Sta per finire la pax mafiosa
di Maria Loi
La mafia siciliana è pronta a rialzare la testa e a sferrare nuovi attacchi se non sarà alleggerita la posizione dei detenuti sottoposti al regime del 41 bis.
E’ la conclusione a cui giunge l’ultimo rapporto semestrale della Dia al Parlamento, la Direzione Investigativa Antimafia, diretta da Achille Dello Russo e voluta da Giovanni Falcone, che fornisce il ritratto impietoso del problema criminalità organizzata in Italia. E lo fa disegnando una mappa virtuale che vede il sud interessato da fenomeni criminali più estesi e complessi in via di recupero “dopo una lunga stagione di disorientamento”; il centro preda di penetrazioni finanziarie tese al lavaggio di denaro sporco; il nord teatro di forme sempre più radicate di organizzazioni mafiose locali e strutture criminali straniere, sempre più numerose e suddivise in clan albanesi, nord africani, est-europei, russi, cinesi e maghrebini.
Un potere mafioso quasi per nulla compromesso dalla sistematica pressione giudiziaria a cui è sottoposto, quindi, e sempre più operante nei settori di riciclaggio, estorsioni, usura, sfruttamento della persona e traffico internazionale di stupefacenti, ma più in particolare in quello dei pubblici appalti. Il quale costituisce non solo la principale fonte di sostentamento di Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra e in parte anche di Sacra Corona Unita, ma “occasione privilegiata di infiltrazione nel tessuto produttivo del nostro paese, di condizionamento delle attività amministrative locali e di arricchimento estorsivo”.
Ed è infatti attraverso tale illecita gestione, spiega il rapporto, che Cosa Nostra si pone come obiettivo “quello di riuscire a controllare gli aspetti essenziali della vita politica ed economica dell’isola, contribuendo così a rafforzare il dominio sul territorio, a consolidare il consenso sociale e a potenziare le singole famiglie nel territorio, nella società e nell’ambiente politico e amministrativo”. Il tutto all’ombra di una pax mafiosa necessaria a distogliere l’attenzione delle forze dell’ordine. Esemplare in questo senso la zona del messinese, dove le diverse realtà criminali presenti, in lotta fra loro, hanno determinato un periodo di tregua in vista dell’ormai imminente costruzione del Ponte di Messina e “sotto la logica dell’inabissamento imposto dalle più potenti organizzazioni di ‘Cosa Nostra’ che stanno avendo un controllo, sempre più diretto, dell’attività estorsiva relativamente a tutte le opere pubbliche più rilevanti”.
Allo stesso modo la ‘Ndrangheta, “che continua ad affermarsi nel panorama criminale, non soltanto nazionale, con grande determinazione e autorevolezza”, avrebbe evitato situazioni di conflittualità interna “per poter così approfittare senza rischi dell’opportunità di guadagno nel settore degli appalti”. Primo fra tutti, nel corrente periodo, quello per l’ammodernamento dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria, dei cui introiti “beneficiano tutte le ‘ndrine calabresi, comprese quelle non direttamente coinvolte nei lavori ed operanti in zone distanti dai cantieri autostradali”. Ottenuto, questo, grazie alla complicità di alcuni funzionari e tecnici dell’Anas, lo stesso ente che avrebbe dovuto vigilare sul regolare andamento dei lavori ammontanti a circa 180 miliardi di vecchie lire.
Grande preoccupazione, spiegano gli analisti della Dia, desta anche il pericolo di infiltrazione delle ‘ndrine nell’opera di realizzazione del ponte sullo stretto di Messina dove la ‘Ndrangheta agirebbe in combutta con Cosa Nostra alla quale è strettamente legata. Tanto da essere in procinto di attuare una ristrutturazione interna verso una forma organizzativa verticistica sul modello della stessa mafia siciliana. E non solo numerose operazioni di polizia quali Ateneo, Panta-Rei o Golden Bridge hanno dimostrato connessioni tra i clan calabresi e quelli isolani ma questi ultimi, in più occasioni, si avvarrebbero “dei canali di rifornimento dei calabresi per approvvigionarsi di sostanze stupefacenti”. Nel traffico delle quali l’organizzazione ‘ndranghetista, appunto, ha consolidato il proprio ruolo operando anche in altre regioni d’Italia, prevalentemente al nord, dove sarebbe riuscita ad insediarsi “con centrali che comunque fanno sostanzialmente riferimento alla terra di origine”. In Piemonte, si legge nel rapporto “al consolidamento sul territorio si è aggiunto un assestamento strutturale che ne ha aumentato l’impermeabilità alle investigazioni” e la regione è considerata “obiettivo sensibile per i rilevanti afflussi di denaro che la interesseranno in vista delle Olimpiadi Invernali del 2006”. In Liguria, invece, si parla di infiltrazioni “in importanti settori economici quali l’edilizia, la ristorazione e, soprattutto, lo smaltimento dei rifiuti”. Solo la famiglia Nucera, originaria di Condofuri (RC), si sarebbe aggiudicata numerose gare in diversi comuni dell’area del Tigullio, mentre i Mamone della Piana di Gioia Tauro sarebbero titolari di una società che a Genova ha già vinto un cospicuo numero di appalti pubblici.
‘Ndrangheta, ma anche Cosa Nostra e Camorra non sono più soltanto un problema del Mezzogiorno.
E se la prima opera sul territorio nazionale, non dando attualmente vita a gruppi sufficientemente strutturati da far pensare ad articolazioni capaci di presentarsi come strumento organico dell’associazione madre, ma occupandosi prevalentemente di riciclaggio, la seconda è fortemente attiva in regioni quali la Liguria, le Marche, il Veneto, il Trentino Alto Adige. Mentre in Toscana risulta essere inserita nel tessuto economico e sociale di determinate province “soprattutto attraverso il recupero ed il controllo di vari esercizi commerciali e di imprese utilizzate per il riciclaggio di denaro sporco e per l’aggiudicazione di appalti pubblici”. Per quanto concerne la situazione interna al territorio campano, invece, nel mirino delle cosche sarebbero, tra gli altri, i lavori per la terza corsia dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria e il completamento della dismissione degli impianti del complesso metallurgico dell’ILVA a Bagnoli. E’ essenziale inoltre segnalare la scelta di collaborare con l’Autorità Giudiziaria dei boss Rossi Bruno e Giuliano Luigi, importanti figure del panorama delinquenziale napoletano. Il secondo, “per decenni capo carismatico dell’omonimo gruppo” ha già rivelato “l’esistenza di un accordo intercorso tra il gotha di mafia, Camorra e ‘Ndrangheta nel rispettare un periodo di non belligeranza per concentrarsi su degli obiettivi specifici quali l’eliminazione o comunque l’attenuazione dell’art. 41 bis o.p., la neutralizzazione dei pentiti, l’abolizione dell’ergastolo”.
E sarebbero proprio tali problematiche legate alla situazione carceraria la possibile causa scatenante di nuove reazioni violente da parte della malavita organizzata. L’allarme viene dagli ambienti di Cosa Nostra siciliana, già protagonista della stagione stragista dei primi anni Novanta a seguito della quale aveva subito una tremenda lacerazione interna tra l’ala dura rappresentata da Totò Riina, Leoluca Bagarella e Vito Vitale e i moderati guidati dall’attuale capo Bernardo Provenzano. Lo stesso Provenzano che sarebbe oggi impegnato nell’obiettivo di ripristinare l’unitarietà compromessa della struttura criminale nell’intento di restituire all’organizzazione una monolitica compattezza, “che per il futuro costituisce condizione imprescindibile per la sua stessa sopravvivenza”.
Tra i presupposti necessari alla buona riuscita del progetto, si legge nel documento, l’eliminazione della “rete-cerniera mafiosa tra imprenditoria e politica”, segmento “debole”, “nocivo” e “inaffidabile”, che, se attuata, “conferirebbe più segretezza e forza criminale alla reale cupola mafiosa-politica-imprenditoriale ed ai suoi referenti istituzionali”. Nonché il recupero delle articolazioni provinciali e locali che avevano condiviso la linea dura.
Cosa che l’attuale capo di Cosa Nostra starebbe tentando e lo dimostrano le recenti indagini condotte in provincia di Agrigento, dove ha sede una delle articolazioni-pilastro dell’intera organizzazione regionale, e che hanno portato all’arresto dei capi mandamento locali impegnati in una riunione destinata ad eleggere il nuovo “rappresentante provinciale”. “I ‘capi mandamento’ in parola – è scritto nel rapporto – non si erano mossi di propria iniziativa, ma avevano, così come risulta dalle loro conversazioni intercettate, ricevuto un vero e proprio ordine dall’esterno, segno che ai vertici di ‘Cosa Nostra’ viene ritenuto indispensabile disporre di un raccordo ‘istituzionale’ con la struttura mafiosa di quella provincia. E’ facilmente intuibile – prosegue – che non si tratta di una questione meramente formale ma di un atto essenziale per poter ripristinare i canali operativi destinati, soprattutto, a veicolare gli accordi e le direttive inerenti il sistema di spartizione degli appalti pubblici a livello regionale”.
Territorio da recuperare, secondo il collaboratore di giustizia Antonino Giuffré, sarebbe anche quello di Trapani, attualmente esente da conflittualità interne e guidato dal detenuto Vincenzo Virga e dal latitante Matteo Messina Denaro, tra i protagonisti, appunto, della stagione stragista.
Ed è forse nell’ambito di quest’azione di recupero che andrebbero inquadrati i legami esistenti tra lo stesso Denaro e il medico Giuseppe Guttadauro, uomo di fiducia del Provenzano, che fino alla data del suo arresto imponeva insieme al latitante Salvatore Lo Piccolo la rigida osservanza del rispetto delle gerarchie e delle principali regole mafiose nel palermitano.
Ma proprio in ragione di un tale progetto di riunificazione, continua il rapporto, è necessaria l’immediata risoluzione del problema dei carcerati il consenso dei quali, sia per numero che per qualità, appare fondamentale. Anche per questo “non si può tassativamente escludere che eventuali condizionamenti di alcuni collaboratori di giustizia (il riferimento potrebbe essere a Pino Lipari ndr.) possano perseguire il fine non tanto di contaminare singoli processi quanto di orientare in qualche modo il sistema giudiziario processuale a favore” proprio dei detenuti.
Gli stessi che non hanno mancato di far sentire la propria voce, dapprima attraverso la lettera di Pietro Aglieri – che chiedeva allo Stato un alleggerimento della loro posizione senza passare per la via della collaborazione con la giustizia o della dissociazione – e poi con il proclama di Leoluca Bagarella il quale annunciava una serie di manifestazioni di protesta “…a nome di tutti i detenuti ristretti presso questa Casa Circondariale de L’Aquila, sottoposti all’articolo 41 bis, stanchi di essere strumentalizzati, vessati, e usati come merce di scambio dalle varie forze politiche…”. Iniziative, queste, abbracciate in seguito da detenuti appartenenti non solo a Cosa Nostra, ma anche ad altre consorterie mafiose quali ‘Ndrangheta, Camorra e Sacra Corona Unita, una rete “in grado di agire ovunque, in Italia e all’estero, e di avvalersi di un ventaglio di complicità e connivenze di considerevole ampiezza”.
Ed è qui che il rapporto spiega come “minacce espresse (in videovisione) dalla mafia, se dovessero rimanere prive di seguito, indurrebbero una caduta di credibilità sull’intera organizzazione”. Compromettendone l’autorevolezza e quindi il potere e affievolendo “posizioni che hanno avuto bisogno di anni per consolidarsi”.
In uno scenario di questo tipo, continuano gli analisti della Dia, il Provenzano lascerebbe campo libero alle forze dell’esercito corleonese in accordo con Riina - insieme al quale continuerebbe a esercitare il comando dell’organizzazione - in una sorta di gioco delle parti “preventivamente concordato”. E di fronte alla possibilità di una reazione violenta della mafia o di un nuovo tentativo di mediazioni, concludono, sarebbe “da prendere in seria considerazione la prima ipotesi”. La guerra allo Stato potrebbe ricominciare.
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Il controllo degli appalti
E’ nella realizzazione delle piccole e grandi infrastrutture pubbliche “che le organizzazioni criminali hanno trovato la linfa vitale delle proprie strategie pervasive della vita economica, imprenditoriale e finanziaria del nostro Paese, compiendo un ‘salto di qualità’ ed ‘emancipando’ i propri orizzonti verso obiettivi enormemente più remunerativi rispetto alle forme comuni della delinquenza ‘tradizionale’”. Sottolinea così, il rapporto semestrale della Dia, l’importanza fondamentale per le mafie dell’infiltrazione illecita nei pubblici appalti. In un capitolo interamente dedicato all’argomento spiega come i tentativi di manipolazione e pilotaggio possano essere attuati in tutte le fasi della realizzazione dell’opera pubblica: dal momento della gara a quello dell’esecuzione dei lavori, fino al collaudo e alla successiva consegna. E gli analisti della Dia si rifanno alle dichiarazioni dei noti collaboratori di giustizia Angelo Siino e Salvatore Lanzalaco e quindi al cosiddetto “tavolino” innestatosi nel preesistente meccanismo di attribuzione degli appalti. Questo, spiegano, “consisteva nel subentrare nel ruolo di ‘arbitro’ del complesso meccanismo imponendo una regia occulta che organizzava una ‘turnazione nell’aggiudicazione’ di appalti per opere pubbliche reso efficiente grazie all’adesione degli imprenditori compiacenti i quali, nelle gare che non dovevano essere loro assegnate, permettevano, con offerte in appoggio o col sistema dei ribassi, la perfetta operatività del sistema stesso”. Un intervento successivamente e progressivamente sistematizzato e pianificato su tutto il territorio regionale il quale ha determinato “una regolamentazione del mercato con innegabili vantaggi economici di cui tutti, alla fine, erano beneficiari”. Tutte le imprese, infatti, avevano la garanzia di ottenere a turno “l’aggiudicazione di pubblici appalti offrendo il minimo ribasso con un notevole incremento dei margini di profitti”. Garantendo, di conseguenza, maggiori tangenti a Cosa Nostra ed ai referenti politici. “Conclusivamente – continua il rapporto – ‘Cosa Nostra’ ed altre organizzazioni similari hanno così dimostrato di potersi inserire prepotentemente in questo tipo di attività, potendo contare su enormi disponibilità di capitali, per larga parte di provenienza illecita ed apportando, inoltre, l’ulteriore valore aggiunto rappresentato da un indubbio potere coercitivo ed intimidatorio, nonché un fitto reticolo di connivenze e di interessi che legano la criminalità organizzata al mondo politico-imprenditoriale”. Per quanto concerne la Calabria, “l’assenza di una struttura verticistica in grado di coordinare l’azione delle singole famiglie in relazione ad appalti la cui rilevanza travalichi i confini di ciascun mandamento, ha spesso determinato feroci conflitti d’interesse”. Ciascuna famiglia faceva infatti riferimento ad un’azienda sulla quale venivano diretti i subappalti le forniture, i servizi ed i trasporti “a prezzi imposti, in quanto non determinati dalla logica della libera concorrenza di mercato. Quest’azienda di riferimento aveva, altresì, il compito di organizzare il sistema di pagamento del ‘pizzo’ realizzando, in tal modo una sorta di ‘doppia estorsione’”. Diverso il fenomeno nella zona della Campania dove i primi contatti in questo senso furono presi alla fine degli anni Settanta dalla famiglia facente capo a Raffaele Cutolo tramite l’estorsione e il ricatto. Qui, continua il documento, “il rapporto mutò ad opera degli imprenditori che, pur nel subire vessazioni, si resero conto degli enormi vantaggi che potevano trarre da tale sodalizio in termini di accaparramento nel mercato delle opere pubbliche, di recupero crediti o di pace sindacale”. Questo, in un periodo in cui la regione usufruiva delle risorse finanziarie giunte in seguito al terremoto dell’80 e mentre i cutoliani cedevano il passo alla Nuova Famiglia. Con la quale venne a determinarsi un nuovo modus operandi passando, per dirla con la Direzione Nazionale Antimafia, “dalla figura del camorrista-imprenditore a quella dell’imprenditore-camorrista”. La mafia campana assunse quindi rapidamente “la posizione di fulcro centrale del sistema, attuando intese ed impegni incondizionati con gli altri coo-protagonisti della vicenda: imprenditori e classe politica”. “i politici, che con il sostegno della criminalità avevano il controllo di vasti bacini elettorali, garantivano agli imprenditori posizioni di rilievo e libertà di azione nel mercato delle opere pubbliche, assicurando, in tal modo, enormi profitti che, successivamente, venivano redistribuiti ai camorristi e ai politici stessi”. In conclusione, e per quanto concerne la fase della cosiddetta post-aggiudicazione, gli analisti della Dia spiegano che la metodologia di infiltrazione avviene attraverso il taglieggiamento nei confronti degli aggiudicatari degli appalti o “con forme di coinvolgimento c.d. ‘simbiotiche’ delle imprese” che vincono le gare. “In entrambi i casi vengono spesso ad innescarsi una serie di ulteriori comportamenti strumentali delittuosi quali l’emissione di fatture per operazioni inesistenti cui gli imprenditori devono ricorrere per procurarsi ‘fondi neri’ con cui pagare ‘pizzo’ e ‘tangenti’ o il ricorso ai prestiti usurai che conduce inevitabilmente al controllo dell’economia legale da parte dei sodalizi malavitosi”.
ANTIMAFIDuemila N°30














