OMICIDIO CAMPAGNA ERGASTOLO A DUE BOSS
12 dicembre 2004
Messina. La sera del 12 dicembre 1985 Graziella Campagna usci dalla lavanderia di Villafranca Tirrena dove lavorava da alcuni mesi e scomparve. Pochi giorni prima la diciassettenne di Saponara aveva trovato in una giacca un’agendina che apparteneva all’allora latitante Gerlando Alberti Junior. Il boss cliente della lavanderia l’aveva dimenticata. E’ stato questo il movente dell’omicidio. Dopo 19 anni i giudici della Corte d´Assise hanno condannato all´ergastolo il boss Gerlando Alberti junior e il suo braccio destro Giovanni Sutera. Furono loro secondo i magistrati a uccidere la sera del 12 dicembre dell´85 Graziella, perché forse quell’agendina avrebbe potuto leggerla o forse avrebbe potuto riferirne a uno dei suoi fratelli, Pietro, carabiniere. Con la stessa sentenza sono state condannate per favoreggiamento a due anni, pena sospesa, la titolare della lavanderia, Franca Federico e la commessa Agata Cannistrà. Assolti per non aver commesso il fatto gli altri due imputati di favoreggiamento, Francesco Federico e Giuseppe Romano. Pietro, uno dei sette fratelli di Graziella, ha detto: << adesso Graziella può riposare in pace>>.
Mara Testasecca
EMERGENZA CAMORRA
11dicembre 2004
Napoli. La Camorra continua a sparare. Sale a 124 il numero delle vittime nella faida tra il clan di Paolo Di Lauro, soprannominato “Ciruzzo ‘o milionario”e il gruppo degli scissionisti nella zona tra Secondigliano, Scampia e Melito.
Sarebbero due le ragioni dello scontro. La prima: la fuga in Spagna e poi il ritorno a Napoli di Raffale Amato, l’uomo che secondo i Di Lauro ha rubato i quattrini della droga al boss. Amato nega e per reazione mette su un gruppo tutto suo, quello degli Scissionisti, ribattezzato poi degli “spagnoli”. La seconda: Cosimo, erede del boss da quando suo fratello Vincenzo è stato arrestato, vuole “svecchiare” il clan. Decide di circondarsi di gente più giovane; suoi coetanei, mandando in “pensione” i fedelissimi del padre, ultraquarantenni. Si comincia da Melito e dall’omicidio di un vecchio boss Federico Bizzarro per lasciare spazio alle nuove leve. E’ l’inizio di una lunga scia di sangue. Nonostante i blitz, grandi e piccoli, messi a segno dalle forze dell’ordine i sequestri di armi e i controlli serrati del territorio, le pistole continuano a sparare.
Da sei fine settimana non passa weekend senza che la guerra faccia le sue vittime. Dopo quaranta giorni di terrore e di sangue e omicidi a ripetizione, lo Stato ha dato una risposta forte. Circa millecinquecento tra Carabinieri del Rono e del Ros, poliziotti e Finanzieri hanno assediato il rione di Scampia e di Secondigliano. In 51 finiscono in cella fedelissimi del clan Di Lauro e del gruppo degli scissionisti. Al blitz riescono a sfuggire Cosimo Di Lauro, reggente del clan per conto del padre Paolo, e il fratello Marco. In manette il fratello Ciro e Alfredo Cicala, ex sindaco di Melito, accusato di aver aiutato i fedelissimi di “Ciruzzu ‘o milionario” a eliminare il vecchio boss Bizzarro e il boss Lucio De Lucia, capozona di Secondigliano, latitante da più di un anno. Tra gli scissionisti arrestati, infatti, figurano Paolo De Lucia, figlio di Ugo, arrestato giorni fa a Giugliano, Mario Di Palma e Gianni Maisto. Sarebbero questi, insieme ad altri personaggi meno conosciuti, gli "spagnoli" che tentano di accaparrarsi la piazza di Secondigliano per lo smercio di stupefacenti. Mentre era in corso l’operazione dalle finestre dei casermoni sono volate suppellettili sugli agenti. E alla fine donne del clan sono scese in strada e hanno incendiato alcuni cassonetti dell’immondizia in segno di protesta.
<<Napoli sta vivendo una situazione drammatica, nonostante l’impegno assiduo delle amministrazioni locali e delle forze dell’ordine, la violenza e l’illegalità diffusa stanno correndo e forse demolendo le fondamenta stesse della convivenza civile>> ha dichiarato il Ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu che ha voluto rinnovare l’impegno: <<Vogliamo combattere la Camorra con determinazione e tutti i mezzi a disposizione>>. Anche il Sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino è intervenuta pubblicamente: <<Alle donne, alle mamme di Scampia dico: dissociatevi dai clan. Fatelo per i vostri figli. E parlo da donna, da mamma, da sindaco>>. Immacolata Iacone, moglie del potente boss della Camorra, Raffaele Cutolo, replica alle parole della Iervolino: <<Lei che può dia il lavoro ai giovani. Se si rinvolge ai napoletani con le parole di una madre, allora segua i ragazzi di periferia come fossero figli suoi. Li mandi a scuola, in una scuola decente con bravi maestri. E stia attenta che non finiscano nell’imbuto del lavoro nero>>.
Nella sanguinaria guerra di Napoli Nord le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia cominciano a gettare luce sull’esercito dei killer di cui dispone il boss Di Lauro, tradito dalle nuove generazioni, ma forte dei vecchi “affiliati”. Il pentito è Gaetano Conte, ex Carabiniere in servizio a Roma. Poi la scelta di una vita al servizio della criminalità organizzata, di affiancarsi al clan Di Lauro. Arrestato per narcotraffico, oggi pentito, ha raccontato al pm della Dda Giovanni Corona: <<Il boss Di Lauro può contare su duecento fedelissimi che eseguono gli ordini impartiti da una sconosciuta residenza all’estero. Ognuno di quei duecento luogotenenti controlla almeno venti persone>>. Hanno collaborato alle indagini anche altri due pentiti Gennaro Migliaccio e Pietro Esposito.
Agli atti anche migliaia di pagine con le trascrizioni di intercettazioni telefoniche.
L’11 dicembre altri due omicidi e tre agguati a Scampia e Nola. Uno era un uomo del clan Di Lauro, l'altro Francesco Alfieri, 54 anni, figlio dello storico capo clan Carmine Alfieri. Il procuratore aggiunto del Tribunale di Napoli Paolo Mancino, preoccupato, ha lanciato l’allarme: <<Il peggio deve ancora arrivare: se la faida interna ai Di Lauro si estende anche gli altri clan rischiano il collasso>>.
Maria Loi
PROCESSO SME: PRESCRIZIONE E ASSOLUZIONE PER IL PREMIER
11 dicembre 2004
Milano. Silvio Berlusconi ha corrotto l’ex giudice romano Renato Squillante, ma grazie alle attenuanti generiche, il reato è prescritto. Assolto invece, seppure con formula dubitativa, per gli altri episodi che gli erano stati addebitati nel processo Sme. <<Meglio tardi che mai - ha commentato la sentenza Berlusconi -. Avevo ragione di essere sereno. In piena coscienza sapevo di non aver commesso nulla>>. Soddisfati anche gli avvocati difensori: <<La prescrizione riguarda solo l’episodio dei soldi arrivati a Squillante attraverso Previti>>. E’ questo il commento di Gaetano Pecorella, uno dei difensori di Silvio Berlusconi subito dopo la sentenza. <<Sono soddisfatto perché dopo tanti anni Silvio Berlusconi viene riconosciuto estraneo all’intero affare Sme viene scagionato anche dall’accusa di aver tenuto a libro paga dei giudici, resta solo la prescrizione per un unico episodio che siamo certi di riuscire a ribaltare in appello ottenendo l’assoluzione piena>> ha concluso il legale.
Silvia Cordella
GIUFFRE’ INTERROGATO DALL’FBI
10 dicembre 2004
Palermo. Il collaboratore Antonino Giuffrè è stato interrogato dagli agenti della procura federale di New York sui traffici internazionali di droga fra la Sicilia e gli Stati Uniti e sulla mafia italoamericana. Alla rogatoria hanno partecipato il Procuratore di Palermo Pietro Grasso e il pm della Dda Sergio Barbiera.
Il pentito ha parlato di una “ mafia globalizzata” inserita nel contesto dei traffici di cocaina della Colombia, tanto da aver avuto durante la stagione di Totò Riina <<un ruolo importantissimo nella strategia della guerriglia colombiana>>
Giuffrè riferisce agli inquirenti il ruolo dei corleonesi definendoli <<consiglieri>> militari del cartello di Medellin, arrivando con i suoi tentacoli in Venezuela e la gran parte dell’America del Sud. Giuffrè parla dei contatti fra Bernardo Provenzano e le famiglie mafiose di New York, Chicago e Philadelphia. Racconta inoltre che il capo corleonese di Cosa Nostra verrebbe costantemente aggiornato sulle mosse dei cugini americani grazie a un messaggero che periodicamente visita la Sicilia.
L’interrogatorio incalza e Giuffrè svela i nomi degli <<agganci>> che vengono impiegati negli aeroporti americani e italiani, in particolare quello di Palermo. Persone che consentono il passaggio di grosse partite di droga e di armi. << Negli anni ’80 – ricorda il pentito – ho avuto nelle mani una carabina di precisione che doveva servire per uccidere un parente del pentito Contorno. Era un uomo che non era facile avvicinare e gli amici di New York ci fecero arrivare questo regalo che io ho poi consegnato alla cosca di Bagheria>>. Un gemellaggio che dura nel tempo quello tra le famiglie mafiose siciliane e i cugini d’oltreoceano che ha ragionevolmente bisogno di rappresentanti. Carica secondo il pentito, che sarebbe stata delegata a Salvatore Lo Piccolo, uomo di fiducia di Bernardo Provenzano. L’FBI si è chiesta così, come può un latitante entrare negli Stati Uniti. << Non è difficle – ha spiegato Giuffrè – ci sono una serie di passaggi da fare, attraverso l’Inghilterra oppure il Canada, e poi con documenti falsi è facile attraversare il confine>>. L’archivio storico di Giuffrè è una fonte su cui i magistrati americani contano. L’interrogatorio continua, Giuffrè afferma che Provenzano avrebbe anche espresso il suo assenso all’ingresso di nuovi “uomini d’onore” nelle famiglie mafiose americane, inserendo una persona di fiducia nella gestione del narcotrafficoe e degli affari illeciti. Il nome è quello di <<Vito Roberto Palazzolo, colui che controlla gli affari di Cosa Nostra in Venezuela, Brasile, Messico e Canada. E probabilmente fino all’estremo Oriente>>. L’ex boss di Caccamo parla agli inquirenti dei cambiamenti nella gestione delle cosche << prima – afferma – i boss s’incontravano durante le cerimonie… ma ora per paura di essere intercettati non si una più>>. Con l’evolversi dei tempi anche Cosa Nostra si è dovuta adattare, rimane comunque inarrestabile la sua influenza e il suo potere d’infiltrazione in ambienti istituzionali, cosa che l’FBI sta cercando di accertare. A tal proposito Giuffrè ha rivelato che alcuni anni fa sarebbero sbarcati in Sicilia i legali dei Gambino alla ricerca di materiale che screditasse i pentiti che avevano accusato i loro clienti.
Silvia Cordella
GRASSO: <<AL MOMENTO NON ESISTE LA CUPOLA>>
9 dicembre 2004
Palermo. Estorsioni a Palermo. Pagano tutti o quasi. Il pizzo rappresenta una fonte inesauribile di guadagno che la mafia utilizza per pagare i boss detenuti, gli avvocati, i familiari dei carcerati, le medicine da destinare ai mafiosi malati e ad altro. Per questo motivo i boss continuano a pressare i commercianti obbligandoli con minacce di morte. E’ quanto emerge nell’indagine antimafia che lo scorso 9 dicembre ha visto impegnata la Dda di Palermo e più di 450 finanzieri. Sono state eseguite inoltre 70 perquisizioni e oltre 200 mila ore di intercettazioni telefoniche e ambientali. Nell’operazione “Cantiere aperto” sono state arrestate 35 persone con l’accusa a vari titolo di associazione mafiosa, estorsione e riciclaggio. I provvedimenti sono stati emessi dal gip Pasqua Seminara su richiesta dei sostituti Maurizio De Lucia e Nino Di Matteo. Il dato più allarmante è che nessuno dei commercianti taglieggiati ha denunciato i fatti alle forze dell’ordine, a confermarlo è anche il procuratore capo di Palermo nel corso della conferenza stampa. <<Non c’è nessuna denuncia da parte delle vittime del racket>>.
A gestire il pizzo sarebbero state le cosche di Santa Maria del Gesù e di Porta Nuova. Nell’inchiesta emerge anche la gestione illecita di alcune sale gioco e in particolare di sale Bingo. A capo dell’organizzazione c’era Cosimo Vernengo che è stato bloccato sul traghetto che porta a Napoli.
Nel corso della conferenza stampa il procuratore capo di Palermo Pietro Grasso ha sottolineato che nell’organizzazione mafiosa al momento manca la cupola, l’organismo di vertice composto dai boss a capo delle famiglie che un tempo era chiamato a decidere sulla vita e sulla morte di chi si opponeva a Cosa Nostra, <<Non c’è attualmente – ha detto il procuratore capo – una struttura completa, una commissione che lavori a pieno ritmo>>.
Maria Loi
LE BUGIE DI PISANU E IL CAOS DELLE FORZE DELL’ORDINE
8 dicembre 2004
Roma. Il ministro dell’Interno Pisanu ha giurato che i tagli alle spese previsti dalla nuova Finanziaria non avrebbero intaccato gli apparati di sicurezza. Peccato che però a smentirlo ci sono fatti e numeri. Le spese per le forze dell’ordine sono stare ridotte per 23 milioni di euro. A Bari, dove gli agguati con morti e feriti sono all’ordine del giorno, dove le persone agli arresti domiciliari da controllare sono 350, i sorvegliati speciali 250, i nuovi baby killer 40, la situazione è disastrosa. <<Da due-tre mesi – ha denunciato Piero Colapietro, capoturno della sezione volanti e delegato sindacale del Silp-Cgil – le volanti girano 24 ore al giorno: sono usurate, hanno un chilometraggio eccessivo, più di qualche volta ci lasciano per strada. Non è raro vedere un carro attrezzi per le strade di Bari con la pantera caricata sopra. Tra l’altro non ci sono più nemmeno i fondi per la manutenzione. Io personalmente la mattina devo caricare la batteria con i miei cavetti e più volte sostituisco le lampadine delle luci di posizione. Di tasca mia s’intende. Le officine non accettano più i buffi. Proprio l’altro giorno ho incontrato un collega della Mobile. Stava con una tanica d’acqua in mano: ogni ora doveva fermarsi e mettere l’acqua nel radiatore della vecchia Fiat Punto>>. A Bari non vengono pagati gli straordinari e i computer utilizzati sono quelli dismessi dalle banche. A Pisanu che ha vantato un calo dei reati in Italia Colapietro ha risposto: <<Non è vero, sono diminuite le denunce. Mi dicono “Ispettò… perché devo denunciare quando non trovate la radio che mi hanno rubato?>>. A Palermo la situazione non è migliore. Il direttore regionale della polizia di frontiera ha annunciato che seimila ore di lavoro straordinario già consumato non verranno pagate. La Digos è costretta a chiedere le automobili in prestito. Gli operatori della sicurezza addetti alla vigilanza di tutto il porto di Palermo sono appena quattro; il porto di Augusta, dove le navi da sottoporre a controllo sono 3600 ogni anno, dispone solo di due operatori. <<Non abbiamo i soldi per andare in missione – ha raccontato Federico Schillaci, poliziotto palermitano delegato del Silp Cgil – Alla Dia o alla Squadra Mobile dicono vai, ti paghi il viaggio e quando torni te lo rimborsiamo. I rimborsi arrivano dopo un anno: la lotta alla mafia è fatta con il sacrificio economico delle famiglie degli agenti>>. A Napoli, con una feroce guerra di camorra in corso, gli agenti delle volanti per poter disporre dell’auto devono aspettare che smonti il turno precedente. I rimborsi per le trasferte arrivano con cinque o sei mesi di ritardo. Il personale del commissariato di Castellammare pari a 15 unità ha in dotazione una sola macchina ed un solo computer per lavorare.
Dora Quaranta
DELITTO DALLA CHIESA CONFERMATA CONDANNA PER ANZELMO
8 dicembre 2004
Palermo. La Cassazione si è pronunciata in merito alle condanne comminate agli imputati nel processo dell’omicidio del Prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo avvenuto a Palermo il 3 settembre 1982. E’ stata confermata la condanna all’ergastolo per Antonino Madonia che sparò contro le vittime a bordo di una Bmw guidata da Calogero Ganci. Quattordici anni di reclusione per i collaboratori di giustizia Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci. Costoro con la loro collaborazione hanno contribuito a svelare le dinamiche dell’agguato e ad individuare i responsabili del delitto. Il 29 settembre 2003 la Corte di Assise di Appello di Palermo però non ha applicato per Anzelmo lo sconto di pena <<nella massima estensione possibile in base all'attenuante della collaborazione>> e alle attenuanti generiche. Il collaboratore aveva fatto ricorso in Cassazione. I supremi giudici hanno risposto che certamente deve <<essere valorizzata la nuova vita che sembra aver intrapreso il collaborante, ma è sicuro che deve essere vagliata anche la sua vita pregressa come indice di capacità a delinquere, perché non sono pochi i casi di collaboranti che una volta tornati in libertà hanno ripreso a commettere delitti anche gravi>>. Per tale motivo la Cassazione ha stabilito che la condanna riportata da Francesco Paolo Anzelmo è adeguata a soddisfare <<l'esigenza di una espiazione idonea a rafforzare la riflessione sulla gravità dei fatti commessi>> e a <<rendere irrevocabile l'allontanamento dal vivere criminale>>.
Marco Cappella
NUOVA INCHIESTA SU PORTELLA DELLA GINESTRA
8 dicembre 2004
Palermo. Dopo quasi 50 anni di silenzio, di depistaggi e di negligenze un nuovo dossier è stato presentato al procuratore di Palermo Pietro Grasso dallo storico Giuseppe Casarrubea che aveva chiesto la riapertura dell’inchiesta sulla strage di Portella della Ginestra (1° maggio 1947 che provocò undici morti e ventisette feriti) e presentato un elenco di nomi, 18 testimoni da ascoltare. Tra questi due capi della Decima Mas.
Lo storico, figlio di una delle tante vittime di quella stagione di sangue, ha raccolto centinaia di atti ufficiali ritrovati negli Archivi Nazionali degli Stati Uniti a College Park e nel Fondo Sis, il Servizio informazioni dell’Italia liberata. La “memoria”, che è stata consegnata dall’avvocato Armando Sorrentino al procuratore, è di 62 pagine.
Casarrubea vuole <<ristabilire l verità>> sulla prima strage di stato e <<dare un volto a mandanti ed esecutori>>. Dalle carte emerge un Salvatore Giuliano che, fin dal 1944, è pesantemente manovrato non solo dalla mafia, ma anche dai servizi segreti di Salò.
Il fascicolo inizia con un rapporto del 4 marzo 1945. Si tratta dell’interrogatorio di Pasquale Sidari, alias Secchi, una spia di Salò catturato sull’Appennino. Gli agenti segreti americani riportano una sua confessione: <<Il soggetto incontrò a Palermo, verso il 15 dicembre 1944, altri due colleghi paracadutisti del battaglione San Marco, Giuseppe e Giovanni Consoli, due siciliani … I due fratelli accennarono al fatto che vi era una banda fascista che operava nei pressi di Partinico al comando di un certo Giuliano>>. Secondo Casarrubea la strage fu probabilmente decisa per <<una convergenza di interessi>>, <<non si trattò soltanto dello scontro tra proprietari terrieri e braccianti agricoli>> in una Sicilia che allora era terra di mafiosi e degli irriducibili fascisti, dei separatisti e delle spie americane. Nella documentazione c’è anche una diversa ricostruzione della dinamica del massacro, ci sono testimoni oculari che possono ancora parlare.
Maria Loi
GRASSO E CASELLI SI CANDIDANO ALLA PROCURA
7 dicembre 2004
Roma. Il procuratore di Palermo Pietro Grasso e il procuratore generale di Torino Giancarlo Caselli si sono candidati alla successione di Piero Luigi Vigna, al vertice della Procura Nazionale Antimafia. Sul tavolo del Csm sono giunte anche altre candidature: quelle del procuratore generale di Bari Riccardo Di Bitonto, del Procuratore aggiunto di Roma Italo Ormanni, del procuratore di Asti Sebastiano Corbello, quello di Messina Croce, dell’ex procuratore di Napoli Cordova e di Claudio Vitalone.
Vigna dovrebbe lasciare l’incarico il prossimo 15 gennaio a meno che non venga promulgata prima la riforma dell’ordinamento giudiziario che gli proroga il mandato fino ad agosto del 2005.
Nella legge Castelli c’è un comma per cui, all’entrata in vigore delle norme, <<chi è a capo della Dna è prorogato fino al compimento dei 72 anni>>. Se Ciampi firmerà l’ordinamento, il concorso bandito dal Csm dovrà essere riproposto tra sei mesi. Ma a quel punto lo stesso Procuratore Caselli ne sarebbe tagliato fuori . Nella legge c’è una norma che prevede che il nuovo procuratore debba assicurare almeno quattro anni di permanenza nell’incarico. Periodo che il Pg di Torino non potrebbe assicurare per pochi mesi proprio per via dell’età.
Maria Antonietta Morelli
DAL RICICLAGGIO: ALLA MAFIA 100 MILIARDI DI EURO ANNUI
5 dicembre 2004
Palermo. “Lo sviluppo nella legalità: un impegno per il mondo bancario e per le professioni” è il titolo di un convegno svoltosi a Palermo il 4 dicembre a Villa Igiea organizzato dal Banco di Sicilia. I dati emersi fanno riflettere: studi del Censis dichiarano che ogni anno la mafia in Italia guadagna 100 miliardi di euro dal riciclaggio di denaro; secondo l’Eurispes la sola Cosa Nostra ha introiti pari a 13 miliardi annui; tra il 2 e il 5% del prodotto interno globale, stando alle cifre del Fondo Monetario Internazionale, è riciclato. Dal 1997 ad oggi all’Ufficio Italiano Cambi (Uic) è pervenuto un numero di segnalazioni che oscilla fra 3 mila e 7 mila. Il direttore dell’Uic, Carlo Santini, intervenuto al dibattito ha riferito che <<nello stesso arco di tempo l’Ufficio Italiano dei Cambi ha approfondito sul piano finanziario e trasmesso agli organismi investigativi 33 mila segnalazioni di operazioni sospette. Il maggior numero di segnalazioni – ha poi proseguito – proviene da Lombardia e Lazio. Tuttavia i dati cambiano se si considera l’indicatore costituito dal rapporto tra numero delle segnalazioni e numero degli sportelli bancari esistenti in ciascuna regione. L’indicatore fa registrare i valori più alti in Campania (con la media di 1,80 segnalazioni per sportello), Calabria (1,69), Puglia (1,28) e Sicilia (0,83)>>.
Dora Quaranta
IN DIRITTURA D’ARRIVO L’INCHIESTA “ALTA MAFIA”: TRA BREVE GLI ATTI IN CANCELLERIA
5 dicembre 2004
Caltanissetta. La notte del 29 marzo scorso scattò l’operazione “Alta Mafia” che portò all’arresto di 41 persone tra politici, amministratori, imprenditori e funzionari comunali della provincia di Caltanissetta e Agrigento. In manette finirono, con l’accusa a vario titolo di associazione mafiosa, turbativa d’asta e abuso, il deputato regionale dell’Udc Vincenzo Lo Giudice, il sindaco di Canicattì Antonio Scrimali, l’ex funzionario regionale e commissario regionale al Comune di Canicattì Francesco Marsala, l’ex Comandante dei Vigili Urbani di Canicattì Salvatore Giambarresi, Gaetano Arcerito, commerciante di Niscemi, Mario Bartolotta di Mazzarino, Massimo Belsegno di Caltanissetta e Salvatore Iacono ingegnere capo del Genio civile di Caltanissetta. I pm della Dda di Palermo titolari dell’inchiesta hanno reso noto che l’attività di indagine è conclusa e che il 15 dicembre gli atti, corredati da un fascicolo di oltre 700 pagine con all’interno la trascrizione delle intercettazioni telefoniche ed ambientali, saranno depositati presso la cancelleria del Tribunale di Agrigento. Se il gup deciderà di rinviare a giudizio gli imputati si potrà dare il via ai primi processi già all’inizio del 2005.
Dora Quaranta
ASSOLUZIONE PER INZERILLO
4 dicembre 2004
Palermo. L’ex senatore Dc Enzo Inzerillo è stato assolto dalla Corte d’Appello di Palermo, presieduta da Francesco Ingargiola, dall’accusa di associazione mafiosa. Inzerillo ricevette il primo avviso di garanzia per mafia il 28 dicembre 1993 e venne arrestato il 14 febbraio 1995. L’ex senatore era stato accusato di avere inviato il notaio Pietro Ferraro dal giudice Salvatore Scaduti per <<aggiustare>> l’ennesimo processo ai killer del capitano dei Carabinieri Emanuele Basile. Contro Inzerillo si incrociarono le accuse dei pentiti Gioacchino Pennino, Giovanni Drago, Vincenzo Sinacori, Angelo Siino. Ex impiegato dello Stato oggi in pensione, Inzerillo cominciò la sua carriera politica nella Dc. Nel 1980 venne eletto in consiglio comunale. Divenne assessore al Patrimonio e poi ancora eletto assessore nella giunta della “Primavera di Palermo”. Nel 1990 mentre era sindaco Domenico Lo Vasco, divenne assessore e vicesindaco. Nel 1992 venne eletto senatore carica che mantenne fino al 1994. Creò poi una lista <<fai da te>> ma non venne eletto pur raccogliendo oltre 11 mila voti.
Silvia Cordella
OPERAZIONE TAMBURO
3 dicembre 2004
Cosenza. <<Tra qualche mese sarà Natale. C’è da fare un regalo ad alcuni “amici”. Sono quelli che “controllano” la zona. Sai, ho detto loro di conoscerti. Sì, insomma, ho fatto da garante per te. Ho spiegato che avresti soddisfatto le loro richieste>>. Così l’ingegnere Blasi, imprenditore nel settore dei lavori pubblici e delle pavimentazioni stradali, ha raccontato lo scorso 3 dicembre in risposta alle domande del pm antimafia Eugenio Facciolla. Davanti ai giudici del tribunale di Cosenza - presidente Francesca De Vuono, a latere Gianfranco Grillone e Ugo Politano – nell’ambito del processo denominato “Tamburo”. Il racconto è quello di un tentativo di estorsione subito dai clan cosentini e che comincia con un incontro con Dino Posteraro. Era il 1999 quando <<stavo eseguendo dei lavori per conto dell’Anas sulla Statale delle Terme, a Fagnano – sono state le sue parole -. Fu proprio Posteraro ad invitarmi nel suo cantiere. Non mi aspettavo una simile richiesta. Rimasi perplesso. Risposi semplicemente che ci avrei pensato. E, poi, più niente. Credevo che la vicenda si fosse chiusa lì. E invece…>>. E invece fu solo il primo contatto, al quale seguì una telefonata ricevuta dal guardiano dell’impianto di Fagnano che <<mi passò una delle due persone che mi stavano cercando per ricordarmi “l’impegno assunto”>>. <<Francamente, rimasi seriamente turbato da quella telefonata. Non avevo promesso alcunché a Posteraro, eppure quelli pretendevano dei soldi>>. “Quelli”, ha spiegato successivamente il testimone, sarebbero due persone da lui precedentemente incrociate all’interno del cantiere e da identificare in Vincenzo Dedato e Francesco Amodio. Riconosciuti in fotografia nel corso dell’udienza. In seguito alle richieste verbali l’imprenditore subì anche una intimidazione: <<Venne data alle fiamme un’Audi parcheggiata sotto casa. Ma non era la mia vettura: era quella di mio fratello, in tutto identica alla mia>>.
Monica Centofante
OPERAZIONE MARE E MONTI
3 dicembre 2004
Siracusa. Si è concluso con 10 arresti l’operazione “Maremonti”. Il blitz scattato lo scorso 2 dicembre contro il clan Aparo è il risultato di una indagine che venne avviata dagli agenti della Squadra Mobile in cui si cercava di far luce su alcuni attentati avvenuti nel siracusano.
L’obiettivo era Nunzio Salafia, 54 anni, esponente storico della criminalità siracusana, che doveva essere ucciso per un regolamento di conti e con lui il figlio Giovanni Salafia. I due gestivano assieme un magazzino per la vendita di materiale edile.
Dalle intercettazioni è emerso anche che il solarinese Antonino Aparo, 46 anni, in carcere ormai da più di dieci anni e in regime di 41 bis, stava scontando condanne per omicidio. Questo non gli avrebbe impedito di riprendere in mano le redini della cosca. Avrebbe fatto arrivare i suoi ordini attraverso i familiari che andavano a trovarlo al carcere di Spoleto.
Nello stesso blitz gli agenti della squadra Mobile hanno sventato l’assalto ad un furgone portavalori atteso all’ufficio postale di Floridia. Tra le persone coinvolte nell’inchiesta figurano il medico di Floridia Salvatore Valenti accusato di concorso in associazione a delinquere di stampo mafioso.
Gli inquirenti hanno appreso anche di due tentativi di estorsione compiuti a Floridia contro 2 imprenditori edili.
<<Questa indagine - afferma il Questore Vincenzo Mauro - dimostra come la polizia sia in grado di colpire il fenomeno delle estorsioni anche quando la vittima non denuncia chi lo ricatta. Ma è ovvio che se si vuole un’azione ancora più efficace da parte delle forze dell’ordine è necessaria la collaborazione delle vittime>>.
Maria Loi
LE COLLUSIONI MAFIA-POLITICA-IMPRENDITORIA NEL PROCESSO VIRGA
2 dicembre 2004
Trapani. Ha deposto ieri in pubblica udienza l’ispettore della Mobile di Trapani Leonardo De Martino nell’ambito del processo a carico di Vincenzo Virga e di suo figlio Francesco accusati di riciclaggio riguardo alla gestione di 8 società della provincia trapanese. L’ispettore De Martino ha ricostruito le fasi dell’indagine culminata nel 1996 con l’arresto del latitante mazarese Vincenzo Sinacori e delle intercettazioni effettuate dalle forze dell’ordine negli uffici del commercialista Giuseppe Messina, dalle quali sarebbero emersi stretti legami tra mafia, politica ed imprenditoria.
Il processo riprenderà il 15 settembre prossimo.
Dora Quaranta
NEI GUAI TOTUCCIO CONTORNO
2 dicembre 2004
Palermo. Totuccio Contorno, alias “Coriolano della Floresta” uno dei pentiti storici della mafia è stato arrestato a Roma dai Carabinieri mentre stava per compiere un’estorsione.
Si stava recando in uno studio notarile dove avrebbe perfezionato le pratiche per farsi cedere da un conoscente, al quale avrebbe prestato denaro, la sua attività commerciale quando è stato fermato dai Carabinieri. La vittima è Marcello Rapisarda, 54 anni, ex pentito del clan Pulvirenti, espulso dal programma di protezione sette anni fa, quando fu ammanettato dalla mobile romana durante un’operazione antidroga.
Quando i Carabinieri l’hanno accerchiato “Coriolano” ha pensato al peggio . <<Meno male che siete voi, pensavo che mi volessero fare la pelle>> ha detto alle forze dell’ordine. I militari del colonnello Salvatore Luongo l’hanno riconosciuto solo dopo l’arresto
Contorno fu iniziato a Cosa Nostra nel 1975, entrando a far parte della famiglia di Santa Maria di Gesù. Si occupò di contrabbando di sigarette e poi di droga con i cugini Grado anche se ufficialmente faceva il macellaio. La collaborazione ufficiale del picciotto cominciò nel 1984, ma già dall’82, Contorno, conosciuto anche con l’appellativo “prima luce”, collaborava con gli investigatori.
Mara Testasecca
LA CHIESA E I PENTITI
1 dicembre 2004
Palermo. Padre Francesco Stabile che ha proposto la causa di beatificazione per Don Puglisi in merito al tanto discusso rapporto mafia e pentiti ha detto: <<E’ necessario stilare al più presto un documento per dare indicazioni a tutti i preti sul percorso che i mafiosi dovrebbero fare per conversione>>. L’incontro del 29 novembre scorso dove sono intervenuti don Cosimo Scordato, il redentorista Nino Fasullo, direttore della rivista “Segno” e Giacomo Ribaudo parroco della Magione è stato un momento di confronto tra diverse vedute. L’opinione di Giacomo Ribaudo esposta in alcuni articoli nei mesi scorsi è netta in questa dichiarazione: <<Ci può essere un pentimento davanti a Dio e non davanti agli uomini. Il mafioso che vuole convertirsi non deve necessariamente collaborare con i giudici>>. Invece secondo Padre Fasullo: << Non c’è vero pentimento senza collaborazione con la giustizia, solo così si possono rimuovere le cause del peccato mafia ed evitare altro sangue>>. Ha poi aggiunto: << non dimentichiamo i nostri morti, i mafiosi devono rompere il muro d’omertà>>. A tal proposito don Cosimo Scordato ha dichiarato: <<In linea di principio concordo sulla prospettiva che il mafioso che si dice pentito debba collaborare con i giudici. Ma ho delle perplessità: perché spesso si confonde conversione con pentitismo. Poi perché il mafioso può assumere il rischio di collaborare per sé, non per i suoi parenti, che potrebbero essere vittime di vendette trasversali>>. Nella storia recente alcuni boss si sono dissociati dall’organizzazione criminale ma senza collaborare. Un atteggiamento questo che non aiuta l’azione di contrasto contro Cosa Nostra.
Marco Cappella
RIINA NON RISPONDE
30 novembre 2004
Palermo. Totò Riina si è avvalso della facoltà di non rispondere davanti ai pm delle Procure di Caltanissetta e di Firenze che stanno indagando sui mandanti delle stragi del 1992- ’93. A Caltanissetta è in corso l’inchiesta sui mandanti occulti delle stragi di Falcone e Borsellino, mentre a Firenze si sta indagando per accertare se dietro gli attentati di via dei Georgofili, Milano e Roma, ci sono altri personaggi che non siano boss mafiosi.
All’interrogatorio di Riina erano presenti i magistrati dei due uffici giudiziari e anche quelli della procura Nazionale antimafia. L’audizione del boss, in un primo momento d’accordo ad incontrare i pm, è slittata prima ad ottobre e poi a novembre. L’interrogatorio è avvenuto il giorno dopo in cui i giudici avevano rigettato la richiesta dei difensori di Riina di non ammetterlo al 41 bis. Da ambienti giudiziari si apprende che per questo <<diniego che ha avuto>> Riina si è detto molto adirato. M.L.
COSA NOSTRA SOPPIANTATA DALLA MAFIA ALBANESE
28 novembre 2004
New York. La mafia albanese soppianta Cosa Nostra. A lanciare l’allarme è l’FBI. Ad Astoria, una zona dove per decenni hanno comandato i Lucchese, una delle cinque “famiglie”newyorchesi di Cosa Nostra, adesso comandano gli albanesi che sono diventati la nuova emergenza della criminalità organizzata a New York. <<La loro violenza sta intimorendo perfino Cosa Nostra, più di quanto in passato non fossero riusciti a fare i russi quando arrivarono in massa per sfidare il predominio degli italoamericani>> ha spiegato uno dei capi della sezione criminalità organizzata al quartier generale dell’Fbi a Washington. Gli inquirenti hanno dichiarato che si interverrà su due fronti contro il fenomeno: da una parte le indagini che puntano sull’Albania e il Kossovo - questo prevede anche una stretta collaborazione con la polizia italiana - dall’altra parte ci sono gli arresti, già cominciati. <<E’ vero la mafia albanese c’è anche in Italia: stiamo combattendo. Basta guardare i risultati>>. Così il ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu risponde all’appello lanciato dalle stesse autorità Usa in occasione di un convegno.
Maria Loi
MAFIA E COOPERATIVE ROSSE
27 novembre 2004
Palermo. Arrivano le condanne nell’inchiesta sugli intrecci tra mafia e cooperative rosse. La pena più alta è andata a Tommaso Orobello, ex presidente della cooperativa La Sicilia di Bagheria che ha avuto quattro anni; due anni e otto mesi sono stati inflitti invece a Salvatore Genovese responsabile della cooperativa Cepsa di Partinico. Due anni, infine, al mafioso di Partinico Giovanni Bonomo, arrestato un anno fa in Senegal, dopo una lunga latitanza. Entrambi gli imputati erano accusati di concorso esterno in associazione mafiosa.
Assolti invece l'ex sindaco comunista di Polizzi Generosa, Francesco Caruso, e l'imprenditore Ignazio Potestio.
Orobello, ha ottenuto la derubricazione dell'accusa principale, da associazione mafiosa a concorso esterno, ed è stato assolto dai reati di turbativa d'asta e truffa. Secondo la Procura, invece, l'apporto dato da Orobello a Cosa Nostra e in particolare al boss Bernardo Provenzano, andrebbe ben al di là del "concorso esterno". Nei confronti di Orobello, il gup Gamberini ha anche dichiarato la prescrizione di un'accusa di peculato, perché‚ l'ipotesi è stata ritenuta meno grave di come l'aveva prospettata la Procura. Altri quindici imputati saranno giudicati col rito ordinario, nel corso dell'udienza preliminare, già fissata per il 14 dicembre. Nell'indagine era stato coinvolto - poi aveva ottenuto l'archiviazione - l'ex deputato regionale comunista Gianni Parisi. Archiviata pure la posizione del deputato diessino all'Ars Domenico Giannopolo, indagato per tentata turbativa d'asta. Accusato di concorso in associazione mafiosa anche Salvatore Genovese. L’imputato era stato incriminato pure di una turbativa d'asta aggravata, per aver costretto gli imprenditori Mario e Giusto Di Natale a cedere la loro busta di partecipazione a una gara per la costruzione di trenta alloggi dell'Iacp a Caccamo. Per lo stesso episodio è stato condannato Bonomo, e Caruso, l'ex sindaco di Polizzi, con l’accusa anche di peculato. Avrebbe sottratto delle buste di una gara, ma anche il suo ruolo non è stato dimostrato.
Lorenzo Baldo
GIUFFRE’ AL PROCESSO ORIONE
24 novembre 04
Catania. Antonino Giuffrè depone in veste di collaboratore di giustizia al processo d’Appello “Orione” sugli anni della faida tra i clan Santapaola e Mazzei. Il pentito ricostruisce la vicenda legata al duplice omicidio del presunto reggente della cosca di Caltanissetta legata a Piddu Madonia, il boss Vaccaro ucciso insieme al suo autista il 28 gennaio 1998. Per Giuffrè l’omicidio sarebbe riconducibile alla “spaccatura” avvenuta all’interno di Cosa Nostra a Palermo, nella quale Vito Vitale (anche lui imputato in questo procedimento) appartenete all’ala stragista di Totò Riina, avrebbe voluto dare un chiaro segnale a Bernardo Provenzano. Gli assassini sarebbero serviti a garantire l’egemonia della cosca legata a Santo Mazzei “U Carcagnusu” a Catania. Il pentito avrebbe riferito inoltre alla Corte che il Boss Vitale sarebbe ancora vivo, data la condanna a morte decretata da Cosa Nostra, grazie alla sua permanenza in carcere.
Silvia Cordella
RIDOTTA LA PENA PER CANNELLA
24 novembre 2004
Palermo. Nel processo d’Appello contro un gruppo di presunti fiancheggiatori del latitante Bernardo Provenzano il boss di Prizzi Tommaso Cannella ha ottenuto uno sconto di pena mentre il figlio Pietro è stato assolto.
“Masino” Cannella imprenditore della “Sicilconcrete srl” una ditta di calcestruzzi, ritenuto il capo di Cosa Nostra a Prizzi, avrebbe gestito la cosca con il figlio ed il genero. Anche se per il figlio la contestazione è caduta: i difensori hanno ascoltato una serie di testimoni dimostrando che Pietro Cannella era del tutto estraneo all’attività lavorativa del padre.
Tommaso Cannella, pur essendo stato condannato a dieci anni dal Gup e dalla Corte d’appello, ha beneficiato del meccanismo della <<continuazione >> e gli anni che aveva trascorso in carcere in virtù di altre condanne e sentenze verranno detratti dai dieci anni totali.
Riduzione di pena anche per altri imputati. Il camionista di Caccamo Loreto Di Chiara è passato a due anni e mezzo (dai sei anni e quattro mesi inflittigli in primo grado). E’ scesa da quattro a tre anni la condanna inflitta a Raffaele Picciurro, e da cinque a tre quella che riguarda Marco Maniscalco. Dovranno scontare otto anni ciascuno Biagio Picciurro e Salvatore Pitarresi.
Anna Petrozzi
IGRES 2: DISPOSTI TRE RINVII A GIUDIZIO
23 novembre 2004
Reggio Calabria. Ha disposto tre rinvii a giudizio il gup Filippo Leonardo a conclusione dell’udienza preliminare del procedimento “Igres 2” in corso di svolgimento a Reggio Calabria. Il procedimento era nato da un’inchiesta su un colossale traffico di droga operato dalle cosche della Locride, in collaborazione con le famiglie di Cosa Nostra delle province di Trapani e Palermo, tra il settembre del 2000 e il giugno del 2003. E aveva ricostruito le attività di un’organizzazione in grado di movimentare ingenti quantitativi di polvere bianca occupandosi di acquisto, consegna, cessione, distribuzione, vendita, offerta e commercializzazione in Italia e in altri Paesi europei. Il 24 marzo del prossimo anno, davanti ai giudici del Tribunale di Locri, dovranno comparire. Giuseppe Coppola, 43 anni, di Alcamo; Sergio Giglio, 35 anni, di Salemi; Rosario Tommaso Leo, 35 anni, di Vita. Tutti e tre accusati di avere, in concorso con altre quindici persone imputate nel troncone principale del procedimento e al fine di agevolare Cosa Nostra, partecipato alle attività dell’organizzazione. Coppola, Giglio e Leo dovranno inoltre rispondere di avere curato per conto della famiglia Miceli, la cessione di singole partite di stupefacente anche in ambito siciliano.
Monica Centofante
LA CASSAZIONE SULL’ADDAURA: CONTRO FALCONE “TORBIDI GIOCHI DI POTERE” PROVENIENTI DAGLI AMBIENTI ISTITUZIONALI
20 novembre 2004
Palermo. La seconda sezione penale della Cassazione, presieduta dal dott. Francesco Morelli, il 19 ottobre scorso ha confermato le condanne a 26 anni di reclusione per Salvatore Riina, Salvatore Biondino, Antonino Madonia, a 9 anni e 4 mesi per il collaboratore Francesco Onorato e a 2 anni e 8 mesi per l’altro pentito Giovan Battista Ferrante nell’ambito del processo per il fallito attentato all’Addaura contro il giudice Giovanni Falcone. Il 21 giugno 1989 la mafia aveva posizionato 58 candelotti di dinamite sugli scogli antistanti la villa dell’Addaura dove il giudice Falcone si trovava in compagnia dei colleghi svizzeri Carla Del Ponte e Claudio Lehman. L’attentato fu sventato dagli agenti di polizia addetti alla protezione personale del magistrato insospettiti dalla presenza di una borsa sportiva con accanto un equipaggiamento da sub lasciati stranamente incustoditi fra gli scogli. Le motivazioni della sentenza della Corte Suprema fanno definitivamente chiarezza sugli autori del mancato attentato e ricordano il clima rovente in cui Falcone fu costretto ad operare tra la fine dell’80 ed i primi anni ’90. Risulta una <<mera congettura>>, recita la Cassazione, la tesi del <<complotto orchestrato da centri di interesse politico-economico>>, cui sarebbe rimasta estranea Cosa Nostra. <<L’attentato dell’Addaura - si legge nel testo – è sicuramente, senza ombra di dubbio, riconducibile all’associazione mafiosa denominata Cosa Nostra>>, la quale non può escludersi che abbia abilmente sfruttato la <<serie di improvvidi e sleali attacchi subiti dal Giudice Falcone, anche all’interno dell’ambito istituzionale>>. Nelle 89 pagine della sentenza sono ricordate le parole di Giovanni Brusca che nel processo ha narrato le rivelazioni fattegli da Riina sull’attentato: <<Io incontrandomi con Salvatore Riina gli chiedo cosa era questo fatto di Cosa Nostra, che avevamo fatto noi, nel senso l’avevamo fatto Cosa Nostra e in particolar modo Antonino Madonia, e mi ha detto pure “Peccato che… che non è successo, perché era il momento buono”, in quanto il dott. Giovanni Falcone era in quanto discusso, delegittimato, quindi il momento storico era favorevole per Cosa Nostra>>. Il magistrato antimafia fu oggetto di un <<infame linciaggio gravemente oltraggioso nei termini, nei modi e nelle forme>>, di <<torbidi giochi di potere>>, di <<meschini sentimenti di invidia e di gelosia anche all’interno delle stesse istituzioni>> che gli impedirono il conferimento di quei prestigiosi incarichi che gli spettavano per essere il più meritevole. E la Cassazione annovera la mancata designazione a Consigliere Istruttore del Tribunale di Palermo, alla carica di Alto Commissario per il coordinamento di lotta alla mafia, la mancata nomina a Procuratore Nazionale Antimafia e a membro del Csm. A ciò va aggiunta la <<grave ed oltraggiosa delegittimazione>> operata dalle lettere del Corvo, <<provenienti sicuramente da un ambito istituzionale>>, contenenti <<gravissime e calunniose>> accuse nei confronti del giudice.
E’ importante sottolineare che la Corte Suprema definisce <<imprudenti>> le dichiarazioni di <<autorevoli personaggi pubblici>> che hanno aperto la strada alla tesi dell’attentato inventato. Il riferimento è ai giudici Domenico Sica e Francesco Misiani e al colonnello dei carabinieri Mario Mori. <<Resta, comunque, il dato sconcertante – afferma infatti la Cassazione - costituito dalla circostanza che autorevoli personaggi pubblici, investiti di alte cariche e di elevate responsabilità, si siano lasciati andare, in una vicenda che per la sua eccezionale gravità imponeva la massima cautela, a così imprudenti dichiarazioni le quali hanno finito per contribuire, sia pure indirettamente, a fornire lo spunto ai molteplici nemici e detrattori del Giudice di inventare la tesi, delegittimante, del falso o simulato attentato, avendo i vertici di Cosa Nostra addirittura impartito l’ordine agli uomini dell’organizzazione di divulgare la falsa e calunniosa notizia che l’attentato se l’era fatto lui stesso>>.
Dora Quaranta
E’ MORTA LA VEDOVA CHINNICI
19 novembre 2004
Palermo. Il 18 novembre scorso è morta Agata Passalacqua, 78 anni, moglie del giudice Rocco Chinnici, assassinato dalla mafia il 29 luglio del 1983, in via Pipitone Federico, insieme agli uomini della sua scorta e al portiere dello stabile dove il magistrato abitava. La donna era da tempo malata. M.T.
CALTANISSETTA: I MANDANTI OCCULTI DELLE STRAGI DEL ‘92
19 novembre 2004
Caltanissetta. Sono ripartite le indagini sulle stragi di mafia del ’92 <<Non c’è ancora una pista precisa – ha dichiarato il procuratore della Repubblica di Caltanissetta Francesco Messineo – ma seguiamo alcune indicazioni emerse nel corso del Borsellino bis. Partiamo da quello che riferì in dibattimento uno dei consulenti informatici, Gioacchino Genchi, che fece indagini sul traffico telefonico prima, durante e dopo le due stragi, quella di Capaci e di Via D’Amelio>>. Secondo Genchi il Sisde aveva un osservatorio sul Monte Pellegrino dal quale poteva osservare la città di Palermo e anche la casa della madre di Borsellino. La Dia, che ha avuto la delega di verificare quelle dichiarazioni, però, non ha ottenuto grandi risultati in merito.
Nella lunga lista delle persone da interrogare figurano anche ex deputati e senatori, funzionari dei servizi di intelligence e collaboratori di giustizia. Secondo il procuratore Messineo le motivazioni delle stragi di Falcone e Borsellino sono coincidenti, ma l’attentato di Via D’Amelio avrebbe subito un’accelerazione <<perché Riina era alla ricerca di nuovi referenti politici che tardavano ad arrivare>>. Anche i pentiti Giovanni Brusca e Antonino Giuffré hanno fornito nuove chiavi di lettura alle indagini. Brusca aveva detto che la decisione di uccidere Borsellino sarebbe stata <<accelerata>> dalla necessita di far partire la <<trattativa>> che aveva avviato Riina con esponenti delle istituzioni per ottenere vantaggi legislativi in favore di Cosa Nostra. Giuffré aveva affermato, invece, che la morte di Borsellino sarebbe stata voluta da Provenzano per impedire al magistrato di avviare indagini sul nodo mafia e appalti. Gli investigatori stanno indagando sulle differenti versioni.
Con questa inchiesta siamo alla terza sui mandanti occulti condotta dalla Procura di Caltanissetta. Le altre due hanno visto fra gli indagati anche Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, ma sono state archiviate.
Lorenzo Baldo
CONFISCATA LA LAVANDERIA SPLENDOR
18 novembre 2004
Palermo. Diventa di proprietà dello Stato la lavanderia “Splendor”. Lo ha deciso la Sesta sezione penale della Cassazione che ha respinto il ricorso presentato da Saveria Benedetta Palazzolo e dai figli Angelo e Francesco Paolo per ottenere la revoca della confisca. I figli di Bernardo Provenzano l’avevano aperta dopo il loro ritorno a Corleone e vi lavoravano con la madre. Era stata sequestrata dai giudici perché, secondo l’accusa, i familiari di Provenzano non avevano un reddito per avviare la lavanderia, anche se non era stato dimostrato <<neppure a livello indiziario il condizionamento dell’attività di impresa da parte di Bernardo Provenzano>>.
Il negozio era stato chiuso su segnalazione del Questore Francesco Cirillo. M.M.
LE DICHIARAZIONI DI SIINO AL PROCESSO CONTRO BUSCEMI E MICELI
17 novembre 2004
Palermo. Nel processo che vede imputati l’ex dirigente della Provincia di Palermo Francesco Buscemi e l’ex assessore comunale Mimmo Miceli è stato ascoltato il collaboratore di giustizia Angelo Siino.
Il quale avrebbe detto di Buscemi: <<Diedi personalmente a Buscemi una somma compresa tra 15 e 22 milioni – racconta parlando in videoconferenza Siino – per vincere una delle tante gare bandite dalla Provincia. Eravamo tra il 1978 e il ’79. In quel periodo furono arrestati un sacco di funzionari e imprenditori, accusati di aver truccato gare. Buscemi non fu però coinvolto. I soldi che gli diedi erano destinati a Ciancimino, di cui Buscemi era la longa manus. Non osava prendere nulla per sé, altrimenti sarebbe morto: era però il più insistente per farsi dare i soldi>>. Poi Siino racconta: <<Assieme all’avvocato Giuseppe Cottone, tra il 1976 e il 1977, andammo a prendere Ciancimino. Io avevo una bellissima Jaguar. Nel salirci, Ciancimino disse: <<Stì machini l’hannu i latri>>. E io risposi: <<E lei com’è ca ancora un sa fici?>>. Da allora nacque l’odio tra i due, che portò il sindaco a ostacolare Siino nell’accaparramento dei lavori pubblici. E il ruolo che Buscemi aveva cadde quando tramotò io potere di Ciancimino. Parlando poi di Miceli Siino spiega: <<Conobbi invece Giovanni Miceli, dal punto di vista politico e massonico. Facevamo parte tutti e due, col massimo grado, il 33, della loggia Camea, con Giacomo Vitale, cognato del boss Stefano Bontate, e il ginecologo Michele Barresi. Miceli si candidava sempre alle elezioni politiche nella Dc, senza essere mai eletto. Nel ’76 o nel ’79 puntava al Senato e c’era un tale avvocato Di Paola, a Sciacca, che gli era ostile. Disse che bisognava dargli una strantuliata. Dopo che Vitale parlò con vari boss, andammo a trovarlo: eravamo io, Miceli, Vitale e Barresi. Vitale minacciò l’avvocato, al punto che Miceli parlò con vari boss, andammo a trovarlo: eravamo io, Miceli, Vitale e Barresi. Vitale minacciò l’avvocato, al punto che Miceli si imbarazzò visibilmente e Di Paola si impaurì e telefonò alla polizia, che risalì a me. Riuscii, attraverso un amico poliziotto, a sistemare le cose>>. I legali di Miceli hanno escluso la rilevanza dell’episodio, <<tutto da provare>>.
Anna Petrozzi
SOTTO PROCESSO I FIGLI DI RIINA
17 novembre 2004
Palermo . Continuano i guai con la giustizia per i rampolli del capomafia di Corleone I sostituti della Dda Maurizio De Lucia e Roberta Buzzolani hanno chiesto la condanna a 15 anni di carcere per Giuseppe Salvatore Riina. Il terzogenito figlio di Totò Riina, detenuto dal giugno del 2002 con le accuse di associazione mafiosa ed estorsione, aveva chiesto scusa per le parole offensive rivolte a Falcone e Borsellino, ma non gli è servito per aver una pena meno severa. Durante la requisitoria il pm De Lucia ha detto: <<Riina non ha fornito su questo punto alcuna collaborazione e per questo non possono essere fatti sconti di pena. Le scuse possono servire alla sua coscienza, ma non al processo>>. Non se la passa bene neanche il figlio maggiore di Riina, Giovanni, attualmente nel supercarcere di Terni con una condanna all’ergastolo non ancora passata in giudicato. Giovanni ha nominato due nuovi avvocati per la sua difesa in vista dell’udienza che si terrà in Cassazione. Le arringhe degli avvocati saranno incentrate contro le dichiarazioni dei numerosi pentiti (in particolare Giovanni Brusca e Giuseppe Monticciolo) che hanno accusato Giovanni Riina di essere stato non solo il mandante ma anche il materiale <<compartecipe>> delle uccisioni di Giuseppe Giammona, della coppia Francesco Saporito e Giovanna Giammona e di Antonio Di Caro.
Maria Loi
RIINA: CONFERMATO IL 41 BIS
16 novembre 2004
Milano. Il tribunale di Sorveglianza di Milano ha confermato l’applicazione del carcere duro nei confronti di Totò Riina, detenuto nel penitenziario milanese di Opera.
Il regime del 41 bis gli era stato prorogato per un anno, con un decreto del ministro della Giustizia, il 23 dicembre dell’anno scorso Riina aveva presentato ricorso chiedendo di poter ricevere cibo dall’esterno e intensificare i colloqui con i parenti. Secondo i giudici di sorveglianza <<non risulta venuta meno la capacità>> di Riina, <<di mantenere contatti con esponenti tuttora liberi dell’organizzazione criminale denominata Cosa Nostra>>. Commentando la richiesta di Riina di essere esentato dal 41 bis, l’Associazione familiari delle vittime di via dei Georgofili ha affermato: <<Collabori con la giustizia e solo allora potremmo tollerare a malincuore che la sua malattia sia curata fuori da un regime di carcere speciale>>. M.T.
OMICIDIO CALOGERO ZUCCHETTO
14 novembre 2004
Palermo. Il 14 novembre dell’1982 in via Notarbartolo sicari di Cosa Nostra assassinarono l'agente della squadra mobile Calogero Zucchetto. Un omicidio sul quale una prima verità giudiziaria è arrivata solo nel 2001. Dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia è emerso che nell’agguato parteciparono tre superkiller Giuseppe Lucchese, Mario Prestifilippo e Pino Greco "scarpuzzedda". Il delitto è stato inserito nel maxiprocesso “Tempesta” con circa 150 imputati in cui sono stati presi in esame una serie di omicidi commessi tra gli anni Settanta e Ottanta. Dalle indagini è emerso che Calogero Zucchetto e i suoi carnefici, si conoscevano perché cresciuti nello stesso quartiere di Ciaculli. Alcuni giorni prima del delitto l'agente si trovava in moto con il vice questore Ninnì Cassarà ed avrebbe incrociato per strada Lucchese, Greco e Prestifilippo. Secondo alcuni investigatori Calogero Zucchetto pagò con la vita per il ruolo avuto nella cattura del latitante Salvatore Montalto.
Mara Testasecca
VIGNA: CONTRO LA MAFIA UN NUCLEO INVESTIGATIVO NELLA DIA E UN TESTO UNICO
13 novembre 2004
Palermo. Sta diventando sempre più difficile l’attività di contrasto alla mafia soprattutto sul fronte del riciclaggio a causa della infiltrazione dell’organizzazione criminale all’interno del sistema economico. Ad essere maggiormente in pericolo sono gli amministratori di regioni ed enti locali per la loro opera di gestione degli appalti. Lo ha ribadito il procuratore nazionale antimafia Pier Luigi Vigna intervenuto al convegno dell’Isel (Istituto documentazione ricerche e formazione per gli enti locali) dal titolo “Il buon andamento nell’amministrazione degli enti locali territoriali e la lotta alla delinquenza organizzata”. Sebbene l’Unione Europea, ha evidenziato Vigna, si sia dotata di strumenti per il contrasto alla criminalità mafiosa, essi sono tuttavia insufficienti perché la mafia <<non è solo in Europa, ma fa affari anche in America Latina e in Africa. La Nigeria – ha continuato il procuratore – dove non si produce droga è diventata un luogo di stoccaggio delle sostanze stupefacenti che provengono dall’America latina. In Togo, negli ultimi due anni, la polizia francese e quella spagnola hanno effettuato 30 operazioni antidroga>>. Si mostra necessario quindi che tutti quegli Stati che hanno firmato a Palermo la convenzione dell’Onu contro la criminalità transnazionale si decidessero a ratificarla. E’ da escludere, secondo Vigna, la realizzazione di un organismo mondiale volto unicamente al contrasto delle organizzazioni mafiose, sarebbe piuttosto preferibile <<creare degli organismi per aree omogenee>>. In merito al tanto discusso tema del carcere duro, il 41 bis, Vigna ha reso nota una proposta che presenterà a breve alla Commissione Antimafia: la creazione di un Nucleo Investigativo Antimafia interno alla Dia con il compito precipuo di indagare sui rapporti tra i mafiosi in carcere e l'esterno. Il procuratore nazionale ha poi auspicato la realizzazione di un Testo Unico che racchiuda tutta l’attuale e molteplice legislazione antimafia con l’obiettivo di razionalizzarla ed incrementare così l’incisività dell’attività di contrasto delle forze dell’ordine.
Dora Quaranta
REQUISITORIA AL PROCESSO RIUNITO CAPACI E VIA D’AMELIO
13 novembre 2004
Catania. Alle battute finali il processo per le stragi di Capaci e di Via D’Amelio. Il Procuratore Generale Michelangelo Patanè ha centrato la sua requisitoria sulla ricostruzione della strategia stragista dei boss di Cosa Nostra <<per arrivare a trattare nel 1992 con le Istituzioni>>.
Il processo di Catania è la riunificazione dei due processi d’appello: il “Borsellino ter” (Salvatore Buscemi + 8) e di Capaci (Mariano Agate + 13) , in cui vi sono 16 imputati: Stefano Ganci, Francesco Madonna, Giuseppe Madonna, Benedetto Santapaola, Salvatore Buscemi, Antonino Giuffré, Giuseppe Monticciolo, Giuseppe Farinella, Carlo Greco, Giuseppe Calò, Benedetto Spera, Pietro Aglieri, Mariano Agate, Antonino Geraci, Salvatore Montalto.
<<La strategia del terrore voluta da Totò Riina – ha affermato Patanè, ripercorrendo le accuse su cui i giudici di Caltanissetta hanno emesso due anni fa sentenze di condanne all’ergastolo – tendeva ad avere nuovi referenti politici in modo da ottenere norme legislative che potevano favorire Cosa Nostra, così come la riforma dei processi per mafia e il 41 bis>>. <<Per raggiungere questi obbiettivi – ha aggiunto il Pg – i boss decisero, nel corso di alcune riunioni che vennero tenute fra febbraio e marzo 1992, di mettere in atto la strategia e venne dato il via alle condanne a morte dei “traditori” che non avevano mantenuto gli impegni con l’organizzazione e fra questi Salvo Lima, Nino Salvo, Calogero Mannino e Claudio Martelli; e per i nemici storici dei boss, i magistrati Falcone e Borsellino e il questore Arnaldo La Barbera>>.
<<Borsellino aveva manifestato pubblicamente di scoprire gli autori dell’omicidio del suo amico>> ha sostenuto l’accusa, e in questo modo <<si sarebbe rafforzata ancora di più nell’organizzazione mafiosa l’idea di ucciderlo>>. Il Pg Patanè afferma: <<Riina dopo le stragi di Capaci, secondo alcuni pentiti, era preso da una frenesia che lo portò a compiere l’attentato di Via D’Amelio, e avrebbe scelto di anteporre l’uccisione di Borsellino a quella di Mannino, perché aveva fretta. La sentenza di morte nei confronti del giudice era già stata emessa, da tutti i capimafia, nelle riunioni di febbraio e marzo; ma in seguito, a causa della ristrettezza dei tempi, non riuscì a consultarli nuovamente, anche se aveva già il loro consenso>.
Monica Centofante
PROCESSO “APPALTI LIBERI”
13 novembre 2004
Agrigento. Sei condanne e una assoluzione. E’ la sentenza dei giudici del tribunale di Agrigento nel corso del processo “Appalti liberi”. Si tratta del primo processo su mafia e appalti di cui si occupa il tribunale agrigentino. Il latitante Maurizio Di Gati di Racalmuto, ritenuto ai vertici di Cosa Nostra agrigentina ha avuto una pena di tre anni di reclusione; tre anni ai fratelli Giuseppe e Domenico Mortillaro, imprenditori di Santo Stefano di Quisquina; due anni e mezzo, invece, all’imprenditore agrigentino Nicolò Falzone; tre anni e tre mesi a Gerlando Russello, figlio di Calogero Ruscello, arrestato lo scorso marzo nell’ambito dell’operazione <<Alta mafia>>. Infine, quattro anni sono stati inflitti a Vincenzo Licata, già coinvolto nell’operazione antimafia <<Akragas>>. E’ stato assolto invece il favarese Salvatore Sciara. Gli imputati sono accusati a vario titolo di turbata libertà degli incanti e truffa aggravata dal favoreggiamento ad esponenti di Cosa Nostra. Secondo l’accusa avrebbero favorito la gestione di alcuni lavori pubblici da parte della mafia. L’operazione “Appalti liberi” scattò il 6 maggio 2002. Nel mirino degli agenti della Squadra Mobile di Agrigento finiro diversi appalti fra i quali quello per il recupero delle reti idriche di Racalmuto e Lucca Sicula ad essere state realizzata con la regia delle cosche di Cosa Nostra agrigentina. Nel processo sono state decisive le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Angelo Siino e Giovanni Brusca. <<Incontrai Vincenzo Licata per questioni legate ad alcuni appalti pubblici - ha dichiarato Siino nel corso di una deposizione - sapevo che era un pezzo grosso e che faceva parte del consiglio mafioso di Agrigento>>. A parlare di Licata anche Giovanni Brusca: <<Passammo la Pasquetta insieme nella sua casa di campagna. Fu Carmelo Milioti a portarmi lì, anche i miei figli e mia moglie>>. Accuse pesanti anche per Nicolò Falzone. <<L’ho conosciuto per alcuni lavori che doveva effettuare a Monreale. Dissi al capomafia Balsano che era a posto, aveva pagato>>. <<Signor giudice - rispose Falzone - io non ho mai effettuato alcun tipo di lavoro a Monreale>>. Anche gli imprenditori quisquinesi Giuseppe e Domenico Mortillaro secondo Brusca sarebbero stati <<disposti ad accogliere le richieste dei clan>>.
Maria Loi
OMICIDIO BURRAFATO
12 novembre 2004
Palermo. L’11 novembre scorso si è tenuta un’udienza del processo per l’omicidio del brigadiere della polizia penitenziaria Antonino Burrafato ucciso a Termini Imerese il 29 giugno 1982. Per questo delitto sono sotto processo Leoluca Bagarella e Antonino Marchese. La difesa sostiene che il delitto sia stato commesso dalle Brigate Rosse. Ma andiamo per ordine. Nel luglio del 1982 nel corso di un’udienza del processo per il sequestro di Aldo Moro le Br con un volantino rivendicano l’omicidio di Antonino Burrafato. All’epoca dei fatti Mori,l’attuale direttore Sisde, era a capo del comando provinciale di Roma e firmò la nota di trasmissione del volantino ai colleghi di Termini Imerese. Per tale motivo, citato dalla difesa, ha deposto: <<Nessun elemento, dalle modalità di rivendicazione alla compilazione del volantino facevano presupporre che dietro l'omicidio ci fosse una matrice terroristica>>. <<Questo documento - ha detto Mori - è anomalo rispetto a tutti quelli che i brigatisti facevano ogni qual volta rivendicavano un fatto. Le loro lettere iniziavano sempre con delle frasi standard che in questo volantino che fa riferimento a Burrafato non sono presenti>>.
Marco Cappella
IN AMERICA VA IN ONDA “LA MAFIA SHOW”
10 novembre 2004
New York. A tenere incollati tutti gli americani ai teleschermi sono due importanti processi di mafia recentemente apertisi nella città della Grande Mela: l’uno vede alla sbarra Peter Gotti, fratello maggiore del più noto John, già condannato a 9 anni per racket, accusato di aver ordinato l’attentato contro Salvatore “Sammy the Bull” Gravano, l’altro ha come imputato Joseph Massino, meglio noto come l’ “Ultimo Don”, sulle cui spalle pendono molteplici omicidi, estorsioni e racket. Ed ecco esplodere la “mafia-entertainment”, la mafia show ed i giornalisti pronti a sfruttare i livelli di audencie. <<Massino è un pluriomicida, ma non esercita lo stesso fascino dei Gotti – commenta da New York Gerardo Greco, corrispondente per la Rai – mediaticamente è la vicenda Gotti che raggiunge il pubblico. Già solo il loro nome è fashion, anche l’avvocato difensore lo sa e cerca di giocare sul piano mediatico, approfittando dell’America che segue il reality show dei Gotti e i Sopranos>>. Per il carico penale Massino dovrebbe attirare maggiormente l’attenzione del pubblico, invece no, per la fama di suo fratello e per l’enorme giro di pubblicità gli americani propendono tutti per il processo di Peter Gotti. Robert J. Castelli, professore di Criminal Justice al John Jay College of Criminal Justice di Manhattan, pensa che <<la gente voglia semplicemente essere intrattenuta e non realizzi quanto pericolosa è la mafia>>. Persone come Peter e John Gotti sono agli occhi dei telespettatori delle celebrità, non certo dei pericolosi criminali. Sui teleschermi <<non si vede – prosegue Castelli - quando Gotti uccideva la gente, ma quando era al ristorante. Anche se sanno cosa faceva nella vita, non ne riconoscono il terribile potenziale>>.
Dora Quaranta
DISSEQUESTRO PER I BENI DI BADALAMENTI
10 novembre 2004
Palermo. Gli eredi del boss di Cinisi Gaetano Badalamenti chiedono la restituzione dei beni sequestrati. E’ la legge è dalla loro parte dal momento che il boss si è spento prima del provvedimento definitivo di confisca. <<Ho fatto istanza alla Corte di Assise d’Appello di Palermo - dice il legale di famiglia Paolo Gullo - in nome dei tre eredi>>. Risale a diciannove anni fa, al 1985, il sequestro dei beni del boss ordinato dal pool di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il patrimonio di beni immobili <<del quale allo stato non risulta la legittima provenienza>> è agli atti del primo maxiprocesso. I possedimenti in questione sono tanti vanno dal fondo rustico “Dainasturi”, a 17 proprietà, ad altri 12 appezzamenti di terreno, a un fabbricato a due piani a Carini e sempre qui una casa adibita a magazzino. Un appartamento composto da sei vani a Palermo e cinque società tra cui la “Sicula Calcestruzzi spa e la Copa-cabana Spa a Capaci.
Oggi lo Stato si appresta a restituire i beni agli eredi. Diciannove anni non sono bastati a processare e condannare Badalamenti per il reato di associazione mafiosa. Dopo la morte dell’imputato la vicenda giudiziaria si è chiusa con la formula del <<non doversi procedere per morte del reo>>. E qui entra in gioco la legge, senza condanna per mafia non ci può essere confisca dei beni.
Anna Petrozzi
ARRESTATO IL BOSS LUBRANO
8 novembre 2004
Caserta. Gli agenti della squadra mobile hanno arrestato il boss Vincenzo Lubrano in condizioni di salute precarie. L’uomo è stato accusato di essere il mandante dell’omicidio di Francesco Imposimato fratello del magistrato Ferdinando. M.M.
IL PROVVEDIMENTO DI CASTELLI SUL 41 BIS
9 novembre 2004
Palermo. <<Il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, non avrebbe dato alcun allarme tempestivo in ordine al trend negativo della decisione del tribunali di sorveglianza che hanno revocato il regime carcerario ai boss>>. A sostenerlo è il documento conclusivo di Alberto Maritati, relatore della Commissione antimafia sull’applicazione del carcere duro previsto dal 41 bis. Nella sua relazione, al vaglio della Commissione presieduta da Roberto Centaro, Maritati esprime forte preoccupazione <<per la possibilità che la difettosa gestione delle diverse opportunità concesse dalla nuova legge possa determinare, al di là della inadeguatezza di singole previsioni, un indebolimento dell’efficacia operativa del presidio del 41 bis>>.
Il gruppo di lavoro è stato formato dopo che nel 2003 venne tolto il regime del 41 bis a 100 mafiosi e successivamente ad altri 75. Secondo il procuratore Grasso: <<Il problema è trovare un giusto equilibrio tra le esigenze della collettività e dell’individuo. Forse un controllo più mirato all’interno delle carceri consentirebbe di individuare quei detenuti che sfuggono alla disciplina del 41 bis>>. Parla di falle nel sistema il procuratore aggiunto Alfredo Morvillo. <<Noi magistrati ci limitiamo a segnalare questa anomalia venuta a galla attraverso il riscontro delle intercettazioni. Tocca ad altri provvedere: dal punto di vista legislativo, amministrativo e politico>>.
Anna Petrozzi
MAFIA: LA FAMIGLIA BORSELLINO AIUTA UN PENTITO
9 novembre 2004
Palermo. Era risaputo da molti “addetti ai lavori”, ma dopo la fiction televisiva sulla storia del giudice Paolo Borsellino la notizia è diventata di dominio pubblico attraverso un articolo apparso su la Repubblica. Vincenzo Calcara, uomo d’onore della famiglia di Castelvetrano (TP), il killer che avrebbe dovuto uccidere Borsellino quando era Procuratore di Marsala, è stato “adottato” proprio dalla famiglia di Paolo Borsellino. La scena del film dove si vede Calcara che confessa a Borsellino che avrebbe dovuto ucciderlo su ordine di Cosa Nostra e che termina con un lungo abbraccio fra i due è una di quelle che ha maggiormente colpito il pubblico italiano. E in effetti a detta dello stesso collaboratore di giustizia e dei familiari del giudice da quel momento si instaura fra i due un forte legame che dura tuttora. La famiglia Borsellino si è fatta carico del mantenimento della famiglia di Vincenzo Calcara che, dopo essere uscito dal programma di protezione, non ha ancora ottenuto il cambio di generalità (nonostante le ripetute istanze del suo avvocato), costringendolo a lavorare in nero per mantenere la moglie e le sue quattro figlie, di cui una con gravi problemi alla vista. Dal pentimento di Vincenzo Calcara sono scaturiti arresti, importanti indagini su mafia e politica, anche collegate al processo per l’omicidio di Roberto Calvi. Processi che hanno portato a condanne pesantissime avallando l’attendibilità del collaboratore.
Lorenzo Baldo
OMICIDIO GIUDICE TERRANOVA
8 novembre 2004
Palermo. La mattina del 25 settembre 1979 un commando di Cosa Nostra uccise il giudice Cesare Terranova e il maresciallo Lenin Mancuso. Sono passati venticinque anni dall’efferato delitto e dalle risultanze investigative è emerso che il giudice fu ucciso dai corleonesi per ragioni preventive e di vendetta. La sentenza della Cassazione depositata l’8 novembre 2004 ha confermato le condanne all’ergastolo nei confronti dei boss mafiosi Michele Greco, Salvatore Riina, Antonino Geraci e Francesco Madonia. Secondo la Suprema Corte mandante del delitto fu Cosa Nostra e non il banchiere Sindona. Il magistrato Cesare Terranova era una “memoria storica” capace di analisi molto argute. Infatti nella seconda metà degli anni Sessanta nelle sentenze istruttorie il magistrato aveva descritto la mafia come un fenomeno unitario diretto da un organismo direttivo, la commissione provinciale, proiettato a commettere più delitti, finalizzato ad instaurare un sistema di violenza contro ogni autorità costituita, particolarmente pericoloso e dannoso per le sue “sottili infiltrazioni nella vita pubblica ed economica, per le esplosioni di sanguinaria violenza, per l’oppressione soffocante esercitata in tanti ambienti ed in tanti strati sociali”. In occasione dell’anniversario del delitto il magistrato Luca Tescaroli ha scritto: <<La ricorrenza della sua morte rappresenta un’occasione importante per non cancellare il ricordo di quel sacrificio, soprattutto in questo periodo in cui qualcuno vorrebbe Cosa nostra per sempre inghiottita dalla storia, mentre l’organizzazione si ripropone come mafia mediatrice. Ricordare, per rinnovare un nuovo impegno alla ricerca della verità, per soddisfare il bisogno di giustizia che è in tutti noi, per mobilitare e scuotere le coscienze. Non dimenticare per rifuggire dalla rassegnazione, per non dovere ritornare a convivere con la paura. Quella paura che, dopo il delitto, aveva indotto i condomini dell´edificio posto all´angolo tra via Rutelli e via De Amicis a rifiutare di fissare sotto i loro balconi la targa in memoria dell´assassinio di Cesare Terranova e di Lenin Mancuso, quella paura che sempre più oggi sembra divorare i siciliani, che assistono come attoniti spettatori al riassetto organizzativo e strategico delle cosche e al loro riposizionamento politico nella sempre più diffusa indifferenza nazionale al crimine organizzato, considerato un retaggio del passato>>.
Marco Cappella
IL BOSS VITALE DAVA ORDINI DAL 41 VIA FAX
8 novembre 2004
Palermo. Si è conclusa il 7 novembre scorso l’indagine che con 23 ordini di custodia cautelare ha decapitato la famiglia mafiosa dei Vitale di Partitico, da sempre ritenuta affiliata all’ala stragista di Totò Riina. Le accuse vanno dall’associazione mafiosa all’estorsione finalizzata alla gestione del “pizzo” e degli appalti
L’inchiesta denominata “Terra Bruciata” ha messo in luce una “catena” di collaboratori che in tempo reale, comunicavano ai boss Vito e Leonardo Vitale, sottoposti a regime di carcere duro, l’andamento e il coordinamento del loro mandamento.
Nata circa due anni fa, l’attività investigativa ha avuto successo grazie al supporto di 350 uomini della Guardia di Finanza, alla collaborazione dei Carabinieri di Partinico e al coordinamento dei Sostituti Procuratori Maurizio De Lucia, Francecso Del Bene e dal Procuratore Alfredo Morvillo.
Tra le persone arrestate la sorella dei boss Antonina e la moglie di Vito, Maria Gallina indicata dagli inquirenti il punto di unione tra il marito e gli altri affiliati della cosca. Avviso di garanzia anche per il legale di Leonardo Vitale, Salvo Misuraca, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.
Dalle intercettazioni ambientali disposte in un primo momento in carcere e successivamente anche nella casa di Maria Gallina, i magistrati hanno potuto accertare l’attività estorsiva che i due boss gestivano dall’Istituto Penitenziario. Le direttive riuscivano ad attraversare il carcere di Viterbo grazie alla complicità delle due donne, con bigliettini criptati nascosti nella biancheria sporca. Allo stesso modo i familiari facevano passare le informazioni attraverso gli indumenti puliti. <<Io so come devo parlare –avrebbe detto Maria - se è lavorare, se è seminare perché già con mio marito noi abbiamo un dialogo che ci capiamo>>. Lei stessa si sarebbe definita una vera <<donna di mafia, d’onore e di tutte cose>>. Dopo aver parlato e deciso con suo marito, Maria (<<mio marito mi ha ordinato di non uscire di casa per andare a cercare gli operai, devono essere loro a venire>>) impartiva ordini, gestiva il racket, controllava le loro attività, reinvestiva il denaro e nel suo quadernetto registrava tutta la contabilità delle estorsioni. <<Di donne di mafia – afferma il Sostituto Procuratore Maurizio De Lucia - ne abbiamo viste già parecchie, ma queste sono compartecipi delle condotte associative, non sono certo solo portaordini. Parlano come gli uomini e agiscono come i mafiosi>> . E’ basterebbe ascoltare un’intercettazione tra Maria Gallina e Rita Paternostro per “apprezzarne il linguaggio”, capace di “richiamare all’ordine alcuni picciotti della cosca”: <<gli devo dire: bello mio, mettiti la coda tra le cosce e vai da Maria. Non ti fare chiamare più. Perché tu a me non mi conosci ma io conosco te…>>.
Ma non è tutto, secondo quanto emerge dalle indagini, i boss impartivano liberamente i loro ordini anche con il fax del carcere. Vicenda che in Commissione Antimafia ha suscitato non poche polemiche sull’applicazione del regime carcerario duro, il 41 bis. <<Quanto scoperto dai Magistrati – afferma il senatore Carlo Vizzini - deve impegnarci con urgenza a riconsiderare i metodi di applicazione del carcere duro, recidendo drasticamente ogni possibile legame volto a mostrare potenza mafiosa, tanto più forte se mostrata da chi è in galera. Occorre riesaminare tutte le revoche del carcere duro effettuate nell’ultimo anno forse con eccesso di prodigalità. Occorre, infine, tener presenti le esigenze dei familiari di questi detenuti dicendo loro con chiarezza che, ove venissero scoperti a far da tramite, sarebbero puntiti drasticamente>>. L’on. Lumia segue sostenendo che tale falla sarebbe <<stata segnalata da tempo insieme ad altre in Commissione Antimafia ma non (si ha) avuto alcuna risposta, anche perchè il ministro della Giustizia dall’inizio della sua legislatura non è mai venuto in commissione>> . <<Da questa inchiesta – aggiunge il Pm Morvillo – il legislatore dovrebbe prendere spunto per modificare e dunque rafforzare il 41 bis>>. Le polemiche riaccendono il caso sull’offensiva lanciata dai boss detenuti e dal proclama che due anni fa Bagarella aveva inviato agli avvocati parlamentari per protestare contro il regime di carcere duro a cui i mafiosi sono sottoposti. Ora si può amaramente constatare che lo scoglio del 41 bis è stato superato con altre semplici forme come l’uso di un fax , il sacchetto della biancheria e forse il consenso di chi non ha opportunamente controllato quello che stava avvenendo.
Silvia Cordella
OPERAZIONE DECOLLO: DAVANTI AL GUP I 55 INDAGATI
5 novembre 2004
Milano. E’ iniziata lo scorso 5 novembre, davanti al Gup del Tribunale di Milano, nell’aula bunker di via Uccelli De Nemi, l’udienza preliminare a carico dei 55 indagati per narcotraffico coinvolti nell’operazione denominata “Decollo”. Tra i quali esponenti di primo piano delle cosche Mancuso di Limbadi e Pesce di Rosarno. Per gli altri trenta indagati nella stessa operazione la Procura distrettuale antimafia di Catanzaro ha già comunicato la conclusione delle indagini e chiesto il rinvio a giudizio. Il reato contestato, per tutti, è quello di aver partecipato ad un vastissimo traffico di cocaina operato dalle cosche ‘ndranghetiste in collaborazione con narcotrafficanti e guerriglieri colombiani. Le indagini avevano condotto all’arresto di 150 persone e al sequestro di 5mila chilogrammi di cocaina a seguito dell’emissione di due ordinanze di custodia cautelare firmate, il 28 gennaio scorso, dal gip di Catanzaro Massimo Forciniti su richiesta del sostituto Salvatore Curcio. Per una delle due ordinanze il Curcio aveva dichiarato la sua incompetenza territoriale trasmettendo gli atti alla Procura di Milano che ha provveduto a fare eseguire gli arresti.
Monica Centofante
PROCESSO OMICIDIO GIRO: DEPONE CIRO VARA
4 novembre 2004
Palermo. Dinanzi ai giudici della Corte d’Assise di Palermo è in corso il processo per far luce sull’omicidio dell’autista palmese Pietro Giro, risalente al 28 dicembre 1989. Secondo l’accusa, gli imputati, i fratelli Pietro e Ignazio Ribisi di Palma di Montechiaro, avrebbero avanzato richiesta di uccidere Giro a Totò Riina che avrebbe poi commissionato l’omicidio. I fratelli Ribisi sono già stati condannati con sentenza passata in giudicato per associazione mafiosa. Per l’uccisione di Pietro Giro ha già subito condanna passata in giudicato Giovanni Drago, collaboratore di giustizia ed esecutore materiale del delitto. Dopo Nino Giuffrè e Salvatore Facella è stato chiamato a deporre in videoconferenza dinanzi alla Corte d’Assise di Palermo anche il collaboratore Ciro Vara, ex braccio destro di Giuffrè. Vara ha rilasciato dichiarazioni <<de relato>>. Ha affermato infatti di aver saputo da Antonino Madonia che la morte di Pietro Giro sarebbe stata la diretta conseguenza di alcuni omicidi messi a segno ai danni dei Ribisi. Vara ha anche ammesso di aver conosciuto Ignazio Ribisi alcuni anni fa in carcere.
Dora Quaranta
AVVISO ANONIMO SUL GDS. UNA MINACCIA DI COSA NOSTRA?
29 ottobre 2004
Palermo. Un avviso anonimo pubblicato sul “Giornale di Sicilia” il 23 maggio 2003, giorno dell’undicesimo anniversario della strage di Capaci, è diventato un rompicapo per investigatori e analisti. Ed è al centro di un’indagine riservata avviata dalla Dia di concerto con la Procura. <<Il decalogo copre tutto il campo della vita religiosa e morale – si legge nel misterioso annuncio – Es.: 20.1-18. Palermo, 23 maggio 1992>>. Un messaggio che sembrerebbe essere legato al libro biblico dell’Esodo (Es.), che narra la persecuzione degli ebrei e la fuga dall’Egitto e che per i mafiosi potrebbe rappresentare la cosiddetta strategia della sommersione. E alle tavole della legge che Dio consegnò a Mosè sul Sinai. E dal momento che nel capitolo 20 dell’Esodo le leggi del Signore si esauriscono con i primi diciassette punti, quell’invito a leggere il versetto 18 sembrerebbe una vera e propria indicazione ad andare oltre il Decalogo. Al paragrafo 18 si legge: <<Tutto il popolo percepiva i tuoni e i lampi, il suono del corno e il monte fumante. Il popolo vide, fu preso da tremore e si tenne lontano>>. Lo scenario, ricorda indubbiamente quello della strage di Capaci. E in quest’ottica il messaggio sembra assumere i toni della minaccia. Forse la richiesta di una trattativa?, si chiedono gli analisti, che per rispondere alla domanda ripercorrono i fatti accaduti in quel maggio del 2003, data dell’annuncio. Quando si era alla vigilia delle amministrative, e quando, solo due giorni dopo, si tornò a discutere del famoso papello, quell’ipotetico documento che conteneva le richieste della mafia per scendere a patti con lo Stato nella stagione stragista. L’ottavo dei diciotti punti riportati nell’annuncio recita: <<Ricordati di santificare il nome del Signore nel giorno del riposo>>. Otto giorni dopo la pubblicazione dell’avviso era sabato. Ed era anche il giorno in cui fu ucciso Rosario Scarantino, cugino di un pentito coinvolto nell’eccidio di Via D’Amelio.
Monica Centofante
PROCESSO CONTRADA
29 ottobre 2004
Palermo. Inizierà il 27 gennaio prossimo la requisitoria del sostituto Procuratore Generale Antonino Gatto, pubblica accusa nel processo d’Appello all’ex funzionario del Sisde, Bruno Contrada, accusato di associazione mafiosa.
Si tratta del secondo processo d’Appello. Gli atti erano stati rimandati alla Corte d’Appello dalla Cassazione che aveva annullato la sentenza di un’altra corte che aveva assolto Contrada dopo la condanna a dieci anni inflittagli in primo grado.
Bruno Contrada venne arrestato il 24 dicembre 1992 e rimase in carcere per 31 mesi e 7 giorni, prima a Forte Boccea a Roma poi nel carcere militare di Corso pisani a Palermo. L.B.
MAFIA: BUSTA CON PROIETTILI E MINACCE A SINDACALISTI FILT- CGIL
28 ottobre 2004
Palermo. “ Non avete capito nulla della vita. Finitela, non avete capito che state esagerando? Ringraziate i vostri figli se abbiamo pieta’ di voi. Riflettete”. E’ questo il testo di una lettera minatoria contenente quattro proiettili che e’ stata recapitata presso la Gesap ai sindacalisti della Filt Cgil, Maurizio Pellegrino (segretario generale regionale del sindacato) e Giuseppe Panettino (delegato aziendale). Il fatto e’ stato denunciato ai carabinieri, ai quali e’ stata consegnata la busta con il suo contenuto. Alcuni mesi fa Panettino è stato bersaglio di un altro gesto intimidatorio. Gli è stata incendiata la casa di campagna. La Filt Cgil e’ impegnata attualmente in una vertenza contro l’esternalizzazione di alcuni servizi aeroportuali. Ha in particolare criticato l’affidamento a terzi dei servizi di sicurezza, contestando anche le modalita’ dell’appalto, assegnato alla Ksm. Con quest’azienda il sindacato ha anche aperto un contenzioso per la sospensione, giudicata dalla Cgil immotivata, del proprio rappresentante sindacale. “Temo che su tutte queste vicende- dice Pellegrino- si stia registrando una grande disattenzione delle autorita’. Sull’attentato che ha subito Panettino- rileva- non abbiamo ad esempio finora ricevuto risposte”. Per l’On. Giuseppe Lumia “Bisogna prendere molto sul serio le denuncie di Maurizio Pellegrino e Giuseppe Panettin e non farle cadere nel vuoto”.
“Le istituzioni – ha aggiunto il capogruppo Ds in Commissione Antimafia – si impegnino per fare chiarezza al più presto su tutta la vicenda. Mi adopererò presso gli organi competenti perché sia data concreta e veloce risposta alle denuncie degli esponenti sindacali”.Lorenzo Baldo
OMICIDIO GIOVANNI SPAMPINATO
28 ottobre 2004
Ragusa. Il 27 ottobre del 1972 il cronista dell’Ora Giovanni Spampinato fu ucciso a Ragusa.
Il giornalista stava conducendo un’inchiesta sull’omicidio di Angelo Tumino un antiquario con la passione per la politica. Tumino era in stretto contatto con Roberto Campria figlio del presidente del Tribunale di Ragusa. Spampinato stava indagando su questo legame e probabilmente ciò gli fu fatale. E’ stato accertato che il 27 ottobre del 1972 ad uccidere il giornalista è stato Roberto Campria. M.T.
ARRESTATI ESPONENTI DEL CLAN ITALO-COLOMBIANO
27 ottobre 2004
Trieste. Ventisei persone sono state arrestate dalla polizia di Udine nell’operazione che ha smantellato un clan mafioso italo-colombiano dedito al traffico internazionale di cocaina e allo sfruttamento della prostituzione.
Agenti delle Questure di Udine, Pordenone, Trieste e Gorizia, hanno effettuato più di 150 perquisizioni in abitazioni, locali pubblici e immobili di vario tipo. Inoltre nella provincia di Pordenone la polizia ha perquisito un locale notturno per il quale la Direzione Distrettuale Antimafia di Trieste aveva chiesto e ottenuto il sequestro. M.L.
OPERAZIONE TUAREGH
25 ottobre 2004
Trapani. Aveva una valigetta con 35 milioni di dollari, prevalentemente in titoli bancari, Felice Di Gaetano, 38 anni, marsalese, quando è stato arrestato dai Carabinieri all’aeroporto di Punta Raisi. L’uomo aveva con se anche fotocopie di documenti di identità russi. <<Si tratta di fotocopie scritte in cirillico>> ha dichiarato il Pm Roberto Piscitello, <<probabilmente quest’uomo insieme alla cocaina portava in giro il reinvestimento di questi traffici… ma allo stato non ci sono riscontri oggettivi e le indagini sono tuttora in corso>>. E a due cittadini russi sarebbero intestati anche alcuni titoli. Era Di Gaetano il presunto “corriere” che stava per imbarcarsi su un aereo per Milano, destinazione finale Barcellona. Ed è sempre lui uno dei dodici componenti della banda finita in manette con un blitz dei Carabinieri per traffico internazionale di stupefacenti. Secondo le indagini della Dda i boss avrebbero consolidato floridi affari di droga fra la Spagna, il Nord Africa, l’Olanda e i paesi dell’Est. <<L’operazione Tuaregh nasce come indagine della procura Ordinaria di Trapani, insieme ai carabinieri del Nucleo Operativo di Trapani e della Compagnia CC di Marsala - dichiara il Pm Roberto Piscitello che sta seguendo le indagini -. Erano stati intercettati alcuni trafficanti locali di sostanze stupefacenti che si sono rivelati parte di un più complesso meccanismo che vedeva la droga provenire anche da località situate all’estero>>. Il Magg. Iacono, del Reparto Operativo del Comando Provinciale CC di Trapani, ha confermato che allo stato non sono emersi collegamenti con Cosa Nostra <<in un epoca di globalizzazione come quella attuale - ci ha ribadito il Maggiore - Cosa Nostra si trova in una fase di transizione e potrebbe esserle sfuggito il controllo di tutte le strutture criminali, oppure potrebbe non nutrire interesse verso questi affari preferendo la gestione dei grandi appalti>>. I capi dell’organizzazione pare siano Felice Corrao, trapanese, e Filippo Principato, marsalese. Farebbe parte dell’organizzazione anche Giuseppe Parmesani, latitante, ricercato da tempo su ordine della Dda di Milano per scontare 5 anni e 11 mesi di reclusione per traffico di droga. Quest’ultimo è stato arrestato il 4 settembre 2004, a Barcellona, all’interno di una sala Bingo, dal Reparto Operativo dei Carabinieri e della “Brigada Provincial de Policia Judicial” di Barcellona”, dopo essere stato latitante per essersi sottratto ad un ordine di carcerazione di 5 anni e 11 messi per droga. I corrieri erano invece Giovanni Antonio Mezzapelle e Maurizio Anastasi. A rifornire la banda ci pensavano Carmine Dinisio, Bruno Odierna, Riccardo Ossola, Felice Di Gaetano e Pietro Caccamo. Ossola, sfuggito all’“Operazione Tuaregh” e ricercato da mandato di cattura internazionale, si era rifugiato a Ripollet, una ridente cittadina nei pressi di Barcellona, dove i Carabinieri del Reparto Operativo, seguendo la pista dei 35 milioni di dollari in titoli sequestrati quattro giorni prima all’aeroporto di Palermo Punta Raisi, lo avevano localizzato all’interno di un condominio dove era andato ad abitare in compagnia della moglie di origine spagnola. Il magg. Iacono ha sottolineato lo spessore criminale dei soggetti residenti all’estero collegati ai soggetti siciliani evidenziando un trait d’union con alcuni cartelli messicani e grandi gruppi finanziari (che spiegherebbe il ritrovamento dei titoli cambiari per il valore di 35 milioni di dollari, indagine per la quale si sta arrivando a un punto di svolta). Chi smerciava nelle piazze di Trapani e Marsala erano Giuseppe Virzì, Maria Clara Salvo e Naser Gasi. Occasionalmente avrebbero spacciato per conto dell’organizzazione anche Vito Candela, di Valderice, Giacoma Iovino, trapanese e Anna Rita Passalacqua, trapanese. L’organizzazione avrebbe rifornito di cocaina anche le piazze di Sarno, Lodi, Ostia. La droga sarebbe stata spacciata anche a Sarno, Ostia e Lodi. L’operazione costituisce il primo risultato di una lunga e complessa attività di indagine coordinata e diretta dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo (Procuratore Aggiunto Alfredo Morvillo - Sostituto Procuratore Roberto Piscitello e Luigi Boccia), condotta dal Reparto Operativo del Comando Provinciale di Trapani. Lorenzo Baldo
LA COMMISSIONE ANTIMAFIA A TRAPANI
22 ottobre 2004
Palermo. Dopo la trasferta di Agrigento, la Commissione Parlamentare Antimafia è giunta a Trapani, la città di Matteo Messina Denaro, lo “lo zoccolo duro” di Cosa Nostra. Nei tre giorni i punti chiave dell’incontro sono stati le misure di prevenzione patrimoniale, le indagini in corso e le infiltrazioni mafiose nella politica e nelle istituzioni. Nel corso delle audizioni è emerso un quadro allarmante sulla forza di cosa Nostra nel Trapanese e sulle preoccupanti infiltrazioni di Cosa Nostra nella vita economica ed amministrativa. <<Mi auguro che la politica riesca ad arginare il fenomeno anche se non ci aspettiamo risultati immediati>> ha commentato Roberto Centaro. <<La forza della mafia si basa sui rapporti che intrattiene con la ‘Ndrangheta, sulle proiezioni internazionali e sulla capacità di controllare il sistema economico>>.. E’ andato subito al nodo del problema il Prefetto Giovanni Finazzo parlando dei rapporti tra mafia e imprenditoria, delle infiltrazioni della criminalità organizzata nella politica e nella pubblica amministrazione. Il questore Domenico Pinzello, il capo della Squadra Mobile Giuseppe Linares, il Comandante dei Carabinieri Claudio Vincelli, il comandante provinciale della Finanza Vincenzo Di Rella, il dirigente della Dia Matteo Bonanno hanno snocciolato una impressionante lista di nomi di politici coinvolti a vario titolo in decine di inchieste che hanno rivelato come Cosa Nostra riesca a governare nei più importanti enti locali della provincia e a condizionare il risultato delle elezioni. Qui <<il sistema degli appalti è completamente nelle mani di Cosa Nostra>> ha ribadito il diessino Beppe Lumia <<In questo territorio probabilmente il rapporto mafia-politica è il più devastante dell’intera isola>>. Eppure, ha detto Lumia <<forze dell’ordine e magistratura hanno operato bene nell’azione di contrasto a Cosa Nostra>>, ma <<Altrettanto però non hanno fatto gli altri organi dello Stato, politica compresa>>. Maria Loi
SOTTO ACCUSA IL GENERALE GANZER
20 ottobre 2004
Milano. Il generale dei Ros Giampaolo Ganzer, il suo vice Mauro Obinu e un magistrato della Dda di Brescia Mario Conte sono accusati di associazione per delinquere finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti, di peculato e falso ideologico. Tra i coimputati un nutrito gruppo di trafficanti e spacciatori.
Secondo i magistrati milanesi Luisa Zanetti e Daniela Borgonovo Ganzer e il suo vice ed altri ufficiali e sottufficiali del Ros avrebbero, come si legge nella richiesta di rinvio a giudizio <<promosso, costituito, diretto e organizzato un gruppo finalizzato all’illecita importazione in Italia di ingenti quantitativi di eroina, cocaina, hashish e pasta di cocaina, mediante l’abuso di qualità di pubblici ufficiali e attraverso l’uso strumentale distorto delle norme che regolano la consegna controllata, l’acquisto simulato, il ritardato sequestro e arresto da parte degli operatori di polizia giudiziaria>>. <<Con Obinu e Ganzer - hanno scritto i magistrati - il sostituto procuratore della repubblica Conte promuove, costituisce, dirige, organizza l’associazione a delinquere. Ne delinea il modus operandi. Gestisce la collaborazione dei trafficanti, agevolandone l’attività anche durante i periodi di detenzione. Fornisce un contributo rilevante con direttive e provvedimenti emessi anche al di fuori della competenza territoriale. Partecipando personalmente, in occasioni, ad interventi operativi>>. Per la difesa invece si tratta di operazioni sul filo della legalità rese necessarie per colpire il traffico internazionale di droga.
Anna Petrozzi
CONFERMATI ERGASTOLI PER L’OMICIDIO IEVOLELLA
20 ottobre 2004
Palermo. E’stata emessa la sentenza di secondo grado del processo che riguarda l’omicidio del maresciallo dei carabinieri Vito Ievolella ucciso il 10 settembre 1981. Il 19 ottobre scorso la prima sezione della Corte d’assise d’appello, presieduta dal giudice Innocenzo La Mantia ha confermato le condanne all’ergastolo emesse in primo grado nei confronti del capomafia Tommado Spadaro accusato di essere stato il mandante e Giuseppe Lucchese uno degli esecutori dell’assassinio del carabiniere Vito Ievolella. Sono stati inflitti dieci anni ai due collaboratori di giustizia Salvatore Cancemi e Salvatore Cocuzza i quali si sono autoaccusati del delitto ed hanno rivelato agli inquirenti il movente del delitto. Il maresciallo è stato ucciso perché aveva scoperto che le “famiglie” mafiose avevano rimpiazzato il contrabbando di sigarette con il più redditizio traffico di droga. Ma.C.
NUOVE PERQUISIZIONI ALLA FININVEST
13 ottobre 2004
Milano. Quasi duecento cartellette sequestrate e caricate sulle auto delle fiamme gialle. E’ finita così, lo scorso 13 ottobre, la nuova perquisizione degli uffici Mediaset disposta dai pm milanesi Alfredo Robledo e Fabio De Pasquale nell’ambito dell’inchiesta sulla compravendita di diritti cinematografici da una società americana attraverso due holding off-shore, tra il 1990 e il 1999. Un affare da 470 milioni di euro, secondo l’agenzia Reuters, che ha portato i pm a formulare ipotesi di reato di falso contabile, frode fiscale, appropriazione indebita e riciclaggio di denaro sporco a carico di Silvio Berlusconi, Fedele Confalonieri e altri manager. Al centro dell’inchiesta, appunto, società off-shore, mandati di pagamento, operazioni oscure che potrebbero aver visto il coinvolgimento di Piersilvio e Marina Berlusconi, anche loro, da luglio, indagati. Gli inquirenti stanno infatti verificando se già nel 1994 – almeno formalmente – potessero essere stati titolari o firmatari di conti dai quali era possibile compiere operazioni off-shore. Nel mirino della perquisizione le società Century One e Universal One, <<direttamente controllate dalla famiglia Berlusconi>> e i fornitori che hanno venduto i diritti tv alle reti del Cavaliere <<nel periodo 1994-1999>>, quando – a partire dal 1996 – esiste già Mediaset ed è quotata in borsa. Anche dopo il suo inserimento in Piazza Affari, infatti, Mediaset avrebbe continuato a gestire l’acquisto dei diritti attraverso società fantasma, per le quali passavano somme sempre più consistenti sotto la regia dei fiduciari svizzeri della Arner. I quali, si sospetta, avrebbero sottratto denaro dalle casse aziendali e gonfiato contemporaneamente la voce costi dei bilanci, garantendo al Biscione imponibili fiscali più bassi del reale. Quanto alle società controllate direttamente dalla famiglia Berlusconi, annotano i pm, si tratterebbe di una svolta importante, poiché per la prima volta la responsabilità sembra non poter ricadere semplicemente su qualche contabile, ma direttamente sui massimi vertici.
Monica Centofante
TANO GRASSO:DENUNCIARE IL PIZZO
11 ottobre 2004
Siracusa. Il 9 ottobre scorso, nel convegno “Mafia e antimafia nella Sicilia di oggi” che si è svolto a Siracusa, Tano Grasso ha dichiarato: «Oggi ci sono cento difficoltà in più con le quali devono fare conto gli operatori economici per denunciare il racket. Non si può infatti nascondere che i tanti segnali contraddittori che giungono da questo Governo renda tutto più difficile. Nonostante ciò non c'è altra strada che denunciare». Nel convegno è intervenuto anche il procuratore della Repubblica Roberto Campisi che ha messo in evidenza come la mafia nel tempo ha mutato aspetto “ma c'è un dato che è restato immutato nel tempo, vale a dire il suo radicamento sociale”. M.M.
IN RICORDO DI PIPPO FAVA
9 ottobre 2004
Palermo. Il 5 gennaio 2005 a Palermo l’Unione cronisti ricorderà il giornalista Giuseppe Fava ucciso 21 anni fa a Catania da killer di Cosa Nostra. Nella mattinata verrà piantato un albero in suo nome nel Giardino della Memoria in un appezzamento di terra confiscato alla mafia in fase d’assegnazione. A tal proposito il segretario siciliano dell’Unci Leone Zingales ha detto:
<<Uno spazio verde per ricordare a tutti, e soprattutto alle giovani generazioni che il percorso di vita di quei magistrati, giornalisti, imprenditori, sindacalisti, investigatori e semplici cittadini, è l’unico possibile verso un approdo sicuro di progresso e benessere civile>>. M.M.
OMICIDIO MICO GERACI
8 ottobre 2004
Palermo. L’8 ottobre del 1998 un sicario di Cosa Nostra assassinò Mico Geraci a Caccamo. Nell’anniversario dell’omicidio in una intervista al Tg3 regionale Michele Geraci ha detto: << Mio fratello sarebbe potuto essere il candidato sindaco e questo potrebbe essere stato determinante per il suo omicidio>>. Nel 2002 grazie al collaboratore di giustizia Antonino Giuffrè il caso è stato riaperto. I pm Lia Sava, Gaetano Paci e Michele Prestipino coordinati dal procuratore aggiunto Sergio Lari e le forze dell’ordine stanno cercando i necessari riscontri alle dichiarazioni del’ ex boss del mandamento di Caccamo. Secondo Giuffrè quando il sindacalista ha scelto di abbandonare la Democrazia Cristiana per avvicinarsi al centrosinistra ha decretato la sua morte. “Manuzza” ha raccontato di aver ricevuto due richieste di autorizzazione per l’esecuzione del delitto e di averle respinte. E’ stato Provenzano a decretare la morte di Geraci. Gli assassini avrebbero ricevuto l’ordine di Provenzano. Il boss Benedetto Spera avrebbe messo a disposizione un killer della sua famiglia di Belmonte Mezzagno. Il sicaro avrebbe agito a volto scoperto. Giuffrè ha raccontato agli inquirenti che due mafiosi della zona di Belmonte gli chiesero dove potevano far modificare la canna del fucile calibro 12, lo stesso tipo di arma che venne utilizzata per uccidere Mico Geraci. L’agguato eseguito vicino l’abitazione della famiglia di Giuffrè senza consenso di “Manuzza” sarebbe stato un “segnale” che Provenzano avrebbe voluto inviare al capo mandamento di Caccamo. Il procuratore aggiunto Sergio Lari ha detto: <<Le indagini continueranno con impegno, data l’importanza del caso, ma le dichiarazioni dei collaboranti da sole non bastano>>.
Marco Cappella
SALVATORE GERACI: UN RAMO SECCO DA TAGLIARE
5 ottobre 2004
Palermo. La mafia riprende a sparare. La notizia sembra confermare l’ultimo rapporto Eures secondo cui gli omicidi della criminalità organizzata sono in aumento. La Sicilia si è classificata al quarto posto dopo Campania, Puglia e Calabria. Martedì 5 ottobre, ancora sangue a Palermo. Due gli omicidi. Il primo ad Altofonte e l’altro a Corso dei Mille. Sono trascorse da poco le 20.00 in Corso dei Mille a Brancaccio, quando tre colpi di una calibro 38 raggiungono Salvatore Geraci che rientrava a casa a bordo di un vecchio scooter. I killer probabilmente erano già li ad aspettarlo a bordo di una moto. Dopo averlo affiancato gli sparano. Un primo colpo lo raggiunge alla gamba. La vittima perde il controllo del motorino mentre uno dei sicari probabilmente scende dalla moto ed esplode altri due colpi, al viso e alla gola. <<Non abbiamo visto niente>> sono le risposte di decine di persone interrogate dagli uomini della Squadra Mobile guidata da Beppe Cucchiara malgrado quasi tutti i negozi fossero ancora aperti e la strada trafficata.
Il corpo di Salvatore Geraci è stato trovato riverso sul marciapiede. Un agguato in perfetto stile mafioso. A dare l’allarme una telefonata anonima al 113 che segnalava un incidente stradale. Le indagini puntano sul mondo degli appalti. L’uccisione dell’imprenditore <<potrebbe essere stata un’operazione chirurgica all’interno dell’organizzazione mafiosa>> ha precisato Pietro Grasso. <<Siamo ancora all’inizio dell’indagine - continua il procuratore - e quindi abbiamo ancora pochi elementi per poter decifrare questo delitto>>. Anche se il procuratore tende ad escludere che <<ci sia in atto uno scontro tra famiglie mafiose>>. <<Lo inquadrerei, piuttosto come fatto unico. Secondo quanto ci risulta Geraci era una persona che poteva dare fastidio, ecco perché è stato eliminato>>.
<<Non dovevi fare questa fine>> dice la moglie, accorsa sul posto, in lacrime. Sul luogo del delitto anche il sostituto procuratore Lia Sava, della Dia, che ha coordinato le indagini. Geraci era un imprenditore molto noto nel giro degli appalti controllati da Cosa Nostra e, a quanto pare, avrebbe chiesto a Bernardo Provenzano l’autorizzazione per rientrare nel giro anche se i boss lo consideravano “bruciato” dopo la condanna per mafia. Lo stesso Provenzano lo racconta al suo braccio destro Antonino Giuffré in due lettere. Il 27 aprile 2001 ecco la risposta di Provenzano sull’opportunità di rimettere in pista Geraci: <<Ti chiedo perdono - si legge nella prima lettera - nella precedente mi sono dimenticato a rispondere al tuo secondo argomento … trattasi di quanto mi dici tu, che c’è Totò Geraci, si ho capito chi è, e ora vuole di nuovo interessarsi, per iniziare a fare le stesse cose di prima, e vuole sapere o lui o chi per lui se possono andare avanti o no. Io, al momento, per questa situazione non ho niente da dire, se con il volere di Dio ci potessimo vedere, ne parleremo di presenza…>>.
Dieci giorni dopo, il 7 maggio, Provenzano continua a prendere tempo e risponde a Giuffrè: <<Argomento Geraci, ho bisogno di tempo per vederci come ricevo quello che ho chiesto e ti comunico>>. Evidentemente, per il capo di Cosa Nostra, l’imprenditore già prestanome di Giovanni Brusca, non era più affidabile. E infatti Giuffré, il 31 luglio del 2002, racconta ai pm della Dda: <<Tra l’altro essendo vicino a Brusca, Bagheria, Provenzano non lo potevano vedere allora e non lo possono vedere oggi. Tant’è vero che poco tempo fa Geraci si è fatto avanti per cercare di riprendere un pochino in mano le redini degli appalti e il discorso me lo hanno fatto arrivare a me. Ne ho parlato con Provenzano, Provenzano si è preso un pochino di tempo e successivamente mi ha detto: <<Ma con questi tempi così difficili che ce lo porta a questo…>>.
Sfogliando il fascicolo giudiziario di Geraci i magistrati della Dda hanno scoperto che nel 1991 aveva preso il posto di Angelo Siino l’ex ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra. Lo conferma un “pizzino” con esplicito riferimento a Salvatore Geraci, per l’aggiustamento di un appalto, trovato nella villetta di Cannatello ad Agrigento dove venne arrestato Brusca. Quella di Salvatore Geraci è una carriera ai vertici più alti dell’organizzazione. Decine e decine di appalti in tutta la Sicilia fino ad aggiudicarsi i lavori per la ristrutturazione dell’aeroporto di Bergamo. Non c’era un solo appalto che sfuggiva al suo controllo. Piccolo o grande che fosse. La sua maggiore zona di influenza, le Madonie.
Già allora il costruttore aveva sfiorato la morte in un paio di circostanze. La prima volta agli inizi degli anni Novanta. Geraci avrebbe voluto prendere un appalto a Casteldaccia, ma il lavoro secondo la ricostruzione dei collaboratori era stato promesso ad un altro. Lui insisteva, tanto da suscitare le ire di Bagarella che non usò metafore: <<A Geraci la pistola gliela infilo nel…>>. Il fatto in questione riguardava un appalto a Ribera, che Geraci voleva anche se l’aveva vinto un’azienda vicina a Brusca. Il costruttore fece ricorso al Tar, poi un amico lo avvicinò dicendogli che non era il caso di insistere. Ritirò il ricorso, ma il tutto bastò perché Brusca se lo legasse al dito, a tal punto da pedinarlo per farlo fuori. Aveva osato sfidare le regole di Cosa Nostra.
A tradire il costruttore diverse carte sottratte dalle buste di alcune aziende che partecipavano alla gara d’appalto per la realizzazione della fognatura del Comune di Pollina. Durante una perquisizione dei Carabinieri la vittima cercò di disfarsi della carte buttandole nel water che però andarono ad ostruire la conduttura, qualche giorno dopo furono gli stessi operai del Comune a consegnare quei documenti ai Carabinieri. Era finito nella fogna anche il primo avviso di garanzia per associazione mafiosa.
Il 15 dicembre 1998 Geraci viene arrestato. Due anni dopo scarcerato e poi condannato a cinque anni e quattro mesi nell’ambito di una indagine su mafia e appalti condotta dal pm Michele Prestipino. Ad accusarlo anche Salvatore Lanzalaco, ex imprenditore, indicatolo come un esponente della cosca mafiosa di Bagheria. Questi gli era stato presentato dal presunto boss Panzeca di Caccamo, come <<il personaggio che faceva da cerniera con gli uomini del territorio di Bagheria, cioè quelli che avevano in mano tutte le gare d’appalto>>. Nel febbraio del 2002, i Carabinieri gli sequestrano il capitale sociale e i beni aziendali della “Geraci” srl. Poi terreni e fabbricati per un valore di un milione di euro nella zona di Altavilla Milicia. Qualche mese dopo verrà sequestrato anche un altro capannone industriale di oltre mille metri quadrati intestato alla moglie. Recentemente aveva riottenuto solo l’appartamento di Corso dei Mille. Lì stava tornando martedì sera quando c’è stato l’agguato. <<Certo sono anni che non si spara così. E bisogna ricordare che siamo sul territorio di Brancaccio - ha dichiarato un magistrato della Dda -. O Geraci aveva toccato qualcosa che non doveva toccare oppure è in atto una operazione chirurgica di ripulitura dei rami secchi che potrebbe portare lontano. Certo è un omicidio pesante>>. Preoccupato anche il capogruppo dei Ds Giuseppe Lumia: <<Questo omicidio potrebbe segnalare l’apertura di molti scenari diversi a cui non bisogna farsi trovare impreparati: sia che si tratti di un’interruzione momentanea della strategia dell’inabissamento; sia che si tratti di una nuova strategia messa in atto da Provenzano per eliminare un elemento ritenuto non più utile; sia che si tratti di una strategia di chi è dentro le carceri per mandare un segnale a chi è fuori. Certo è triste constatare che passano gli anni e tutto ruota ancora intorno a Provenzano che rimane imprendibile e riesce ad agire nell’ombra, anche se gli si fa terra bruciata intorno>>. L’omicidio di Salvatore Geraci potrebbe essere la conferma dei <<dissidi interni>> a Cosa Nostra così come denuncia la Dia nell’ultima relazione al Parlamento. <<Cosa Nostra non teme rivali tra le altre consorterie criminali - sottolinea la Dia - . Si deve, invece, guardare dal sorgere di dissidi interni, per evitare processi di destabilizzazione che la porterebbero alla disgregazione>>. Secondo la Dia, <<la causa principale degli attriti >> starebbe nell’insoddisfazione <<di quanto Provenzano, ha, sino ad ora, fatto per i numerosissimi affiliati detenuti>>. Potrebbe rientrare in questo scenario l’omicidio di Geraci L’altro omicidio è avvenuto ad Altofonte. I Carabinieri hanno trovato il cadavere carbonizzato di un impiegato postale, Oreste Lo Nigro, nel bagagliaio di una Y10. Secondo gli inquirenti i due delitti non sono collegati tra loro. L’inchiesta è stata avviata dalla rilettura del fascicolo del padre della vittima, Enrico Lo Nigro, imprenditore agricolo, vicino alla cosca di Di Maggio, ucciso con undici colpi di pistola il 6 novembre del 1997 nella stessa contrada dove è stato trovato il figlio. Anche quel delitto, come quello del figlio, è avvolto nel mistero. Per gli inquirenti della Dia, comunque, Bernardo Provenzano rimane fedele alla <<linea dell’inabissamneto>>, una strategia che ha consentito a Cosa Nostra di riorganizzarsi dopo la stagione delle stragi e i numerosi arresti.
Maria Loi
LA COMMISSIONE PARLAMENTARE ANTIMAFIA AD AGRIGENTO
4 ottobre 2004
Agrigento. Torna ad Agrigento la Commissione Parlamentare Antimafia. Per tre giorni i 20 componenti della delegazione guidata dal Presidente Roberto Centaro sono stati impegnati in un fitto calendario di appuntamenti. Nella prima giornata dei lavori le audizioni delle forze dell’ordine hanno illustrato quello che è stato fatto e quello che ci sarebbe da fare. Anche la Direzione distrettuale antimafia di Palermo ha inviato una relazione illustrando la grave situazione della criminalità organizzata. <<L’economia già povera della provincia di Agrigento è infiltrata e pesantemente condizionata dalla criminalità mafiosa e di questo passo la popolazione finirà col perdere ogni fiducia nello Stato di diritto accettando definitivamente di convivere con la mafia e sottoponendosi alle sue regole scritte>> hanno dichiarato i pm della Dda. <<Se dunque si vuole evitare che i cittadini di questa provincia diventino “sudditi” di Cosa Nostra e delle altre organizzazioni criminali mafiose, occorre uno sforzo delle Istituzioni che superi la soglia dell’ordinaria amministrazione, come viceversa fino ad adesso si è fatto>>. Il capo della Dda di Palermo, Pietro Grasso parla di Agrigento come <<la provincia in cui è più difficile condurre le indagini antimafia>> anche per <<la mancanza di collaboratori di giustizia>>. In tutta la zona sono più di tremila gli affiliati a Cosa Nostra e in molte amministrazioni comunali <<non si nota più il confine fra i boss e i politici>>. Per combattere Cosa Nostra la Dda di Palermo ha chiesto <<l’aumento della presenza delle forze dell’ordine sul territorio ed il potenziamento degli organismi investigativi quali il Ros dei Carabinieri e la Dia, anche per rilanciare il settore delle indagini in materia di appalti e cattura dei latitanti>>. Qui ad Agrigento la mafia prende di mira anche i preti. Nell’agosto dello scorso anno, all’ufficio postale di Naro, sono state bloccate quattro buste contenenti proiettili indirizzati al sindaco, al presidente del Consiglio comunale, al comandante dei Carabinieri e al parroco della chiesa di Calastra. L’ultima sorpresa è giunta dalla Corte d’Appello di Palermo che lo scorso 20 ottobre ha assolto l’Assessore al Turismo della Provincia di Agrigento Piero Macedonio, condannato per abuso d’ufficio, bacchettato da Roberto Centaro: <<Se un assessore è condannato si deve dimettere>> ha aggiunto Centaro: <<Ci sono presenze preoccupanti all’interno di alcuni consigli, non è pensabile che ci sia un assessore provinciale condannato per un reato contro la pubblica amministrazione>>.
E’ diventato argomento di indagine della Commissione antimafia anche l’ultima inchiesta eccellente avviata sui corsi di formazione professionale organizzati dalla Provincia. Da quest’ultima emergerebbe una rete di complicità tra politici e funzionari pubblici agrigentini che avevano allestito decine e decine di corsi nei quali gli studenti spesso esistevano solo sulla carta. A sollevare la polemica è stata una ex dipendente della Provincia, Patrizia Fatone, finita in carcere con l’accusa di avere sottratto 300 milioni dalle casse del Comune di Favara. Purtroppo, ricorda Lumia: <<Lo Stato qui è debolissimo. Ci sono pochi uomini e pochi mezzi, che spesso vengono distolti dall’indagine dell’antimafia per occuparsi dell’emergenza clandestini. La Prefettura ha solo 4 funzionari su 10 e c’è una impossibilità nel controllo della legalità. E poi basta vedere qual è lo stato delle istituzioni locali>>. Dall’ultima visita della Commissione, 1999, dichiara il diessino Lumia: <<abbiamo trovato una situazione grave che si può riassumere in tre aspetti: Cosa Nostra è fortissima, ci sono ancora troppi latitanti e la mafia controlla il sistema degli appalti e schiaccia il territorio con racket e usura ed inoltre si proietta sul piano internazionale… Inoltre c’è un rapporto tra Cosa Nostra e la politica che è devastante. La novità è piuttosto che ora la mafia mette propri uomini direttamente nella politica>>. E’ un’economia a rischio <<qui Cosa Nostra si proietta sempre di più sull’economia. Abbiamo conosciuto il tavolino dove si spartivano gli appalti, nato proprio in provincia di Agrigento. Dopo la crisi del “tavolino”, non c’è stato un passo indietro di Cosa Nostra, che prima si occupava “solo” di racket e si accontentava di una percentuale sugli appalti. Ora invece Cosa Nostra controlla le imprese>>.
Maria Loi
INCHIESTA “MAFIA E POLITICA”: LEGITTIMO L’OPERATO DI GRASSO
1 ottobre 2004
Palermo. Lo scorso luglio il sostituto della Dda di Palermo Gaetano Paci, titolare dell’inchiesta “mafia e politica”, mostrò la sua perplessità dinanzi alla mancata contestazione del reato di concorso esterno in associazione mafiosa per il presidente della Regione Totò Cuffaro. Chiese allora 48 ore di tempo per prendere la decisione di firmare o meno l’avviso di conclusione delle indagini preliminari. Il procuratore di Palermo Pietro Grasso, mosso dalla convinzione che Paci stesse bloccando la conclusione dell’inchiesta, revocò allora la delega al suo sostituto. Il Consiglio giudiziario, sollecitato ad esprimersi sul caso, ha ora reso noto il suo parere: la revoca della delega risulta legittima, ma non può sostenersi che Paci abbia creato una situazione di stallo. Adesso la parola passa al Csm.
Dora Quaranta
IL MAGISTRATO TERESA PRINCIPATO ALLA DNA
1 ottobre 2004
Trapani. I magistrati Teresa Principato e Francesco Paolo Giordano si trasferiranno alla Direzione Nazionale Antimafia. Il plenum del Consiglio superiore della magistratura ha deliberato il trasferimento all’unanimità. Teresa Principato appresa la notizia ha detto che il lavoro alla Dna consente di avere una visione d’insieme, dell’intersecarsi delle varie criminalità e che il suo auspicio è quello di continuare ad occuparsi di Cosa Nostra. M.M.
IL SINDACO DI VICARI AVREBBE CHIESTO AIUTO AL PADRINO
29 settembre 2004
Palermo. Il fedelissimo di Provenzano, il boss Turi Umina, si sarebbe adoperato alacremente per consentire all’attuale sindaco di Vicari, Biagio Todaro, di vincere le elezioni del 2002. E’ quanto emerge dagli interrogatori di alcuni testimoni condotti dai carabinieri di Monreale su incarico della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo. Umina, che figurava ufficialmente come operaio della Iposas, riceveva all’interno dello stabilimento mafiosi e politici. Secondo un testimone, Biagio Todaro quando era candidato della Lista Civica avrebbe fatto il giro dello stabilimento in compagnia di Umina salutando tutti gli operai sul posto di lavoro. Pare che anche Fabio Genco, di Forza Italia, si sia presentato da Umina. I titolari della Iposas, anch’essi interrogati dai carabinieri, hanno affermato di aver subito le intimidazioni del padrino ed hanno confermato gli incontri fra i candidati alle elezioni ed il capomafia all’interno della loro azienda.
Dora Quaranta
DELITTO MAURO ROSTAGNO
26 settembre 2004
Trapani. Il 26 settembre 1988, il giornalista e sociologo Mauro Rostagno fu ucciso in contrada Lenzi. Sono passati sedici anni ed ancora non sono stati individuati gli autori dell’agguato. Il fondatore della comunità di recupero per tossicodipenti Saman sui teleschermi dell’emittente trapanese Rtc aveva realizzato servizi scomodi contro i boss mafiosi. Mauro Rostagno con le sue inchieste sui rifiuti sulla cooperazione internazionale, sui traffici d’armi da un aeroporto militare dismesso era diventato “scomodo” a certi poteri. A Marsala in occasione dell’anniversario dell’uccisione del sociologo si è tenuto un convegno “ Ricordando Mauro Rostagno. Giornalismo e impegno civile in provincia”. Il moderatore dell’incontro Vincenzo Figlioli ha detto: <<È stata un'occasione per parlare in libertà dell'informazione in Sicilia e per ribadire l'importanza della memoria che deve ricordarci la strada già tracciata da chi come Mauro Rostagno, con coraggio, ha svolto questa professione>>. Ma.C.
OMICIDIO GIUDICE SAETTA
25 settembre 2004
Palermo. Il 25 settembre 1988 un commando di Cosa Nostra uccise il giudice Antonino Saetta e il figlio Stefano. La cupola palermitana non gli perdonò una sentenza esemplare per la morte del Capitano Basile. Nel giorno dell’anniversario il figlio del giudice l’avvocato Roberto ha detto: <<Il ricordo in noi è costante e non certo limitato alla ricorrenza e fa piacere sapere che anche altri lo ricordano con convegni e appuntamenti annuali. Ma manca l'incisività e la costanza che un fatto tanto grave avrebbe meritato>>. Ha poi spiegato che il padre: <<fu il primo magistrato giudicante a cadere per ordine della mafia e questo doveva risuonare come una minaccia e un avvertimento per chi era chiamato a decidere sulle pene da infliggere a chi calpestava la giustizia e la legge. Una vera rivoluzione>>. L’avvocato Roberto Saetta ha messo in evidenza l’importanza della memoria <<non tanto con iniziative particolari o diverse, ma semplicemente con la conoscenza costante di chi non c'è più perché voleva rendere più serena e "normale" la vita agli altri>>.
Marco Cappella
GIUDICE LIVATINO MARTIRE DELLA GIUSTIZIA
22 settembre 2004
Agrigento. Il 21 settembre 1990 un commando della Stidda, lungo la Statale 640 uccise il magistrato Rosario Livatino. Sono passati quattordici anni dall’omicidio ed in ricordo dell’anniversario si è tenuto un seminario di studi sulla “Tutela dei beni culturali” su iniziativa del Csm e dell’Associazione nazionale magistrati e dell’amministrazione provinciale di Agrigento.
Il presidente della repubblica Carlo Azelio Ciampi ha inviato una lettera in cui ha ricordato il magistrato come “ martire della giustizia e di essa silenzioso servitore”. Tra gli intervenuti il procuratore Grasso ed ha messo in evidenza che: <<Rosario ripeteva che il giudice oltre che essere, deve anche apparire indipendente. Deve offrire l'immagine di una persona seria, equilibrata, responsabile, ma anche comprensiva ed umana. Soltanto se il giudice realizza in se stesso queste condizioni, la società può accettare che egli abbia sugli altri un potere così grande come quello di giudicare i suoi simili>>. Secondo Giuseppe Lumia, capogruppo Ds in Commissione Antimafia <<Livatino morì perchè faceva soltanto il proprio dovere, come fanno tanti magistrati impegnati contro Cosa Nostra in Sicilia. Morì perché nelle sue inchieste si era occupato di mafia ma anche di politica, senza preoccuparsi se così andava a toccare qualche politico intoccabile>>.
Marco Cappella
STRAGI DEL ’93: DECRETO DI ARCHIVIAZIONE PER INZERILLO
12 settembre 2004
Firenze. La Procura di Firenze ha richiesto ed ottenuto l’archiviazione dell’indagine sull’ex senatore Dc Enzo Inzerillo sospettato <<di concorso morale>> nelle stragi del 1993.
Il decreto di archiviazione del gip Antonio Crivelli risale a undici mesi fa. Se n’è avuta notizia quando i legali di Inzerillo l’hanno depositato alla quarta sezione della Corte d’Appello di Palermo dove Inzerillo sta affrontando il processo di secondo grado con l’accusa di associazione mafiosa (il 21 novembre del 2000 era stato condannato a otto anni di reclusione). Secondo i giudici di Palermo, Enzo Inzerillo avrebbe incontrato, nel villaggio Euromare di Cefalù, Giuseppe e Filippo Graviano, Nino Mangano, Leoluca Bagarella, Matteo Messina Denaro, Gioacchino Calabrò, Vincenzo Sinacori e Giuseppe Ferro. A detta del collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori dopo le esplosioni delle autobombe del 1993, Inzerillo avrebbe partecipato ad una riunione di boss sconsigliando ai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano di proseguire nella strategia stragista perché controproducente. Un riscontro indiretto era arrivato dal collaboratore Tullio Cannella che ha affermato di aver sentito Inzerillo dire <<di essere stato messo a conoscenza del programma di stragi fin da prima della sua attuazione e di avere saputo anche quali erano i luoghi che si intendevano colpire>>. Inzerillo nega di avere partecipato a quella riunione e il gip Crivelli dice che <<anche a voler dare pieno credito>> a Cannella <<non emerge altro che una conferma>> del ruolo di Inzerillo come <<referente della famiglia di Brancaccio>>; potrebbe esserci <<un adeguamento psicologico alle altrui direttive>>, ma questo sarebbe <<ancora lontano dall’implicare un concorso morale>> nelle stragi. E’ stata presa in considerazione anche l’attività politica di Inzerillo, verificando se avesse avuto un ruolo sul regime del cosiddetto 41 bis. Tesi piuttosto importante se si prende in considerazione il fatto che in numerose sentenze definitive le bombe della notte tra il 27 e il 28 luglio del 1993 furono fatte esplodere in quanto nelle carceri speciali di tutta Italia venivano resi noti i decreti di proroga del 41 bis applicato dopo la strage di via D’Amelio.
<<Non solo – scrivono i pm a tal proposito nella richiesta di archiviazione – non è emersa un’iniziativa (di Inzerillo ndr) sotto qualsiasi forma, ma, di più, nessuna delle persone esaminate (esponenti delle istituzioni e politici ndr) ha mostrato di avere un qualche ricordo della persona medesima>>. Sinacori, Cannella e gli altri collaboranti Giovanni Brusca, Salvatore Cancemi e Antonino Giuffré, avevano delineato la figura di Inzerillo capace di <<intercettare>> notizie riservate, grazie ai suoi contatti con un avvocato mazarese, esponente del partito socialista, e con l’allora direttore del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Nicolò Amato, contrario alla proroga del 41 bis. Le audizioni di Amato e dell’ex vicecomandante del Ros dei Carabinieri, il generale Mario Mori, non sono però approdate a nulla: <<Con ciò la funzione di tramite>> conclude Crivelli <<resta nell’ambito delle illazioni>>.
Maria Loi
OMICIDIO FRATELLI SAVOCA
9 settembre 2004
Palermo. L’8 settembre presso la terza sezione della Corte d’assise d’appello, presieduta da Giuseppe Nobile, a latere Biagio Insacco, si è tenuta un’udienza del processo per l’omicidio dei fratelli Salvatore e Giuseppe Savoca e del figlio di quest’ultimo, Andrea di 4 anni. Il Procuratore generale Rosalia Cammà ha chiesto la conferma delle undici condanne all’ergastolo inflitte dai giudici di primo grado ai membri della commissione di Cosa Nostra. Per Giovanni Brusca, invece, sono stati richiesti 14 anni, mentre per Antonino Giuffrè 17 anni e gli è stata negata l’attenuante specifica per i collaboratori di giustizia. Dalle risultanze istruttorie è emerso che la morte dei Savoca fu decisa perché i due fratelli rapinavano i Tir senza l'autorizzazione dei capimafia. La loro attività avrebbe attirato l'attenzione delle forze dell'ordine nella zona di Brancaccio, risultando così controproducenti per gli interessi mafiosi.
Marco Cappella
ANTIMAFIADuemila N°42














