E' allarme terrorismo... e la mafia?
Le atrocità della guerra e del terrorismo non debbono farci dimenticare che esiste la mafia. Anche perché nella società civile, nelle istituzioni, fra le forze dell’ordine e la magistratura c’è chi - su questo versante - continua ad impegnarsi quotidianamente contro la mafia e chi invece preferisce “abbozzare”. I “segnali” che si possono cogliere al riguardo sono moltissimi. Più che singolarmente, vanno presi nel quadro d’insieme che contribuiscono a formare.
A fare da telaio al mosaico è la notissima “gaffe” del ministro Lunardi, che ha disinvoltamente disquisito sull’ineluttabilità di convivere con la mafia. Tasselli importanti sono il mancato inserimento della criminalità mafiosa fra le priorità di ordine pubblico citate nella circolare del ministro dell’Interno del settembre 2001, che ha dettato nuovi criteri (successivamente rivisti) per l’assegnazione delle scorte;- la «rimozione» dalla carica di Commissario governativo antiusura e antiracket di un vero e proprio simbolo della lotta antimafia come Tano Grasso;- il recente “licenziamento” del Commissario straordinario di Governo per i beni confiscati alle organizzazioni criminali, con contestuale attribuzione esclusiva delle sue competenze al Demanio, cioè un calderone enorme dove la specificità dei problemi derivanti dall’origine mafiosa dei beni rischia di perdersi: con la prospettiva che prima o poi – per far cassa anche in questo modo – i beni mafiosi confiscati possano essere venduti all’asta (inutile chiedersi chi finirebbe per ricomprarli…).
Fanno da collante i ricorrenti condoni, più o meno “tombali”, e le molte leggi che si sono succedute negli ultimi tempi in materia di falso in bilancio, rientro di capitali illecitamente esportati e via seguitando, fino alla c.d. legge Cirami sul legittimo sospetto: che può avere effetti perversi (sia sotto il profilo della completezza e unitarietà del materiale probatorio e della sua valutazione, sia sotto quello della economia processuale) a causa della possibilità di moltiplicare – nei processi con più imputati per reati di particolare gravità, come quelli di mafia - le sospensioni ed i provvedimenti di separazione. Ulteriore chicca è la mancata ratifica da parte dell’Italia di uno strumento di fondamentale importanza per il coordinamento fra gli Stati del contrasto al crimine organizzato: la “Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità trasnazionale”, firmata oltre tre anni fa (dicembre 2000) a Palermo, all’esito di una conferenza la cui organizzazione era stata affidata all’Italia anche come riconoscimento del fatto che il nostro – se è un Paese con problemi di mafia – è anche il Paese dell’antimafia, per il modello di positivi interventi (sul piano legislativo ed investigativo, oltre che di coinvolgimento della società civile) che proprio l’Italia è riuscita ad offrire in alcuni momenti.
Un discorso a parte meriterebbero poi certe “uscite” del presidente Berlusconi. Tipo: “a Palermo la nostra magistratura comunista, di sinistra, ha creato un reato, un tipo di delitto che non è nel codice; è il concorso esterno in associazione mafiosa…” (intervista al periodico inglese Spectator e alla Gazzetta di Rimini dell’11.9.03). Qui non interessa tanto rilevare che la figura del “concorso esterno”, la cui legittimità è stata ripetutamente affermata dalla Corte di Cassazione, risale addirittura al 1875, per l’applicazione che la magistratura palermitana ne fece in sentenze sul brigantaggio;- che essa poi fu impiegata nei processi alle Br per terrorismo;- e in quelli di mafia istruiti da Falcone e Borsellino (si vedano, in particolare, le pagg. 429 segg. dell’ordinanza-sentenza con cui, nel 1987, veniva chiuso il “maxi-ter”). Neppure interessa chiedersi come facciano ad essere tutti comunisti: la Cassazione, i giudici che nell’Ottocento si occupavano di brigantaggio, quelli che negli anni di piombo fronteggiavano il terrorismo, il pool di Chinnici e Caponnetto ….. Interessa piuttosto notare come simili uscite possano causare incertezza e confusione, le quali possono dar vita – al di là delle intenzioni – ad un “brodo di coltura” in cui può allignare di tutto.
Certo è che la massiccia campagna di delegittimazione e aggressione della magistratura, intrecciata ad un’opera di costante disinformazione, dispiegatasi non appena le indagini e i processi hanno interessato anche le «complicità alte» della mafia con il mondo dell’economia e delle professioni e con gli ambienti politico-istituzionali, ha posto l’azione antimafia - negli anni più recenti - lungo una strada sempre più in salita, costringendola a fare i conti, contestualmente, con una certa «distrazione collettiva» e con una crescente sfiducia nella magistratura indotta da una martellante black propaganda sulla “mala-giustizia” (senza che vi sia anche solo l’ombra di interventi che rendano un po’ più efficiente il servizio…). Ne è derivato un indebolimento dell’azione della magistratura, che equivale - obiettivamente - a dare più spazio e più tempo alla “ripresa” delle organizzazioni criminali che la magistratura deve istituzionalmente combattere.
Più di cento anni fa, Gaetano Mosca (nel suo saggio “Che cosa è la mafia”) scriveva che persino il funzionario pubblico onesto «presto comprende [che] se vuole combattere i soliti onorevoli usi a trescare colle cosche mafiose […] dovrà intanto essere esposto alle trame e alle calunnie che si ordiranno contro di lui a Roma». E «se non riesce, sarà addossata a lui la responsabilità dell’insuccesso». La storia si ripete: con la variante – oggi – di attacchi impunemente ripetuti a raffica con spreco dei più incisivi mezzi di informazione, capaci di incidere in maniera negativa sulla credibilità e quindi anche sull’efficienza di chi sta semplicemente compiendo un servizio. Capaci anche di funzionare da “monito” per chi si trovi o si trovasse a dover operare su materie o interessi analoghi.
Di qui un interrogativo ineludibile. Se, quando si tratta di personaggi di peso (imputati per fatti specifici e non certo per il loro status), giustizia giusta è - per definizione - solo quella che assolve, mentre il magistrato che indaga o eventualmente condanna un personaggio pubblico riceverà invariabilmente fango: quanto rimane della serenità di giudizio? Dove sta la linea di confine fra attacco e intimidazione? Non si alimenta la cultura del disimpegno o del basso profilo? Di questi “regali” la mafia non ha proprio bisogno.
ANTIMAFIADuemila N°41














