine hanno arrestato 11 persone tra le quali alcuni esponenti di un clan tarantino legato alla Sacra Corona Unita. Alcuni arresti sono avvenuti anche in Lombardia. Una ordinanza di custodia cautelare, inoltre, è stata notificata in carcere a Vincenzo Stranieri di Mandria (Taranto) detenuto nel carcere di Terni per sequestro di persona. Secondo gli investigatori proprio quest’ultimo sarebbe il capo dell’organizzazione malavitosa colpita dagli arresti. I reati che vengono imputati sono associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione e traffico di ingenti quantità di sostanze stupefacenti. Ma.C.


L’ITALIA A RISCHIO
9 giugno 2002


Roma. Nel 2001 i 158 clan coinvolti nella spartizione degli appalti pubblici, nel gioco d’azzardo e nello smaltimento illegale dei rifiuti hanno fatturato ben 14 miliardi di euro. E, in futuro, alla criminalità organizzata potrebbe andare ancora meglio. La partita che ora, secondo diversi magistrati, si sta giocando per la spartizione degli appalti riguardanti il Ponte sullo Stretto di Messina è solamente l’avvisaglia di quello che potrebbe accadere con la svolta che il governo Berlusconi vuole imprimere alla gestione delle opere pubbliche, confermata lo scorso 8 giugno dallo stesso Presidente del Consiglio, che ha annunciato di essere pronto a porre il voto di fiducia sulla cosiddetta Legge Obiettivo, <<necessaria per fare le grandi opere>>. E il fulcro della questione è proprio il pacchetto Grandi Opere che prevede 250 interventi presentati come strategici: dentro al pacchetto c’è proprio di tutto e l’unica cosa che accomuna le varie proposte è un progetto di spesa pari a 123 miliardi di euro, da sborsare nell’arco di un decennio. Oggi, peraltro, con la cosiddetta Legge Obiettivo non è più l’opera ad adattarsi alla legge, ma sono le norme ad essere create ad hoc in relazione all’opera: si costruisce senza tenere conto dell’impatto ambientale, della trasparenza, della normativa antimafia e antitangenti, una normativa costata tre anni di dibattito sulla riforma della Merloni. Non è certo una prospettiva rassicurante e, infatti, i magistrati e la Dia hanno lanciato un grido di allarme. La Commissione Parlamentare Antimafia teme che il testo dell’atto del Senato 1246 (il Collegato infrastrutture, cioè il cuore della Legge Obiettivo) dia spazio ad un forte abbassamento della soglia di controllo al fine del contrasto al crimine organizzato, aumentando e frammentando le possibilità di subappalto, limitando il ruolo dell’Osservatorio delle Opere Pubbliche e mantenendo i cantieri in una condizione di sostanziale deficit di tutela. La Commissione ritiene che l’innalzamento della soglia dei subappalti dal 30 al 50 per cento rischi di “innescare possibili fenomeni, incontrollabili, di inquinamento criminale”. Come la Dia ha denunciato, “Cosa Nostra ha fatto la precisa scelta di concentrare le proprie forze sul controllo degli appalti pubblici”. Si tratta di preoccupazioni che riaprono il dibattito parlamentare sugli strumenti applicativi della Legge-Obiettivo ancora da approvare in Parlamento. Intanto, lo scorso 7 giugno il diessino Minniti ha lanciato un appello a rivedere la legge per limitare la possibile infiltrazione mafiosa nella catena dei subappalti.
Anna Petrozzi


APPELLO PER LA SCORTA ALL’AVVOCATO GUARNERA
14 maggio 2002


Catania. La società civile catanese si è mobilitata per la revoca del servizio di tutela personale per l’avvocato Enzo Guarnera, ritenuto un simbolo della lotta alla mafia. Le associazioni come Cittalibera, Acli, Arci, Asaec, Cittainsieme e Mani Tese hanno firmato un appello e lo hanno promosso con diverse iniziative, tra le quali l’invio di una lettera indirizzata al prefetto di Catania, al presidente del Consiglio dei ministri, al ministro dell’Interno, al presidente della Commissione antimafia e al Presidente della Repubblica. Nella lettera inviata è stato messo in evidenza che la decisione di revocare la scorta all’avvocato Guarnera è stata assunta senza che siano state compiute le necessarie e preventive indagini atte a escludere la sussistenza dei rischi. Inoltre si menziona che <<collaboratori di giustizia ritenuti affidabili, provenienti sia dalla parte orientale dell’Isola, sia da quella occidentale, hanno di recente confermato l’esistenza di un piano per l’eliminazione fisica dell’avvocato Guarnera, per la cui esecuzione non si aspetterebbe altro che un momento favorevole, certamente configurabile nel venir meno, dopo oltre 10 anni, delle misure di protezione nei suoi confronti>>.
Maria Loi


IL BOSS GIOVANNELLO GRECO SI CONSEGNA
15 maggio 2002


Madrid. Il 13 maggio scorso il killer Giovannello Greco, uno dei pochi sopravvissuti dello schieramento mafioso che negli anni 80 tentò invano di contrastare l’ascesa al vertice di Cosa Nostra dei corleonesi di Totò Riina, si è consegnato alle autorità spagnole. Il boss, latitante da due anni, si sarebbe fatto arrestare dalla polizia spagnola per chiudere le pendenze giudiziare con la giustizia di quel paese. Giovannello Greco era già stato in carcere tredici mesi, in Spagna, prima che i suoi legali trovassero il modo di farlo uscire su cauzione. Riarrestato per aver violato gli obblighi di firma, era stato nuovamente liberato per l’illegittimità dell’arresto. Il boss temeva di essere estradato in Italia per il processo Tempesta e nonostante la Corte d’Assise avesse emesso una sentenza a lui favorevole ha continuato la sua latitanza. Queste ultime condanne sono state emesse senza la presenza del boss e per tale motivo l’ordinamento giudiziario spagnolo non ne ha riconosciuto la validità (contumacia). Attualmente restano a suo carico due condanne per reati diversi dall’omicidio. I giudici del Tribunal constitucional potrebbero negare nuovamente l’estradizione, ma per far valere i propri diritti l’imputato deve rinunciare alla contumacia. Alcuni investigatori sostengono che questo è il motivo per cui Giovannello Greco si è consegnato.
Monica Centofante

 
IL PROCURATORE GRASSO ALLA COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA
15 maggio 2002


Roma. Il 14 maggio scorso il Procuratore capo di Palermo Pietro Grasso, nell’audizione presso la Commissione parlamentare antimafia, ha messo in evidenza che Cosa Nostra ha scelto la strategia della “sommersione”. Un atteggiamento, questo, che non deve far dimenticare che l’organizzazione criminale siciliana attualmente ha la forza per condizionare l’economia legale a cominciare dai grandi appalti. Il magistrato ha esordito ricordando che <<l'impegno del governo, di quello precedente e di quello attuale della magistratura e delle forze dell'ordine ha prodotto risultati più che positivi. Ma se penso al contesto in cui ci troviamo, a quanto penetrante e capillare sia storicamente il potere di controllo dell'organizzazione, questi risultati mi sembrano un miracolo>>. <<Da quando ho assunto la direzione dell'ufficio, cioè dall'agosto '99, a oggi – ha ricordato il procuratore – sono state avanzate 175 proposte di misure patrimoniali, con un aumento del 300% rispetto al biennio precedente e sono stati sequestrati beni per un valore di 2.016 miliardi di vecchie lire, per un totale di beni sequestrati per 11mila miliardi in dieci anni>>. Ha poi messo in evidenza che <<i procedimenti definiti sono stati 49.352, mentre sono state valutate e definite le posizioni di 70.324 indagati>> (5.549 gli arresti e 16.606 i rinvii a giudizio, di cui 983 per reati riguardanti la direzione distrettuale antimafia, ndr). Dati, questi, che confermano l’impegno dei magistrati e delle forze dell’ordine, ma non basta. La mafia è un nemico più vivo che mai. Infatti Pietro Grasso ha riferito che dalle indagini in corso risulta che <<Cosa Nostra continua ad avere la capacità di imporre, attraverso i suoi vertici, strategie generali a tutta quanta l'organizzazione>>. Un settore per il quale Cosa Nostra è molto interessata sono gli appalti pubblici. A tal proposito il procuratore capo di Palermo ha confermato che <<le indagini hanno progressivamente svelato la presenza di un diffuso sistema di manipolazione illecita, non riducibile come in altre regioni italiane a fenomeni di mera corruzione politico-amministrativa ma operante con l’interferenza, talvolta egemone, di Cosa Nostra>>. Ha poi denunciato i ritardi del recipimento a livello regionale della legislazione nazionale (“Le esigenze e i problemi sono diversi, non si può pensare ad esempio che Lombardia e Sicilia abbiano la stessa legge”). Il magistrato ha precisato che <<il problema è di garantire la trasparenza e l’effettività dei controlli. Puoi fare tutte le leggi che vuoi, ma se alla fine i lavori li fanno coloro che vengono imposti oppure se in un certo territorio resta obbligatorio rivolgersi ad un certo fornitore e solo a quello, tutto rischia di risultare inutile>>. Secondo il componente della commissione Antimafia Giuseppe Lumia <<Cosa Nostra si è ben riorganizzata ed è pronta anche ad applicare quella strategia della convivenza con lo Stato che sarebbe devastante>>. E conclude: <<Adesso come adesso c'è soprattutto un pericolo da evitare, quello che tra i mafiosi in carcere prevalga un'idea furba e scaltra come quella della “dissociazione”. Che sottintende due obiettivi-chiave: l'abolizione del 41 bis, cioè del regime carcerario duro, e la revisione dei processi>>.
Jessica Pezzetta


IL GOVERNO E LA GIUSTIZIA
15 maggio 2002


Roma. Nell’arco di un anno con l’avvento del nuovo governo di centro-destra sono state fatte alcune leggi (falso in bilancio e rogatorie) che hanno sollevato numerose polemiche. L’autorevole studioso Alessandro Pizzorusso li ha definiti provvedimenti <<di assoluzioni>> in quanto possono sembrare finalizzati ad originare <<sentenze di assoluzione>> e quindi ad eliminare i <<carichi pendenti>> di prestigiosi esponenti dell’attuale maggioranza. Inoltre uomini di governo hanno attaccato i magistrati che osano interpretare la legge deludendo le aspettative dei parlamentari-difensori che quella legge avevano elaborato. Contro tali attacchi sfociati in una mozione approvata dal Senato circa trecento professori di diritto di tutte le università italiane hanno sottoscritto un documento che parla di intimidazione e di attentato <<alla libertà di valutazione dei giudici>>. La linea del governo si è definita il 14 marzo 2002 con il varo del progetto di riforma dell’ordinamento giudiziario. L’Associazione Nazionale Magistrati è insorta ed ha proclamato lo sciopero. Alcuni punti del progetto svilirebbero la funzione del Csm garante della libertà dei giudici, sostituendolo con la Cassazione per alcune delicate funzioni (formazione professionale, progressione in carriera…), sulle quali il Governo potrebbe esercitare un’influenza assai forte. Minare l’indipendenza della magistratura avrebbe delle conseguenze catastrofiche.
Mara Testasecca


CONDANNATO IL BOSS LA ROCCA
17 maggio 2002


Città. Al presunto boss Gaetano Francesco La Rocca, cognato di Pietro Rampulla, l’artificiere della strage di Capaci condannato all’ergastolo, è stata comminata una pena a dieci anni e cinque mesi di reclusione per associazione mafiosa e per diverse estorsioni. Anche il luogotenente di Rampulla, Carmelo Sardo, è stato condannato con le medesime accuse a nove anni e quattro mesi di carcere. Sono stati invece assolti perché il fatto non sussiste l’ex assessore ai Servizi Sociali del Comune di Caltagirone Francesco Li Rosi e il consigliere comunale e componente dell’Asi, nonché ex presidente del Caltagirone Calcio, Angelo Malannino. Entrambi erano imputati di concorso esterno in associazione mafiosa nei confronti di un’organizzazione che, secondo l’accusa, gestiva il racket delle estorsioni nel Calatino. È stato inoltre prosciolto per non aver commesso il fatto anche l’imprenditore Antonino Spampinato Giglio. A decidere condanne e assoluzioni è stato il giudice dell’udienza preliminare Carmen La Rosa. Nell’ambito della stessa inchiesta, il Gup ha emesso anche quattro condanne per estorsione: due anni per Teresa Di Grado; sei anni per Gioacchino Francesco La Rocca; sei anni e quattro mesi per Marco Grimaldi; tre anni e otto mesi per Pietro Mirabile. Il processo era scaturito dallo stralcio di un’operazione che, nel giugno 2000, aveva visto agenti di polizia della Questura di Catania, del Commissariato di Caltagirone, nonché della Dia, ma anche carabinieri, eseguire un ordine di custodia cautelare in carcere nei confronti di 31 presunti appartenenti alla cosca mafiosa La Rocca, legata alla famiglia catanese dei Santapaola. Secondo l’accusa, il clan avrebbe controllato le estorsioni e gli appalti nel comprensorio calatino. Il tutto grazie alla collaborazione di amministratori locali. Tra le estorsioni al centro dell’inchiesta, ci sarebbe anche quella ai danni di un’impresa che stava effettuando alcuni lavori nel Palazzo di Giustizia di Caltagirone. Sempre secondo l’accusa, tra gli appalti su cui la cosca avrebbe ottenuto una tangente ci sarebbe la costruzione, a Mineo, di un residence per militari e civili statunitensi in servizio a Sigonella. Li Rosi e Malannino – assolti con formula piena –, che al momento dell’arresto erano iscritti al Ppi, erano accusati di aver passato informazioni alla cosca La Rocca i cui affiliati, proprio grazie al loro aiuto, avrebbero ottenuto il controllo delle attività edilizie nel Calatino. Malannino, inoltre, era indagato anche per aver imposto, quando era presidente del Caltagirone Calcio, a commercianti e società di comprare spazi pubblicitari nello stadio Agesilao Greco. Tutte accuse che il gup La Rosa ha ritenuto non sussistere.
Lorenzo Baldo


ERGASTOLI PER LA GUERRA DI MAFIA
17 maggio 2002


Agrigento. Si è chiusa con pesanti condanne una tranche del processo, condotto con rito abbreviato, denominato “Agrigento + 61”, troncone di un maxidibattimento contro i Corleonesi di Totò Riina impegnati, negli anni ’80, nello sterminio dei propri nemici, in città come in provincia. L’impianto accusatorio del pubblico ministero Marcello Musso ha retto ampiamente. La Corte d’Assise, presieduta da Roberto Murgia, giudice a latere Maria Elena Gamberini, ha pronunciato la sentenza dopo un giorno e mezzo di camera di consiglio. Sono stati inflitti sei ergastoli nei confronti dei fratelli Giuseppe e Vincenzo Galatolo, Nino Gargano, Nenè Geraci, Matteo Motisi e Giovanni Sansone. Trent’anni ciascuno sono stati comminati a Bernardo Bommarito, Benedetto Marciante e Nino Porcelli. Anche per i collaboratori di giustizia sono state decise pene pesanti, più di quanto non fosse previsto. I pentiti in questione sono Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci, condannati a 15 anni, Salvatore Cancemi, a 14 anni, e Francesco Onorato, condannato a 13 anni. Le assoluzioni sono arrivate, invece, per Giuseppe Bellino, Vincenzo Di Maio, Giovanni Grizzaffi, Salvatore Liga (detto “Tatuneddu”), Giovanni Marino e Bartolomeo Spatola. Si è detto <<soddisfatto>> Marcello Musso, <<pur a fronte delle assoluzioni>>. Infatti, ha continuato il pm, <<il risultato raggiunto, date le condizioni in cui ho dovuto lavorare, è buono>>. Il rappresentante dell’accusa era entrato appena da un anno nella Direzione Distrettuale Antimafia, ma aveva coordinato l’inchiesta prima e il processo dopo da applicato, quando aveva in carico moltissime altre indagini, anche non di mafia. Il processo riguardava 22 omicidi consumati e tre tentati: tra i più importanti c’erano quelli che avevano avviato la guerra di mafia degli anni 80, cioé gli assassinii di Stefano Bontade e Salvatore Inzerillo. Molti dei correi degli imputati giudicati il 16 maggio scorso sono sotto processo anche in un altro maxidibattimento, l’“Agate + 59”, ancora in corso in primo grado, dopo ben sei anni dall’inizio delle udienze. Il processo Agrigento riguardava anche gli omicidi di Saro Riccobono, di Salvatore Scaglione e di Pietro Puccio.
Marco Cappella


DELITTI STORICI
17 maggio 2002


Riesi. In poco più di due ore si è conclusa l’audizione dell’ex assessore comunale di Sommantino Calogero Pulci, un tempo uomo “riservato” – come lui stesso si definisce – di “Piddu” Madonia. Pulci ha spiegato il perché dell’uccisione di Antonio Di Cristina e dell’agguato mortale perpetrato nei confronti del di lui fratello e boss Peppe Di Cristina. Non c’è stata alcuna rivelazione choc rispetto a quanto Pulci aveva precedentemente raccontato ai magistrati durante gli interrogatori. Pulci, che ancora non è un collaboratore di giustizia, è stato chiamato a deporre al processo d’appello contro presunti mandanti ed esecutori, in tutto otto imputati, dei cosiddetti delitti storici di Riesi: Antonio Di Cristina, Angelo Capizzi e Salvatore Anello. In videoconferenza, dinanzi alla Corte d’Assise d’Appello presieduta da Antonino Maffa, l’ex amministratore comunale sommatinese ha nuovamente ribadito la propria versione sull’agguato ad Antonio Di Cristina, <<eliminato perché Madonia voleva fare piazza pulita della famiglia Di Cristina>> per vendetta e per sete di potere. Vendetta perché, secondo quanto riferito da Pulci, “Piddu” Madonia ha sempre imputato all’allora famiglia rivale riesina l’assassinio di suo padre, Francesco Madonia. Per questo, secondo Pulci, pochissimo tempo dopo, in via Da Vinci, a Palermo, il piombo dei sicari colpì a morte Peppe Di Cristina, anche se, comunque, <<Madonia voleva uccidere Antonio Di Cristina – ha dichiarato il Pulci –, e uno per uno contattò i suoi uomini di fiducia di Riesi, per sondarne la disponibilità>>. Il teste ha poi fatto un excursus storico della successione della reggenza del mandamento di Riesi: da Giuseppe Di Letizia a Ciccio Ianni – quest’ultimo indicato dallo stesso Pulci come killer di Madonia –, sino ad arrivare ai Cammarata, in tempi più recenti.
Anna Petrozzi


SI APRE L’INCHIESTA SUL CASO MUTOLO
17 maggio 2002


Palermo. Così, ora si apre un’inchiesta su Gaspare Mutolo, il collaboratore di giustizia di Partanna Mondello che aveva ammesso di aver mentito per <<fare proseliti>>, per far sì che anche altri mafiosi si pentissero. L’inchiesta per calunnia era stata archiviata ma dopo che, in aula, Mutolo ha ribadito di aver raccontato il falso, la Procura ha chiesto alla Corte d’Assise i verbali di udienza e adesso dovrà proporre al gip Gioacchino Scaduto la riapertura del fascicolo. Adesso Mutolo rischia un processo, anche se bisognerà fare i conti con la prescrizione ma, soprattutto, rischia di vedere incriminata la propria “attendibilità intrinseca”. Il pentito ha dato una valenza morale e ideologica alla sua iniziativa, sostenendo di aver voluto fare il <<predicatore>>, di aver avuto una <<strategia>> per indurre altri boss a compiere anch’essi la scelta di collaborare con la giustizia. Mutolo aveva spiegato, nel processo “Agate”, di aver <<voluto mandare un messaggio ben preciso a quei mafiosi, che io sapevo che ce ne erano tantissimi, scontenti di partecipare, di essere ancora in Cosa Nostra. Allora io mi sono convinto e ho fatto quei nomi – ha dichiarato ancora il pentito –, perché ero convinto che quelle persone sicuramente appena avrebbero sentito che io mi avevo accusato insieme a questi personi degli omicidi, erano quelli probabili che avrebbero potuto collaborare>>.
Maria Loi


ARRESTI DOMICILIARI PER IL CLAN DI MAGGIO
18 maggio 2002


Palermo. Due pentiti del clan Di Maggio hanno lasciato il carcere, trasferiti agli arresti domiciliari. Si tratta di Michelangelo Camarda e Giuseppe La Rosa. Il provvedimento favorevole è stato deciso dalla Corte d’Assise che li aveva precedentemente condannati, rispettivamente a 16 e a 14 anni di reclusione, nel processo contro la famiglia capeggiata dall’ex collaboratore di giustizia Baldassare Di Maggio. Ora sono state accolte le istanze degli avvocati Roberto Avellone e Monica Genovese, mentre altre istanze dovranno essere valutate e decise prossimamente. Ci sono voluti ben cinque anni, in questo processo, prima di arrivare ad ottenere le prime scarcerazioni, a causa della negativa considerazione nei confronti degli imputati. I giudici del collegio presieduto da Renato Grillo, a latere Angelo Pellino, hanno tuttavia riconosciuto che, nonostante le imputazioni gravissime, il contributo fornito da Camarda e La Rosa alle indagini è stato comunque importante. I due, pur non essendo formalmente affiliati a Cosa Nostra, appartenevano però al clan creato da Di Maggio, tornato a delinquere, con omicidi ed estorsioni, mentre era sotto la protezione dello Stato. Ed è stato proprio questo il motivo per cui la pericolosità sociale degli imputati è stata valutata così severamente. Ormai, però, Camarda e La Rosa hanno scontato quattro anni e sette mesi di carcere, oltre un quarto della pena loro comminata, condizione che, secondo la nuova legge sui pentiti, consente di ottenere i primi benefici. Così la difesa ha chiesto e, appunto, ottenuto, per i due imputati gli arresti domiciliari. Peraltro, Camarda, oltre che nel processo conclusosi con la condanna all’ergastolo di Balduccio Di Maggio, aveva anche deposto in uno dei tronconi del processo su mafia e appalti, per cui si trova alla sbarra un funzionario della Regione, nonché in quello relativo agli appalti del Tavoliere, in corso a Catania. Prima di decidere di far passare Camarda e La Rosa agli arresti domiciliari, la Corte d’Assise ha chiesto il parere della Direzione Distrettuale Antimafia e della Direzione Nazionale Antimafia, risultate entrambe favorevoli. Lo stesso Di Maggio aveva a suo tempo ottenuto, per motivi di salute, i domiciliari, ma poi gli erano stati revocati per le cause sopracitate.
Monica Centofante


CONDANNARE I TESTIMONI CHE TACCIONO
19 maggio 2002


Siracusa. Il 18 maggio scorso si è concluso il forum intitolato “Sviluppo e Sicurezza” organizzato, a Siracusa, dal Rotary Club Area Aretusea. Si è trattato di un incontro a cui hanno partecipato autorevoli esponenti dell’Antimafia, dei quali ricordiamo, tra gli altri, il procuratore nazionale antimafia Pier Luigi Vigna ed il presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Roberto Centaro. Vigna ha indicato nella modifica dell’articolo 500 (lo strumento per cui le testimonianze rese in fase istruttoria devono essere ripetute in dibattimento) una soluzione per evitare che i processi contro i mafiosi siano bloccati: <<Chi non risponde davanti ai giudici e non ne ha un fondato motivo deve essere condannato, come succede in America>>. Centaro, dal canto suo, chiamato a chiudere il forum, ha lanciato un duro monito: <<Nell’Antimafia non si fa polemica politica, altrimenti si formano veleni pericolosissimi che creano sfiducia tra le Istituzioni. L’Antimafia è un luogo reso sacro dal sangue e la lotta alla mafia si fa insieme, necessariamente>>.
Jessica Pezzetta


LE COMMEMORAZIONI COME UNA TRAPPOLA
19 maggio 2002

 
Torino. Nel decennale delle stragi di Capaci e via D’Amelio, il capogruppo dei Ds Luciano Violante ha ricordato la figura di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino in un articolo pubblicato su Il Giornale di Sicilia, in cui ha scritto che i due giudici “vanno commemorati come ‘eroi della Repubblica’ ”. Ma, ha aggiunto, “le commemorazioni possono trasformarsi in una trappola, quando uniscono colpevoli e vittime”. E ha avvertito: “Non crederemo alle parole di chi ricorda Falcone e Borsellino mentre continua a denigrare, a volte con le stesse espressioni di ieri, chi fa, oggi, quello che loro fecero ieri”. Al Salone del Libro di Torino, Violante, in occasione della presentazione del suo ultimo lavoro, intitolato “Il ciclo mafioso”, ha ricordato che <<stiamo pericolosamente abbassando la guardia sul problema della mafia. Si sta arrivando ad una situazione pericolosa, dove l’operato dei magistrati viene delegittimato, dove si sferrano continuamente degli attacchi agli uomini di giustizia che fanno il loro lavoro>>. <<La mafia – ha spiegato ancora – ricorre a cicli continui, di circa dieci anni. Dall’assassinio di Ciaculli del ’63, fino alla strage di Capaci in cui perse la vita Giovanni Falcone, a via D’Amelio, abbiamo avuto dei segnali precisi: le azioni di mafia ritornano con una ciclicità che stupisce, e altrettanto stupefacenti sono le reazioni. All’inizio si ha una rivolta contro questi atti, poi, man mano che i processi vanno avanti, si ha una specie di reazione contraria all’operato dei magistrati, come se diventassero improvvisamente scomodi>>. A queste parole si sono aggiunte, in seguito, quelle di Gian Carlo Caselli, secondo il quale in questi dieci anni <<si è sfiorata la possibilità concreta che la mafia potesse essere sconfitta, dieci anni in cui abbiamo davvero pensato, con le tante conquiste che sono state fatte, di battere una volta per tutte ed estirpare il fenomeno mafioso. E invece no. I magistrati rischiano di essere isolati ancora una volta. Assistiamo – ha continuato Caselli – a un indebolimento degli operatori di giustizia perpetrato non solo dagli stessi protagonisti della mafia, ma anche da un certo tipo di borghesia ricca, colta, che vede i magistrati come una forza scomoda>>. Caselli ha poi parlato di una <<efficiente inefficienza, una specie di situazione di comodo, dove sembra che le forze in campo siano libere di operare ma, di fatto, non è così>>.
Mara Testasecca


ANCORA MISTERO SUI MANDANTI DELLE STRAGI
19 maggio 2002


Palermo. A dieci anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio, nonostante le sentenze dei Tribunali e le sequele di ergastoli comminati alla Commissione di Cosa Nostra, è ancora mistero sui i mandanti esterni. Intanto, però, i magistrati inquirenti vengono chiamati a dire se ci siano stati gruppi che abbiano in qualche modo sollecitato, appoggiato e finanziato determinate azioni di Cosa Nostra per averne un tornaconto. Ma i pm non dispongono più di molti strumenti e, poi, lo Stato ha deciso di fare a meno dei collaboratori di giustizia, lo strumento che, forse, aveva dato maggiori risultati nella lotta alla mafia. Così, com’è noto, il 23 maggio del ’92 Giovanni Brusca fece brillare l’esplosivo posto sotto il tratto dell’autostrada Palermo-Punta Raisi, uccidendo il giudice Giovanni Falcone, ma è difficile credere che questo attentato, come anche quello di Paolo Borsellino, non rientrasse in un disegno più grande, frutto, quindi, non solo della mente criminale di Totò Riina. I magistrati che hanno indagato sulle stragi, hanno raccolto indizi precisi, ma il problema è trovare riscontri oggettivi e, purtroppo, il timore è che proprio quelle prove che potrebbero finalmente incastrare quei gruppi legati a Riina e a Bernardo Provenzano, desiderosi di agire in Sicilia come monopolisti del potere resteranno, come in moltissimi altri casi tutti italiani, un mistero.
Lorenzo Baldo


PIU’LEGALITA’ NEL SETTORE IDRICO
20 maggio 2002


Agrigento. Ad un convegno sull’usura tenutosi ad Agrigento il 19 maggio scorso, a due giorni dalla “Marcetta per l’acqua” svoltasi nella stessa città, Giuseppe Lumia, componente della Commissione Parlamentare Antimafia, ha fatto intendere che è giunta l’ora di fare il punto sulle modalità di gestione delle risorse idriche, sottolineando che <<a fine giugno verremo in Sicilia e proporremo un’inchiesta della Commissione Parlamentare Antimafia sul settore idrico regionale>>. Alla luce di una situazione insostenibile per quanto riguarda la distribuzione dell’acqua, che viene dispensata ogni quindici o venti giorni, Lumia ha incitato gli agrigentini a scendere in piazza per protestare: <<La crisi idrica non nasce adesso. Tre anni fa denunciammo pubblicamente e senza retorica che per la realizzazione delle opere pubbliche nel settore idrico la mafia l’avrebbe fatta da padrona. Nonostante ciò – ha detto ancora Lumia – non sono stati presi provvedimenti concreti>>. L’esponente della Commissione Parlamentare Antimafia ha continuato sostenendo che <<i colpevoli della crisi>> sono facilmente individuabili: <<La classe politica attuale ha pensato solo a litigare su chi nominare commissario, sub commissario, consulente o membro del Comitato per la Gestione delle Acque. Abbiamo perso una grandissima occasione per migliorare la situazione. Quella di mettere insieme legalità e sviluppo nel settore idrico>>. Per Beppe Lumia <<bisogna smetterla di approfittare dell’acqua. Se per tempo non si sono completate le dighe e se per tempo non sono stati ultimati gli allacciamenti è perché su tutto questo si è bluffato, non volendo colpire il sistema di imprese corrotte, promovendo invece, in alternativa, il sistema delle imprese pulite, dedite solo al lavoro e non all’intrallazzo>>. Una soluzione per risolvere questo grave problema siciliano Lumia l’ha trovata nel <<ricominciare esattamente dal grande lavoro svolto dal generale Roberto Jucci, nel periodo in cui è stato commissario straordinario per l’emergenza idrica in Sicilia. Un patrimonio – ha concluso Lumia – che questa terra non può permettersi di perdere e che deve essere rilanciato per arrivare finalmente a dei risultati duraturi>>.
Marco Cappella


BLITZ ANTIMAFIA IN PUGLIA E NELLE MARCHE
20 maggio 2002


Ancona. Nella mattinata dello scorso 20 maggio, i carabinieri del Ros sono stati impegnati nell’esecuzione, nelle Marche e in Puglia, di ben 67 provvedimenti restrittivi. I provvedimenti sono stati emessi dal Gip presso il Tribunale di Ancona, su richiesta della Procura Distrettuale Antimafia, nelle province di Ancona, Ascoli Piceno, Foggia e Bari nei confronti di altrettanti presunti membri di un’organizzazione malavitosa ritenuta una propaggine della criminalità organizzata foggiana operante in diverse province marchigiane. Si tratterebbe di un clan capeggiato da Andrea Maizzi, un foggiano residente da tempo a Fermo, di cui sarebbero state accertate le responsabilità in attentati nei confronti di collaboratori di giustizia, ma anche contro esercizi pubblici e rapine in banca. L’organizzazione, peraltro, avrebbe avuto rapporti anche con clan camorristici riconducibili alle famiglie Cirillo e Zaza-Mazzarella la cui presenza nelle Marche era da tempo accertata. Secondo l’accusa, l’organizzazione avrebbe gestito il mercato dei videopoker e alcune bische clandestine imponendo tangenti e protezione. Il gruppo criminale, inoltre, avrebbe anche collaborato ad alcune rapine presso istituti di credito perpetrate da bande di rapinatori foggiani, nonché allo spaccio di droga sul mercato marchigiano.
Anna Petrozzi


LA CRISI DI COSA NOSTRA AMERICANA
20 maggio 2002


New York. Operazioni sempre più rischiose, profitti sempre più bassi, una concorrenza che diviene ogni giorno più spietata, anche da parte di piccoli gruppi, senza contare il fisco che non dimentica di dare un’occhiata anche ai conti correnti “col trucco”. Il tutto si va a sommare al peso già difficilmente sostenibile di una Polizia sempre più agguerrita che rende l’esistenza di Cosa Nostra americana sempre più difficile, tanto più che in questi ultimi due anni ha scoperto di essere in “crisi di vocazioni”. Ci sono, infatti, sempre meno “uomini d’onore” che vogliono continuare a lavorare per l’organizzazione, mentre i capi storici delle cinque grandi famiglie newyorchesi sono tutti in carcere e gli attendenti ed i sostituti non sembrano più essere in grado di tenere uniti i clan. Oggi, tra l’altro, i figli dei picciotti degli anni 60 e 70 partecipano ai master, e poi si dedicano alle speculazioni finanziarie e alle operazioni in Borsa guadagnando più dei loro padri e, per giunta, in modo “pulito”. E, ormai, anche i gangster di un tempo cominciano ad invecchiare e ad abbandonare le attività dell’organizzazione. Tra il 2000 e il 2001, oltre 90 boss delle varie “famiglie” sono usciti di scena: alcuni sono finiti in galera, tanti altri si sono pentiti. Fatto sta che nel giro di un solo anno Cosa Nostra ha perso quasi il 10% della propria “forza lavoro”. Va detto, comunque, che le decisioni di pentirsi sono dovute molto al fatto che i piani di sicurezza previsti per la protezione dei collaboratori sono sempre migliori, così come le offerte degli investigatori che inducono un numero sempre maggiore di boss a collaborare, ritirandosi in località segrete, piuttosto che rischiare di prendersi qualche pallottola vagante nel bel mezzo di una bisca clandestina. Ad aggravare ulteriormente la crisi di Cosa Nostra americana ci sono, poi, i giovani che non hanno più rispetto per le regole dell’organizzazione e che mettono in discussione il principio di autorità assoluta dei boss su cui si regge l’intera struttura di Cosa Nostra ed il potere della stessa Commissione, come già a suo tempo denunciava Joe Bonanno, il patriarca della mafia americana morto alla fine di maggio di quest’anno. A differenza di quanto accadeva in passato, oggi basta trascurare per qualche tempo il controllo di un determinato territorio che subito qualcuno, magari pure “straniero”, vi impone la propria supremazia. Da tutti questi fattori che, a quanto pare, starebbero determinando un periodo di crisi per la Cosa Nostra d’America, è scaturita la grande ondata di reclutamenti, come mai si era in precedenza registrata. Una sorta di “arruolamento forzato” rivelato dal collaboratore di giustizia Michael “Cookie” Durso, della famiglia Genovese (il clan più forte di New York), che si è presentato ad un colloquio con i suoi ormai ex boss con al polso un orologio munito di microspie (frutto della più sofisticata tecnologia del Fbi) che trasmetteva i dialoghi direttamente al quartier generale dei servizi segreti americani.
Maria Loi


NONO ERGASTOLO PER PROVENZANO
23 maggio 2002


Palermo. Il boss latitante Bernardo Provenzano è stato condannato all’ergastolo dalla Corte di Assise di Palermo per il delitto del giornalista Mario Francese, ucciso a Palermo il 27 gennaio 1979. Il boss corleonese deve scontare l’ergastolo anche per le stragi di Capaci e via D’Amelio, per l’omicidio del colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, dei funzionari di polizia Giuseppe Montana e Ninni Cassarà.
Sono stati condannati invece a 30 anni di reclusione, come mandanti del delitto Francese, i componenti della Commissione di Cosa Nostra, Totò Riina, Francesco Madonia, Antonio Geraci, Giuseppe Farinella, Michele Greco, Leoluca Bagarella e Giuseppe Calò. Assolti dai giudici Matteo Motisi e Giuseppe Madonia.
Nella motivazione della sentenza i magistrati hanno scritto che “Il movente del delitto del giornalista va ricercato nella sua attività professionale, nello straordinario impegno civile con cui egli ha compiuto una approfondita ricostruzione delle più complesse e rilevanti vicende di mafia negli anni 70”. Sempre secondo i magistrati, Francese avrebbe intuito la scalata al potere mafioso intrapresa dallo schieramento di Totò Riina e Luciano Liggio e <<le fitte relazioni tra gli ambienti mafiosi e il mondo dell’economia e degli appalti pubblici nella Sicilia Occidentale>>, facendo nomi e cognomi di personaggi che sarebbero finiti negli atti giudiziari solo vent’anni dopo. Ampio spazio è dedicato al capitolo sul movente del delitto legato all’inchiesta condotta da Francese sulla costruzione della diga Garcia.
Monica Centofante


40 ARRESTI A BRANCACCIO
23 maggio 2002


Palermo. Si è conclusa lo scorso 22 maggio l’operazione della polizia che ha portato alla notifica di 40 ordini di custodia cautelare, sette dei quali in carcere, emessi dal gip Fabio Licata. L’indagine è stata coordinata dai pm Guido Lo Forte e Maurizio De Lucia. Gli indagati sono accusati di associazione mafiosa, estorsione, rapine e traffico di stupefacenti.  Tra gli arrestati vi sono anche personaggi di spicco come Giovanni Lo Cascio, classe ’26. e Gaetano Savoca. Nel corso delle indagini, scaturite dalle rivelazioni del pentito Fedele Battaglia, gregario e figlio del noto Pino, tutt’ora latitante, è stato ricostruito l’organigramma di Brancaccio e degli altri quartieri che fanno capo al boss Giovanni Guttadauro, l’ex medico chirurgo dell’ospedale civico cognato del latitante Matteo Messina Denaro.  <<Pochi mesi prima del mio arresto – ha raccontato Fedele Battaglia – sono stato convocato dal dottor Giuseppe Guttadauro, che era stato da poco scarcerato. Mi disse, senza darmi spiegazioni, che ero sulla strada sbagliata e che non dovevo più portare i soldi ricavati dalle estorsioni a Domenico Quartararo, zio del boss Graviano. Inoltre, Guttadauro ha dato disposizione di non commettere reati eclatanti ed ha stabilito il nuovo organigramma dei vertici di numerose famiglie che io sono in grado di riferire: a Brancaccio, oltre a me, Giovanni Lo Cascio; a Roccella – Corso dei Mille, Lorenzo Di Fede, Fabio Scimò e Mario Abbate (‘u trentanni’); a Ciaculli, Ciccio Ferrara, Vanni Prestifilippo e Ciccio La Rosa; a Santa Maria del Gesù, Giulio Gambino, Cosimo Vernengo, figlio del “dottore”, Peppuccio Contorno (‘u pelatu’); a Corso Calatafimi c’è un tale Giuseppe; a San Lorenzo ci sono un tale Carmelo che è mio lontano cugino, di cui non ricordo il cognome, e Tonino Lo Bianco, e altre persone>>. 
Jessica Pezzetta


IL TELECOMANDO USATO NELLE STRAGI FALCONE E BORSELLINO
27 maggio 2002


Palermo. Nel maneggio di un imprenditore, Giuseppe Sansone - arrestato per aver favorito la latitanza del boss Giovanni Motisi -, è stato ritrovato un telecomando con i meccanismi ossidati. Potrebbe essere stato utilizzato, secondo i magistrati, in una delle stragi di dieci anni fa contro Falcone e Borsellino. Esaminato dai laboratori della scientifica il telecomando verrà mostrato ai collaboratori di giustizia che presero parte alle stragi di Capaci e di Via D’Amelio. L’oggetto si trovava in una stanza attigua ad una stalla del maneggio di via Ur 1 in contrada Pagliarelli ed è riconducibile all’imprenditore Giuseppe Sansone, fratello del latitante Giovanni, genero del pentito Salvatore Cancemi. <<Una cosa è certa – ha dichiarato il procuratore Pietro Grasso – quel telecomando non serviva per aprire un cancello, né per giocare con automobiline telecomandate, né per far funzionare aeromodelli. E’ chiaramente in disuso, ma se opportunamente trattato, potrebbe recuperare piena autonomia>>. 
Mara Testasecca


VANDALISMO A BRANCACCIO
29 maggio 2002


Palermo. Lo scorso 28 maggio la Chiesa di San Gaetano, retta fino al 1993 da don Pino Puglisi, a Brancaccio, ha subito danni agli arredi e ai paramenti sacri. <<Il messaggio è chiaro. Ci vogliono dire – dichiara Don Mario Golesano presidente del Centro Padre Nostro – che sono sempre qui, che comandano loro, che sono presenti. Questo non è teppismo. Questa è Cosa Nostra, vorrebbero dire loro. E’ un’offesa fatta alla Chiesa, alla comunità cristiana, a padre Pino Puglisi, Noi continueremo il nostro lavoro con lo stile di don Puglisi e con il sostegno di quanti hanno voluto manifestarci la loro solidarietà>>. I vandali sarebbero entrati da una finestra agendo indisturbati e rovistando tutti i locali della parrocchia: dalla Sagrestia all’altare.
Prima di allora un’altra chiesa è stata danneggiata, quella di Santa Lucia, di fronte all’Ucciardone, a Borgo Vecchio. Nella parrocchia di don Turturro avrebbero danneggiato arredi e calpestato i disegni dei bambini. E’ arrivato poi il turno della chiesa di don Antonio Garau, di Santa Maria, in via dei Decollati. Il 28 maggio è toccato alla chiesa di San Gaetano. E sempre quel giorno, di pomeriggio, la parrocchia di Ciaculli viene assaltata. Il giorno dopo Don Pietro Cappello denuncia, lì vicino, di aver trovato nella chiesa della Santissima Madonna del Carmelo l’altare violato. Il 30 maggio, ancora, alcuni uomini entrano alla Maggione nella chiesa di don Giacomo Ribaudo, nel quartiere di origine di Falcone e Borsellino. Il Cardinale Salvatore De Giorgi, Arcivescovo di Palermo, ha espresso <<amarezza, sconcerto e indignazione per gli atti di teppismo che hanno colpito le parrocchie>>. Ha parlato di clima preoccupante il procuratore aggiunto Guido Lo Forte che ha dichiarato: <<Gli episodi inquietanti iniziano ad essere troppo frequenti>>. 
Lorenzo Baldo


PONTE SULLO STRETTO, PERICOLO D’INFILTRAZIONE MAFIOSA
30 maggio 2002


Messina. I primi espropri legati alla realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina saranno possibili nei primi mesi del 2003. Così, il ministro delle Infrastrutture Piero Lunardi ha “corretto” il presidente del Comitato Tecnico Scientifico Remo Calzone, che aveva ipotizzato gli espropri già per fine anno. Specificando che all’opera concorreranno sia la società concedente, sia il concessionario, così come il general contractor, il ministro ha spiegato che il Comitato Tecnico Scientifico dovrà valutare il progetto preliminare per ritoccarlo in relazione all’impatto ambientale. In tale adeguamento del progetto è prevista una riduzione dell’altezza del ponte che non sarà più di 65 metri, ma di 50 e, in merito, Lunardi ha tenuto a confermare che tale opera non subirà alcun pericolo <<né di terremoti… né di infiltrazioni mafiose>>. Intanto, però, sarà ufficialmente aperta un’inchiesta giudiziaria proprio sulle infiltrazioni mafiose nel business del Ponte sullo Stretto. Sarà la Procura di Messina a ordinare i primi accertamenti che riguarderanno atti di acquisti e di vendita di lotti nelle zone di Ganzirri e Torre Faro. Saranno, poi, esaminati tutti i movimenti di proprietà di quelle aree in cui passeranno strade e linee ferrate. <<Faremo un monitoraggio dopo l’estate, verificheremo da settembre come si faranno certe espropriazioni>>, ha confermato il procuratore capo Luigi Croce, che ha già parlato con il procuratore nazionale antimafia Pier Luigi Vigna. E, inoltre, si sta pensando ad organizzare una squadra, una sorta di task force, affinché indaghi sugli affari dello Stretto, poiché la mafia è già sul Ponte. Le conferme arrivano da una vera e propria migrazione, avvenuta in quest’ultimo anno, dalle province poste nella parte occidentale della Sicilia, dall’agrigentino, verso le coste messinesi, soprattutto verso quella tirrenica. Certo, il costo previsto per il Ponte supera il miliardo di euro e tutto verrà spartito, stando a quanto scoperto dalla Dia, secondo le “tradizionali” regole del “tavolino”. Peraltro, sempre secondo la Dia, negli ultimi due anni, in Sicilia, non c’è stato un solo appalto inferiore ai 5 milioni di euro che non sia stato aggiudicato con un ribasso inferiore all’1 per cento, il che significa che le gare sono tutte “truccate”. E, quando in una gara entra una ditta pulita, allora interviene la pubblica amministrazione che fa saltare tutto, poiché gli appalti non si toccano. E il rischio è che per il Ponte possa accadere la stessa cosa.
Marco Cappella


CONTRABBANDO: INDAGATO IL PRESIDENTE DEL MONTENEGRO
30 maggio 2002


Bari. Milo Djukanovic, presidente della repubblica del Montenegro, è indagato dalla magistratura italiana per associazione mafiosa finalizzata al contrabbando di sigarette. Nella sua accusa il sostituto procuratore della Dda di Bari Giuseppe Scelsi sostiene che Djukanovic è stato prima il socio occulto e poi il capo dell’associazione mafiosa che dal 1996 al 2000 ha trafficato circa diecimila quintali di “bionde” al mese. Secondo i magistrati del clan del presidente del Montenegro avrebbero fatto parte nomi importanti del contrabbando internazionale tra cui Gerardo Cuomo (agli arresti domiciliari) Francesco Prudentino (in carcere) e Franco Della Torre, cittadino svizzero. Quest’ultimo, secondo i magistrati, è il <<boss del contrabbando più potente d’Europa>>. Infatti, nel ’95, Della Torre è diventato, grazie a Djukanovic, l’unico concessionario per l’importazione di tabacchi in Montenegro. Secondo la Dda il presidente Djukanovic avrebbe riciclato i proventi di attività illecite e del contrabbando attraverso un gruppo di società legate alla <<Dulwich>> di Cipro, cui spettava il compito di acquistare le sigarette e di distribuirle sui circuiti contrabbandieri internazionali riciclandone i proventi in una serie di banche di fiducia. L’imprenditore Srecko Kestner, arrestato il novembre scorso al confine di Chiasso, avrebbe gestito il traffico di sigarette fra Albania, Kosovo, Bosnia e Serbia insieme con Vladimir Bokan, (concessionario dei tabacchi ucciso un anno fa). Kestner avrebbe rivelato ai magistrati che i malavitosi italiani versavano a Djukanovic tre milioni di dollari al mese in cambio di copertura.
Anna Petrozzi


RIINA VOLEVA UCCIDERE BORSELLINO NEL 1988
30 maggio 2002


Palermo. I pentiti Gioacchino La Barbera e Balduccio Di Maggio, a confronto a Bologna nel processo al tenente dei Carabinieri Carmelo Canale, accusato di concorso in associazione mafiosa, restano ognuno sulle proprie posizioni. La Barbera sostiene di aver discusso con Di Maggio della vicinanza del militare alla mafia, ma Balduccio nega. <<Ad agosto del ’97 – ha ricordato La Barbera al pm Massimo Russo – ci trovavamo a Roma a casa della convivente di un brigadiere dei Carabinieri. All’epoca eravamo sotto protezione. Alla televisione parlarono delle accuse a Canale e Di Maggio mi raccontò che il tenente riceveva denaro da Cosa Nostra>>. Ma Di Maggio non ricorda il colloquio e, al termine del confronto, ha dichiarato che, nel 1988, Totò Riina aveva deciso di uccidere il giudice Paolo Borsellino, mentre si trovava a Marina Longa per trascorrere le vacanze estive. <<Fui io – ha detto il teste – a fare gli appostamenti, ma poi non se ne fece nulla>>. M.L.


PORTO MARGHERA, DEPOSITATA LA SENTENZA
31 maggio 2002


Venezia. “Accuse di grande impatto e forza evocativa, ma frutto di un’artificiosa forzatura, infondate e basate su una rappresentazione antistorica degli eventi”. Sarebbero queste, molto sinteticamente, le motivazioni con cui il Tribunale di Venezia ha assolto 28 imputati, tra dirigenti ed ex dirigenti del Petrolchimico di Porto Marghera, accusati di disastro ecologico e della morte di centinaia di operai che si occupavano della lavorazione del cloruro di vinile monomero (Cvm). Peraltro, nelle motivazioni del collegio, presieduto da Ivano Nelson Salvarani, viene attaccato il pm Felice Casson, sostenendo che “gli sconfinamenti di campo, dall’una all’altra parte, determinano conflitti che contraddicono e minano il principio fondante di uno Stato democratico: la separazione dei poteri”. Si sarebbe trattato, per i giudici che contestano Casson, di un processo con il “vizio d’origine” di aver attualizzato una situazione esistente solo negli anni ’50 e ’60, quando non era stata accertata la cancerogenicità del Cvm, ma non più dal ’74, quando Montedison intervenne riducendo drasticamente le esposizioni di Cvm, addirittura ad un parametro inferiore ai limiti fissati in Germania e Gran Bretagna tanto che, ha sottolineato la Corte, nessun operaio assunto alla fine degli anni ’60 si è ammalato, a Porto Marghera, di angiosarcoma. Ora, tra l’altro, il ministro della Giustizia Roberto Castelli si è scatenato contro Casson, sostenendo che <<stava dalla parte degli operai del Petrolchimico. Perciò va sottoposto ad azione disciplinare>>. I fatti imputati a Casson risalgono all’indomani della sentenza, quando il pm non aveva voluto rilasciare dichiarazioni, limitandosi a dire che <<la sentenza si commenta da sola>>. Intanto, il 30 maggio scorso, il magistrato ha annunciato il suo ricorso in appello sostenendo che, secondo lui, alcune leggi fondamentali a tutela della salute e dell’ambiente erano in vigore anche in anni lontani.
Monica Centofante


IL SOSTITUTO PROCURATORE PETRALIA PARLA DEL 41 BIS
1 giugno 2002


Palermo. Il Ministero di Grazia e Giustizia ha accolto le richieste di rinnovo del 41 bis, il regime di carcere duro per i mafiosi, avanzate dal sostituto della Direzione Nazionale Antimafia Carmelo Petralia. << Intanto bisogna dire che questa è una materia sulla quale il Governo ha posto molta attenzione. Il decreto lo emette formalmente il ministro della Giustizia – dichiara il pm Petralia - sulla base però delle informazioni che vengono fornite dalla Procura che ha in carico il detenuto, dalla Procura nazionale antimafia, dalla Dia, la Direzione centrale della polizia criminale, dai Ros e dallo Scico>>. I boss in questione sono il tortoriciano Cesare Bontempo Scavo, e il boss barcellonese Giuseppe Gullotti, leader a tutti gli effetti, che è riuscito a governare nella zona nord, nonostante i lunghi periodi di latitanza, grazie soprattutto alla fedeltà dei suoi affiliati e, in particolar modo dei propri congiunti. <<Vorrei però sottolineare un concetto preciso. Il regime di carcere duro, soprattutto per i detenuti che hanno in corso dei dibattimenti - dice il pm Petralia -, è molto importante perché evita la loro diretta partecipazione ai processi, che in genere viene adoperata per continuare a tenere i rapporti con il clan. E basta molto poco, anche un semplice gesto fatto mentre si trovano nelle gabbie. Con il sistema delle videoconferenze questa possibilità di contatto l’abbiamo eliminata>>.
Carcere duro rinnovato anche per i messinesi Nino De Luca, Ferdinando Vadalà, (i boss del centro sud, arrestati l’ultima volta nell’ambito dell’operazione “Omero”), per Nicola Galletta, Luigi Galli, Pietro Trischiatta e Luigi Sparacio.  Revoca del 41 bis per il boss Giuseppe Mulè le cui condizioni di salute non sono compatibili con il regime carcerario.
Jessica Pezzetta


RIESI: CINQUE CONDANNE A VITA
1 giugno 2002


Caltanissetta. La Corte di Assise di Appello presieduta da Antonio Maffa ha comminato gli ergastoli ai fratelli Pino e Vincenzo Cammarata, a Francesco Annaloro, Giuseppe Anello e Gaspare Marazzotta. L’unica assoluzione è quella nei confronti di Angelo Di Cristina. Riduzione di pena invece per i tre collaboratori di giustizia: dieci per Salvatore Riggio (undici in precedenza); undici anni per Calogero Giambarresi (quattordici anni nel primo procedimento) e pena invariata, cioè 16 anni di carcere, per Calogero Giambarresi. Il pg Dolcino Favi, al termine della requisitoria, ha chiesto cinque ergastoli – tre in più rispetto al primo grado del giudizio – una riduzione di pena per i “pentiti” e l’assoluzione di Angelo Di Cristina.
Mara Testasecca


IL PM MUSSO SEGUITO IN AUTOSTRADA
1 giugno 2002


Palermo. Il pm della Dda Marcello Musso, che viaggiava su una Fiat Croma blindata, è stato inseguito sull’autostrada A-19 Palermo-Catania, da una grossa auto. L’autista del magistrato a fatica ha cercato di seminare gli inseguitori, che hanno abbandonato l’inseguimento appena arrivati a Palermo. Musso stava rientrando al Palazzo di giustizia di Termini Imerese, dove aveva sostenuto l’accusa in un processo a carico di presunti boss delle Madonie. Il fatto sarebbe accaduto circa tre settimane fa, ma lo si è appreso solo il 31 maggio scorso, quando se ne é occupato il comitato per l’ordine e la sicurezza presieduto da Renato Profili. Che si sia trattato di un episodio inquietante lo dimostra il fatto che l’auto degli sconosciuti aveva la targa i cui numeri risultavano intestati ad un’auto rubata. L.B.


ANGELO PROVENZANO DICHIARA…
1 giugno 2002


Palermo. <<La chiusura della lavanderia è un provvedimento illegale che mi impedisce di lavorare. Da quella mi posso difendere, ho fatto ricorso, ho denunciato l’autore di un sopruso, attendo le decisioni. Ma come mi difendo dall’accusa di essere cromosomicamente contaminato?>>. A parlare, in una intervista all’agenzia Ansa, senza inflessioni dialettali e con proprietà di linguaggio, è Angelo Provenzano, 26 anni, figlio del capo di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano. Iscritto alla Facoltà di Scienze della Comunicazione a Palermo, dopo la laurea, desidera fare l’addetto alle pubbliche relazioni nelle imprese private o negli enti pubblici. Non parla del padre e neanche di Cosa Nostra. A riguardo dichiara: <<Condanno ogni forma di violenza e su un piano personale parlano i miei comportamenti. Ma rispondendo a questa domanda rischierei di essere strumentalizzato: non si può schematizzare un’analisi che ha risvolti storici e sociologici, oltre a quelli giudiziari>>.
Poi riprende a parlare della lavanderia: <<Mi hanno chiuso la lavanderia sulla base di una lettera a mio padre in cui lo informavo, peraltro, che le cose andavano male. L’hanno interpretata come un’informazione su un’attività economica frutto di riciclaggio. Era aperta da quattro anni, nessuno mi aveva mai detto niente. L’anno scorso la Guardia di Finanza aveva passato i bilanci ai raggi x e non aveva sollevato alcun rilievo. Non ho altri redditi, e rivendico, come tutti i cittadini, il diritto al lavoro>>.  Sempre a proposito della lavanderia dice di aver denunciato Nino Rovereto, funzionario della Camera di Commercio che per primo gli ha cancellato l’iscrizione all’albo degli artigiani, ponendo le basi per la fine dell’attività commerciale.<<Impedirmi di lavorare onestamente negandomi un diritto costituzionalmente protetto – ha detto – significa istigarmi a delinquere>>. Gli viene chiesto perché non abbia deciso di parlare prima e lui: <<Perché prima non avevo avuto problemi, né a scuola, né all’Università, dove tutti mi considerano un cittadino come gli altri. E’ quando mi sono affacciato al mondo del lavoro che sono cominciate le difficoltà. Ma io voglio continuare a studiare>>.
Anna Petrozzi


UNA TANGENTOPOLI LUCANA
2 giugno 2002


Potenza. Una inchiesta della procura di Potenza ha svelato un giro di tangenti; 92mila euro per una caserma dei carabinieri in Val d’Agri mai realizzata, 402mila euro per la sede Inail di Avellino. Il 28 maggio scorso sono stati eseguiti quattordici ordini di custodia cautelare e sei arresti domiciliari su ordine del gip di Potenza Gerardina Romaniello, che ha accolto la richiesta del pm Henry John Woodcock. Sono stati arrestati il presidente del collegio sindacale Inail di Roma Vittorio Raimondo e due funzionari dell’Inail, il banchiere Claudio Calza, i “faccendieri” Enrico Fede, Emidio Lucani, Bruno Luongo, il maggiore della Finanza Ferdinando De Pasquale e gli imprenditori Antonio, Francesco, Lucio e Michele Desio. Mentre agli arresti domiciliari sono finiti l’imprenditore Giuseppe Antonio Padula, il vicepresidente della giunta regionale lucana Vito De Filippo, il generale di brigata dei carabinieri Stefano Orlando (al Sisde) e tre dipendenti del gruppo dei De Sio, Stefania Colaci, Antonietta D’Oronzo e Giuseppe Mastrosimone. I giudici, nell’ordinanza (1.028 pagine), parlano di tangenti, fondi neri e corruzione gli indagati sono accusati di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e alla turbata libertà degli incanti, concorso di corruzione, rivelazione di segreti d’ufficio, favoreggiamento e concorso di estorsione. L’indagine è nata da una denuncia di Gerardo Gastone, il quale ha fornito un notevole contributo a svelare il “malaffare”. L’impresa, la De Sio Costruzioni, è al centro della storia. Intercettazioni e un lavoro certosino dei Ros armati di telecamere e macchine fotografiche hanno immortalato l’episodio delle mazzette di quasi ottocento milioni per l’appalto Inail. Sulla scena c’è anche il banchiere Claudio Calza, amico dell’ex presidente della repubblica Francesco Cossiga. Infatti, in una intercettazione telefonica, un certo Gianluca dice a Calza: <<Chiedo scusa, il presidente voleva sapere il nome di quel magistrato>>. E il banchiere risponde: <<La richiamo dopo>>. Chi è il presidente? La risposta arriva proprio da Cossiga: <<Sono io. Ero preoccupato che il pm fosse quello che veniva definito come lo scemo della procura>>. Poi definisce l’indagine condotta dal procuratore di Potenza Giuseppe Galante << un piccolo lavoretto da “azzeccagarbugli>>. Il magistrato ha replicato << di aver valutato le dichiarazioni fatte dal senatore Francesco Cossiga che farebbe meglio a leggere gli atti. Noi non abbiamo preso una cantonata>>. Nel definire quasi inevitabili, in un certo senso, <<gli attacchi alla magistratura quando, come in questo caso, si toccano “corde” un po’ sensibili>>, il procuratore ha detto di provare amarezza per il coinvolgimento nell’inchiesta dei funzionari pubblici i quali non hanno avuto nessun senso dello Stato. <<La corruzione – ha concluso Galante- appare un male endemico, ma occorre non abbassare la guardia e continuare a contrastarla>>. La reazione di Cossiga non si è fatta attendere dichiarando che non si farà intimidire <<con questi mezzucci>> ed è pronto a chiamare in causa il presidente di Palazzo Madama, Marcello Pera, e quello della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Ha poi aggiunto: <<Io sono un membro del Parlamento nazionale in uno Stato che è del popolo sovrano e che non è uno Stato dei giudici, e tantomeno dei pubblici ministeri, peggio ancora se bocciati due volte all’esame di ammissione alla magistratura>>. Ha aggiunto poi riferendosi a Galante che <<come magistrato gode della tutela offertagli da un Csm strumento di potere corporativo e da un Anm che molto si sta avvicinando con le sue iniziative a un’associazione sovversiva>>. Tali dichiarazioni hanno scatenato una serie di polemiche. Il componente del Csm Armando Spataro ha dichiarato: <<stiamo valutando la necessità di chiedere l’intervento del Csm a tutela dei magistrati di Potenza, requirenti e giudicanti, oggetto dei consueti attacchi che si rivolgono alla magistratura ogniqualvolta nei processi penali si toccano indagati eccellenti. Come sempre non si tratta di valutare il merito dei processi, ma di garantire che le indagini possano svolgersi nei confronti di chiunque senza interferenze esterne. Forse i politici dovrebbero rendersi conto che anche aggressioni come queste - ha concluso Spataro -producono nei magistrati il desiderio di rivolgersi ai cittadini con clamorose forme di protesta>>. Intanto l’indagine sembra destinata ad assumere ulteriori e clamorosi sviluppi anche in altre procure del Paese. Sulle intercettazioni e dai verbali dei testimoni emergerebbero, infatti, i nomi di tanti politici: oltre a Cossiga, il sottosegretario alle infrastrutture Viceconte, e i fratelli Marcello e Alberto Dell’Utri, il senatore della Margherita Coviello, l’ex ministro Treu, l’ex presidente del Senato Mancino e l’ex segretario della Cisl D’Antoni. Quest’ultimi due si sono dichiarati estranei ai fatti.
Marco Cappella


ALLA SBARRA I COMPONENTI DEL CLAN RINZIVILLO ED EMMANUELLO
2 giugno 2002


Caltanissetta. Arriva la sentenza del processo Reset, una delle più dure, degli ultimi dieci anni, per la mafia gelese. Ad emetterla, dopo quattro giorni di camera di consiglio, la Corte di Assise di Caltanissetta presieduta da Pietro Falcone. Alla sbarra i componenti del gruppo dei fratelli Rinzivillo e quello di cui è capo Daniele Emmanuello, un tempo picciotto fidato di Giuseppe Piddu Madonia. I due clan distinti diedero il via, nel luglio 1999, ad una sanguinosa guerra che venne interrotta dalla polizia. Sei gli ergastoli comminati. Due a Pietro Trubia, 29 anni, quale responsabile di tre omicidi (Andrea Cavaleri, Matteo Cannizzo e Aurelio Trubia), uno a Giovanni Ascia, Gianluca Bonvissuto e Pasquale Trubia. La Corte di Assise di Caltanissetta ha esaminato anche tre tentati omicidi: quelli dei fratelli Pietro ed Emanuele Trubia (agguato avvenuto il 22 aprile 1999), di Emanuele Ganci, avvenuto il 18 aprile e quello di Emanuele Celona (23 aprile 1999). Gli altri imputati condannati sono: Antonio Rinzivillo, 12 anni, Emanuele Burgio 15 anni, Vincenzo Burgio 18 anni, Salvatore Burgio 15 anni, Emanuele Terlati 2 anni, Massimo Terlati 22 anni, Salvatore Terlati 8 anni, Vincenzo Mauceri 2 anni, Marco Ferrigno 8 anni, Orazio Trubia 16 anni e 6 mesi, a Gianluca Bonvissuto e a Giovanni Ascia, oltre all’ergastolo, sono stati comminati altri 8 anni per associazione mafiosa. Condanne anche per Sergio Tuccio 8 anni, Giuseppe Stimolo 23 anni, Filippo Casciana 24 anni, Emanuele Ganci e Nunzio Licata 8 anni ciascuno, Orazio Scerra 2 anni, Giuseppe Lavore 10 anni, Nicolò Martines 1 anno, Felice Marco Eros Turco 8 anni, Luigi Celona 1 anno, Salvatore Rinella 22 anni e Rosario Trubia 26 anni. Ed infine Daniele Emmanuello che è stato condannato a 12 anni di reclusione perché responsabile di associazione mafiosa.
Maria Loi



AGENTI IN MANETTE
3 giugno 2002

Avellino. Agenti al servizio dei boss. Sono 9 gli ordini di cattura emessi dal Gip del tribunale di Napoli nell’ambito di una inchiesta che riguarda la condotta di alcuni agenti di polizia penitenziaria del carcere di Bellizzi Irpino in provincia di Avellino e su un poliziotto in servizio presso la Questura Irpina. A condurre l’operazione la Squadra Mobile di Avellino con gli appartenenti al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Gli arrestati, indiziati di associazione per delinquere di tipo camorristico e corruzione, avrebbero introdotto nel carcere droga (cocaina e hashish) e telefonini cellulari, con relative schede e batterie, per 37 affiliati al clan Genovese, attivi ad Avellino e nella zona di Serino. L’inchiesta ha preso il via dalle testimonianze di un pentito le cui dichiarazioni hanno poi trovato riscontri. E così lo scorso 2 giugno, 150 agenti del dipartimento di polizia penitenziaria hanno perquisito a fondo il carcere di Bellizzi. Dei cinque agenti arrestati Luigi Esposito, 33 anni, era stato sospeso dal servizio dopo essere stato indagato con l’accusa di aver introdotto in carcere sostanze stupefacenti mentre Luigi Taglialatela*, 31 anni, da due mesi non era in servizio per malattia. Gli altri tre, invece, si apprestavano a prendere servizio come ogni mattina: sono Carmine Corrado, Gennaro Sellato, Giovanni Pannone.
Monica Centofante

*ARTICOLI CORRELATI
Giustizia: da poliziotto al carcere… dopo 10 anni arriva l’assoluzione “il fatto non sussiste”

 
ALFIO CARUSO: I MALI DELLA SICILIA
4 giugno 2002

Palermo. Perché non possiamo non dirci mafiosi è l’ultimo libro di Alfio Caruso. Scrittore innamorato della sua terra, Caruso dedica il libro <<ai siciliani che non si fanno incantare dal clima, dal mare, dal sole, dagli aromi, dagli odori, dagli uomini di rispetto, dagli Amici, dai Bravi Ragazzi, dagli “esperti e malandrini”, dai gattopardi, dai galantuomini, dai compari>>. Sfogliando le pagine della sua ultima opera si legge di Giovanni Bonsignore, funzionario regionale assassinato nel 1990 perché aveva scoperto un finanziamento irregolare, di Filippo Basile, uomo incorruttibile, di Ninni Cassarà, il funzionario di polizia ucciso con il suo agente Roberto Antiochia sotto lo sguardo impietrito della moglie. Come loro tanti hanno voluto rompere il muro dell’omertà, ma comunque pochi in confronto a coloro che tacciono.
Sono sempre dell’autore i libri: Italiani dovete morire e Da cosa nasce cosa.
Jessica Pezzetta


I FONDI DI AGENDA 2000
4 giugno 2002

Palermo. E’ nato a Palermo l’Opco (Osservatorio permanente sulla criminalità organizzata), organismo di consulenza della Regione, presieduto dal prof. M. Cherif Bassiouni, che si pone tra gli obiettivi anche quello di vigilare sui finanziamenti pubblici, in particolare sui fondi di Agenda 2000, per impedire che finiscano tra le maglie della criminalità organizzata. Ne fanno parte il presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, Roberto Centaro, il procuratore della Repubblica di Palermo Pietro Grasso, il sostituto procuratore generale di Palermo Giovanni Ilarda e il prefetto Pietro Soggiu, commissario straordinario per il coordinamento delle politiche antidroga. <<Il nuovo compito – ha sottolineato Ilarda – si limiterà a esprimere pareri consultivi e a proporre metodologie per gli appalti pubblici>>. Secondo il presidente dell’antimafia Roberto Centaro <<sarebbe opportuna una cooperazione giudiziaria tra paesi per creare omogeneità nel campo del diritto penale e poter meglio combattere la criminalità organizzata>>.  Il nuovo organo si pone anche l’obiettivo di creare una banca dati contenente tutte le convenzioni e i trattati internazionali sull’estradizione, sull’assistenza giudiziaria e, in generale, su tutto ciò che riguarda l’attività di contrasto alla criminalità organizzata, con particolare riferimento al riciclaggio. Lo scopo principale dell’Osservatorio è lo studio della criminalità organizzata a carattere internazionale e la ricerca, in materia legislativa.
Mara Testasecca


IMPRENDITORI PILOTAVANO GLI APPALTI NEI COMUNI
4 giugno 2002

Torino. 59 indagati, una cinquantina di società coinvolte, 12 imprenditori tratti in arresto durante una retata, più uno latitante. Sono le cifre di una maxi inchiesta su un “cartello” di società che si spartivano le gare d’appalto per le opere pubbliche: rifacimento di strade, ristrutturazioni di acquedotti, scavi per fognature, depuratori da realizzare, per un business di diversi milioni di euro. Così, la mattina del 30 maggio scorso, gli imprenditori sono stati tratti in arresto. Il procuratore aggiunto Bruno Tinti, affiancato dai sostituti Roberto Furlan e Paolo Storari, fa riferimento ad <<un cartello che predeterminava l’esito delle gare d’appalto, con danni per gli enti pubblici interessati che devono essere ancora calcolati>>. Si tratta, come lo stesso Tinti ha poi dichiarato, di un <<fenomeno storicamente noto che, finalmente, è stato provato>>. Storari sostiene che <<chi è escluso o si fa escludere da certi giri è destinato a chiudere. Le distorsioni del libero mercato hanno anche queste conseguenze. Noi abbiamo scoperto un cartello, ma ci risulta che in Piemonte ne agisca più d’uno>>. Intanto, mentre in Procura continuano gli interrogatori sul business delle opere pubbliche piemontesi, si è affacciata anche l’ipotesi di una talpa tra i magistrati. Ma nessuno degli imprenditori arrestati ha fatto nomi sulla “gola profonda” che avrebbe rischiato di mandare all’aria l’inchiesta dei pm Furlan e Storari. Il 3 giugno, davanti al gip Emanuela Gai, sono stati interrogati in cinque e quasi tutti hanno ammesso l’esistenza di una sorta di mutuo soccorso tra gli aderenti al consorzio di imprese per aumentare le possibilità di aggiudicarsi le commesse. Tuttavia, nessuno ha parlato del magistrato che li avrebbe messi sull’avviso dicendo che dieci cellulari erano stati posti sotto controllo. Ad ogni modo, gli arrestati hanno ammesso di far parte di un consorzio, <<cosa che è perfettamente legale. Lo abbiamo costituito per favorire lo scambio di informazioni sulle modalità e sulle regole degli appalti>>. Uno di loro, Claudio Gombia, ha spiegato in che modo, anche se <<ben di rado>>, si poteva dare una mano ad un collega per aumentare le sue chances di vincere una gara. <<Se l’appalto interessava uno di noi, partecipavano anche gli altri solo per fargli un piacere. Ovviamente – ha detto ancora l’imprenditore – non eravamo mai i soli concorrenti, ma unirci in una sorta di cartello aiutava ad avvicinarsi alla media>>. Un altro degli imputati, Lucco Castello, negando di aver svolto un ruolo da organizzatore del cartello, ha però dichiarato che <<ci riunivamo nella mia azienda, ma solo per una questione di comodità … Non credevamo certo di far nulla di illegale, né di danneggiare qualcuno>>. Comunque, quasi tutti i difensori hanno chiesto la revoca della misura cautelare e ora il Gip dovrebbe decidere sulle istanze di scarcerazione.
Lorenzo Baldo


LA YAKUZA, LA MAFIA DEL SOL LEVANTE
5 giugno 2002

Giappone. <<Sono nato a Sendai, 320 chilometri a nord di Tokyo. Quando sono arrivato qui avevo 11 anni. All’inizio ero il classico piccolo delinquente. Un giorno mi sono battuto con i coltelli. Il mio avversario aveva una katana, una spada giapponese, io un dosu, una spada più piccola …. Quello scontro mi fece guadagnare un bel soggiorno in riformatorio. Quando uscii furono loro a cercarmi. Pensavano che fossi uno di carattere>>. A parlare è Musatoshi Kumagi, 40 anni, noto in tutto il Giappone per essere uno dei boss più potenti dell’intera Asia, e considerato l’astro nascente della Yakuza, la mafia giapponese. Musatoshi, dal 1996, è il capo della Inagawa-kai Kumagai-gumi una delle famiglie più importanti della Inagawa-kai, seconda organizzazione del paese con 10 mila affiliati. <<Da giovane - racconta il boss – ero un killer. Per fortuna ho passato poco tempo in carcere: 3 mesi, a 25 anni. Estorsione e intimidazioni. Raccoglievo il pizzo da attività illegali: bar, gioco d’azzardo, prostituzione>>. A 34 anni Musatoshi diventa kashimoto, un vero boss con un suo territorio e lo scorso anno è diventato uno dei tantissimi wakashu, i <<figli >> del capo dei capi. Nell’intervista che ha rilasciato a Sette ci porta nel suo mondo. Un ambiente in cui la reputazione è un fattore importante così come l’immagine. <<Dobbiamo stare fedeli a certi stereotipi, come il taglio del mignolo, i tatuaggi, gli abiti, gli occhiali scuri e una reputazione da gente molto pericolosa. Ma d’altra parte dobbiamo anche avere un volto più sereno e tranquillo, perché altrimenti è più difficile che la gente faccia affari con noi>> dichiara il giovane boss.
Anche la Yakuza ha una struttura piramidale, cioè ogni famiglia appartiene a una famiglia più grande sopra di lui e fa riferimento al suo boss.
E se negli anni 50 il business delle attività illecite era dell’80- 90% oggi è sceso al 50%, in quanto gli stessi gestori di gioco o bordelli sono meno timorosi e rifiutano le offerte di protezione della mafia. Se c’è da uccidere qualcuno, spiega Musatoshi non viene detto apertamente per evitare guai. Anche gli affari vengono gestiti da dietro le quinte, cioè in superficie resta tutto legale. La regola d’oro è non mostrare la tua faccia.
Marco Cappella


LE FAMIGLIE CASSARA’E MONTANA PRESENTANO IL CONTO AI BOSS
5 giugno 2002

Palermo. Lo scorso 8 maggio la Corte di Cassazione ha confermato l’ergastolo per quindici boss, indicati dai pentiti come mandanti ed esecutori del delitto del vicequestore Ninni Cassarà, del commissario Beppe Montana e dell’agente Roberto Antiochia. Sono Antonino Madonia, Salvatore Buscemi, Giuseppe Calò, Antonino Geraci, Salvatore Montalto, Giuseppe Farinella, Raffaele e Domenico Ganci, Giuseppe Lucchese, Salvatore Biondo, Nicolò Di Trapani, Giuseppe Motisi, Giovanbattista Ferrante, Calogero Ganci e Francesco Paolo Anzelmo. Le famiglie delle vittime hanno presentato ai boss di Cosa Nostra una richiesta di risarcimento danni che dovrà essere quantificata dal tribunale civile di Palermo. L’ingiunzione è stata spedita in carcere ai mandanti della Cupola condannati nel primo processo: Totò Riina, Michele Greco e Francesco Madonia. L’istanza non si è potuta recapitare a Bernardo Provenzano, latitante da quasi quarant’anni.
Anna Petrozzi


UCCISO UOMO DEL CLAN SANTAPAOLA
6 giugno 2002

Catania. Domenico Antonio La Spina è stato freddato a Catania con diversi colpi di pistola mentre si trovava fuori da un panificio del quartiere Zia Lisa. Le indagini, condotte dagli uomini della squadra mobile del capoluogo etneo, hanno rivelato che la vittima era vicina al clan mafioso del boss Nitto Santapaola.


SANDOKAN COLPITO DAL MAXISEQUESTRO
7 giugno 2002

Napoli.  Si è conclusa, dopo cinque anni, l’operazione condotta dalla Dia di Napoli che ha portato al sequestro dei beni, valutati in otto milioni di euro, di Francesco Schiavone, detto “Sandokan”, il capo del clan camorristico dei Casalesi. Gli interessi dell’organizzazione (i Casalesi sono un “cartello” di undici “famiglie” camorristiche attive nella provincia di Caserta) spaziavano nei settori più disparati, dagli appalti alle televisioni private. Sono stati confiscati fondi rustici, aziende agricole per l’allevamento dei bovini e la produzione di latte, decine di fabbricati e terreni nell’area compresa tra Casal Di Principe e San Cipriano d’Aversa, trattori e attrezzature meccaniche per il lavoro agricolo, ma anche auto e moto. Sono state inoltre sequestrate dalla Dia di Napoli, in esecuzione delle ordinanze emesse dalla seconda sezione della Corte d’Assise di Santa Maria Capua Vetere, che ha disposto la consegna dei beni all’Agenzia del Demanio del Ministero delle Finanze, obbligazioni bancarie del boss e 500 azioni Mediaset. La questione delle confische era iniziata nel ’97, un anno prima dell’arresto di Sandokan, allora considerato dalla Dia il numero uno dei latitanti camorristi, quando la Direzione Investigativa Antimafia dispose i primi sequestri. L’anno successivo, tramite il Dipartimento Campano al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Sezione Misure di Prevenzione, la Dia propose la confisca di quegli stessi beni. Tra gli immobili ora passati allo Stato c’è anche la villa bunker, a Casal di Principe, dove Sandokan venne individuato e arrestato dalla polizia, dai carabinieri e dagli uomini della Dia al comando di Guido Longo, oggi vicequestore responsabile dell’ultimo sequestro. Francesco Schiavone, già nel ’90, era finito in manette, insieme ad altri capi Camorra, sorpreso nell’abitazione dell’allora assessore alle Finanze del Comune di Casal di Principe. Sette anni più tardi il Consiglio Comunale si sciolse anche a causa della “presenza di consiglieri comunali affiliati o collegati alla Camorra che si erano resi colpevoli di favoreggiamento personale nei confronti di latitanti e di membri dei clan Bardellino e Schiavone”, come testimoniano gli atti delle sedute della Commissione Parlamentare Antimafia. Furono anche riscontrati inserimenti generalizzati di associazioni camorristiche negli appalti pubblici, nonché abusi edilizi ed esposizioni debitorie. Francesco Schiavone, oggi, ha perso tutto ciò che possedeva ed è detenuto a Viterbo con il regime del 41 bis contro cui sta protestando con uno sciopero della fame, una battaglia in cui ha cercato di coinvolgere anche Marco Pannella, da sempre sensibile ai problemi dei detenuti.
Maria Loi


CATTURATO BOSS GELESE
7 giugno 2002

Roma. E’ stato catturato all’alba Crocifisso Rinzivillo, personaggio di spicco di Cosa Nostra gelese, punta di diamante di un vasto traffico di droga internazionale. Ad arrestarlo, lo scorso 6 giugno, sono stati gli uomini della Dia guidati dal colonnello La Forgia e quelli del Goa del Nucleo regionale di polizia tributaria del Lazio, diretti dal colonnello Mazza. Rinzivillo era ricercato dal 13 febbraio per essere sfuggito alla cattura nel blitz “Cobra” su presunti intrecci fra mafia e imprenditoria che coinvolse 32 persone sull’asse Gela-Lazio. Crocifisso Rinzivillo è stato catturato mentre si trovava nel suo appartamento, in una zona “in” di Roma, per festeggiare il compleanno della moglie.
Nel corso dell’operazione sono stati arrestati anche l’albanese Mohammad Beqiri, Davide Bornello, Strato Masullo Noè Gaglio e sequestrati 13 chili di eroina.
Jessica Pezzetta


I CINQUE AMBASCIATORI NOMINATI DAL PREMIER
7 giugno 2002

Roma. Lo scorso 19 aprile il Consiglio dei ministri, su proposta del presidente del Consiglio, ha nominato ambasciatori i ministri: Antonio Puri Purini, Claudio Moreno, Giuseppe Balboni Acqua, Giovanni Castellaneta, Antonio Badini. Quattro su cinque, all’inizio degli anni 90 sono finiti sul registro degli indagati di diversi processi con l’accusa di concussione, concorso in peculato e finanziamento illecito dei partiti. Per alcuni è arrivato il proscioglimento, ma altri sono ancora sotto processo. Vediamo nello specifico.
Antonio Puri Purini inizia la sua carriera diplomatica a 23 anni. Nell’arco di tempo che va dal 1969 al 1978 è primo segretario a Washington, poi console aggiunto a Monaco di Baviera e consigliere a Tokyo. Dal 1995 è ministro consigliere a Washington e nel 1998, su proposta del ministro degli esteri di allora, Lamberto Dini, viene nominato consigliere diplomatico del Presidente della Repubblica. Incarico che ricopre ancora oggi.
Giovanni Castellaneta inizia la sua carriera nel 1967 e presta servizio all’estero. Nel 1984 viene assegnato al Gabinetto del presidente del Consiglio Bettino Craxi e successivamente, nel 1989, il ministro degli esteri Gianni De Michelis lo chiama a dirigere il servizio stampa e informazione della Farnesina. Nel 1994 è coinvolto nell’inchiesta Sisde mentre oggi è consigliere diplomatico di Silvio Berlusconi.
Giuseppe Balboni Acqua, oggi capo del Cerimoniale della presidenza della Repubblica e vicedirettore generale della Cooperazione, viene rinviato a giudizio con l’accusa di concorso in abuso d’ufficio, nel novembre successivo, in relazione ad un programma di aiuti destinati al Perù per oltre quattro miliardi di lire. Nel 1994 viene poi prosciolto.
Antonio Badini, consigliere diplomatico di Craxi - e oggi direttore generale della Farnesina per i paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente - , il 10 gennaio 1994, viene inserito nel registro degli indagati del processo Cooperazione, in particolare per il filone riguardante la realizzazione della metropolitana di Lima. Le accuse contestate dal pm sono corruzione e finanziamento illecito dei partiti.
Ed infine Claudio Moreno. Questi, dopo aver svolto rappresentanza diplomatica in Italia è stato ambasciatore a Dakar, a Tunisi e a Buenos Aires. Nel 1993 gli viene consegnato un avviso di garanzia sulla questione aiuti italiani ai paesi in via di sviluppo. L’accusa è concussione e si riferisce proprio al periodo in cui era ambasciatore in Argentina. Viene portato anche nel carcere romano di Regina Coeli, da dove esce nel mese di ottobre per decorrenza dei termini. Nel 1997 il capo di imputazione viene annullato per una serie di lacune. Nel 1999 viene raggiunto da un provvedimento analogo e nuovamente rinviato a giudizio. L’accusa pende ancora oggi sulla sua testa. Ma intanto c’è Berlusconi che lo ricompensa ….
Mara Testasecca


EMERGENZA ACQUA
7 giugno 2002

Palermo. Da giorni nei quartieri di Palermo imperversa la guerriglia urbana, con persone che rovesciano i cassonetti pieni di spazzatura per le strade del centro impedendo il passaggio delle auto. La protesta per la crisi idrica è dilagata, coinvolgendo persino i quartieri Noce, Zisa, Cruillas, Ciaculli e Altarello – dove il problema è più grave che in altre zone –, dopo che è slittato il giorno previsto per la distribuzione dell’acqua a Piazza Politeama, nel cuore della città. Prima i protestanti sono saliti sul tetto della Cattedrale del capoluogo siciliano poi, convinti a scendere da alcuni funzionari di Polizia, l’hanno occupata per diversi giorni, arrangiandosi alla meglio con sedie, sdraio e materassini da mare posizionati tra i banchi della chiesa, in attesa di risposte concrete da parte dell’Amministrazione Comunale alle loro richieste di ottenere case, acqua, ma anche lavoro. La protesta, infatti, è arrivata dagli sfrattati giudiziari e dai senzatetto che non hanno avuto rinnovato il buono-casa del Comune e che, perciò, da alcune settimane hanno costituito un “Comitato per la casa”. Così, alla protesta per la mancanza d’acqua in molti quartieri della città hanno unito la richiesta di ottenere un alloggio popolare o degli appartamenti confiscati alla mafia, ora patrimonio dello Stato. A quel punto, anche se molto lentamente, il capo di Gabinetto della Prefettura Antonino Oddo e l’assessore comunale Domenico Miceli hanno deciso di incontrare i rappresentanti del “Comitato per la casa”, offrendo la disponibilità di un gruppo di albergatori locali ad ospitare le famiglie senzatetto. Ma per gli occupanti si è trattato di una proposta precaria e provvisoria e, quindi, l’hanno rifiutata. Peraltro, non è la prima volta che i cittadini occupano la Cattedrale di Palermo a causa della mancanza di strutture e servizi essenziali. Già ai primi di maggio un altro gruppo di senza casa aveva bivaccato al suo interno, ma in quell’occasione andò meglio, dato che il capo dello Stato era riuscito a far promettere agli amministratori comunali un intervento immediato.
Lorenzo Baldo


PROCESSO “PIANO VERDE”
7 giugno 2002

Palmi. Davanti alla prima Corte d’Assise di Palmi, presieduta dal dottor Mastroeni, a latere la dott.ssa Putrino, si è svolto il dibattimento del maxi-processo “Piano Verde”. La pubblica accusa, rappresentata dai pm Pennisi e D’Onofrio, a conclusione della lunga requisitoria, ha chiesto trenta ergastoli, circa 520 anni di reclusione, 6 assoluzioni totali e due parziali. Si tratta di uno dei processi più importanti istruiti nella sede giudiziaria palmese negli ultimi anni.   


BINNU A RIESI
7 giugno 2002

Caltanissetta. Il treno su cui viaggiava era appena arrivato a Gela… li sarebbe stato visto Bernardo Provenzano. A rivelarlo agli investigatori sarebbe stata una fonte confidenziale nell’ambito dell’inchiesta “Grande Oriente”, condotta a novembre del 1999. Una conferma viene anche dal figlio di Riina, Giuseppe Salvatore, che nello scorrimento veloce Caltanissetta – Gela, nei pressi di Riesi, pare abbia detto al suo compagno di viaggio: <<Qua c’è lo Zu Bernardo>>.
Prima di allora Luigi Ilardo, cugino del boss di Cosa Nostra, Giuseppe Madonia, fece arrivare gli investigatori ad un passo dalla sua cattura nel territorio di Mezzojuso. Era la notte del 31 ottobre 1995, quando in un casolare del Nisseno era in corso un summit di mafia. Luigi Ilardo disse al colonnello Michele Riccio che il boss era là, i carabinieri lo intercettarono ma lui fuggì in tempo. Un’occasione che la Procura Nissena rimpiange ancora, e che il pm Di Matteo ha ricordato a Palermo, nella requisitoria di un processo a sette fiancheggiatori di Provenzano.
<<Il boss di Corleone è sempre oggetto di attenzione da parte nostra anche nel territorio nisseno – dice Francesco Paolo Giordano, procuratore aggiunto di Caltanissetta – non è escluso che il figlio di Riina con quella frase volesse dire che nei pressi di Riesi <c’è qualcuno molto vicino a Provenzano, qualcuno che gli dà rifugio>.  Non dimentichiamo che in quella zona, soprattutto nell’area di Butera, ci sono vasti territori che sono stati attenzionati dalla mafia e quindi da noi. E’ molto probabile, però, che Provenzano non si sia spostato molto dal palermitano dove è più protetto. Quella espressione del figlio di Riina, comunque, non ci coglie di sorpresa>>.
Marco Cappella


LIBERA E I BENI CONFISCATI
8 giugno 2002

Siracusa. <<Vogliamo che lo Stato sequestri e confischi tutti i beni di provenienza illecita, da quelli dei mafiosi a quelli dei corrotti. Vogliamo che i beni confiscati siano rapidamente conferiti, attraverso lo Stato ed i Comuni, alla collettività per creare lavoro, scuole, servizi, sicurezza e lotta al disagio>>. Con queste parole iniziava, nel ’95, la petizione di Libera che, l’anno seguente, avrebbe portato alla legge 109 sul riutilizzo dei beni confiscati alla mafia. Lo scorso 7 giugno Libera ha ottenuto un nuovo successo nella sua battaglia poiché, a Siracusa, il Coordinamento Provinciale ha pubblicato un dossier in cui vengono elencati tutti i beni sequestrati ai clan anche se, comunque, ancora permane la dicitura: “la confisca disposta dal Tribunale di Siracusa è definitiva, ma non si è ancora provveduto all’assegnazione”. Tuttavia, il responsabile dell’Ufficio Nazionale Beni Confiscati Giovanni Colassi ha spiegato che Libera ha fatto qualcosa di più, infatti, oltre ad aver pubblicato il dossier, ha anche <<organizzato un seminario in un luogo istituzionale, come il Tribunale, con il coinvolgimento di figure di primo piano>>. Al seminario hanno partecipato, tra gli altri, il presidente del Tribunale Francesco Fabiano, il procuratore della Repubblica Roberto Campiti, il presidente della Commissione Parlamentare Antimafia Roberto Centaro e gli amministratori giudiziari dei beni confiscati, gli avvocati Antonio Randazzo e Giuseppe Piccione. Al seminario è stato ricordato che <<se ognuno fa qualcosa, forse si può fare tanto>>, come diceva Don Puglisi. <<Basta poco per fare antimafia: liberare la fantasia, coerenza nei comportamenti, concretezza e, soprattutto, continuità nell’azione>>. Lo stesso giorno, il 7 giugno, ha anche avuto luogo, all’Arci, l’incontro con le associazioni di volontariato che hanno fatto richiesta di assegnazione dei beni confiscati alla mafia, e solo se queste associazioni riusciranno ad ottenerne l’affidamento Libera avrà davvero vinto una delle sue tante battaglie contro la mafia.
Anna Petrozzi


A CORLEONE SI DIMETTE ASSESSORE
10 giugno 2002

Palermo. Clima rovente a Corleone da quando il sindaco Nicolò Nicolosi, una settimana fa ha nominato assessore allo Sport e al turismo l’avvocato Antonio Di Lorenzo, uno dei legali di fiducia di Giovanni Riina. La risposta è stata immediata con le dimissioni di Umberto Santino, presidente del centro di documentazione “Peppino Impastato”, dal Comitato scientifico del Centro internazionale di documentazione sulla mafia e sul movimento antimafia di Corleone dicendo di <<non voler collaborare con un assessore che è anche avvocato della famiglia Riina>>. Poco dopo sono arrivate quelle di Di Lorenzo che dice: <<Sono costretto a lasciare per evitare che l’azione amministrativa possa subire ulteriori attacchi ingiusti, calunniosi e lesivi dell’immagine del Comune>>. Il sindaco Nicolò Nicolosi, apprezzando il gesto di Di Lorenzo ha dichiarato: <<In questo modo ha dimostrato di avere grande sensibilità. Ma attorno alla vicenda è stata creata eccessiva animosità anche se effettivamente esisteva un problema di opportunità, considerato che il Comune si è presentato parte civile al processo contro il figlio di Totò Riina. Ricordo, comunque, che Di Lorenzo non è stato neanche eletto in Consiglio comunale. Come capolista di Democrazia Corleonese ha preso 106 voti: o la mafia non l’ha votato o non l’ha fatto votare oppure non ha questo potere. Evidentemente nessuno si è mosso per eleggerlo>>.
Sono giunte anche altre dimissioni: quelle di Dino Paternostro, segretario della Camera del Lavoro, Salvo Lipari, dell’Arci, l’ex presidente regionale della confederazione italiana agricoltori Vito Lo Monaco. <<Da tempo – dice Paternostro – abbiamo avuto l’impressione che Nicolosi guardasse con una certa sufficienza alla necessità di contrastare in ogni modo Cosa Nostra>>. 
Prende posizione anche il segretario regionale Ds, Antonello Cracolici: <<Quello che è avvenuto è scandaloso e inquietante. Nicolosi, appena eletto ha mandato un messaggio ai figli dei boss mafiosi, poi ha nominato l’avvocato dei Riina suo assessore… Siamo in Sicilia – aggiunge – ed i siciliani sono un po’ come gli indiani: stanno attenti ai segnali. Questo è stato un segnale chiaro dell’asse politico di Nicolosi: si vuole affermare che nella città più famosa al mondo per la mafia Cosa Nostra non esiste>>.
Maria Loi


PENNINO RITRATTA: BERLUSCONI E DELL’UTRI SOGGETTI <<INAVVICINABILI>>
10 giugno 2002

Roma. Ritratta Gioacchino Pennino, interrogato lo scorso 10 giugno nell’ambito del processo che vede il sen. Marcello Dell’Utri imputato di concorso esterno in associazione mafiosa. Davanti alla seconda sezione del Tribunale di Palermo, in trasferta a Roma, il pentito, a sorpresa, esclude la compartecipazione di Silvio Berlusconi negli interessi imprenditoriali mafiosi e parla di Dell’Utri come di un parrinaro, ossia di un uomo molto cattolico e quindi assolutamente inavvicinabile. Incalzato dalle domande degli avvocati Roberto Tricoli, Enrico Trantino, Giuseppe Li Peri e Francesco Bertorotta riferisce inoltre quanto appreso da un altro uomo d’onore in merito a Vittorio Mangano. Lo stalliere di Arcore, secondo quanto dichiarato da Pennino, sarebbe stato cacciato dalla villa di Berlusconi poiché erano state sottratte delle suppellettili.
Niente a che vedere con quanto precedentemente rivelato ai magistrati e riportato nel decreto di archiviazione dell’inchiesta a carico di Dell’Utri e Berlusconi, accusati da alcuni collaboratori di giustizia di essere i mandanti delle stragi del 1993. Lo stesso Pennino, si legge nel documento, “ha reso dichiarazioni con le quali ha riferito di notizie apprese all’interno di ‘cosa nostra’ e da soggetti qualificati in ordine ai rapporti intrattenuti da Mangano con Berlusconi e dai Graviano con Dell’Utri”. Ha inoltre sottolineato “di aver appreso da due fonti che Silvio Berlusconi era il mandante delle stragi del 1993”. Una di tali “fonti”, Giuseppe Marsala, “risultava avere contatti frequenti con il Sen. Vincenzo Inzerillo e con il Sen. Cerami, personaggi indicati da vari collaboratori di giustizia come interlocutori di esponenti di ‘cosa nostra’ ”.
Oggi rivede la sua posizione Pennino, ma non smentisce quanto appreso in merito ad alcuni soggetti mafiosi che curavano gli interessi delle holding di Berlusconi. Alla domanda postagli in quanto al significato da attribuire al termine interessi, il collaboratore risponde che <<interessi nel gergo mafioso si intende curare presso le famiglie l’ingresso, cioè a dire il consenso del capo famiglia o dell’autorità mafiosa in cui si va ad operare. E in genere può essere tutto gratuito, come un tempo si usava: si chiedeva il permesso e non veniva richiesta contropartita. Può essere un subappalto, può essere una guardiania, può essere un’assunzione, può essere costituita da apertura di punti vendita, può essere… il pizzo soprattutto, in questo senso in genere fra mafiosi si parla di interessi, come di qualcuno che dovesse accreditare presso un settore, presso una famiglia mafiosa, un territorio di una famiglia mafiosa, qualcuno che svolgeva delle attività>>.
Lorenzo Baldo


AFFARI E SALOTTI BUONI PER LA NUOVA MAFIA
10 giugno 2002

Palermo. Maurizio De Lucia è il sostituto procuratore della Dda di Palermo che si occupa di mafia e appalti e mafia ed estorsioni e che ha condotto le indagini che, negli ultimi mesi, hanno portato all’arresto di 60 mafiosi, appartenenti alla famiglia di Brancaccio e a quella di Corleone, il cui capo era il figlio di Totò Riina, Salvatore. De Lucia, nel corso di un’intervista rilasciata al quotidiano L’Unità ha spiegato che Cosa Nostra, senza i necessari rapporti con la politica, non potrebbe essere quella che è. Cosa Nostra, da dieci anni a questa parte, è tornata in un certo senso ad essere quella che è stata fino agli anni 70. <<Tesse rapporti con la politica, con gli imprenditori, con i funzionari della pubblica amministrazione, poi, alla fine, se proprio è costretta, spara anche>>. Tuttavia, secondo De Lucia, <<la linea feroce delle stragi non ha pagato perché Cosa Nostra è stata in parte decapitata. Quindi, si è riorganizzata ed è tornata a fare affari per tornare forte e vincente. Ha ricominciato a frequentare i salotti buoni e ripreso la via del silenzio>>. Quanto emerge con estrema chiarezza è che vi è <<un’accettazione in certi ambienti che permette a Cosa Nostra di infiltrarsi meglio nei gangli dello Stato. Quando rinuncia alla linea stragista, gli imprenditori, certi imprenditori, sono assolutamente interessati ai vantaggi che Cosa Nostra prospetta loro>>. Sanno, infatti, <<in anticipo quali appalti aggiudicarsi, hanno la certezza del credito che non è bancario, ma viene dalle estorsioni e dal traffico di eroina>>. Si tratta, quindi, <<di una mafia-imprenditrice-finanziaria che rinuncia a presentare il suo volto feroce>> e <<viene accettata anche da una certa borghesia che, in fondo, la considera qualcosa di utile anche se opera nell’illegalità>>. Tuttavia, l’organizzazione mafiosa un punto debole ce l’ha, secondo Maurizio De Lucia, ed è rappresentato dal fatto che, oggi, <<il gruppo dei capi è formato anche da trentenni, trentacinquenni, cosa che comporta svantaggi dal punto di vista della resistenza>> alla latitanza o al carcere duro. <<I giovani non sono più in grado di affrontare simili sacrifici>>, come quelli affrontati dai vecchi capi, quali Spera e Giuffrè, abituati a dormire nei casolari accanto agli animali. Ma è proprio quel tipo di latitanza <<l’unica che garantisce completamente una mimetizzazione con il territorio>>. La nuova generazione ha, però, ereditato la linea di Provenzano <<che, per primo, ha concepito di muoversi nel campo finanziario>>. In questo modo i soldi vengono investiti in ristoranti ed esercizi commerciali, come risulta da intercettazioni ambientali e telefoniche, utilizzate dalla Polizia di Palermo che, in questo modo, ha potuto svolgere uno straordinario lavoro di indagine anche se, <<in assenza dei collaboratori non riusciamo ad avere un quadro completo dei cambiamenti>>. Per De Lucia, infatti, gli unici strumenti atti a contrastare Cosa Nostra sono proprio le intercettazioni e le collaborazioni.
Maria Loi

                       
MAFIA RUSSA NELLE MARCHE
11 giugno 2002

Ancona. Lo scorso 10 giugno in tutta Italia ed in mezza Europa, su ordine della DDA di Bologna e dalla procura nazionale antimafia, è scattata l’operazione Tela di Ragno. Le forze di polizia hanno sgominato una vasta organizzazione criminale russa che riciclava i soldi attraverso operazioni commerciali di società fittizie europee per poi farli ritornare in Russia sotto forma di merci e beni.
Trecento le perquisizioni in banche, uffici commerciali, abitazioni private, 150 gli indagati in gran parte imprenditori, impiegati e intermediari, 50 gli arresti ordinati sulla base delle indagini dell’Fbi, del Servizio centrale operativo della Polizia di Stato e delle polizie degli altri Paese europei. Il denaro affluiva dai paesi dell’ex impero sovietico in Italia (nelle regioni Marche, Emilia Romagna e Veneto), Francia, Germania, Svizzera, e Principato di Monaco. Paesi, questi, in cui sono scattati perquisizioni, sequestri e arresti. All’alba del 10 giugno scorso sono iniziati i controlli e i sequestri anche nelle Marche. Gli agenti hanno perquisito uffici di aziende di import-export e di istituti di credito in tutte e quattro le province. A Porto S.Elpidio sono stati arrestati Gianfilippo Marozzi e la sua convivente Gianna Knyazyeva originaria di Kiev. I due amministravano il calzaturificio Gioxal. Secondo la procura antimafia l’azienda riciclava denaro ed aveva conti correnti all’estero e un giro d’affari per centinaia di migliaia di euro.Un ucraino, Vladir Vasarenko, è stato catturato a Rimini. Secondo gli inquirenti il terzetto era collegato con Sergej Antoscenko esponente di vertice della “Brigata del sole”. Un clan della mafia russa, questo, specializzato nel traffico di droga, di armi e nella gestione di alberghi e di casinò all’estero.
Marco Cappella



OMICIDIO CHINNICI ARRIVA LA SENTENZA D’APPELLO
11 giugno 2002

Caltanissetta. Il 20 giugno prossimo la Corte d’Appello presieduta da Antonino Maffa emetterà la sentenza sui presunti mandanti ed esecutori dell’agguato al consigliere istruttore Rocco Chinnici, ucciso il 29 luglio 1983 in via Pipitone Federico a Palermo. Nel processo di primo grado fu inflitto l’ergastolo a 15 imputati. Tra cui Antonino Madonia, Totò Riina, Bernardo Provenzano, Bernardo Brusca, Francesco Madonia, Giuseppe Calò, Antonino Geraci, Matteo Motisi, Raffaele Ganci, Salvatore Buscemi, Giuseppe Farinella, tutti ritenuti mandanti. Mentre Stefano Ganci, Vincenzo Galatolo, Salvatore e Giuseppe Montalto sono stati considerati gli esecutori. Invece, a 18 anni di reclusione, sono stati condannati i pentiti Giovanni Brusca, Calogero Ganci, Francesco Paolo Anzelmo e Giovan Battista Ferrante, anch’essi ritenuti esecutori. Al processo d’appello – a carico degli stessi imputati, a parte Bernardo Brusca deceduto l’8 dicembre 2000 – è avvenuto un clamoroso colpo di scena. Pippo Calò, indicato dai pentiti come <<il cassiere di Cosa Nostra>> si è dissociato. Infatti Calò ha inviato una lettera al presidente Maffa con cui ha ammesso di avere fatto parte della Cupola sostenendo, però, che quest’ultima <<non è stata creata per deliberare omicidi eccellenti>> in quanto questi sarebbero stati decisi <<unilateralmente sempre da un solo soggetto di cui non posso fare il nome>>. Una dichiarazione, questa, che alcuni mesi fa ha fatto riaprire l’istruttoria dibattimentale con un confronto tra Calò e il pentito Salvatore Cancemi.
Jessica Pezzetta


E’ MORTO JOHN GOTTI BOSS DEI GAMBINO
11 giugno 2002

New York. L’ultimo grande padrino di New York, John Gotti è morto in un carcere federale nel Missouri. Era malato di Cancro. I giornali lo avevano ribattezzato “Teflon o Dapper Don” per la sua capacità di rendersi intoccabile e per la sua eleganza. Era in carcere dal 1992 con una condanna all’ergastolo pronunciata poco prima della strage di Capaci in cui morì il giudice Falcone, la moglie e la scorta. La fine di Gotti è stata segnata, quando è uscito sconfitto dal processo di Brooklyn, grazie anche alla testimonianza di uno dei suoi uomini, Sammy “Bull” Gravano, diventato collaboratore di giustizia. Il boss nasce nel 1940 nel South Bronx da una povera famiglia italiana con 11 figli. A 16 anni lascia la scuola e si unisce ad una gang di East New York ed in breve tempo diventa uno dei killer preferiti da “Charlie Wagons” Fatico, quest’ultimo un uomo del clan Gambino. Il primo arresto arriva negli anni 50. Uscito di cella il primo omicidio eccellente. Gotti, vestito da poliziotto, in un locale pubblico uccide McBratney che aveva sequestrato e ucciso il figlio di Carlo Gambino, il capo della famiglia.  “Teflon” emerge come braccio destro di Aniello “neil” Dellacroce, uno dei boss più vicini a Gambino ed inizia a dedicarsi al traffico di droga. Alla fine degli anni ’70, all’interno della famiglia si crea una spaccatura tra la fazione guidata da Dellacroce e quella di Paul Castellano. Dellacroce muore per un tumore e Gotti si trova al vertice e decide di ordinare un altro delitto eccellente. La sera del 16 dicembre 1985, nel cuore di Manhattan, gli uomini di Gotti uccidono a colpi di mitra Paul Castellano e il suo autista davanti alla “Sparks Steak House”. Gotti diventa il “padrino” incontrastato dei Gambino a New York fino al 1992. La condanna all’ergastolo pronunciata nel Tribunale di Brooklyn, al termine di un processo durato mesi (in aula si erano fatte vedere anche star di Hollywood come Mickey Rourke ed Anthony Quinn), sancisce la fine di un padrino che l’FBI, dopo 25 anni, riesce ad incastrare. 
Mara Testasecca


FORMIGONI RINVIATO A GIUDIZIO
12 giugno 2002

Milano. Il 4 marzo dell’anno prossimo è previsto il processo al presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, imputato numero uno incriminato per corruzione, abuso d’ufficio e favoreggiamento nella vicenda delle presunte tangenti sulla discarica di Cerro Maggiore, per cui Paolo Berlusconi ha chiesto il patteggiamento (se ne discuterà in aula il 27 giugno) versando 48 milioni di euro a titolo di risarcimento danni. E Formigoni ha attaccato sostenendo che <<vengo messo sotto accusa perché lavoro per risolvere i problemi della mia Regione. Ma vado avanti a lavorare>>. Ciò che ha fatto infuriare il Presidente della Regione è stato il decreto del giudice Luca Pistorelli, il quale ha emesso il provvedimento di rinvio a giudizio senza motivazioni, fissando solo la data del processo. Nonostante sia la legge a consentirlo, Formigoni ha protestato: <<Constato che il decreto è del tutto immotivato. E, infatti, il giudice non ha saputo dare una sola motivazione. Dopo anni di indagini e mesi di udienze, il giudice non ha fatto altro che passare le carte tali e quali le aveva ricevute>>. Intanto, il giudice Pistorelli ha disposto il rinvio a giudizio per altre undici persone, tra cui l’assessore regionale all’Ambiente, Franco Nicoli Cristiani, e l’amministratore della Auchan Italia, il francese Patrick Lesaffre, che aveva pagato alcuni miliardi di lire per la costruzione di un supermercato nell’area bonificata. L’inchiesta, condotta dai pubblici ministeri Giulia Perrotti e Margherita Taddei, era finita davanti a Pistorelli con una richiesta di rinvio a giudizio per 53 persone, più una richiesta di assoluzione per un imputato. Molti imputati, però, hanno preferito scegliere riti alternativi, evitando così il processo, come ha fatto anche il fratello del Cavaliere, che ha chiesto il patteggiamento.
Il piano di bonifica della zona della discarica era stato firmato, il 14 giugno ’99, dal Governatore della Lombardia insieme con i Comuni di Cerro Maggiore e Rescaldina, con l’Asl di Milano, la Simec di Paolo Berlusconi e la Omnia Res Seconda, collegata alla francesce Auchan. Il programma di bonifica prevedeva una spesa di 40 miliardi di lire, 20 milioni di euro attuali, per cui la Procura aveva sospettato il pagamento di tangenti.
Lorenzo Baldo


NUOVA SVOLTA NEL CASO NAPOLI
12 giugno 2002

Napoli. Nella mattinata dell’11 giugno scorso, c’è stata una sorta di non dichiarato incidente diplomatico tra Commissione Antimafia e Csm. In serata, invece, si è verificato un incidente diplomatico tra Cordova e la Commissione Antimafia. Nel “caso Napoli” ora le cose sembrano essersi ulteriormente complicate. Tutto è cominciato dal fatto che lo scorso 16 maggio erano previste, contemporaneamente, due diverse audizioni del procuratore capo di Napoli Agostino Cordova: una davanti alla Prima Commissione del Csm, che ha aperto un procedimento per valutare un eventuale trasferimento del Procuratore per incompatibilità ambientale e funzionale; l’altra alla Commissione, in trasferta a Napoli. I parlamentari dell’Ulivo avevano chiesto di accettare le richieste che ufficiosamente erano arrivate da Palazzo dei Marescialli. L’audizione di Cordova sarebbe potuta essere rimandata poiché la Commissione poteva rimanere quattro giorni nel capoluogo partenopeo, mentre al Csm c’era la necessità di concludere al più presto l’istruttoria, poiché il consiglio è prossimo alla scadenza. Tuttavia, per l’ostinazione del centrodestra – per la centralità del Parlamento – l’audizione in Commissione non si è potuta rinviare. Cordova, quindi, dopo aver parlato, ha dovuto lasciare a metà la riunione al Csm ed è stato a quel punto che è scoppiato il secondo “incidente” diplomatico, questa volta tra il Procuratore e l’Antimafia. In Consiglio, per difendersi, Cordova aveva sostenuto che le accuse si basavano su un verbale non completo delle sue dichiarazioni all’Antimafia, che si trattava, cioè, di un testo troppo sintetico rispetto a quanto realmente detto dal Procuratore. E, da qui, era scaturita la richiesta di acquisire il verbale definitivo. Ad ogni modo, le dichiarazioni di Cordova sono riuscite a provocare un momento di forte unità tra maggioranza e opposizione. All’Antimafia questo non è piaciuto, anche perché si è trovata a dover ascoltare un magistrato proprio sulla base di quelle dichiarazioni che lui stesso aveva definito frutto di un verbale incompleto e, quindi, in certo qual modo depistante. Il caso è stato sollevato dai parlamentari dell’Ulivo mentre Cordova era in viaggio tra Roma e Napoli: quando il Procuratore è arrivato la prima cosa che il presidente dell’Antimafia Roberto Centaro gli ha chiesto è stato se le sue dichiarazioni, così come riportate dalle agenzie di stampa, corrispondessero al vero e Cordova ha confermato. Così, la seduta è stata sospesa, poiché prima va fatta la stesura definitiva del verbale della precedente audizione e, poi, la nuova, per esigenza tecnica. Politicamente, però, è stato uno schiaffo. Senza contare che Cordova, per quasi venti minuti, ha tentato invano di parlare davanti alla Commissione e, alla fine, è stato rispedito indietro.
Lorenzo Baldo


NDRANGHETA: ARRESTATO LATITANTE A ROMA
13 giugno 2002

Roma. Domenico Stillitano, elemento di spicco della ‘Ndrangheta è stato arrestato a Roma dai carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria. Il boss ricercato per una condanna a 11 anni per associazione di tipo mafioso sarebbe affiliato al clan mafioso “Rosmini”.


APPALTI IN SICILIA SI CAMBIA…
13 giugno 2002

Palermo. Il flusso di denaro che Agenda 2000 (diciottomila e settecento miliardi di lire) riverserà nel centro sud, ed in Sicilia in particolare ha suscitato preoccupazioni da parte di autorevoli rappresentanti delle Istituzioni per le possibili infiltrazioni mafiose.  Ricordiamo le dichiarazioni del Procuratore Nazionale Antimafia Piero Luigi Vigna il quale ha confermato che imprese colluse con la mafia si stanno <<mimetizzando>> e ha denunciato le difficoltà degli operatori ad interpretare le continue modificazioni sulla legge Merloni. Il procuratore di Palermo Pietro Grasso, in una recente audizione alla Commissione Antimafia, ha confermato che Cosa Nostra ha “molti interessi” nel settore appalti. Una affermazione, questa, riscontrata in una intercettazione ambientale in cui il figlio di Toto Riina, Giuseppe dice: <<abbiamo messo qualcuno a studiare i bandi di Agenda 2000?>>. In questo quadro si inserisce la decisione del Parlamento Siciliano guidato dal Presidente della Regione Totò Cuffaro sulla questione appalti. Ma andiamo per ordine. Il 12 giugno scorso, alle ore 15.30, alla Sala d’Ercole, è stata convocata una riunione di commissione legislativa. Il primo rappresentante dell’opposizione, Domenico Giannopolo, è arrivato alle 15,43 e la maggioranza (sette esponenti della casa delle libertà) avevano già approvato in tredici minuti quaranta articoli del disegno di legge, cinque emendamenti proposti dal governo, e bocciato a raffica oltre un centinaio di emendamenti proposti dal centro sinistra. Il parlamento siciliano per la prima volta dopo il 1993, anno in cui si mise a nudo il meccanismo inquinato e inquinante degli appalti, ha rimesso “a nuovo” la legge sugli appalti. Il governo di allora (1993) approvò una legge per ridimensionare la licitazione privata per limitare l’invadenza mafiosa. Ora con la nuova normativa siamo tornati indietro di nove anni. Il colpo “del gambero”. Ecco alcuni punti del nuovo disegno di legge. A contendersi gli appalti saranno le imprese invitate dalla stazione appaltante, la trattativa privata prima era prevista non oltre la soglia dei centocinquanta milioni di lire mentre ora è stata estesa sino a seicento milioni. L’incarico dei progettisti è diventato una questione di fiducia fra la politica regionale e locale e il mondo professionale, infatti ora la gara prevista per le parcelle oltre gli ottanta milioni di lire è stata aumentata a quattrocento milioni. Ora basta un accordo formale tra le due parti. Attualmente in Sicilia ci sono cinquecento stazioni appaltanti mentre la legge del 1993 ne prevedeva la riduzione a dieci. Provvedimenti, questi, che fanno pensare alla storica dichiarazione del ministro delle infrastrutture Lunardi: <<dobbiamo convivere con la mafia>>. Intanto il presidente della commissione, Nino Beninati (Forza Italia), che ha varato la nuova legge sugli appalti ha dichiarato: <<Questa legge permetterà di rendere più celeri le procedure di appalto e dunque di spendere facilmente i fondi di Agenda 2000>>.
Marco Cappella

ANTIMAFIADuemila N°23

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