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La giustizia e' malata

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Anno giudiziario: polemiche nei 26 distretti italiani
di Maria aLoi e Dora Quaranta


Inaugurata tra proteste e polemiche l’apertura  dell’anno giudiziario. Sotto accusa da parte delle toghe la gestione della macchina della giustizia del ministro Castelli e dell’esecutivo più interessato a limitare e controllare il lavoro dei magistrati che a metterli nelle condizioni di adempiere alle loro funzioni.
Gli avvocati per la prima volta non hanno partecipato alla solenne cerimonia che si è tenuta in Cassazione alla presenza delle più alte cariche dello Stato. Alla base del loro scontento ci sarebbe la mancata attuazione da parte del governo del provvedimento legislativo sulla cosiddetta separazione delle carriere dei magistrati, e una critica piuttosto dura allo stato generale della giustizia.
Anche i magistrati, hanno partecipato  alle cerimonie inaugurali ma, come annunciato dall’ANM, in segno di protesta hanno indossato la <<toga nera>>.
E’ stato il Procuratore Generale della Cassazione Francesco Favara ad aprire, lo scorso 12 gennaio, nel Palazzo di piazza Cavour, a Roma, l’Anno giudiziario 2004.
Assente il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Vuoti anche gli scranni destinati al presidente del Consiglio nazionale forense, Remo Danovi e al leader dell’Unione delle Camere Penali, Ettore Randazzo.
Nelle 120 pagine della sua relazione il Pg Favara ha sottolineato lo stato di salute della Giustizia in Italia.
<<La giustizia è innegabilmente, ancora in crisi, soprattutto a causa della sua scarsa efficienza e della durata eccessiva dei processi. Ma bisogna avere fiducia nell’opera di giudici e avvocati. Ed è soprattutto essenziale che non si metta in discussione il ruolo istituzionale della magistratura che è e deve restare indipendente, per poter decidere in modo imparziale, attenendosi alle regole del giusto processo,  poste a garanzia dell’intera collettività, oltre che delle parti direttamente coinvolte>>. Si legge ancora: <<La giustizia ha bisogno di essere seguita e aiutata a funzionare>>, ma è necessario che venga meno il rapporto di crisi tra politica e giurisdizione.
Non si è fatta attendere la risposta del guardasigilli Roberto Castelli che ha dichiarato: <<Sono pienamente d’accordo con l’appello del Pg affinché la magistratura venga rispettata. Bisogna però che anche la magistratura rispetti la politica>>.
Difesa ad oltranza della magistratura che, Favara dichiara, <<sa di dover operare rispettando i limiti tecnici della giurisdizione, senza farsi influenzare da contingenze, senza finalità moralizzatrici o di supplenza. La magistratura chiede rispetto del suo ruolo istituzionale e delle prerogative riconosciute dalla Costituzione, cui si debbono accompagnare riforme non solo attinenti alla carriera, e in ogni caso non di stampo burocratico, ma volte a rendere possibile e proficuo il suo lavoro e più spedito il corso dei processi, per non essere poi ritenuta unica responsabile di lentezze e ritardi>>. La relazione del Procuratore Generale è stata molto critica nei confronti della riforma dell’ordinamento giudiziario, prossima ad essere approvata dal Senato, sottolineando la contrarietà alla separazione delle carriere e sostenendo la separazione delle funzioni.
E’ necessario che il governo vari riforme efficaci!
<<Talune riforme - dichiara Favara - sono state realizzate ma altre ancora sono necessarie perché ogni istituzione, per vivere, deve continuamente rinnovarsi>>. E poi un monito: <<Se continua la crisi tra politica e giurisdizione, se si contesta il ruolo istituzionale della giustizia, si negano le fondamenta dello stato democratico>>. Conclude il Pg: <<E’ giunto il momento, per il bene della collettività e delle istituzioni di porre termine alle accuse e ai sospetti reciproci, alle polemiche e alle schermaglie>>.
Insomma, una giustizia malata che dà qualche segnale di miglioramento soltanto nel processo civile, quello penale è invece al collasso a causa di leggi che lo rendono <<sempre più complesso e difficile>>. Diagnosi rafforzata dai numeri delle statistiche: l’80% dei delitti rimane senza autori. Su questi ritardi bisogna incidere secondo Favara chiedendo ai magistrati <<oculatezza>> nel promuovere l’azione penale. Per incidere sulla lentezza dei processi il Pg propone un intervento sui meccanismi della prescrizione, per arginare<<le tattiche dilatorie>> della difesa, attraverso <<il meccanismo della sospensione>> dei termini della prescrizione.
Storture anche nei ricorsi in Cassazione, <<assai spesso pretestuosi e dilatori>>. <<L’accesso al ricorso è indiscriminato ed è inevitabile che il ruolo della Cassazione si trasformi parzialmente in un anomalo terzo grado di giudizio>>. Cambiamento anche delle regole che <<disciplinano>> la possibilità di ricorrere alla Suprema Corte>>. <<La sentenza di condanna, per esempio, - si potrebbe prevedere - che sospenda il corso della prescrizione>>.
Nei 26 distretti d’Italia la magistratura pur protestando in toga nera, ha sollecitato riforme per restituire efficienza ad un sistema giudiziario che perde i pezzi e la credibilità. Invoca risorse umane e finanziarie, codici adeguati ai tempi, normative europee. Procedure più essenziali, meno contorte e cavillose.
A Milano, dove il degrado del palazzo di giustizia è arrivato a livelli preoccupanti, mancano addirittura carta e penna, le toghe hanno disertato la cerimonia che si è tenuta in via Pace. <<Con tutta sincerità non riesco ad individuare fatti, eventi e circostanze che consentano di nutrire fiducia >> ha detto il Pg di Milano Mario Blandini sconsolato. Il presidente dell’Anm milanese Ilio Mannucci ha aggiunto che <<il vero rischio è quello di dover bloccare completamente l’attività giudiziaria. Il ministro ha promesso di stanziare 250 mila euro per valutare gli interventi da fare e un milione di euro per gli interventi del 2004. Complessivamente sono necessari 4-5 milioni di euro. Ora alle parole devono seguire i fatti>>.
A Roma i magistrati si sono presentati in toga nera e sono restati in doloroso silenzio per riflettere sulla gravità della crisi del pianeta giustizia. Alla cerimonia ha presenziato anche il presidente del tribunale Luigi Scotti che ha spiegato: <<La toga nera è l’abito del nostro lavoro ma la indossiamo pure in segno di lutto per la situazione attuale>>. Anche  a Venezia le toghe sono state a lutto. A Palermo applausi  al vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura Virginio Rognoni che ha ribadito il suo no alla separazione delle carriere. Alcuni magistrati, poi, hanno abbandonato l’aula al momento dell’intervento del sottosegretario alla Giustizia Jole Santelli.
E a Napoli, sede scelta dal guardasigilli, il Pg Vincenzo Galgano, ha ammesso davanti al ministro Roberto Castelli <<l’elevata incidenza dei clan camorristici nel tessuto sociale e nelle attività produttive della Campania>>.
Castelli ha parlato per circa mezz’ora, ma il suo appello <<al dialogo e al rispetto istituzionale>> è caduto nel vuoto soprattutto quando ha ribadito <<di aver sempre rispettato la separazione dei poteri e di non aver mai commentato le sentenze…>>. Per non parlare poi dell’accusa mossa alle toghe di essere <<volutamente autolesionisti>>, perché non vogliono vedere i progressi. E rincara la dose: <<ci sono magistrati che hanno una visione troppo pessimistica della realtà, che invece va in senso opposto>>. Castelli ha poi concluso: <<Malgrado i miei appelli alla ragione, termina come si poteva prevedere: è stato il classico dialogo tra sordi>>.
I magistrati di tutta Italia gli hanno risposto con dati alla mano e consegnandogli il libro bianco sui disservizi della giustizia dell’Anm. Un quadro decisamente preoccupante del nostra sistema giudiziario con: carenza di magistrati e del personale amministrativo, con una situazione gravissima dell’edilizia giudiziaria e tagli alle risorse finanziarie. <<Se noi denunciamo il disservizio – ha replicato Edmondo Bruti Liberati, presidente dell’Associazione nazionale magistrati – è perché ci preoccupiamo, attraverso l’analisi di ciò che non funziona, di far funzionare la giustizia>>.
Si batte cassa anche al Palazzo di Piazza Cavour. <<Finite le risorse minime per fotocopie e verbalizzazioni, 90 milioni di euro in meno per l’innovazione e la gestione del settore informatico, 11 % posti vacanti per il personale amministrativo, 1.058 magistrati in meno>>. Parole amare a Genova, dove mancano addirittura i soldi per le fotocopie e non si è in grado nemmeno di garantire l’acquisto del carburante per le autovetture dei magistrati esposti a rischio e sottoposti a misure di cautela.
A Bari i verbali vengono scritti a mano perché è stato sospeso il servizio di stenotipia. Per non parlare poi della disorganizzazione. <<Il Tribunale di Brescia, che tra i 165 tribunali italiani si colloca al quinto posto per popolazione, scende oltre il decimo quanto al numero dei dipendenti amministrativi>> viene sottolineato nel dossier dell’ANM.
Per non parlare poi di francobolli e e-mail: <<Basta con i francobolli, si passi agli e-mail>> è l’ordine del Ministero. <<Per tutti i documenti indirizzati nominativamente e non aventi esigenze imprescindibili di firma, utilizzare la posta elettronica>>. Il fax, invece, solo <<per tutti gli atti urgenti aventi esigenza di firma>>. Anche le raccomandate vengono <<limitate allo stretto indispensabile>> e così assicurate e prioritarie.
Per risparmiare sui francobolli la circolare del ministero suggerisce: <<Limitatamente alla corrispondenza inviata a tutte le Unità organizzative del ministero … raccogliere a livello giornaliero tutta la corrispondenza già imbustata e indirizzata in un unico plico …si realizzano economie corrispondenti all’85% >>. Tagli anche sulle videoconferenze (9 milioni in meno), la Gazzetta Ufficiale non si stamperà più sulla carta (1,5 milioni in meno), sostituzione degli apparati di fonoregistrazione (2,5 milioni risparmiati per la manutenzione, contratti di stenotipia (8 milioni in meno), trasporti (5 milioni in meno). In tutto i tagli previsti si dovrebbero aggirare intorno ai 55 milioni di euro ai quali vanno aggiunti i 90 milioni da risparmiare con le intercettazioni telefoniche, che stanno passando dal sistema manuale a quello digitale.
Mentre la crisi peggiora, - dicono i magistrati – per due anni e mezzo il ministro non ha bandito concorsi. Nel 2003 il governo si è preoccupato più di mettere a rischio l’indipendenza dei giudici che di trovare le risorse e adottare le misure per aumentare l’efficienza della giustizia>>.


Messina


Nella relazione del Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte d’Appello di Messina, Francesco Marzachì, trova conferma la denuncia di quelle disfunzioni già portate all’attenzione dell’opinione pubblica l’anno precedente. Non sono mancate nel 2003, infatti, le lentezze esasperanti, i formalismi burocratici, le difficoltà nell’ammodernamento delle strutture ormai obsolete, la continua contrazione delle disponibilità economiche, l’insufficienza d’organico del personale sia amministrativo che giudiziario. Nel distretto per la maggior parte dell’anno vi sono stati uffici che hanno operato con un organico di magistrati ridotto del 20% (Messina) e addirittura del 50% (Patti), con la necessità di dover ricorrere a continue applicazioni da altri uffici.
In merito all’attività di contrasto alla criminalità organizzata di stampo mafioso sono state portate a compimento indagini di rilievo sul versante tanto della disgregazione dell’apparato militare quanto dello smantellamento della struttura economico-finanziaria. Sembra vigente un periodo di pax mafiosa come conseguenza di accordi di reciproca collaborazione fra i vari gruppi. Sono costantemente sotto l’attenzione delle forze dell’ordine i rapporti della locale criminalità organizzata con Cosa Nostra e ‘Ndrangheta.  La fascia tirrenica si connota come fortemente colonizzata da Cosa Nostra; qui risiedono personaggi di primo piano legati ai gruppi mafiosi palermitani e catanesi. Sulla fascia ionica, invece, non si registrano veri e propri gruppi mafiosi locali, data la profonda infiltrazione nel territorio di Taormina, Giardini Naxos e Letojanni delle consorterie mafiose di provenienza catanese e palermitana. Come nella relazione dello scorso anno il procuratore Marzachì ha evidenziato che la criminalità organizzata continua sempre più ad infiltrarsi nella gestione degli appalti e dei servizi, <<talora sostituendosi agli imprenditori con atti di violenza (estorsioni ed usura)>>, prosegue nell’<<accaparrarsi flussi di denaro sporco, ricorrendo al traffico su vasta scala delle sostanze stupefacenti, all’estorsione pianificata dei commercianti, nei cui confronti ricorre al classico strumento dell’incendio o del danneggiamento per conquistare più ampi spazi di omertà e più alti livelli di assoggettamento>>.

Catania


I dati resi noti dalla procura distrettuale di Catania in merito all’amministrazione della giustizia nel periodo dal 1 luglio 2002 al 30 giugno 2003 non evidenziano rilevanti differenze rispetto allo scorso anno. Rimane costantemente vivo l’interesse delle organizzazioni criminali per gli appalti e l’attività estorsiva. Sono stati conseguiti importanti risultati nel contrasto alle cosche, come testimoniano i vari processi celebrati tra cui “Orione 1” e “Orione 5”, conclusosi il primo con la comminazione di 10 ergastoli, il secondo con 25 imputati condannati al carcere a vita. Occorre anche menzionare il procedimento a carico della cosca siracusana Nardo-Aparo-Trigila, definito con la applicazione di 24 ergastoli. Tra i processi in trattazione vanno segnalati per importanza e complessità quello per la strage di Capaci e per la strage di via D’Amelio riuniti presso la Corte d’Assise d’Appello di Catania dopo il rinvio disposto dalla Cassazione.  Nonostante il dominio incontrastato delle famiglie di Cosa Nostra nel distretto di Catania, tuttavia si registra nel territorio etneo, siracusano e ragusano la presenza di bande criminali autonome dedite al traffico di stupefacenti provenienti dall’America Latina e dai Balcani.  Nella provincia di Siracusa <<la criminalità organizzata – si legge nella relazione del Procuratore Generale Giacomo Scalzo – non si muove solo nell’ambito di attività illecite tradizionali quali le estorsioni o il traffico di stupefacenti, ma estende i suoi interessi anche al contrabbando delle sigarette ed alle armi e cura anche i rapporti con settori specifici della Pubblica Amministrazione>>. Nel siracusano le attività estorsive dopo un breve periodo di calo sono nuovamente in crescita. Data la gravità del fenomeno della pedopornografia è stato istituito presso la Procura di Siracusa un gruppo specializzato di magistrati, guidato dal Procuratore Aggiunto dott. Giuseppe Toscano, in coordinamento permanente con il Nucleo Investigativo Telematico e l’associazione privata “Telefono Arcobaleno”. Già numerosi procedimenti penali sono stati avviati per contrastare questo illecito; sono stati sequestrati centinaia di personal computers, fotografie, diapositive, migliaia di videocassette, cd rom, floppy disk, oscurati e sequestrati 372 siti internet italiani, sono state effettuate perquisizioni in 17 regioni. Si sono dimostrate intense anche le attività di indagine sul fronte della lotta all’inquinamento ambientale e alle discariche abusive. E’ stata accertata la presenza di metalli pesanti, tra cui piombo, arsenico, cadmio, in particolar modo mercurio, nella rada di Augusta e negli scarichi direttamente in mare di una società petrolchimica. E’ stato applicato a carico di tutti gli indagati il reato previsto dall’art. 416 c.p. e dall’art. 53 bis del decreto Ronchi. 

Palermo


In tutto il distretto gli organici in dotazione alle procure sono assolutamente insufficienti per fronteggiare i compiti sempre più gravosi previsti dalle nuove riforme legislative. Nel 2003 è cresciuto il numero dei procedimenti intentati per il delitto di associazione mafiosa: 114,39% rispetto al dato dell’anno precedente, 298 processi contro 139. Sono passati da 70 a 122, con un incremento del 74,29%, i procedimenti iscritti nei confronti delle associazioni dedite al traffico degli stupefacenti. In aumento anche i beni sequestrati su provvedimenti della Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Palermo: se si considera che nel periodo 1993/2002 i sequestri sono ammontati a circa 12.000 miliardi di vecchie lire (circa 6,2 miliardi di Euro), colpisce che nel breve arco di tempo dal 1 luglio del 2002 al 30 giugno 2003 i sequestri effettuati siano stati pari a circa 1492 miliardi di lire, circa 772 milioni di euro. Dal 1 gennaio 2000 al 30 giugno 2003 sono state formulate ben 287 proposte patrimoniali, quasi il 500% in più rispetto al triennio 1996/1998. Presso il Tribunale di Trapani da luglio 2002 a giugno 2003 i procedimenti per misure personali sono stati 143 e 8 quelli per misure patrimoniali, contro i rispettivamente 110 e 6 del passato; 61 procedimenti per misure personali e 9 per misure patrimoniali si sono registrati ad Agrigento nello stesso periodo, contro i 55 ed 1  precedenti.    
Al vertice di Cosa Nostra attualmente vi è un gruppo di latitanti: Bernardo Provenzano, Salvatore Lo Piccolo, capo del mandamento di San Lorenzo con un’influenza estesa su gran parte del territorio di Palermo e Matteo Messina Denaro, boss di Castelvetrano, il cui potere si propaga a tutta la provincia di Trapani. E’ sempre Provenzano a detenere la posizione apicale del gruppo. La politica dell’organizzazione continua a prevedere un esercizio del potere “sotto traccia”. <<E’ evidente – scrive Salvatore Celesti, procuratore generale della Repubblica presso la Corte d’Appello di Palermo, nella relazione sull’amministrazione della giustizia nel 2003 – che la strategia che il gruppo dominante va così conducendo non può ritenersi affatto rassicurante poiché, lungi dall’essere indice di un affievolirsi della pericolosità di Cosa Nostra, è l’effetto di una scelta di una parte del suo gruppo dirigente, consapevole della inutilità dello scontro “muro contro muro”>>.
Cosa Nostra sta attraversando un periodo di transizione. Difficile prevedere quale sarà la sua futura linea politico-criminale ed i prossimi assetti al vertice. All’interno la mafia siciliana presenta fattori di crisi ed instabilità. Sulla scena si affacciano infatti nuove leve pronte a rimpiazzare gli uomini d’onore arrestati creando tensioni nella spartizione dei territori. Vi è poi un elemento di particolare rischio individuato dal procuratore Celesti e determinato dal contrasto tra il gruppo di latitanti egemone ed i detenuti che aspirano all’attenuazione del carcere duro e ad avere ancora un ruolo influente sulle strategie mafiose.
Nella provincia di Agrigento le indagini più recenti vedono fortemente ridimensionato il ruolo delle Stidde quasi totalmente riassorbite all’interno di Cosa Nostra. Il collaboratore Antonino Giuffrè ha riferito della situazione difficile dell’agrigentino per la nomina a capo provincia del latitante Maurizio Di Gati di Racalmuto, osteggiata da Giuseppe Falsone di Campobello di Licata. Si teme quindi il possibile riesplodere di una sanguinosa guerra di mafia. Nei territori di Palma di Montechiaro, Favara, Agrigento e Licata, dove  più efficace ed incisiva si è dimostrata l’azione di contrasto delle forze dell’ordine, sono parallelamente cresciuti gli atti intimidatori dei mafiosi per far fronte al pagamento delle parcelle dei legali dei detenuti.
Nella provincia di Trapani il 31 gennaio 2003 la Mobile ha condotto una importante operazione culminata con la cattura di Andrea Manciaracina, capomandamento di Mazara del Vallo latitante dal 1992 e Natale Bonafede, boss di Marsala latitante dal 1998.

Caltanissetta

Ammontano a 207 i procedimenti iscritti nel registro della Dda con un numero di indagati pari a 777. Gli omicidi consumati nel decorso anno sono stati 9, in calo rispetto agli 11 registrati l’anno prima. Solo 4 di questi sono addebitali a dissidi interni ad associazioni criminali che non è detto siano mafiose. Si tratta di un dato solo apparentemente rassicurante dal momento che recenti intercettazioni indicano che la strategia stragista è considerata da alcuni pericolosi gruppi come via ancora praticabile. Sono aumentati invece i procedimenti iscritti per omicidio raggiungendo il numero di 49, comprensivo di omicidi compiuti in anni precedenti le cui indagini sono state riaperte dopo i nuovi elementi forniti dalle deposizioni di Antonino Giuffrè e Ciro Vara.
Nei territori di Riesi, Serradifalco, Enna e Barrafranca risultano attivi diversi nuclei mafiosi. A Riesi sono stati danneggiati vigneti, incendiati immobili come atti intimidatori per finalità estorsive. <<Tali fenomeni – evidenzia Giuseppe Barcellona, procuratore generale di Caltanissetta – in verità denunciati dalle vittime con molta parsimonia dimostrano la presenza latente di organizzazioni criminali che stanno tentando di riorganizzarsi>>. E’ stata disposta la carcerazione per l’ex avvocato Raffaele Bevilacqua che stava tentando a Barrafranca di rinsaldare le fila dell’organizzazione mafiosa. Piuttosto complessa si presenta la situazione a Gela per la compresenza di Cosa Nostra, Stidda e criminalità comune, la cui convivenza si regge su un equilibrio sempre precario.  Desta preoccupazione nel gelese il continuo reclutamento di minori da parte dei gruppi mafiosi. L’operazione “B Side” conclusasi nel novembre 2002 ha portato all’arresto di 61 persone, fra cui vi erano ben 11 giovani minorenni tutti accusati di associazione a delinquere, danneggiamento ed estorsione. A Gela a tessere le fila è una regia occulta di pericolosi latitanti, fra cui Davide Emmanuello, protetti da una fitta rete di favoreggiatori. In questa zona e nei territori limitrofi inoltre operano anche gruppi albanesi dediti al traffico di droga tollerati da Cosa Nostra.
A Caltanissetta, dopo aver la magistratura negli anni ‘90 inferto duri colpi alla locale organizzazione mafiosa destrutturandola quasi del tutto, ora emergono chiari segnali di ricostituzione della cosca.  In questa città va sempre più diffondendosi la piaga delle estorsioni e dell’usura. Nella provincia si è provveduto al controllo costante delle numerose miniere di zolfo, salgemma e sali potassici. E’ alto il rischio che queste possano essere utilizzate come rifugio per latitanti o come deposito per sostanze tossiche. Infatti alcune indagini hanno portato al rinvenimento nella miniera “Trabonella” di rilevanti quantità di amianto e nella miniera “Tallarita” di armi ottimamente conservate.    




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L'appello dell'ANM
di Palermo


Grazie signor Presidente.
Porgo a tutti i presenti i saluti, i saluti addolorati della Magistratura del distretto di Palermo.
In questo momento, ci è di conforto, di grande conforto, Prof. Rognoni, la sua autorevole e significativa presenza qui oggi a Palermo nella qualità di Vice-Presidente del CSM: Lei che, anche facendosi interprete dell’alto messaggio del Capo dello Stato, ha sempre strenuamente difeso i valori dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura, consapevole che essi rappresentano le fondamenta intangibili della nostra democrazia di diritto.
La ringraziamo di cuore.
Abbiamo fortemente ricercato, sollecitato ed infine sperato in un vero ed autentico dialogo sui contenuti delle riforme: ma abbiamo assistito ad un ripetitivo monologo, il monologo di chi pensa che la forza dei numeri debba prevalere sempre e comunque sulla forza del confronto, delle idee e financo dei valori.
Non ci spaventano i cambiamenti, ci spaventano, ci allarmano ci inquietano anche come cittadini i loro contenuti e le loro direzioni, oramai chiaramente esplicitati.
Tutto quello che c’era da dire lo abbiamo  già detto ed anche scritto: oggi verrà consegnato al Ministro della Giustizia il Libro Bianco sulle disfunzione della Giustizia.
Non ci restano più parole.
Ora è tempo di silenzio.
Perché è proprio il silenzio che si addice al lutto: a quella sensazione di lutto, di grave perdita, che molti magistrati avvertono in questo particolare momento storico in cui sembra annunciarsi la fine della magistratura voluta  dai padri costituenti.
Una magistratura, è bene ancora ricordarlo, nata dalla Resistenza, vivificata nel tempo dalla resistenza silenziosa, civile e democratica di molti, e dal sangue versato da tanti, troppi servitori dello Stato, per difendere le Istituzioni democratiche dagli attacchi della mafia e del terrorismo
Quella Magistratura che si nutriva dei valori costituzionali e che ha indotto molti di noi, e dopo di noi tanti altri giovani, ad entrare nei suoi ranghi per dare continuità al sacrificio e all’impegno di coloro che hanno fondato la Repubblica Democratica.
Questa Magistratura, purtroppo, si avvia alla fine, e con essa va via  la parte migliore di noi.
Per queste ragioni, in modo silenzioso ci allontaniamo simbolicamente dall’aula. 
Massimo Russo
Presidente ANM sezione Palermo




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Caselli: Ristabiliamo l’equilibrio
tra giurisdizione e politica


Un forte malessere. Nel servizio giudiziario incapace di dare risposte tempestive e adeguate, e nel ruolo della giurisdizione nel sistema politico. Due punti critici sui quali si sofferma il Procuratore di Torino Gian Carlo Caselli nella sua relazione di apertura dell’anno giudiziario. Analizzando i motivi per cui di fronte ad una richiesta di tutela in continua crescita, per le controversie civili che aumentano in quantità e qualità, non corrisponda nel nostro Paese un vero e necessario progetto di riforma. Motivi da ricercare nella disorganizzazione della macchina giudiziaria, annota il Procuratore, che “impedisce ogni razionale gestione” per il prevalere di “una concezione della giustizia, se non sempre ‘proprietaria’, spesso concentrata su obiettivi – quali la riduzione del controllo giudiziario sui poteri forti e la delegittimazione della giurisdizione – che sono incompatibili con un cambiamento che sappia svilupparsi sul terreno della ragione, degli argomenti, della ricerca delle soluzioni più utili e produttive”. Perché se compito della giurisdizione è “risolvere i conflitti tra i cittadini (o tra i cittadini e le istituzioni) e assicurare il rispetto delle regole poste dalla legge (accertando e reprimendo le relative violazioni)”, quello della politica è “predisporre i mezzi – organizzativi e legislativi – perché ciò avvenga in modo adeguato e tempestivo, assicurando condizioni di serenità all’esercizio della giurisdizione”. E quindi alla società nel suo insieme.
Parte da qui l’analisi di un rapporto, quello tra giurisdizione e politica, che non dovrebbe lasciare spazio alla competizione. Obiettivo nel constatare l’esigenza di un controllo di legalità diffuso – “cioè senza zone franche” – sempre più avvertita non solo in Italia, ma “ovunque nelle democrazie avanzate” e basato sul “reciproco” e “rigoroso rispetto dei rispettivi ambiti di intervento”. Completamente scevro da delegittimazione. Perché la delegittimazione di una delle due parti “incide, inevitabilmente, anche sull’altra. Una società sana – sottolinea Caselli – non può prescindere dal consenso sociale nei confronti delle sue istituzioni politiche e giudiziarie (che è tutt’altra cosa, ovviamente, dal consenso sulle specifiche decisioni dell’una o dell’altra). Per questo l’abitudine – diffusa anche in vertici delle istituzioni – di delegittimare e insultare la magistratura in quanto tale (al punto di definire i magistrati come ‘pazzi’), oltre ad essere sintomatica di un uso distorto o deviato delle parole, rischia di causare una grave ferita al sistema di convivenza civile. Come stupirsi se, a seguito di tali comportamenti, si diffonde – in una parte della società – un senso di sfiducia pregiudiziale nell’operato dei giudici?”. Cosa, questa, che non preclude ovviamente un atteggiamento critico nei confronti dei provvedimenti giudiziari. Al contrario la critica, “sale della democrazia”, è considerata da Gian Carlo Caselli fonte di elementi da cui trarre valutazioni e correzioni di eventuali errori o inadeguatezze. Anche se questa, aggiunge, “non tollera aggettivi: semplicemente deve essere tale (cioè specifica e legata a dati di fatto enunciati e documentati)”. Tutt’altra cosa “l’accusa apodittica, l’insulto o l’arte della confusione delle parole (quella, per esempio, che chiama ‘assoluzione’ la ‘prescrizione’ o, addirittura, la condanna per una parte soltanto degli addebiti…)”. Che nel “pensiero oggi prevalente (prevalente perché ormai sostanzialmente unico a trovare spazio sui più potenti media)” trascende nell’accusa di politicizzazione mossa contro i magistrati, individuati come “responsabili di quasi tutti i mali del Paese” e “come tali additati ossessivamente all’opinione pubblica. La definizione – è facile rilevarlo dalle cronache – è riservata ai magistrati che non si sottraggono al confronto sui diritti e sulla giustizia, insinuando che la partecipazione del magistrato al dibattito politico-culturale lo rende sospetto a chi non ne condivide le idee. Affermazione suggestiva ma deformante, perché l’estraneità del magistrato dalla società è, anzitutto, illusoria. Anzi: sono proprio la cosiddetta ‘apoliticità’ e l’indifferenza (come prova l’esperienza) a consentire fenomeni di subordinazione o di strumentalizzazione del ruolo”. Non può essere quindi l’esercizio dei diritti civili ad appannare l’immagine della giustizia, quanto piuttosto “la cultura di chi si inventa complotti giudiziari, disegni politici realizzati mediante l’azione penale, persecuzioni per motivi di parte”. Atteggiamenti altamente dannosi che si avvalgono “dell’assenza di contraddittorio, non essendo consentito ai magistrati di ricostruire decisioni ed elementi di prova altro che nelle aule di giustizia”. E parlare di complotti e politicizzazione, continua il giudice, serve anche a sviare l’attenzione da problemi davvero fondamentali legati all’efficienza e all’organizzazione del servizio giustizia. In molte sedi, ricorda riprendendo un allarme in precedenza lanciato dall’A.N.M., mancano i fondi per la stenotipia e persino per la carta delle fotocopiatrici. Questo, rimarca, “nonostante le asserzioni del Ministro, secondo cui nell’ultima – come già nella scorsa finanziaria – andrebbe alla giustizia la più alta percentuale del bilancio dello stato nella storia della Repubblica”. Carenza di mezzi alla quale si legano i problemi del personale, che vanno ovviamente ad incidere sulla funzionalità degli uffici, e quello della lentezza dei processi.
E forse qualcuno, si domanda il giudice, pensa di poter ricavare profitto dalla creazione di quel senso “di sfiducia pregiudiziale nell’operato dei giudici”. La soddisfazione che ne avrebbe, però, sarebbe “egoistica e di corto respiro. Perché – conclude – nei tempi lunghi, tutti (proprio tutti) finirebbero per toccare con mano che, così, una società non regge”.



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