Smetta di fare il parafulmine racconti quel che sa
A Salvatore Riina ci permettiamo di scrivere:
Diciamoci la verità, zù Totò: la guerra è finita. Niente sarà più come prima. La sua Corleone è ormai davvero lontana. Ed è lontana anche la sua famiglia, costretta a girare da un capo all’altro dell’Italia per avere la magra consolazione di un colloquio mensile, ché questo è quello che prevede il regime del duro isolamento carcerario per i detenuti di mafia. Di tutto questo, lei, ovviamente, è il primo a rendersene conto. Sono diventato un parafulmine dell’Italia, ha dichiarato qualche settimana fa, e usando una parola che più appropriata non poteva essere, a una delegazione di radicali che venivano a farle visita in cella. Già: un parafulmine. E di chi, e per coprire le responsabilità di chi?
Molto difficilmente lei tornerà a essere un uomo libero, capace di dare ordini al suo esercito, composto di tanti soldati e picciotti, e colonnelli o generali come lei. Il tempo è impietoso con tutti, anche con i boss dei boss, con i capi dei capi, con i “papi”, con i mammasantissima, come si chiamavano una volta, in altre ere geologiche della mafia quelli come lei; i capintèsta, per intenderci. Le agenzie di stampa informano che lei è rimasta vittima di un infarto. Ma dicono anche che l’hanno sottoposta a un delicato intervento, dal quale si sta riprendendo bene, al punto da avere scambiato qualche parola con i suoi medici che, adesso – ci informano sempre le agenzie – appaiono un po’ più fiduciosi sul decorso della sua malattia.
Oggi, zù Totò, lei deve ammettere che i medici che la stanno curando - e le rivolgiamo, e ci voglia credere, un sincero augurio di pronta guarigione – sono medici di Stato. Potrà non piacerle, ma è così. Questi medici le stanno somministrando medicinali e cure di Stato. E forse, in 72 anni, è la prima volta che le capita di non dover ricorrere a medici compiacenti come dovrà esserle certamente accaduto nei lunghi anni della sua latitanza, e come è sempre accaduto a tutti i latitanti mafiosi che non potevano – e non possono - ricorrere all’assistenza pubblica.
Sappiamo bene quanto le pesa parlare. In dieci e più anni di carcere, pur avendo partecipato zelantemente a quasi tutte le udienze dei processi che la riguardavano (ed erano davvero tanti) lei ha parlato davvero lo stretto necessario. Qualche nome, qualche segnale, qualche giudizio beffardo, niente di più. E l’abbiamo vista ascoltare tantissimo, avendo fatto sempre la scelta professionale di seguirla – per questo giornale – nei processi che la riguardavano.
Dentro Cosa Nostra, nessuno meglio di lei è stato il simbolo vivente dell’omertà, del silenzio, degli ordini impressi solo con la potenza e il guizzo di uno sguardo, in una concezione laconica del comando guerriero che non ha bisogno di lunghi preamboli per farsi eseguire.
Di lei si ricordano frasi quasi monosillabiche, ma di indiscutibile effetto:<<Si sono fatti sotto>> (riferendosi ai rappresentanti delle istituzioni disposte a trattare fra la strage di Capaci e quella di Via d’Amelio); <<Torna a fare il soldatino a Corleone>> (a suo cognato, Leoluca Bagarella, al culmine di un dissidio particolarmente aspro); <<Ammazzateli dai 7 anni in su>> (riferendosi ai familiari dei pentiti, gli “infami” sui quali si abbatteva la sua ira). Ma come le dicevamo all’inizio, la guerra ormai è finita. Se lo sono giocati, zù Totò. Qualche giorno fa, lei ha mostrato di sospettarlo apertamente, quando ha dichiarato che qualcuno, persino dentro Cosa Nostra, lo aveva <<tradito>>. Guardi quel volpone dello zù Binnu, quel Bernardo Provenzano che sembra sempre che le forze dell’ordine stiano per catturarlo e invece non lo catturano mai…
Con uno come lei – ci permetta anche questa precisazione – è bene misurare le parole. Non ce la sentiremmo mai di invitarla al pentimento. Se abbiamo capito qualcosa della sua personalità, sappiamo che preferirebbe davvero andarsene all’altro mondo pur di non essere aggiunto, in extremis, alla lista dei Buscetta, dei Mannoia, dei Contorno, dei Calderone, dei Brusca, che tanto le hanno complicato la vita e che lei – da capo dei capi – ha profondamente disprezzato. Ma vorrà convenire con noi che se non si decide una buona volta a svuotare il sacco dei suoi segreti, i suoi nemici – non tutti disinteressati, non tutti in buona fede, non tutti appartenenti solo alle fila di Cosa Nostra – avranno avuto buon gioco di lei.
Racconti, allora. Chiami un magistrato, chiami un poliziotto, chiami un notaio, un cappellano o il suo avvocato, chiamo chi vuole, ma consenta l’individuazione di quei mandanti esterni alle stragi che sin qui sono riusciti a farla franca. Tutti hanno capito che le stragi di Capaci e di via D’Amelio, e quelle di Firenze, Roma e Milano, non furono solo farina di Cosa Nostra.
Tutti hanno capito – e sin dai tempi del bandito Giuliano, dell’uccisione del medico Navarra di Corleone, e del delitto Mattei, e del delitto De Mauro – che dietro di voi c’erano altri poteri occulti, molto più invisibili di voi. Se no perché lei avrebbe sentito il bisogno di dire di se stesso sono diventato il parafulmine dell’Italia?
La sua storia, zù Totò, è zeppa di segreti. Segreti da togliere il sonno, segreti che non sono piume, come non lo erano quelli di Stefano Bontade, al quale lei subentrò nella direzione di Cosa Nostra dopo avere dato l’ordine di assassinarlo. I suoi sono segreti di cose vissute, ma sono anche segreti ereditati. E quante volte, nel chiuso della sua cella, si sarà fatto una bella risata leggendo le <<fesserie>> che scrivono i giornali su questi argomenti o ascoltando per televisione le roboanti proclamazioni antimafia di qualche politico che lei invece sapeva essere sul libro paga di Cosa Nostra.
Rimetta ordine, zù Totò. Offra – come si dice in gergo – qualche <<interessante spunto d’indagine>>. Accenda i riflettori su quelle complicità con la politica e con le istituzioni, senza le quali l’organizzazione che lei per tanti anni ha diretto non sarebbe stata altro che un fuscello esposto ai marosi della storia. Tantissimi collaboratori di giustizia hanno detto: questo poteva saperlo solo u zù Totò … vedrà che se si deciderà ad aprire bocca, le parole le verranno una dietro l’altra. E vedrà che dormirà meglio, e guarirà molto prima. Auguri, zù Totò.
Per gentile concessione
dell’autore
ANTIMAFIDuemila N°32














