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Arrestato il boss Tegano

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Boemi: un successo investigativo
ma la 'Ndrangheta non ne esce sconfitta

di Monica Centofante


L’hanno trovato in un appartamento delle case popolari di Via Cava, alla periferia collinare di Reggio Calabria. Ricercato dal 1994 eppure probabilmente sempre rimasto in città. Pasquale Tegano, 49 anni, era inserito nella lista dei 30 più pericolosi latitanti d’Italia quando nella serata dello scorso 5 agosto i Carabinieri del Ros e del comando provinciale hanno fatto irruzione nell’alloggio di Giorgio Lo Giudice, 62 anni, della moglie Domenica Carbone, 57 e del figlio Giuseppe, 30. Tutti incensurati e ora arrestati con l’accusa di favoreggiamento personale. Tegano, boss ai vertici di una delle più potenti cosche nella storia della ‘Ndrangheta, era nascosto lì, a poca distanza da una caserma, senza armi a portata di mano.
Le indagini, coordinate dai sostituti procuratori di Reggio Nicola Gratteri e Santi Cutroneo, sono durate mesi. Durante i quali i Carabinieri del Ros hanno pedinato familiari e presunti favoreggiatori del Tegano e individuato il palazzo nel quale il boss si rifugiava. Riconosciuto grazie ad una vecchia fotografia. Giorni di appostamenti e riprese del mafioso che passeggiava sul balcone dell’alloggio in cui era ospitato hanno preceduto il blitz. <<Ogni sera, poco prima dell’orario di cena – ha raccontato il comandante provinciale dei Carabinieri Antonio Fiano – il boss si affacciava alla veranda per sorvegliare la zona>>. E qualcosa deve averlo notato nel tardo pomeriggio di quel fatidico giovedì quando gli investigatori, per tenere sotto controllo l’area dall’interno, si appostarono con un furgoncino. Così, quando i militari incappucciati, circondato il palazzo hanno fatto irruzione all’interno dell’appartamento Tegano aveva temuto il peggio. Nascosto dietro un armadio, in camera da letto, aveva pensato all’agguato di una cosca nemica e ha tirato un sospiro di sollievo quando uno degli uomini incappucciati si è identificato invitandolo a stare tranquillo. All’interno dell’abitazione i Carabinieri hanno trovato e sequestrato 4.500 Euro da aggiungere ai 600 che il latitante teneva nel portafoglio, oltre ad alcune fotocopie delle carte processuali del processo “Olimpia 1”. Ora Pasquale Tegano dovrà scontare una condanna definitiva a 30 anni di reclusione per omicidio, associazione di stampo mafioso e traffico di droga, più un’altra di 8 anni e 2 mesi per associazione mafiosa. Nove in tutto gli ordini di carcerazione che pendevano sul suo capo e dei quali si occuperanno ora gli avvocati Lorenzo Gatto e Francesco Calabrese.
Tra i primi a commentare il <<risultato eccezionale e di assoluto rilievo>> raggiunto dagli investigatori il sostituto procuratore di Reggio Calabria Francesco Mollace. Dal 1994 al 2003 coordinatore per la Dda reggina dell’attività di ricerca dei latitanti della ‘Ndrangheta, Mollace, nel corso delle sue inchieste, aveva già avuto modo di studiare documenti cartacei ritrovati in un bunker nel quale il Tegano teneva la propria contabilità. Tra le carte rinvenute un elenco di regali natalizi fatti e ricevuti con personaggi di rilievo della città e una lista di “sottoscrittori”. Tra gli altri un versamento mensile di 140 milioni di vecchie lire. Ma l’attività di ricerca dei latitanti, pur <<fondamentale>> non basta, ha aggiunto il sostituto procuratore. <<Adesso serve sviluppare un’azione investigativa intelligente per colpire quella “zona grigia” attraverso la quale imprenditoria collusa, massoneria, politica e ‘Ndrangheta stringono alleanze per gestire i loro affari>>. <<E’ necessario attaccare la ‘Ndrangheta sul fronte delle strategie complessive dell’organizzazione criminale per scoprire dove si celano i suoi affari e qual è il collante con cui si collega al mondo dell’imprenditoria e degli affari. Questo richiede sforzi comuni, ma anche intelligenze investigative sul campo>>
Una visione che trova concorde Salvatore Boemi, già procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria, mente storica della lotta alla ‘Ndrangheta, oggi alla procura ordinaria perché scaduti i famosi otto anni previsti dalla circolare del Csm del febbraio del ’93. Lo abbiamo intervistato per ripercorrere con lui la storia della famiglia Tegano e per commentare lo stato attuale della lotta alla criminalità organizzata.

Dott. Boemi, che significato ha, sul piano della lotta alla criminalità organizzata, la cattura di Pasquale Tegano?
Le mie conoscenze del fenomeno mafioso mi consentono di dire che l’organizzazione criminale calabrese, basata su una rigida gerarchia, prevede, nel caso dei latitanti, la possibilità di delega. Per cui la sostituzione di Pasquale Tegano sarà sicuramente avvenuta nel giro di pochi giorni, se non di poche ore, in particolare se si considera che il casato De Stefano – Tegano ha più menti pensanti e più direzioni strategiche. Dico questo perché ritengo, e ho sempre ritenuto, che la ricerca dei latitanti non possa servire ad impoverire l’organizzazione di riferimento del soggetto catturato, che in questo caso è rappresentata dai De Stefano-Tegano, la famiglia storicamente più forte tra quelle presenti tra i locali mafiosi di Reggio Calabria. Occorre distinguere, infatti, due momenti. Bisogna essere lieti dell’arresto di queste persone, ma nessuna illusione, e tanto meno nessun atto trionfalistico perché, purtroppo, l’arresto dei latitanti non è un atto di pulizia giudiziaria di grosso successo. Non porta alla scoperta di una nuova cosca, a scoprire i collegamenti con le mafie estere presenti in Calabria e non manda a giudizio centinaia di persone per associazione per delinquere. Assicura soltanto alle patrie galere, doverosamente e dopo molte fatiche, degli assassini e dei criminali. Io, per esempio, mai, tranne nel caso di Giorgio De Stefano, mi sono soffermato a evidenziare il successo di un’operazione di questo tipo, poiché credo si rischi di far pensare alla gente che queste attività indeboliscano e mettano veramente a freno la presenza mafiosa nella città. La ricerca e la cattura dei latitanti costituisce invece un doveroso e necessario intervento per far capire alla criminalità organizzata che chi accetta il codice mafioso rischia di dovere passare anni ristretto in un carcere giudiziario e per dare allo Stato quel minimo di prestigio che nel meridione del Paese non ha mai avuto. Intendo dire che nella metà del secolo scorso tra le credenze mafiose vi era quella della imbattibilità e della invulnerabilità dell’organizzazione. Si delinqueva, si viveva di crimine organizzato e si era sicuri di non poter essere né giudicati, né tanto meno condannati. Nel caso ciò fosse accaduto vi era comunque, come estrema ratio, la confortevole, duratura e certa latitanza, dorata o meno che fosse. Era questa una delle fonti di maggiore prestigio mafioso in provincia di Reggio Calabria quando la distrettuale reggina iniziò a lavorare. Quando di comune accordo con i magistrati di quel tempo organizzò una pianificata attività di ricerca dei latitanti, privilegiando quelli che risultavano essere in quel momento storico i capi  affinché la cattura di questi personaggi potesse costituire, quanto meno psicologicamente, una presa di coscienza per l’organizzazione che ormai i tempi erano cambiati.

La cattura di questi personaggi non indebolisce, quindi, l’organizzazione criminale ‘ndranghetista.
A mio modesto parere, e al contrario di quanto declamato e sponsorizzato da certa parte di inquirenti e di magistratura, la cattura del “Tiradritto”, la cattura di Pasquale Tegano, la cattura di Giorgio De Stefano alcuni anni addietro, la cattura di altri non può indebolire l’organizzazione. Per due ordini di motivi. Primo perché il carcere italiano non è impermeabile e consente ai veri capi di continuare a dirigere l’organizzazione; secondo perché in caso di particolari situazioni, leggasi caso Riina - che è stato uno dei pochi ad essere stato effettivamente isolato – l’organizzazione, con una brevissima riunione, decide la sostituzione senza che sia compromessa in alcun modo la propria vita. Né da un punto di vista organizzativo né da un punto di vista operativo. Neppure la ipotetica cattura di un Pasquale Condello - capo della sua famiglia, latitante dal 1986, personaggio che sicuramente ha incarnato la diversità delle anime mafiose a Reggio Calabria – potrebbe cambiare alcunché poiché lui ha già indicato il suo successore. Questo come mio punto di vista. E ciò non vale solo per i capi, ma anche per i militanti. Noi abbiamo toccato con mano come intere famiglie mafiose della portata dei Piromalli a Gioia Tauro, dei Barbaro e dei Pelle sulla Jonica o come gli stessi condelliani e destefaniani a Reggio Calabria, nonostante le centinaia e centinaia di significative condanne subite non abbiano minimamente cessato la propria operatività e produttività.

Pasquale Tegano che ruolo ricopriva all’interno dell’organizzazione? Potremmo definirlo un capo?
A mio modo di vedere Pasquale Tegano era un buon luogotenente del suo casato, ma non un capo. Perché solo un luogotenente organizza omicidi, un capo non li organizza, e Pasquale Tegano è stato condannato anche come mandante di omicidi.

La famiglia alla quale Tegano appartiene aveva trattato e garantito la pax mafiosa al termine dell’ultima guerra di mafia in terra di Calabria, quella combattuta tra il 1986 e il 1991. Può raccontarci quale ruolo ebbero effettivamente i Tegano durante e alla fine di quella guerra?
I Tegano, imparentatisi in un momento storico particolare con i De Stefano, assunsero una parte fondamentale nella guerra di mafia che prese il via nel 1986 a Reggio Calabria. E che si scatenò per molti motivi, l’ultimo dei quali la morte di Paolo De Stefano, capo incontrastato della mafia reggina negli anni Settanta e Ottanta. In quel periodo, infatti, il gruppo destefaniano, quello predominante, guidava le attività e gli affari a Reggio Calabria in modo che non era gradito neppure all’interno dello stesso sodalizio mafioso. Con la morte di Paolo De Stefano, intervenuta il 13 ottobre del 1985, l’organizzazione si trovò di fronte due strade. La prima, come già era accaduto in passato, era quella di una nuova pianificazione. La stessa intrapresa nel 1977 in seguito alla morte di Giorgio De Stefano, fratello di Paolo, alla quale non seguì alcuno scontro poiché si ritenne che la salvaguardia degli affari fosse predominante su ogni altra problematica. Nell’86, però, non fu così. Il grave momento non si riuscì a superare, pur riconoscendo che Paolo De Stefano aveva un modo di fare ormai insopportabile anche all’interno del suo stesso casato. Si formarono così, due grossi schieramenti integrati.

Quelli delle famose cordate Condello-Serraino-Imerti-Rosmini da una parte e De Stefano-Tegano-Libri-Latella dall’altra?
La cordata Condello-Imerti, allargatasi poi ai Rosmini e a tante altre famiglie, era ormai diventata in città, da un punto di vista bellico, abbastanza forte e la sua intenzione era quella di prendere il posto dei destefaniani. Questi ultimi, dal canto loro, sembravano in quel momento dover soccombere, quasi scomparire da Reggio Calabria, poiché la morte di Giorgio e Paolo De Stefano aveva lasciato un vuoto. I figli di entrambi i fratelli erano infatti troppo giovani e l’avvocato Giorgio De Stefano era un consigliere e non un uomo di guerra. Fu però attraverso un matrimonio di una parente dei Tegano con Orazio De Stefano che si creò un’aggregazione molto forte, la quale consentì da un lato ai De Stefano di sostenere lo scontro bellico e dall’altro di far emergere in modo clamoroso i Tegano. Questi infatti, da sempre luogotenenti di De Stefano – similmente ai Libri e a tante altre famiglie reggine – diventarono, grazie a questo imparentamento il principale supporto militare dell’ala destefaniana. E poiché la guerra non ha avuto un vincitore, ma ha visto sicuramente i De Stefano resistere all’assalto condelliano, i Tegano – che sono almeno quattro o cinque, tutti a livello di Pasquale - hanno assunto in città un’importanza fondamentale. Tanto da essere in grado, al momento dell’armistizio, di sedersi al tavolo della tregua prima e della pace poi quasi da vincitori. Il locale di Archi quindi, storicamente locale mafioso dei De Stefano, diventò non soltanto il locale dei De Stefano-Tegano, ma essenzialmente il locale dei Tegano. Questo dal momento che i cosiddetti cugini Tegano erano il gruppo numericamente più forte e da un punto di vista di prestigio si trovarono a rivestire un ruolo superiore a quello degli stessi De Stefano trovatisi privi di esponenti che per età e per esperienza potessero svolgere compiti dirigenziali.

Pasquale Tegano entra quindi in questo momento storico nel direttivo del gruppo.
Pasquale Tegano entra nel direttivo di questa consorteria allargata in grado, addirittura, di poter dettare le regole, di potersi spartire con Pasquale Condello il territorio di Reggio Calabria. E quindi, nel decennio successivo (1991 – 2001), Reggio è praticamente nelle mani dei Tegano da un lato e di Pasquale Condello dall’altro. Ma attenzione! I Tegano e Pasquale Condello, che mai avevano avuto questioni, definirei tra virgolette “personali”, riescono a coesistere abbastanza bene. E credono, soprattutto, che la vocazione della mafia reggina - molto distante da quella siciliana e dall’unico reggino siciliano nell’animo e cioè Paolo De Stefano, che era un sanguinario – sia quella degli affari. Cosa significa questo? Che nei dieci anni successivi ad una guerra disastrosa e perdente che aveva visto le cosche reggine investire i loro denari in armi e rifugi, che aveva visto i propri uomini migliori spostarsi all’estero per salvare la propria vita, i condelliani da una parte e i Tegano-De Stefano dall’altra diventano – in anni di pace rigidamente osservata - di nuovo i padroni della città. E lo diventano da un punto di vista di economia mafiosa. E basta. Il resto sono parole.

Questo equilibrio tra i Condello da una parte e i De Stefano-Tegano dall’altra esiste ed è forte ancora oggi?
Assolutamente. Diciamo che nell’agosto del ’91, quando la mafia calabrese uccide il collega Scopelliti per fare un favore alla mafia siciliana, viene sancita la tregua e da quel momento a Reggio non si verificano più fatti di mafia eclatanti, eccezion fatta per qualche rarissimo omicidio di qualche luogotenente che ha “alzato troppo la testa”. In sostanza non muore più nessun capo e non esiste una guerra strisciante tra i condelliani da un lato e i De Stefano-Tegano dall’altro. Tutt’altro. Le due componenti si riuniscono, perché in fondo tutti hanno capito che quello della guerra era un sistema perdente per il pianeta mafia. E in particolare lo sarebbe stato in un momento storico – la fine degli anni Novanta – in cui stava per entrare in vigore “Agenda 2000”. In cui si prospettava per il sud del Paese l’arrivo di una valanga di denaro. Tale corbelleria storica la mafia reggina non la ha compiuta e unita come mai prima si è votata verso il controllo assolutamente pregnante del territorio e di ogni attività produttiva che sul territorio insiste. Ormai, non vuole impossessarsi di attività economiche in modo assoluto, ma divide, riesce a diventare socia in tutte le attività più importanti esistenti nella città di Reggio Calabria. Cercando di legalizzare gran parte dei suoi proventi. Mi si potrebbe obiettare che la mafia controlla il mercato internazionale della droga, e questo è vero. Ma a ben guardare, la ‘Ndrangheta ha selezionato anche le attività esclusivamente delinquenziali. Non si occupa più, ad esempio, dei sequestri di persona, perché ha capito che quel tipo di reato era socialmente pericoloso e faceva perdere molte simpatie. Ma soprattutto perché con il sequestro di persona non c’è mercato. Quello del traffico di droga è invece un servizio che qualcuno “deve” offrire a livello mondiale, perché pur appartenendo alle attività illecite è praticamente voluto dalla società civile. In questo caso, quindi, con grande intelligenza di fondo, la mafia investe e lo fa anche in altre attività quali l’usura. La criminalità organizzata offre usura a prezzi anche migliori di certe banche, perché ha capito che facendo usura di un certo tipo non è osteggiata, né odiata dall’ambiente sociale. Ad amplificare questa situazione che è comune a tutte le maggiori forme criminali – ‘Ndrangheta, Cosa Nostra e Camorra – la globalizzazione. I grandi proventi di questi traffici vengono poi riversati in quel circuito paralecito delle attività commerciali, delle attività imprenditoriali in genere, che hanno praticamente determinato nel meridione del Paese una vera e propria economia mafiosa. La quale è di gran lunga più produttiva, più presente e più positiva, nel senso economico, di un’economia legale che continua ad essere asfittica e continua ad essere priva dei capitali necessari per andare avanti. Il quadro si chiude quindi in un contesto in cui la mafia è ormai l’unica azienda produttiva presente nel meridione del nostro Paese. Dinanzi a tutto questo uno dei ministri di questa Repubblica si lascia scappare, ma lo pensa profondamente, che con questo sistema bisogna convivere. E quindi i meridionali ringraziano il ministro Lunardi, ne prendono atto e convivono, nel senso che alcuni di loro fanno affari con il crimine organizzato mentre altri continuano a sottostare a questa condanna storica.



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RITIRA
LE DIMISSIONI IL SINDACO
CASSONE
19 settembre 2004


Villa San Giovanni. Ha ritirato le dimissioni dal suo incarico di sindaco. Rocco Cassone (Margherita), primo cittadino di Villa San Giovanni, città in provincia di Reggio Calabria, rimane al suo posto. Ascoltando le preghiere di centinaia di cittadini e rappresentanti delle istituzioni nazionali, regionali e comunali che dagli inizi di settembre, quando aveva reso nota l’amara decisione di dimettersi, gli avevano chiesto di tornare sui suoi passi. <<E’ inutile nascondere – ha dichiarato Cassone lo scorso 19 settembre, nel corso di una riunione del Consiglio comunale - che le mie dimissioni non sono state né un gesto di resa né una sceneggiata. Lo testimoniano i numerosi attentati che ho subito in prima persona e quelli che hanno colpito alcuni dei miei assessori che mi accompagnano in questa difficile opera amministrativa>>. La decisione di presentare le proprie dimissioni era stata infatti maturata dal Cassone in seguito ad una sequela di attentati e intimidazioni che avevano colpito lui e altri amministratori della sua giunta. L’ultimo dei quali, lo scorso 25 agosto, una lettera con minacce indirizzate ai tre figli contenuta in una busta con 5 proiettili. Voglio sottolineare, aveva detto in quell’occasione, che la mia scelta è il simbolo di una <<protesta nei confronti dello Stato>>, per via <<delle continue richieste di rafforzamento dei presidi territoriali di polizia e carabinieri cadute nel vuoto>>. In una città, come è quella di Villa San Giovanni, in cui <<non esistono più le condizioni di agibilità democratica>> e <<in questo momento al centro di grandissimi interessi economico-finanziari, nazionali e locali, dal Ponte all’ipotesi di riorganizzazione dell’attuale assetto commerciale relativo all’attraversamento dello Stretto>>. Opere pubbliche sicuramente al centro degli interessi della mafia locale e alle quali l’amministrazione Cassone si è sempre opposta e si oppone. Lo scorso 8 settembre, la ferma protesta del sindaco aveva portato in Calabria i capigruppo di tutti i partiti di centrosinistra e non aveva potuto lasciare indifferente neppure il ministro dell’Interno Beppe Pisanu, che aveva contattato telefonicamente il Cassone per assicurare che il governo aveva <<già predisposto un Piano regionale per la sicurezza che prevede per Villa San Giovanni un’attenzione particolare>>. Resta ora da acclarare se le continue minacce ricevute dall’amministrazione Cassone potrebbero essere direttamente collegate alla questione “Ponte di Messina”. Se l’opera completa è ancora lontana, già si lavorerebbe, infatti, alle infrastrutture collaterali. Il 27 maggio scorso Italferr spa aveva pubblicato l’avviso per avviare le “procedure autorizzative ed espropriative” che sarebbero servite a realizzare la variante ferroviaria di Cannitello. Un’opera propedeutica al Ponte che il Comune non aveva approvato sulla base di quanto dichiarato da Legambiente, WWF e Italia nostra circa l’aspetto devastante del progetto <<non corredato della necessaria valutazione di impatto ambientale>>. La stessa amministrazione aveva quindi proposto un suo progetto sventando, come dichiarato da Nuccio Barillà, dirigente di Legambiente, il primo attacco. <<Ma ci riproveranno>>, aveva continuato Barillà, <<gli orientamenti della Giunta hanno turbato i sogni di un sistema affaristico intrecciato, interno ed esterno alla città, fatto da speculatori senza scrupoli e da svariati poteri a cui non è estranea la ‘Ndrangheta. Gente che ha reagito alla sconfitta con il metodo vigliacco della violenza>>.



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