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Emergenza Ordinaria

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Cosa Nostra torna a minacciare i magistrati
di Giorgio Bongiovanni


Cosa Nostra rompe il silenzio e torna a minacciare la vita dei magistrati.
Ancora una volta sono state le cimici, piazzate in un casolare dell’agrigentino, a svelare il progetto di attentato che l’ala stragista di Cosa Nostra aveva intenzione di portare a termine. Dalle registrazioni, sebbene un po’ confuse, si distinguono chiaramente i concetti principali: un’esecuzione a breve distanza, il nome di Leoluca Bagarella e l’assenso di Provenzano. Secondo la ricostruzione degli inquirenti i mafiosi, travestiti da agenti portavalori, dovevano inscenare un finto guasto al furgoncino da loro custodito e quindi fermare o rallentare la macchina di un giudice per poi attaccarlo facendo fuoco con i kalashnikov.  L’ordine sarebbe venuto direttamente dal boss Leoluca Bagarella, detenuto al 41 bis da ormai 7 anni e il piano omicida sarebbe stato approvato dal superlatitante Bernardo Provenzano. Immediate le reazioni del Procuratore di Palermo Piero Grasso che, dopo essersi irritato per l’ennesima fuga di notizie che brucia l’ennesima pista sulla scia di Provenzano, ha immediatamente informato il capo della polizia Gianni De Gennaro e il Prefetto di Palermo affinché vengano rafforzate le misure di sicurezza dei giudici più esposti. Al momento nessun nome specifico è stato reso noto. «Magari si fosse individuato l’obiettivo - ha dichiarato il Procuratore Aggiunto Anna Maria Palma, che si occupa delle indagini nella provincia di Agrigento. - Avremmo potuto allertare e proteggere un solo magistrato». Invece di fatto la tensione è calata su tutti. Non solo sui magistrati,  sarebbero tornati nel mirino della vendetta mafiosa anche i collaboratori di giustizia. E non solo a Palermo. Spuntano infatti, tra gli altri, i nomi di Franco Lo Voi, passato al CSM dopo essere stato in servizio presso la DDA di Palermo e Alfonso Sabella, oggi sostituto procuratore a Firenze. In particolare la storia personale di quest’ultimo rende purtroppo molto fondati i timori per la sua incolumità. Prima di tutto perché è senza scorta. Sarebbe quindi abbastanza “facile” quel tipo di agguato, da vicino, senza bisogno di bombe. Infatti, da quando è stato rimosso dal Ministro Castelli, che ha soppresso l’ufficio ispettivo al DAP dove era impiegato, e trasferito nel capoluogo toscano, può usufruire soltanto di una tutela. Cioè di un’auto blindata con autista; questo se è a Firenze. Mentre quando si reca a Roma, dove vive la sua famiglia, ha a sua disposizione, saltuariamente, un’auto di polizia, non blindata. Se invece va a trovare i genitori a Bivano, nell’agrigentino, non ha niente, gira da solo. A questo si aggiunga che Alfonso Sabella è il magistrato che ha fatto arrestare Bagarella, così come ha fatto condannare all’ergastolo il figlio di Riina, Giovanni. Ed è soprattutto colui che, mentre lavorava al DAP, ha di fatto scoperto e arginato il tentativo di alcuni dei boss mafiosi più pericolosi di trattare con lo Stato. Proponendo una dissociazione da Cosa Nostra - che non ha niente a che vedere con la collaborazione - al fine di ottenere dallo Stato il miglioramento della propria condizione carceraria regolata dal duro regime stabilito dal 41 bis. Inoltre non solo Sabella ha sventato la strategia dell’ala carceraria di Cosa Nostra, ma ha anche posto l’accento sull’effettività del 41 bis e sul rischio che questo sia stato notevolmente svuotato dal suo progetto iniziale. Ed è in seguito a questa denuncia che è stato rimosso. Di fatto, però, se Leoluca Bagarella riesce tranquillamente ad impartire ordini dal super carcere ci chiediamo quanto questo regime carcerario sia severamente applicato. A nostro parere boss di questo calibro dovrebbero essere osservati a vista. Tutti, non solo Totò Riina perché fa notizia. Se è poi vero che Bernardo Provenzano ha dato il suo nulla osta significa che la questione carceri, che da dieci anni ormai spacca in due la Cosa Nostra dei boss, si può risolvere solo con un morto eccellente. Significa che i detenuti illustri si sono stufati di aspettare e che dai proclami, che suonavano come inequivocabili minacce a chi - come dichiarato sempre da Bagarella, Nino Madonia e i fratelli Graviano - non aveva mantenuto le promesse, hanno deciso di passare ai fatti. E chi meglio di un servitore dello Stato che è stato delegittimato e poi lasciato senza protezione? Rimasto tale nonostante, sempre Bagarella, durante un’ispezione nelle carceri gli disse: «dotturi che fa canciò mestieri?» Per la serie: non le è bastato arrestarmi, che fa mi perseguita? Ne uccidiamo uno, ne educhiamo cento e riapriamo le trattative, sintetizza allarmato il procuratore aggiunto Sergio Lari. Oppure la strategia di Provenzano, prosegue il magistrato, potrebbe essere tutta un’altra. Riaccendere i riflettori sulla pericolosità ancora attiva dei boss stragisti così da costringere il governo delle mancate promesse a buttare via la chiave e ad archiviare per sempre quella parte della trattativa ormai troppo scomoda per tutti. E non è da escludersi, in questa logica, che anche la fuga di notizie possa essere stata pilotata proprio a tale scopo. Anche perché, continua il dottor Lari, ormai il 41 bis può dirsi annacquato al punto che nel colloquio mensile con i parenti non sarebbe poi così complicato far uscire un qualsivoglia messaggio. Come giornalisti di ANTIMAFIADuemila e come cittadini della società civile chiediamo al Ministro degli Interni Giuseppe Pisanu e al Capo della polizia Gianni De Gennaro, già esperto di questi casi, di inviare l’esercito in Sicilia e di disimpegnare il numero più alto possibile di uomini delle forze dell’ordine affinché i Vespri Siciliani siano preventivi e non curativi. E non solo a Palermo, ma ovunque ci siano magistrati a rischio come Sabella stesso, Lo Voi e anche il sostituto procuratore Luca Tescaroli, anch’egli da poco destinatario di minacce. In Italia non esiste solo il pericolo del terrorismo. Viviamo da anni ormai un’emergenza ordinaria che si chiama Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, Camorra ecc... che ancora una volta viene sottovalutata e relegata dai maggiori quotidiani in un quadretto di copertina che rinvia all’interno. La sottovalutazione portò alla morte di Falcone e ancor di più a quella del giudice Borsellino, poiché la strage di Via D’Amelio sembrava fuori dalla logica di Cosa Nostra. Una logica che spesso non si è capita o che forse ad alcuni fa comodo far finta di non capire.


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