Roma sotto il controllo delle cosche
di Monica Centofante
Roma come Palermo. Una fetta di territorio della capitale, comprendente le vie Marranella, Tor Pignattara, Acqua Bulicante e piazza Roberto Malatesta, sotto il controllo di una banda “che valendosi della forza di intimidazione del vincolo associativo persegue scopi corrispondenti a quelli dell’associazione di tipo mafioso”. Nel testo della requisitoria del procedimento “Banda della Marranella” il pm Luca Tescaroli parla della mafia romana. Di un sodalizio in fase di espansione con il principale obiettivo di controllare la “gestione dei videopoker all’interno degli esercizi pubblici e privati, mediante il ricorso a variegate tipologie delittuose”. E dedito a reati di furto e rapina nei confronti di esercizi commerciali e istituti bancari, a reati di abusiva attività finanziaria e usura, a delitti di ricettazione, tentato omicidio, illecita detenzione e porto d’armi, esercizio di scommesse clandestine relative a competizioni sportive e traffico di sostanze stupefacenti. Più in particolare cocaina, proveniente dall’estero, immessa sul mercato attraverso la diretta cessione a consumatori e ad ulteriori intermediari e acquistata sistematicamente e in grande quantità anche grazie all’impiego dei proventi derivanti dalla gestione illecita dei videopoker e dall’attività usuraia.
Al vertice del sodalizio Salvatore Sibio e Rolando Gaglieti seguiti da Sabino Sibio, Agostino Ponzo, Umberto Anastasi, Stefano Guidotti, Vincenzo Ambrosiani, Guglielmo Schifone.
Legato all’associazione anche Danilo Sbarra- l’ingegnere considerato vicino a Cosa Nostra e amico del boss Pippo Calò – accusato di delitti di usura (quella pretesa ai danni di Pino Sauri insieme a Simonetta Longo e quella a carico di Alfonso Silvia) e di abusiva attività finanziaria, della quale ne risponderebbe anche il figlio Duilio Sbarra.
Tutti soggetti al centro di servizi di osservazione, controllo e pedinamento “dai quali risultano la conoscenza reciproca e gli assidui rapporti di frequentazione” oltreché i comportamenti violenti e minacciosi messi in atto dal gruppo al fine di imporsi e condizionare il principio economico del libero mercato. Uno dei punti cardine dell’associazione di tipo mafioso, tra le cui peculiari caratteristiche, sottolinea Tescaroli, vi è proprio “l’acquisizione della gestione (o, comunque, del controllo) di attività economiche”.
Per raggiungere l’obiettivo, annota Tescaroli, la costituzione di una ditta individuale, la “Sabino Sibio”, avviata ai primi di gennaio del 2000 da Salvatore Sibio durante un periodo di detenzione domiciliare concesso per motivi di salute. E’ in quello stesso anno che prendono il via le indagini. L’11 dicembre del 2000, i Carabinieri del Ro.No. di Roma ricevono un esposto anonimo. Segnalata nell’esposto una presunta condotta estorsiva posta in essere nel quartiere romano Marranella-Torpignattara ai danni di “una bisca e due bar in via Tempesta”. A gestire la bisca la signora Dina De Santis e la figlia Maria Pia De Angelis, le prime a confermare ai militari la circostanza menzionata nel documento e a raccontare delle visite di Salvatore Sibio al loro circolo. L’uomo, chiamato “er Tartaruga”, avrebbe tentato di circuire la De Angelis “con inviti a cena e chiare richieste a sfondo sessuale” ma, dopo l’esplicito rifiuto, avrebbe preteso e ottenuto che gli incassi dell’esercizio venissero ritirati dai suoi collaboratori prima di costringere le due donne a cedere il locale. Dichiarazioni che hanno trovato riscontro nella meticolosa attività di verifica degli inquirenti, che partendo dalle confessioni delle due donne hanno individuato numerosi ulteriori commercianti vittime dell’attività del sodalizio.
96 sono i videopoker appartenenti alla ditta “Sabino Sibio” individuati dagli inquirenti in numerosi esercizi pubblici. Tutti rigorosamente situati nella zona di Tor Pignattara e Marranella e tutti “conquistati” nel breve volgere di circa un anno, cosa piuttosto anomala – si legge ancora nel testo della requisitoria – per una ditta che si pone sul mercato in regime concorrenziale. Regolari i contratti stipulati con 17 dei locali in oggetto dove a gestire la manutenzione delle macchinette era il Guidotti (cognato di Salvatore Sibio) e, a partire da un certo momento, lo Schifone (già agente della polizia di Stato). Ed è nel corso di un’intercettazione ambientale a carico dei due che emerge “l’esigenza di mimetizzarsi” del gruppo criminale, una prospettiva, continua il pubblico ministero, che si affaccia a marzo del 2001, proprio “quando il grado di espansione nel territorio si era fatto consistente ed erano state poste le basi per accaparrarsi fonti di reddito cospicue”.
Per ottenere le quali il sodalizio non disdegnava il ricorso alla violenza. Le intimidazioni, riporta il documento, avvenivano in maniera graduale. “Dalla proposta, al consiglio, alla battuta contenente velate intimidazioni, sino alla prospettazione esplicita di danni gravi alla persona e alle cose e alla violenza fisica, a seconda del caso da affrontare”.
Numerose le intercettazioni ambientali e telefoniche, in alcuni casi anche audio-visive, che lo testimoniano.
In una di queste Benito Poliani, gestore di uno dei locali controllati dalla banda, si rivolge a Maria Pia De Angelis: “Ci sono persone – dice – che andargli a leva’ l’incasso stasera a quello, sono capaci di ammazzarlo”. D’altronde, conclude, “camorra, mafia, tutto è sempre esistite queste cose, oggi non te ne devi fa’…”. Lo stesso Poliani aveva in precedenza subito minacce dal Salvatore Sibio per “essere venuto”, “senza chiedergli il permesso”, alla Marranella dove – lo si evince da un’intercettazione tra il Guidotti e lo Schifone – vi era una “gerarchia” da rispettare.
“Chiedevo spiegazioni al Poliani – racconta a verbale la De Angelis – circa il comportamento violento e minaccioso volto a estorcere il denaro di Salvatore Sibio, di Umberto ‘il Diavoletto’ (Umberto Anastasi ndr.), di Sabino Sibio, di Rolando Gaglieti, di Augusto, detto ‘Augustarello’, che ho riconosciuto fotograficamente in Agostino Ponzo, di Franco detto ‘Bastianello’ (Francesco Russo ndr.). Questi mi rispose che tutta la zona era ‘sotto il Tartaruga’ e che i commercianti della zona che si erano ribellati alle pressioni e alle intimidazioni del Tartaruga e del suo gruppo si sono dovuti assoggettare”.
La capacità omicidiaria di Salvatore Sibio sarebbe poi testimoniata anche da una sentenza passata in giudicato, che lo condanna per il tentato omicidio di Nicola Pizzolorusso, da lui ritenuto responsabile dell’omicidio del fratello Lorenzo Sibio a seguito di una controversia che, si legge nelle motivazioni della sentenza, era insorta “in un’area della metropolitana (il quartiere di Tor Pignattara) dove da anni il controllo della criminalità era gestito da un’organizzazione capitanata da Sibio Salvatore”.
A dimostrare la propria inclinazione all’uso “della violenza e della minaccia nel settore del recupero crediti, a seguito di operazioni creditizie di natura usuraria” anche Agostino Ponzo. Nel corso di una conversazione con Umberto Anastasi emerge che era lui ad essere “stato commissionato di sparare ad una persona a scopo intimidatorio, al fine di indurla a restituire una somma di denaro (50 milioni). Veniva esclusa la richiesta diretta al debitore e gli veniva dato mandato di sparargli alle gambe”. Nell’ambito della conversazione, nella quale appaiono riferimenti ad armi e cocaina, il Ponzo sottolinea ancora di essere in grado di pigliare “la gente a cittate” e di aver mandato parecchie persone “all’Olimpiade degli handicappati” ottenendo l’approvazione dell’Anastasi. Che, dal canto suo, afferma invece di essere stato “…(IL PERNO inc. voci sovrapposte) tra… tra Pippo Calò e Enrico(?) Nicoletti, io ero il tramite … (p.e. inc.) Il secondo (TRONCONE) con quello della banda della Marranella, io non voglio vede’ nessuno, so’ solitario pe’ i cazzi miei”.
E nelle parole degli aderenti alla banda è chiara la convinzione di essere portatori di una carica di terrore in grado di provocare un caratteristico clima di omertà. Ancora il Sibio, conversando con il Guidotti, afferma infatti che “ci vuole la denuncia della gente. Ma chi fa una cosa del genere”. Silenzio complice delle vittime che caratterizza l’intera istruttoria dibattimentale. Alessio Mancini, titolare di uno dei bar che figuravano tra i “clienti” della banda romana, “dopo aver fornito alla P.G. una versione dei fatti edulcorata in favore del Guidotti e del Sibio, si è premurato di chiamare telefonicamente il Guidotti allo scopo di aggiornarlo sul contenuto delle dichiarazioni rese agli inquirenti”. Mentre diversi sono stati i gestori di esercizi pubblici ubicati nell’area in esame che hanno attribuito l’istallazione dei congegni nei loro locali ad una libera scelta. Emblematica la testimonianza di omertà di Alvaro Circi che “se nel corso delle indagini preliminari aveva dichiarato di aver accettato le loro macchinette in quanto non ‘avevo altre alternative, e comunque, per quieto vivere’, in dibattimento ha trasformato tale mancanza di alternative in numerosissime alternative e l’accettazione per quieto vivere in una scelta derivante da problemi di salute della moglie; inoltre, ha trasformato l’iniziativa di Anna KIT (moglie di Salvatore Sibio ndr.) di collocare altre macchinette in una sua richiesta rivolta alla stessa per averne la collocazione, circostanza non credibile se si tiene conto che da poco i congegni della ditta Sibio installati presso il locale erano stati oggetto di sequestro e che, per sua stessa ammissione, vi era ‘un continuo offrirmi’ da parte di altri noleggiatori per installare apparati del medesimo tipo”.
A porre fine alle indagini l’arresto dei componenti la banda della Marranella a seguito di una ennesima discussione tra lo Schifone e il Guidotti in merito all’organizzazione “di omicidi ai danni di militari che svolgevano attività sul territorio ove si estrinsecava il loro potere criminale”. Nel mirino dell’associazione il maresciallo Vitale, che aveva condotto le indagini contro la banda e che sarebbe stato ucciso con una pistola munita di silenziatore
Schifone: “Arrivo sotto casa sua come scende, boom, gli sparo. (incompr)… senti’ niente, non lo faccio soffrì, mi piacerebbe farlo soffrire, dargli tre, quattro botte su una gamba e poi ammazzarlo bene. Però pure una botta solamente in testa va bene, così la moglie piglia 100 milioni, e va a fare (incompr.) … da qualsiasi altra parte”
e altri militari, quelli del reparto di via In Selci, che prestavano servizio in moto e che, a detta dei criminali, sarebbero stati investiti con un’auto
Schifone: “Tutte le zone a rischio se le fa tutte via In Selci”, “nelle zone, come t’ha detto lui, alla Magliana, Tor Pignattara, la Maranella, tutta ‘sta roba qua, so’ zone ad alto rischio diciamo, e so’ zone che so’ piene di personaggi, non ci va il Carabiniere di zona”.
“Ciò che rileva – conclude infine Tescaroli – è poi l’aspetto finalistico delle prospettive assassine: rimuovere la presenza sul territorio di investigatori protesi a contrastare la gestione del mercato dei videopoker. Perciò possono essere inquadrate come azioni concepite non solo nell’interesse di Guidotti e di Schifone ma dell’intero gruppo”. Un gruppo che avrebbe mantenuto la propria attività economica sul territorio nonostante l’arresto dei suddetti otto componenti. A dimostrarlo il fatto che nessun titolare degli esercizi ove erano installati gli apparecchi di divertimento si è rivolto ad altre ditte di noleggio per proseguire l’attività nonostante l’evidente perdita economica, che rappresentava il 60% dei guadagni (il 40% andava alla banda). Ma, soprattutto, la conversazione intercettata nel carcere di Rebibbia tra Rolando Gaglieti e la moglie Guglielmina Ticconi. E’ quest’ultima, il 26 settembre 2001, ad affermare che insieme al suocero, Fernando Gaglieti, si sarebbe attivata “mediante l’acquisto di nuove macchinette da installare presso locali, facendo ricorso ad intestazioni mascherate per consentire la continuazione dell’attività di gestione dei videopoker in sostituzione di quelle sequestrate agli inquirenti. La moglie di Salvatore Sibio, Anna Kit, è risultata apportare un contributo, in termini di collocazione di videogiochi in un esercizio, di riscossione di incassi dei videopoker e di prelievo di apparati da un esercizio per sottrarli al sequestro”.
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Le richieste di condanna
1. Salvatore Sibio 24 anni di reclusione
2. Agostino Ponzo 21 anni di reclusione
3. Sabino Sibio 15 anni di reclusione
4. Rolando Gaglieti 22 anni di reclusione
5. Umberto Anastasi 11 anni di reclusione
6. Francesco Russo 8 anni di reclusione
7. Vincenzo Ambrosini 6 anni di reclusione
8. Anna Kit 2 anni e 6 mesi di reclusione
9. Benito Poliani 4 anni e 6 mesi di reclusione
10. Marco Valentini 2 anni di reclusione
11. Umberto Toeschi 1anno e 10 mesi di reclusione
12. Fabrizio Vacchio 1anno e 10 mesi di reclusione
13. Fernando Gaglieti 3 anni di reclusione
14. Guglielmina Ticconi 2 anni di reclusione
15. Paolo Ischiboni 12 anni di reclusione
16. Luciano Gaglieti 3 anni di reclusione
17. Caterina Desideri 3 anni e 4 mesi di reclusione
18. Ernesto Ticconi 9 anni di reclusione
19. Danilo Cortesi 3 anni di reclusione
20. Danilo Sbarra 7 anni di reclusione
21. Simonetta Longo 4 anni di reclusione
22. Duilio Sbarra 14 mesi di reclusione
23. Mauro Ferrari 4 anni e 6 mesi di reclusione
24. Claudio Corsetti 6 mesi di reclusione
25. Giancarlo Nobili 4 anni di reclusione.
ANTIMAFIADuemila N°39














