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Rassegna stampa N45

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ARAGONA ACCUSA IN AULA CUFFARO
9 luglio 2005


Palermo. «Mi dispiace, Salvo (Salvatore Aragona ndr) si deve fare la galera. Giusto giusto di Mannino doveva parlare a casa di Guttadauro». Suonano rincresciose le parole che Cuffaro avrebbe riferito a Mimmo Miceli, relativamente alla carcerazione del suo amico Aragona. Queste ed altre sarebbero le frasi di un colloquio intercettato dentro il carcere Pagliarelli nel 2003, tra il medico Salvatore Aragona detenuto e sua moglie. È su questo dialogo che il pm Di Matteo ha chiesto spiegazioni in aula, nel processo che vede il presidente della regione siciliana imputato di favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra. Uno sfogo perché nonostante le promesse, nulla avrebbe fatto il Governatore per la scarcerazione del suo amico alla vigilia dell’udienza che avrebbe reso definitiva la sua condanna per concorso esterno.
Aragona però sul punto aveva per due volte cambiato versione, la prima quando aveva detto di aver chiesto al Presidente soltanto un suggerimento per un avvocato che potesse difenderlo in cassazione, la seconda quando aveva affermato di avergli proposto «un aiuto a 360 gradi per cercare di far derubricare il reato da concorso a favoreggiamento».
Oggi invece Aragona manifesta tutta la sua disapprovazione rivolgendo a Totò un’accusa molto chiara:«L’ho detto sin dal primo momento, io le intercettazioni a casa Guttadauro le conosco bene, ma stranamente nelle trascrizioni ogni volta che si parla di un coinvolgimento diretto di Cuffaro ci sono i “puntini”. Ho sempre pensato che hanno accollato tutto a me per salvare lui.»
Silvia Cordella

IL TRIBUNALE DA’ RAGIONE A SANTORO
9 luglio 2005

Roma. Sono state depositate il 15 febbraio scorso le motivazioni della sentenza emessa dalla IV sezione del Tribunale del Lavoro di Roma che obbliga la Rai a riabilitare Santoro alla conduzione di programmi televisivi di approfondimento dell’attualità in prima serata e di programmi di reportage in seconda serata, in particolare “Sciuscià Edizione Straordinaria” e “Sciuscià”. Una sintesi delle motivazioni è stata riportata dal giornalista Marco Travaglio sulle pagine dell’Unità del 12 marzo. La Rai dovrà risarcire a Santoro il “danno da lucro cessante” (743.682 euro), il “danno semplice” (643.419 euro) e le “spese di lite” (9.000 euro). Sono state annullate per “illegittimità” la <<sanzione disciplinare di quattro giorni di sospensione dal lavoro e dalla retribuzione>>  (con restituzione del maltolto – sottolinea Travaglio) e la <<decurtazione della retribuzione>> (22.034,27 euro da restituire). La Rai aveva inflitto a Santoro sanzioni disciplinari in merito a due puntate di “Sciuscià”: quella con Maurizio Costanzo sull’editto bulgaro del 24 maggio 2002 e quella sull’acqua in Sicilia del 16 luglio 2002. Per la Rai Santoro aveva <<disatteso i criteri di pluralismo, imparzialità, correttezza e obiettività>>. Il Tribunale ha però ora definito <<illegittime e infondate>> quelle sanzioni, asserendo – come fa notare Travaglio – che nella puntata del 24 maggio Santoro <<assicurò un dibattito sereno>> tra <<persone di diversa estrazione culturale e politica, quali lo stesso Costanzo, Mentana, Adornato, Belpietro, Veneziani>> e che la puntata del 16 luglio <<non è passibile di rimprovero>>, poiché <<conteneva interviste al presidente della regione Cuffaro>>, a <<un consigliere del Cdu>> e a <<un senatore del Polo della Libertà>>, garantendo <<la completezza dell’informazione>> e il <<diritto al contraddittorio>>. In conclusione la Rai deve nei confronti di Santoro <<risarcire il danno>> e <<ripristinare la situazione originaria>>.
Mara Testasecca 

BRUSCA: <<IO NON L’HO MAI VISTO VESTITO DA VESCOVO>>
9 luglio 2005

Palermo. Il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca citato per sondare l’attendibilità della pentita Giusy Vitale  ha deposto in videoconferenza davanti ai giudici della Corte di Assise di Palermo presieduta da Renato Grillo. <<Mi scusi signor presidente, Provenzano vestito da vescovo non l’ho mai visto, né ho mai sentito che andasse in giro utilizzando travestimenti>>. M.M.

POTREBBE ESSERE NELL’AGENDA ROSSA IL MOVENTE DELLA STRAGE DI VIA D’AMELIO
5 luglio 2005

Palermo. A quasi tredici anni dalla strage di Via D’Amelio la Procura di Caltanissetta ha aperto una nuova pista sul movente del tragico attentato partendo da una foto di una agenzia di fotoreporter palermitana che ritrae un ufficiale dei Carabinieri che ha in mano una borsa in cuoio uguale a quella del giudice. Scrive Marzio Tristano nell’Unità del 5 luglio scorso che nella foto a colori si vede <<l’allora capitano dei Carabinieri Giovanni Arcangioli tra idranti dei vigili del fuoco e carcasse di auto in fiamme, con una borsa di cuoio in mano. Quasi intatta, leggermente annerita: la borsa di Borsellino>>. Interrogato dai pm di Caltanissetta <<Arcangioli ha fatto i nomi di tre magistrati ai quali avrebbe consegnato la borsa, senza averla mai aperta: sono Giuseppe Ayala, allora neo-deputato del Partito repubblicano, Alberto Di Pisa, ora procuratore di Termini Imerese, e Vittorio Teresi, adesso sostituto procuratore Generale a Palermo>>. Di Pisa e Teresi hanno <<negato con decisione di avere mai ricevuto quella borsa>>. Ayala, invece, presente in via D’Amelio, <<ricorda di averla notata e di averla “materialmente presa o indicata e comunque affidata ad un carabiniere>>. <<Ero parlamentare, non potevo occuparmene - ha detto - e sono tra quei cittadini, tanti, per i quali l’Arma è ancora sacra>>.
Il mistero si infittisce anche perché già <<dopo otto anni due ufficiali del Ros, costretti in procura a confermare una rivelazione del tenente Canale, che per primo parla con i magistrati, rivelano al pm Di Matteo che Roberto Di Legami, funzionario della Mobile, dieci-quindici giorni dopo l’attentato confidò loro che Contrada era stato visto dagli agenti della prima volante in via D’Amelio e che la relazione di servizio era stata distrutta. Di Legami ha negato l’episodio con decisione, i tre, il funzionario di polizia, Raffaele Del Sole e Umberto Sinico erano amici, il confronto ha avuto toni tesi, e ciascuno è rimasto sulle proprie posizioni, senza cercare la scappatoia di un possibile equivoco>>.
Molti gli interrogativi, persino, sulla presenza di Bruno Contrada che <<hanno alimentato voci sottotraccia nei corridoi di caserme e procure, amplificate dalle rivelazioni, rimaste segrete, di un pentito mai creduto. Francesco Elmo, che disse di avere visto Contrada allontanarsi dal luogo dell’esplosione stringendo “qualcosa”, forse una cartella sotto il braccio, in compagnia del suo collega Lorenzo Narracci>>. Elmo racconta di aver visto quel pomeriggio del 19 luglio <<anche Giuseppe Ciuro>>, il maresciallo della Dia implicato nell’inchiesta sulle “talpe in procura”. Infatti sarebbe stato accertato che Elmo mentiva, infatti <<Contrada alle 17 era in barca con il suo collega Narracci, un commerciante e un ufficiale dei Carabinieri; arriverà in via D’Amelio alle 22.30>>.
Era presente sul luogo della strage, invece, l’agente di Polizia Salvatore Mannino <<sospettato di essere stato una “talpa” del commissariato>>, a vederlo è l’agente Salvatore Angelo, della volante di San Lorenzo: <<Mi ha colpito addirittura un abbigliamento consuetudinario a lui, giacca e pantaloni colore cammello e questo ha fatto scattare l’interrogatorio di dire: ma ‘sta persona qua che ci fa? Proprio perché il soggetto era quello che io ricordavo da sempre. Io poi l’ho perso con lo sguardo, perché come lui ha attraversato ancora c’era il fumo, c’erano le … le auto in fiamme, cioè non era facile seguire le persone all’interno della Via D’Amelio. Ripeto, sono attimi in cui la cosa era ancora abbastanza fresca>>.
Maria Loi

OPERAZIONE “MARE NOSTRUM”: IL GIORNO DELLA SENTENZA
3 luglio 2005

Barcellona. <<Niente associazione, ma pentiti credibili>> è il risultato della sentenza del maxi processo Mare Nostrum. <<A crollare è stato il teorema della pubblica accusa sull’ipotetica esistenza di un’associazione a delinquere e non certo la credibilità dei pentiti, anzi le loro testimonianze hanno portato alla condanna di 14 imputati>> è il commento del Pubblico Ministero Olindo Canali che ha sottolineato: <<Non è stato facile sostenere un processo come questo>>, infatti <<Maurizio Bonaceto nel corso del procedimento ha ritrattato le accuse e subito dopo ha tentato il suicidio; mentre Paolo Crinò, nel periodo in cui soggiornava a Modena sotto protezione, ha persino commesso un omicidio. Possiamo affermare di aver ottenuto il massimo del risultato con il minimo che si poteva ottenere da condizioni così critiche. Inoltre, bisogna ricordare che le dichiarazioni rese da Crinò e Bonaceto risalgono al 1993, quando sono apparsi i primi collaboratori di giustizia e giurisprudenza e legislatura erano diverse dalle attuali>>. A 11 anni dal blitz arriva la sentenza di primo grado del processo stralcio. Sono stati condannati dal Tribunale di Pozzo di Gotto 14 dei 52 imputati. 40 le assoluzioni. La pena maggiore è stata comminata a Umberto Benedice che dovrà scontare 14 anni di carcere.
Era l’alba del 6 giugno 1994 quando scattò il maxi blitz che portò all’arresto di numerose persone per droga e associazione mafiosa. I gip della Procura di Messina, Mondello, Cucurullo  e Licata  emisero 76 ordini di custodia cautelare in carcere.
Il processo ebbe inizio nel 1999. Vennero sentite più volte le testimonianze dei collaboratori di giustizia Paolo Crinò e Maurizio Bonaceto le cui posizioni furono molto controverse.
Alle loro dichiarazione hanno fatto seguito i riscontri e le informative redatte da Carabinieri e Polizia.
Marco Cappella

UN CATERPILLAR E UN PICCOLO MARADONA: IL SINDACO DI GELA
1 luglio 2005

Gela. L’Espresso ha pubblicato il 17 giugno un ritratto a tutto tondo di Rosario Crocetta, da due anni a capo dell’amministrazione comunale di Gela <<con l’energia di un caterpillar e la fantasia di un piccolo Maradona della politica>>. Una vittoria non facile ma strappata coi denti allo strapotere dei mafiosi quella di Crocetta alle elezioni per la carica di Sindaco nella primavera del 2002. Crocetta si candida nelle liste del Pdci e per 106 voti mancanti perde le elezioni. Denuncia allora i brogli della mafia e ricorre al Tar che nel marzo 2003 riscontra la sottrazione di almeno 500 schede a lui favorevoli. Da allora Crocetta dà il via ad una battaglia a viso aperto contro Cosa Nostra.
Per arginare l’infiltrazione dei boss nella gestione degli appalti decide il turnover dei funzionari addetti e invita i carabinieri a presenziare alle gare. Le ditte appaltatrici devono indicare in anticipo noleggio e subappalti. Incoraggia la nascita della prima associazione antiracket nella città. Dinanzi al rischio di bancarotta del Gela Calcio il Sindaco, non ignaro della presenza all’interno del club di elementi aventi rapporti con i Madonia, avvicina singolarmente tecnici e calciatori dicendo loro: <<Io vi pago gli stipendi direttamente e senza passare dalla proprietà e voi giocate tranquilli senza chiedere il fallimento>>. Colloca 65 telecamere in tutto il centro per fronteggiare la microcriminalità. Partecipa instancabilmente a convegni sulla legalità a fianco di Giuseppe Lumia, Claudio Fava, Nichi Vendola, don Luigi Ciotti; porta la sua testimonianza in quartieri bronx come lo Zen di Palermo o il Librino di Catania. Firma denunce su denunce, lancia appelli alla cittadinanza a reagire contro la mafia e a collaborare con le forze dell’ordine, parla nelle scuole, visita le carceri, le fabbriche ed i cantieri a rischio. La mafia decide di eliminarlo l’8 dicembre 2003 ed ingaggia dei killer dalla Lituania. La polizia, nell’ambito dell’inchiesta “Imperium”, si imbatte in alcune intercettazioni telefoniche che non lasciano dubbi sulle intenzioni dei mafiosi. Scattano immediatamente le manette e si attiva il servizio di scorta per il Sindaco. <<Se sono vivo – dice Crocetta, devotissimo della Madonna, ai giornalisti – è anche perché i killer avevano scelto la festa di Maria per farmi fuori>>.
Il 2 giugno scorso Crocetta ha compiuto un gesto simbolico: l’adozione di un bambino di origini somale nato poco dopo uno sbarco clandestino a cui ha dato il nome di “Mabrouk” che vuol dire “Auguri”. Il 25 giugno, in una lettera indirizzata ai magistrati della Dda di Caltanissetta e alle forze dell’ordine, il Sindaco di Gela ha espresso tutta la sua soddisfazione per l’operazione antiracket compiuta all’alba che ha portato a 30 arresti tra appartenenti a Cosa Nostra e membri della Stidda.
Il segretario dei comunisti italiani, Oliviero Diliberto, ha candidato ufficialmente Rosario Crocetta nelle liste del centro-sinistra per sfidare Salvatore Cuffaro alle prossime regionali.
Dora Quaranta  

CORSI DI STUDIO CONTRO LA MAFIA
1 luglio 2005

Torino. Siglato un accordo tra il prorettore dell’Università di Torino e il presidente di Libera Don Luigi Ciotti per la creazione di pacchetti formativi, corsi di studio e di approfondimento su come funzionano le mafie, sull’economia e sulle tecniche di corruzione usate dalle cosche e quali sono i meccanismi interni che le sorreggono. L’iniziativa coinvolgerà per il momento le facoltà torinesi di Giurisprudenza, Lettere e Filosofia e Scienze Politiche, anche se presto si estenderà anche ad Economia e Medicina.
I corsi di studio interesseranno l’anno accademico 2005/2006, mentre per il 2007 è previsto un master per “Animatori della legalità della cittadinanza”.
<<Quest’iniziativa è importante - ha detto Don Ciotti - perché un impegno separato dalla cultura non produce giustizia>>. Fra gli ideatori dell’iniziativa c’è anche lo storico Nicola Tranfaglia che ha dichiarato: <<Falcone diceva che la lotta giudiziaria non avrà mai ragione sulle mafie e sull’illegalità, senza impegno civile. A partire da questo protocollo unico nel suo genere in Italia, speriamo di far nascere presto un pezzo di università dedicato a questi temi. E soprattutto di formare nuove figure professionali che aiutino i cittadini a non violare le leggi e a considerare la corruzione pubblica un cancro da estirpare>>.
Mara Testasecca

SEQUESTRATI SEI MILIONI DI DOLLARI ALLE BAHAMAS
28 giugno 2005

Palermo. Sequestrati 6 milioni di dollari. Le indagini della Procura di Palermo e del Nucleo Speciale di Polizia Valutaria coordinate dal Procuratore Aggiunto Giuseppe Pignatone hanno sottoposto a sequestro 6 milioni e 200 mila dollari conservati sul contro “10040” della Bank Hofmann, con sede alle Bahamas. Il conto era intestato a Salvatore Messina, docente presso l’Università “Parigi 13”a Parigi. Messina era stato arrestato nel novembre del 2004, assieme ad altre 6 persone, per una truffa alla Ue legata ad alcuni corsi professionali avviati in Sicilia nel campo del turismo e dello spettacolo. Dopo il blitz 700 mila euro erano già stati bloccati in alcuni conti correnti bancari. Si capì quasi subito che il resto aveva preso la strada dell’estero. Secondo gli inquirenti venivano create false spese, gonfiando in alcuni casi voci utilizzate per l’insegnamento e sfruttando società cartolari che erano state create appositamente da Messina per rilasciare solo fatture, che sono risultate false>>. In realtà i fondi finivano direttamente sul “conto” del professore Salvatore Messina. La vera novità sta nella cooperazione offerta dalle autorità delle Bahamas che ha permesso ai magistrati italiani di mettere a segno il colpo in tempi veloci. La rogatoria internazionale è stata richiesta il 28 maggio dal Procuratore Pietro Grasso mentre il sequestro preventivo delle somme del gup De Giglio è stato eseguito dall’ Office of the Attorney General” dello Stato delle Bahamas.
E’ la prima volta che l’autorità giudiziaria italiana riesce a bloccare delle somme di denaro in un paese “offshore”: <<Le Bahamas non sono più un paradiso fiscale ma un inferno per chi tenta di nascondere soldi>> ha detto il Procuratore Grasso: <<Questa indagine dimostra innanzitutto come la collaborazione internazionale sia lo strumento più efficace per contrastare il riciclaggio di denaro di provenienza illecita. Poi mette in evidenza i positivi effetti derivanti sul piano investigativo dai rapporti di stretta e proficua collaborazione instaurati tra il comando della polizia valutaria ed il servizio antiriciclaggio dell’Ufficio italiano dei cambi>>.
Monica Centofante

STRAGI DEL ’92: LA PISTA E’ QUELLA DEL RAPPORTO MAFIA-POLITICA
28 giugno 2005

Caltanissetta. Il procuratore della Dda di Caltanissetta Francesco Messineo, titolare delle indagini sui mandanti occulti delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio spiega nella sua audizione che <<una delle più importanti concause delle stragi Falcone e Borsellino >> risiede nel  “ rapporto mafia e politica”    .
L’inchiesta punta in particolare a scoprire chi potrebbe aver <<accelerato>> la strage di via D’Amelio in cui venne ucciso il giudice Borsellino e gli agenti di scorta.  
Nell’inchiesta emergerebbe anche una pista “russa” che sarà vagliata dagli investigatori e che prende spunto da “notizie giornalistiche “ e “altri documenti”. Anche se la linea della procura è quella di una “convergenza” fra l’inchiesta milanese di tangentopoli in cui furono coinvolti gruppi imprenditoriali che avevano appalti miliardari anche in Sicilia.  
<<Sulle stragi Falcone e Borsellino la commissione Antimafia non può rinunciare a fare chiarezza sulle responsabilità istituzionali, politiche ed economiche che vi sarebbero dietro gli attentati di Capaci e Via D’Amelio>> ha spiegato il Capogruppo dei Ds Giuseppe Lumia. <<Ho chiesto ai magistrati - ha ammesso Lumia – di spiegare alcuni punti di questa importante indagine che sembrano ancora poco chiari>>. Il presidente della Commissione Antimafia Roberto Centaro ha detto: <<Le indagini sulle stragi del ’92>> devono proseguire <<per individuare eventuali mandanti occulti o zone di interconnessione con gli interessi mafiosi >>.
Mara Testasecca  

TROPPE BANCHE NEL NISSENO
28 giugno 2005

Caltanissetta. Il presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, Roberto Centaro, ha dichiarato a Caltanissetta la sua preoccupazione per <<una presenza elevata di sportelli bancari>> che ovviamente <<stride con il livello dell’economia di una provincia che non brilla certo nelle classifiche del Pil>>. Allarmato Centaro ha detto: <<Gli sportelli si aprono dove ci sono flussi di denaro. Bisogna verificarne la provenienza. La magistratura e le forze dell’ordine a Caltanissetta stanno già lavorando bene sulle cosche di Gela e soprattutto su quella del Vallone che, non dimentichiamo, confina con Palermo e che è la mafia prediletta da Provenzano che l’ha sempre considerata affidabile>>.
Per Centaro è indispensabile lavorare assiduamente per comprendere i tentativi di infiltrazione della criminalità. <<Ci sono in corso indagini e ritengo che a breve porteranno assolute novità. Non aggiungo altro. Posso solo dire che potrebbero essere interessanti per comprendere le mutazioni genetiche della mafia>>.
Mariantonietta Morelli

LE INCHIESTE CENSURATE DI CORSERA.IT
28 giugno 2005

Roma. Corsera.it torna ad occuparsi delle inchieste della Lega Nord pubblicate su “La Padania”, inerenti i presunti rapporti tra mafia e Silvio Berlusconi. Ecco riaffiorare la vicenda della Banca Rasini e dei suoi illustri clienti, Totò Riina, Bernardo Provenzano e del blitz della Procura conclusosi con gli arresti dei proprietari della banca dove era impiegato il padre di Berlusconi. Corsera.it avanza l’ipotesi che tali inchieste siano state utilizzate come merce di scambio per favorire l’ingresso della Lega Nord al Governo. Intanto il sito denuncia che le sue iniziative subiscono le censure di “Panorama” e del “Sole 24 ore”. Corsera.it fa sapere che pubblicherà tutte le inchieste della giornalista di Report, Maria Grazia Mazzola, censurate da Rai 3: il caso della discarica di Cerro Maggiore e della Simec di Paolo Berlusconi, il ritorno sulla scena politica di Gianluca Guareschi nonostante sia stato condannato a 4 anni per associazione a delinquere e corruzione per gli appalti del dopo alluvione del 1997. <<Censure inquietanti, dunque – scrive Corsera.it – censure che tendono a controllare le informazioni sulle cosche mafiose che imperversano in Italia e le connessioni con il tessuto infetto della politica italiana che non soltanto offre una sponda, ma si fa addirittura metabolizzare dalle stesse. Le inchieste di Corsera.it riportano alla luce una realtà politica imprenditoriale che è finita con tutto il collo dentro i capitali della mafia, i nuovi Raul Gardini avanzano ignari del pericolo per la loro vita e per i delicati equilibri della nostra democrazia>>.
Mara Testasecca
 
PER LA PRIMA VOLTA QUANTIFICATO IL FATTURATO DEL MERCATO DELLA DROGA: 332 MILIARDI DI DOLLARI
27 giugno 2005

Rimini. Nella comunità di recupero di San Patrignano è stato presentato ieri il nuovo rapporto Onu sulla droga in occasione della giornata mondiale contro l’abuso e il traffico delle droghe. Il rapporto presenta una novità: per la prima volta l’Onu ha quantificato il valore economico del mercato della droga che è pari a 332 miliardi di dollari di fatturato. Facendo un paragone si può pensare ad uno Stato che per prodotto interno lordo occupi il 18° posto nella graduatoria dei paesi più ricchi al mondo. << I dati – ha spiegato Antonio Maria Costa, direttore dell’Ufficio di Vienna dell’Onu contro la droga e il crimine (Unodoc) – rivelano un valore di produzione pari a circa 13 miliardi di dollari. All’ingrosso, il mercato della droga è stimato a 94 miliardi di dollari, il che rappresenta l’1,3% delle esportazioni mondiali o il 14% delle esportazioni mondiali di prodotti agricoli, mentre al dettaglio si arriva a una cifra pari a 322 miliardi di dollari. Si parte da 13 miliardi si arriva a 322. Il margine di profitto maggiore si genera, ovviamente, al dettaglio. Si stima che il produttore guadagni solo il 4% del valore del mercato al dettaglio>>. Desta sorpresa inoltre un altro dato presentato dall’Onu: è l’Olanda il paese leader nella produzione di ecstasy (75%) e di anfetamine (42%), seguita dalla Polonia, Belgio, Lituania, Bulgaria. Invece a detenere il primato della produzione di metanfetamine è la Cina con il 50%.
Mara Testasecca    

LA COLLABORAZIONE DI SALVATORE FERRARO
26 giugno 2005

Caltanissetta. Era un <<un collettore di tangenti>> all’interno di Cosa Nostra nissena Salvatore Ferraro il nuovo collaboratore di giustizia che da qualche mese ha deciso di saltare il fosso. <<Ho maturato dentro di me la decisione di collaborare con la giustizia intorno al mese di ottobre del 2004 quando già mi trovavo detenuto a seguito della corrispondenza che intrattenevo con i miei familiari ed in particolare con mia figlia Chiara che mi aveva mandato una immagine della Madonna di Fatima ed in cui ho trovato una sorta di incitazione alla mia coscienza di abbandonare il mio passato e di abbracciare nuovi lavori. Sono stato colpito anche dalle parole che il Presidente Ciampi ha pronunciato in alcuni discorsi che ha fatto in quel periodo in cui invitava a collaborare con la giustizia in relazione ad alcune situazioni criminali che si erano verificate a Napoli e in Calabria>>.
Salvatore Ferraro riscuoteva i soldi degli imprenditori per Madonia: <<Nel periodo in cui ho avuto questo ruolo di responsabile della famiglia di Caltanissetta curavo la riscossione dei vari proventi delle estorsioni agli imprenditori>> ha raccontato il collaborante. <<I soldi venivano sempre da me immancabilmente consegnati a Madonia Giuseppe il quale ne decideva poi la destinazione a seconda delle necessità del momento>>. Un compito che gli era stato dato direttamente da Giuseppe Piddu Madonia.
Per anni incensurato, Ferraro viene denunciato dai Carabinieri per mafia nel 1992 e nel giugno dello stesso anno arrivarono le accuse del pentito sancataldese Leonardo Messina. Condannato per associazione mafiosa, nel processo Leopardo, gli viene effettivamente riconosciuto di avere fatto parte di tale organizzazione sin dal 1984. <<Nel febbraio del 1992 sono andato in Canada e vi sono rimasto fino al mio arresto che è avvenuto nel novembre del 1994. Per i fatti dell’operazione Leopardo sono rimasto in carcere dal novembre del 1994 fino al settembre 1998, dopodiché con l’obbligo di dimora ho risieduto per circa due anni nelle Marche. A fine settembre 2000 sono rientrato a Caltanissetta ma sono ritornato in carcere nel maggio 2001 per scontare un residuo di pena fino al febbraio 2003. Uscito dal carcere sono rimasto libero al giugno 2004 quando sono stato arrestato per l’omicidio Iannì>>.
Il neo pentito ha raccontato anche il rito di affiliazione a Cosa Nostra: <<Il giorno dell’86 in cui sono stato affiliato, credo fosse primavera o inizio estate, Nino La Mattina di Campofranco mi portò nel covo sopramenzionato di Lillo La Placa. Arrivato al covo trovai il Madonia, Tusa Francesco, Lillo La Placa e il suocero di quest’ultimo di cui non ricordo il nome, forse zio Antonio, ma che so essere stato latitante per tanto tempo infatti lo chiamavano “la primula rossa”. In quell’occasione fummo affiliati prima io e poi Francesco Tusa. Nel mio caso il dito mi è stato punto da Nino La Mattina che ha bruciato anche il santino che credo fosse un’immagine della Madonna della Catena>>.
Mariantonietta Morelli

LA PERSECUZIONE DI CASELLI
26 giugno 2005

Roma. Il primo agosto Pier Luigi Vigna dovrà lasciare l’incarico a procuratore nazionale antimafia. Sono 18 i magistrati in lista ad essere candidati a prenderne il posto. Come favoriti si fanno i nomi di Gian Carlo Caselli, procuratore generale a Torino e di Piero Grasso, capo della Procura di Palermo per la più che valida esperienza di entrambi nel campo della lotta alla mafia. Il giornalista Saverio Lodato, dalle pagine dell’Unità del 24 giugno, denuncia <<un’autentica persecuzione>> da parte degli esponenti del Polo contro Caselli. Si tratta di <<una vicenda, con emendamenti e decreti governativi ad personam per escludere qualcuno, che non ha precedenti nella storia repubblicana>>. Perché questo accanimento nei confronti di un magistrato che tanti risultati ha ottenuto nella sua quarantennale carriera nell’antiterrorismo e nell’antimafia? <<Caselli – spiega Lodato – agli occhi del Polo è reo di aver indagato sulle complicità politiche, istituzionali, finanziarie della mafia>>. Lodato passa poi ad evidenziare tutte le manovre messe in atto per impedire l’ascesa di Caselli alla superprocura. Con un decreto legge viene prolungata di 6 mesi la permanenza di Vigna al suo incarico fino al compimento del suo 72° anno di età. Nella legge di riforma dell’ordinamento giudiziario in discussione alle Camere viene introdotta una norma che prevede l’accesso agli uffici direttivi solo a chi ha dinanzi a sé ancora un minimo di 4 anni di carriera prima di compiere 70 anni. Caselli è nato il 9 maggio 1939 ed è chiaro che l’approvazione di una tale norma ne comporterebbe l’immediata estromissione dalla Dna. La legge di riforma intanto non viene promulgata dal Presidente Ciampi. In Senato riprende l’esame del nuovo ordinamento giudiziario. Poiché dopo l’eventuale approvazione della legge occorrono mesi prima della sua effettiva applicazione (sono necessari infatti i decreti delegati di attuazione), la maggioranza, tramite il sen. Luigi Bobbio (An), ha presentato un altro emendamento che consente, qualora venisse approvato, l’immediata entrata in vigore della norma anticaselli. La maggioranza però non ha ben chiara la portata devastante che potrebbe avere l’emendamento Bobbio sulla già compromessa efficienza della macchina giudiziaria nel nostro paese. Più della metà dei concorsi banditi dal Csm saranno azzerati e tanti uffici rimarranno chissà ancora per quanto tempo senza un capo. <<Dei 14 magistrati su 24 già proposti – ha sottolineato Francesco Menditto, presidente della quinta commissione del Csm – non potranno più ottenerlo e noi saremo costretti a bloccare tutto per rivalutare ex novo i candidati. Il 40% degli aspiranti a concorsi in atto non potranno più partecipare e 600 colleghi saranno del tutto tagliati fuori da qualsiasi incarico>>. E pensare che alcuni mesi Ciampi in una lettera aveva esortato il Csm ad abbreviare i tempi del conferimento delle nomine per impedire che uffici importanti restassero a lungo senza un capo.
Dora Quaranta        

L’INCENDIO AI DANNI DI TINEBRA E’ DI NATURA DOLOSA
26 giugno 2005

Caltanissetta. È stato dichiarato di natura dolosa l’attentato incendiario messo in atto ai danni della Mercedes coupè di Massimiliano Tenebra, impiegato siciliano di 37 anni. L’uomo è figlio di Giovanni Tenebra, attuale direttore del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria ed ex procuratore capo di Caltanissetta.
È passata 1 ora e mezza prima che i vigili del fuoco riuscissero a circoscrivere le fiamme senza però evitare che la coupè riportasse gravissimi danni. La Polizia ha ora predisposto nei confronti di Massimiliano Tinebra delle particolari misure di tutela.
Mariantonietta Morelli    

OMICIDIO SANTANGELO
26 giugno 2005

Castelvetrano. Fu ucciso per aver sottratto una partita di droga di svariati miliardi di vecchie lire a Cosa Nostra e non perché aveva portato il giovane Matteo Messina Denaro ad una festa hard. Sarebbe questo il movente dell’omicidio dello studente di medicina Calogero Santangelo avvenuto il 9 novembre 1981 a Palermo davanti al Policlinico.
L’ha spiegato il pentito Vincenzo Calcara ai giudici della Corte di Assise di Palermo in trasferta a Milano. <<E’ vero - ha detto Calcara - che Lillo Santangelo un po’ viziosetto lo era. Era figlio di Lorenzo Santangelo, studiava medicina a Palermo ed era considerato da ‘zu Ciccio (Francesco Messina Denaro ndr), che gli aveva fatto da padrino, il fiore all’occhiello>>. Calcara ha ricordato che: <<Lillo era un uomo d’onore e in molte occasioni aveva ricevuto l’incarico di trasportare a Milano partite di droga. Una volta raccontò che gli era stata rubata l’auto imbottita di eroina ad un autogrill, mentre si trovava con Epifanio Tumbarello>>.
Il furto di una partita di droga non poteva essere tollerato da Francesco Messina Denaro che ammise <<di avere sbagliato la valutazione di Santangelo che era il suo pupillo, però volle dare l’esempio con l’omicidio. Ha rispettato una legge di Cosa Nostra, e cioè che la “famiglia” è più importante di qualsiasi affetto>>. ‘Zu Ciccio, ha ammesso Calcara, andò a Palermo a chiedere alla “cupola” il favore di uccidere Lillo. Chiese il favore affinché l’omicidio avvenisse a Palermo e non a Castelvetrano per rispetto al padre Lorenzo Santangelo, “uomo d’onore” d’altri tempi>>.
Per l’assassinio di Santangelo “scesero in campo” i più qualificati sicari di Cosa Nostra: Francesco Paolo Anzelmo, Salvatore Madonia e Calogero Ganci, Giovanni Brusca e Raffaele Ganci. Imputato per l’omicidio anche Totò Riina.
Maria Loi


<<FOLLINI GENEROSO E SMEMORATO>>
25 giugno 2005

Roma. Appresa la notizia che il prossimo congresso del partito dell’Udc si aprirà sotto la presidenza di Totò Cuffaro, Claudio Fava sulle pagine di Itaca News definisce Follini, segretario del partito, <<uomo generoso e smemorato delle recenti cose della politica e della giustizia>>. Pur considerando Cuffaro presunto innocente fino a sentenza passata in giudicato, come si fa con ogni imputato, spiega Fava, restano comunque i fatti e si tratta di fatti gravi. <<E’ grave - aggiunge Fava – aver ammesso, come è stato costretto a fare Cuffaro una settimana fa, l’incontro con un capomafia del calibro di Angelo Siino per chiedergli i voti (“tanto poi Siino i voti non me li fece dare: aveva un altro candidato…” è stata l’accortissima linea di difesa del governatore). E’ grave aver trattato, nascosto in un retrobottega di Bagheria, convenzioni e convenienze con il prestanome finanziario di Cosa Nostra. E’ grave aver rivelato di indagini, microspie e telefoni sotto controllo a metà degli imputati di mafia su cui indagava la Procura di Palermo. E’ grave, ma irrilevante per Follini>>.
Monica Centofante


BASE SIGONELLA: “POSTAZIONE AVANZATA”?
23 giugno 2005

Siracusa. Nelle scorse settimane il  generale dei marines James Jones, comandante in capo delle forze Americane ha dichiarato: <<Stiamo cercando una postazione a sud delle Alpi che si possa rivelare il luogo migliore per concentrare le nostre operazioni speciali antiterrorismo e per agevolare le operazioni nell'area del Mediterraneo e in Medio Oriente>>. Quindi si presume che  la  base militare di Sigonella  possa diventare una  “postazione avanzata”.  Infatti in tale struttura la Marina militare Usa ha in programma tra il  2004-2007 di investire circa  675milioni di dollari in infrastrutture. La base diverrebbe “un cantiere aperto” dove le imprese (anche in odor di mafia) lavorerebbero in condizioni di extraterritorialità, dunque al riparo dalle leggi italiane. Tra l’altro nella stessa struttura c’è  un mercato nero per il carburante e notevoli quantità di merci che arrivano in condizioni di duty free. Rilevante il consumo di acqua annuale di 530mila litri  e di un costo di oltre 976 milioni mentre più di 4 milioni di dollari vengono assorbiti dall’energia elettrica. Un fatto questo che dovrebbe far riflettere in quanto in Sicilia l’acqua scarseggia ed attualmente esiste un commissario straordinario per l’emergenza idrica che è il presidente della Regione Totò Cuffaro. Inoltre non è da sottovalutare che la base di Sigonella è un sito  importante di stoccaggio e manutenzione di testate (atomiche) e munizioni per le unità della VI flotta e i reparti dell'aviazione Usa e Nato. Nei giorni scorsi i deputati regionali di Sicilia 2010 e di Rifondazione Comunista sulla vicenda hanno presentato un'interpellanza al Parlamento siciliano. In un duro intervento il deputato siciliano Giovanni  Ferro ha detto: <<La verità è che da quando è morto Pio La Torre (…) la politica ha spento i riflettori su queste cose. Allora noi chiediamo al presidente della Regione Cuffaro di farsi portavoce presso il consiglio dei ministri per la riconversione di Sigonella, come ha fatto recentemente Soru per la Sardegna. D'altronde Cuffaro ha la funzione di Ministro nel consiglio di Ministri per tutte le materie della Regione siciliana>>.
Marco Cappella


GRATTERI COME FALCONE: SVENTATA UNA STRAGE SI RINFORZA IL SISTEMA DI SICUREZZA
23 giugno 2005

Reggio Calabria. La ‘Ndrangheta Jonica stava progettando un attentato dinamitardo contro il sostituto procuratore reggino Nicola Gratteri. Questo è quanto emerso dalle intercettazioni ambientali del Ros nell’ambito dell’operazione “Nostromo” che hanno così permesso di evitare una strage di gravissima entità. «Gratteri fici disgrazi ‘nta Ionica» è una delle frasi apprese dagli inquirenti, durante un colloquio nel carcere di Menfi tra Vincenzo Macrì, “u baruni”, nipote del potentissimo boss di Sidereo, Antonio Macrì (assassinato a metà degli anni ’70), con un suo fedelissimo sposato con la figlia.
Il magistrato, considerato il nemico numero uno delle cosche calabresi implicate nel narcotraffico, sarebbe dovuto morire secondo un’azione clamorosa, con l’impiego di un grosso quantitativo di materiale esplosivo ad imitazione della strage di Capaci. L’inquietante progetto è stato così bloccato dalla Dda di Reggio Calabria che ha portato all’arresto 9 dei 15 personaggi coinvolti.
L’inchiesta che conta complessivamente 28 indagati ha messo in luce l’egemonia del gruppo criminale facente capo ai Coluccio – Macrì di Sederno, il quale aveva imposto una suddivisione delle zone marine di pesca per il controllo del pescato fino a Melito. I pescatori erano costretti a versare alla cosca una tangente o una parte del loro pescato, per quelli non autorizzati il contributo sarebbe stato l’intero carico.
In sede d’indagine inoltre sono emersi collegamenti tra la ‘Ndrina di Siderno e i gruppi criminali siciliani, in particolare il clan catanese diretto da Santo Mazzei “u carcagnusu”. Gli inquirenti hanno anche sequestrato il moto peschereccio “Atlantide”, un naviglio in grado di affrontare anche la pesca oceanica. Una sorta di nave costiera della ‘Ndrangheta costruita nel cantiere navale di Ancona, usata per smistare in acque internazionali ingenti quantitativi di cocaina giunti in Europa dall’America Latina.
Secondo le indagini, l’organizzazione stava progettando l’importazione di due tonnellate di cocaina direttamente dalla Colombia, in collegamento con la famiglia mafiosa catanese dei Santapaola.
Sotto sequestro sono finiti beni per un valore superiore ai 5 milioni di euro. In manette è finito anche un latitante di 42 anni, Nicola Loccisano, ricercato da più di un anno e residente in Piemonte. La grossa operazione ha ulteriormente confermato la pericolosità delle cosche calabresi, intente ad allargare i propri confini ed espandere il loro potere criminale in altri territori  come la cosca di Vincenzo Macrì  che ha impiantato 12 “locali” di ‘Ndrangheta in Basilicata.
Silvia Cordella

CATTURATO IL CAPO DEGLI SCISSIONISTI
23 giugno 2005

Napoli. Arrestato Giacomo Migliaccio, 46 anni, uno degli esponenti di primo piano del clan Di Lauro responsabile di numerosi omicidi. Migliaccio è stato catturato dai Carabinieri in una villa a Villarica, a nord di Napoli. Latitante dal 7 dicembre scorso quando scattò il blitz dei Carabinieri e della Polizia contro le organizzazioni coinvolte nella faida.
Il boss è accusato di associazione camorristica finalizzata agli omicidi, allo spaccio di droga e alla detenzione illegale di armi.
Detto “Giacomino ‘a Femminella”, Migliaccio era stato capozona a Mugnano del clan di Salvatore Di Girolamo e successivamente era entrato nel clan Di Lauro, dal quale si era allontanato diventando uno dei promotori degli scissionisti. Narcotrafficante a livello internazionale manteneva i contatti con i più importanti “cartelli” del mondo. M.M.


SIINO DEPONE AL PROCESSO SULLE “COOP. ROSSE”
21 giugno 2005

Palermo. È stato chiamato a deporre al processo sulle presunte infiltrazioni mafiose nelle cooperative rosse, il pentito Angelo Siino. L’ex uomo di mafia, conosciuto proprio per aver gestito in tanti anni di “onorata” attività, il “tavolino” degli appalti pubblici di quasi tutta la Sicilia, è stato ascoltato dai giudici della terza sezione del tribunale presieduta da Raimondo Lo Forti.  I fatti risalgono alla fine degli anni ottanta, quando l’eurodeputato Salvo Lima avrebbe deciso di assegnare i lavori pubblici alle “coop. Rosse” secondo un accordo spartitorio.
Il collaboratore di giustizia infatti ricorda di aver appreso proprio dall’onorevole Lima che «al Pds sarebbero andati i soldi delle cooperative» e che l’assegnazione di alcuni appalti pubblici sarebbero stati “pilotati” da Cosa Nostra secondo una scelta di «quieto vivere» nell’ambito di un contesto imprenditoriale – mafioso.
Nel procedimento sono imputati l’imprenditore Stefano Potestio, il dirigente dell’ufficio tecnico di Bagheria Nicolò Giammanco, l’impiegato della provincia Raffaele Casarubea, Pietro Martino e Benedetto Ferrante, accusati a vario titolo di associazione mafiosa e turbativa d’asta.
Secondo Siino, Potestio avrebbe avuto la copertura politica degli esponenti comunisti, in particolare dell’ex deputato regionale Gianni Parisi (la cui inchiesta è stata archiviata), che è stato indicato come l’anello di collegamento con il Pci – Pds e le imprese collegate a quell’area politica.
Il doppio gioco da parte dei protagonisti dell’imprenditoria rossa sarebbe consistito da una parte nell’ottenere, attivando i canali con Cosa Nostra, la spartizione illegale degli appalti, mentre dall’altra attraverso i loro rapporti privilegiati con l’area politica di riferimento, cercando di ottenere una «gestione politica» di quegli appalti.
Silvia Cordella

COLLOQUI FACILI AL 41 BIS
15 giugno 2005

Palermo. Gli agenti di polizia penitenziaria denunciano gli stratagemmi usati dai mafiosi al 41 bis per comunicare con l’esterno. E lo fanno inviando una lettera al Ministro della Giustizia Roberto Castelli, al capo dell’amministrazione penitenziaria Giovanni Tenebra, al superprocuratore nazionale antimafia Pier Luigi Vigna e al procuratore della Repubblica di Palermo Pietro Grasso.
Uno dei trucchi più usati secondo le guardie sono i colloqui con i sacerdoti di varie religioni <<I ministri di culto accedono giornalmente nei reparti speciali adibiti alla custodia dei detenuti al 41 bis. Negli ultimi tempi è nata la moda dei Testimoni di Geova e degli evangelisti, ma la cosa più interessante è che, trattandosi di colloqui, vengono autorizzati dalle direzioni senza il controllo auditivo da parte del personale di polizia preposto al controllo, con tutte le conseguenze che da tale colloquio potrebbero derivare. Abbiamo imparato sul campo che i detenuti usano la loro presunta religiosità per comunicare. Il binomio mafia-religione è insito nella storia dell’organizzazione criminale>>.
Ricordano infatti la celebre frase di Bagarella: <<Io sono come il Signore, dispenso la vita e la morte>>, poi ancora la cappella allestita da Pietro Aglieri nel suo covo di Bagheria, o il monito di Michele Greco ai giudici del maxiprocesso: <<Io vi auguro la pace, perché solo con la pace potete giudicare>>.
Per non parlare poi della corrispondenza, inutile da monitorare. <<I bigliettini arrivano tramite i pacchi spediti dall’esterno dai familiari, vengono abilmente occultati e purtroppo non si possono requisire perché una circolare prevede che gli stessi vengano aperti e consegnati ai detenuti in loro presenza>>.
Mara Testasecca


INCHIESTA RICICLAGGIO INDAGATI LAPIS E CIANCIMINO
9 giugno 2005

Palermo. I pm Lia Sava e Roberta Buzzolani si trovano da due giorni a Lugano  per svolgere delle indagini nell’ambito dell’inchiesta di riciclaggio nella quale sono coinvolti  il tributarista Gianni Lapis, l’imprenditore Massimo Ciancimino (figlio ex sindaco di Palermo Vito) e padre Bucaro ex presidente del <<Centro Borsellino>>.  I giudici stanno interrogando i funzionari della banca per ricostruire i flussi finanziari che riguarderebbero Lapis il quale avrebbe tentato di “ripulire” 120 milioni di dollari di provenienza ancora da “identificare”. Inoltre nella stessa inchiesta sono indagati per riciclaggio aggravato il direttore dell' Ircac, Filadelfio Urrata; il commercialista di Licata, Salvatore Xerra; gli imprenditori Sebastiano Samperi, Luigi Geraci e Giuseppe Giuffrida, e l'ex imprenditore Romano Tronci.
Mara Testasecca


RIFIUTI TOSSICI E RADIOATTIVI COME BOMBE A OROLOGERIA
6 giugno 2005

Reggio Calabria. Agghiaccianti dichiarazioni di un pentito del clan calabrese di San Luca rivelano come dal 1982 per oltre dieci anni, siano stati smaltiti centinaia di barili di rifiuti tossici e radioattivi in Italia e all’estero.
Si tratterebbe di cento fusti  interrati nel materano, seicento seppelliti in Basilicata, nella zona di Pisticci lungo il torrente Vella e moltissimi altri fusti fatti affondare con dei candelotti di dinamite, insieme ai pescherecci messi a disposizione da una famiglia mafiosa del casentino, in acque internazionali al largo delle coste calabresi e della Basilicata, mentre i restanti scarti sarebbero stati trasportati  in Somalia. Il memoriale del pentito, attualmente nelle mani della Direzione Nazionale Antimafia, pubblicato recentemente anche da “L’Espresso”, offre uno spaccato impressionante su come il nostro Paese abbia gestito la questione dello “smaltimento” di rifiuti speciali.
Il Ministero dell’Ambiente ha così chiesto al Noe di Potenza di fare chiarezza sulla questione, mentre la Regione Basilicata ha istituito una commissione d’inchiesta e Legambiente ha invocato un’unità di crisi interministeriale, coordinata dal dipartimento della Protezione civile, che coinvolga i Ministeri dell’Interno, degli Esteri, della Giustizia, dell’Ambiente che, di comune accordo con la Direzione nazionale antimafia, accompagni con mezzi, risorse e personale specializzato le delicate e fondamentali verifiche del caso.
Nel documento si parla anche di connivenze con esponenti politici e personaggi dei servizi, fioccano così le interrogazioni parlamentari.
Enrico Fontana e Nuccio Barillà per conto della loro associazione ambientalista, chiedono altri chiarimenti sulle vicende relative «alla misteriosa morte del capitano di corvetta della capitaneria di porto di Reggio Calabria, Natale De Grazia, che stava indagando proprio sulle navi dei veleni e al duplice assassinio della giornalista di Rai 3 Ilaria Alpi e del suo operatore Mirian Hovratin anche loro alle prese con un’inchiesta sul traffico internazionali dei rifiuti in Somalia».
Dell’affondamento di una ventina di navi a metà degli anni ’90 aveva parlato, attraverso un’articolata inchiesta, l’allora sostituto procuratore di Reggio Calabria, Francesco Neri. Si trattava di naufragi sospetti avvenuti nel mediterraneo tra l’81 e il ’93, l’inchiesta era stata poi archiviata. 
Di smaltimento illegale di rifiuti tossici ne avevano parlato in passato anche altri due pentiti della ‘Ndrangheta, Giuseppe Morano “picciotto” delle cosche della Piana di Gioia Tauro e Francesco Fonte, collaboratore di giustizia della Locride.
Silvia Cordella
 
SENTENZA D’APPELLO LODO MONDADORI/IMI SIR
DI PIETRO: <<IL PREMIER RASSEGNI LE DIMISSIONI IMMEDIATE>>
1 giugno 2005

Milano. Dopo 5 giorni di camera di consiglio i giudici della seconda sezione della Corte d’Appello di Milano hanno emesso il 23 maggio scorso la sentenza del processo Lodo Mondadori-Imi Sir.
In merito alla vicenda Imi-Sir sono state ridotte a tutti gli imputati le pene inflitte con sentenza di primo grado del 29 aprile 2003: per Cesare Previti, avvocato e senatore di Forza Italia, la pena è stata ridimensionata da 11 anni di reclusione a 7, per Attilio Pacifico, avvocato, da 11 a 7, per Vittorio Metta, ex giudice, da 13 a 6, per Renato Squillante, ex capo dei gip di Roma, da 8 anni e 6 mesi a 5, per Felice Rovelli, figlio del petroliere Nino, da 6 a 3 e per sua madre Primarosa Battistelli da 4 anni e 6 mesi a 2 anni. 
Tutti assolti invece per insufficienza di prove per quanto attiene il caso Lodo Mondadori.
Revocata la condanna degli imputati al risarcimento dei danni a favore della parte civile Imi San Paolo (516 milioni di euro) e del ministero della Giustizia (1 milione 290 mila euro). Spetterà al giudice civile determinare i risarcimenti. L’ex giudice Antonio Di Pietro ha definito <<sconcertanti e fuorvianti>> i complimenti e gli atteggiamenti di soddisfazione espressi da alcuni amici degli imputati dopo la lettura della sentenza. Il fatto che si sia giunti alla condanna per un solo reato, ha spiegato Di Pietro, non elimina la gravità del fatto: <<Previti e la sua allegra brigata di amici – ha aggiunto l’ex magistrato di Mani Pulite – hanno corrotto dei magistrati disonesti per favorire i loro interessi>>. E’ importante chiedersi: chi ha fornito a Previti centinaia di migliaia di dollari per corrompere i giudici? Per Di Pietro, <<dal momento che Berlusconi non si è mai dissociato dall’operato del suo uomo di fiducia, ma anzi in ogni pubblica occasione gli ha sempre testimoniato la propria solidarietà e condivisione>>, questa sentenza impone al Ministro del Consiglio un obbligo morale oltre che politico: <<rassegnare immediate dimissioni>>. Ma il nostro non è un paese normale, fa notare Di Pietro, quindi <<questo fatto non si produrrà>>.
Mara Testasecca

GIUSY VITALE SCAGIONA IL MARITO
28 maggio 2005

Palermo. Angelo Caleca, marito della neopentita Giusy Vitale, è stato chiamato a deporre al processo per l’omicidio del salumiere Salvatore Riina (solo omonimo del boss dei boss) in carcere da oltre due anni con l’accusa di omicidio. <<Lei non mi dava confidenza, non c’era feeling tra noi>> ha riferito parlando della consorte. <<La signora – ha spiegato – non mi diceva niente dei sui affari, non mi diceva chi vedeva e chi incontrava, nel campo privato non eravamo in buoni rapporti>>. Caleca ha precisato di non avere intrattenuto rapporti neppure con i cognati Vito e Leonardo Vitale.
Anche Giusy Vitale ha parlato, per più di tre ore, scagionando del tutto il marito Angelo. <<Mio marito mi accompagnava ma era al di fuori di queste situazioni, non faceva parte di Cosa Nostra. Anzi la nostra famiglia era contraria al nostro matrimonio proprio per i problemi di giustizia dei miei fratelli. Michele Seidita lo ha accusato di aver fatto da civetta per l’omicidio, ma non è vero. E io oggi voglio che venga fuori la verità. Voglio poter guardare in faccia i miei figli e dirgli la verità>>.
La donna ha ammesso il suo ruolo di mandante del delitto e ha accusato il fratello Leonardo di aver ordinato la morte di Salvatore Riina poiché ritenuto luogotenente di Bernardo Provenzano
Ma a smentirla, secondo l’esperto informatico Gioacchino Genchi, sarebbero state le intercettazioni di due telefonate d’amore che rivelerebbero che la donna al momento del delitto non si trovava in pizzeria - come aveva dichiarato - ma a casa sua a parlare al telefono con il suo amante, tal Campione Ciriello, molto noto a Partinico ed esponente del CCD. E anche il marito probabilmente era lì, a rivelarlo sono sempre le sue parole. <<Ciao amore … è la sotto e sta parlando con una persona>>. La ricostruzione del delitto Riina, contrasta in più punti, era inevitabile che il presidente della Corte d’Assise Roberto Murgia chiedesse il confronto dei pentiti.
Giusy Vitale ha parlato anche delle stragi del 1992 in cui morirono i giudici Falcone e Borsellino e gli agenti di scorta dichiarando di aver appreso dal fratello particolari del tutto inediti sulla preparazione degli attentati. Gli atti sono stati inoltrati alla procura di Caltanissetta che sta coordinando l’inchiesta sui mandanti esterni delle stragi. I pm della Dda nissena hanno già programmato di interrogare la donna.
Maria Loi

L’ASSESSORE CINTOLA NEL REGISTRO DEGLI INDAGATI
20 maggio 2005

Palermo. Nuovamente indagato con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa l’Assessore al Bilancio Salvatore Cintola.
L’esponente dell’Udc era stato indicato intorno alla metà degli anni ’90 come vicino ad ambienti mafiosi. Dei suoi presunti rapporti con Cosa Nostra aveva parlato, tra gli altri, anche Giovanni Brusca. L’inchiesta era stata poi archiviata nel 2001. L’indagine riguardava i rapporti di Cintola con “Sicilia Libera” – un movimento politico voluto da Bagarella nel 1994 e poi finito nel nulla.
In seguito alle dichiarazioni di Giusy Vitale, Cintola è stato scritto di nuovo nel registro degli indagati. Gli inquirenti stanno indagando su una presunta disponibilità del politico nei confronti di Cosa Nostra ed in particolare della famiglia di Partinico.<<Non ho ricevuto nulla e ho massima fiducia nella magistratura>> ha commentato così la riapertura dell’indagine Salvatore Cintola.
L’Assessore Salvatore Cintola è coinvolto anche in un’altra indagine, come indagato connesso, condotta dalla Procura di Palermo per un presunto tentativo di aggiustamento del processo “Trash” a carico di 27 imputati tra cui l’imprenditore Romano Tronci. L’assessore, amico del tributarista Gianni Lapis, avrebbe messo in contatto questi con l’imprenditrice di Partinico Antonina Bertolino titolare di una distilleria a Partinico. Lapis avrebbe dovuto raccomandare Tronci al pentito Siino tra l’altro cognato della Bertolino. Sentito lo scorso 1 luglio scorso, Cintola ha negato di conoscere l’imprenditore Romano Tronci e ha chiarito i suoi rapporti con il tributarista Gianni Lapis: <<Conosco Lapis da vent’anni e con lui ho ottimi rapporti di amicizia. Non sarei forse diventato assessore, né deputato regionale, se non avessi avuto il suo sostegno politico e morale nella campagna elettorale del ‘96>>.
Rimane da chiarire invece un altro episodio che risale al 5 aprile 2004. Questi i fatti. Cintola avrebbe ricevuto una busta contenente 25mila euro dal tributarista Lapis. Riportiamo di seguito il dialogo tra i due: Lapis: <<Sono cinquanta. Per ora. Soltanto, perché, poi dobbiamo aspettare un po’ di tempo, perché hanno difficoltà a fare…Hanno difficoltà a liberare tutto in una volta. Perché, l’hanno in evidenza>>. Cintola: <<Ma è per lui?>>. Lapis: <<No, per te sono. Cinquanta milioni>>.
A Lapis venne chiesto il 24 febbraio scorso se ci fosse un legame tra la vicenda dei soldi consegnati all’Assessore e il processo Trash. Disse di no. Anche Cintola fu sentito ma riferirà che si trattava di un prestito poi restituito.
Maria Loi

L’80% DEI PRETI PALERMITANI DISATTENTI E CONFUSI SULLA MAFIA
20 maggio 2005

Palermo. Per la prima volta un team di studiosi della facoltà di Scienze della Formazione di Palermo, formato da Alessandra Dino, professoressa di Sociologia giuridica e della devianza, Anna Maria Milito, insegnante di Statistica e da Francesco Stabile, storico della Chiesa, ha condotto una ricerca nella diocesi palermitana sottoponendo a un questionario di 28 domande un campione rappresentato dal 20% dei parroci. Obiettivo dell’indagine: <<comprendere quale sia il posto che occupa il problema mafia nel vissuto e nella pastorale dei singoli parroci e quanto questo problema e le sue ricadute siano presenti nella quotidianità della vita di una comunità parrocchiale>>. Nonostante il 30% degli intervistati si sia rifiutato di rispondere, adducendo le giustificazioni più varie (dallo scarso interesse per il tema ai problemi di salute, dai problemi di tempo alla difficoltà di rispondere alle domande, ecc.) tuttavia il quadro che ne scaturisce è alquanto desolante: il gruppo più numeroso, pari al 65%, è quello dei sacerdoti <<incerti-confusi>>, che non hanno le idee ben chiare su come porsi dinanzi al problema mafia. Questo gruppo, spiegano gli studiosi, <<si caratterizza per la sua scarsa precisione e per una certa ambiguità nell’affrontare il tema; questa ampia parte del campione mostra di entrare di frequente in contraddizione per le posizioni assunte sui diversi temi; prevale una certa mancanza di coerenza, un’approssimazione e una prefigurazione di soluzioni di intervento non sempre adeguate rispetto a un problema di cui però si coglie la rilevante importanza. C’è un’attenzione particolare al problema mafia, alle sue origini e alle sue ricadute culturali, che però porta ad invocare semplicemente la necessità di un maggior impegno nella predicazione e nell’educazione dei giovani>>. Il 20% poi è stato classificato come facente parte dei <<tradizionalisti disattenti>> perché <<mostrano di avere una conoscenza molto approssimativa del fenomeno mafioso, non rispondono a specifiche domande, hanno conoscenze stereotipiche. Inoltre, evidenziano il favore per un atteggiamento di netta contrapposizione con l’azione dello Stato, talvolta portando attacchi specifici e diretti nei confronti della magistratura>>. Inoltre, continuano i ricercatori, <<propongono e giustificano un concetto di religiosità intimistica e individualista, nel quale il problema mafia diventa il problema individuale della “pecorella smarrita”>>. Solo il 15% dei sacerdoti intervistati <<ha piena consapevolezza della specificità del problema mafia>> e <<indica un intervento della Chiesa in sinergia con lo Stato>>.
Tanti i parroci, l’80%, che si sono espressi negativamente nei confronti dei collaboratori di giustizia ritenuti <<calcolatori ed opportunisti>, <<desiderosi di vendetta>>, <<strumento di uno Stato debole e incapace>> e in alcuni casi <<strumentalizzati dai magistrati>>.
Tra le domande poste gli studiosi hanno chiesto: <<Se le capitasse di essere contattato da Cosa Nostra per ottenere un incontro e portare i sacramenti ad un latitante, come si comporterebbe?>>. Il 41% <<andrebbe senza indugi in quanto rientra nella missione del sacerdote mettersi al servizio di un percorso di redenzione>>, il 22% <<chiederebbe consiglio sl vescovo>> e il 25%, in linea con le indicazioni fornite dall’arcivescovo Salvatore De Giorgi successivamente all’incontro di frate Frittita con il boss Aglieri, ritiene sbagliato portare i sacramenti prima di un atto di conversione e confessione da parte del latitante.    
Dall’indagine è risultato anche che più della metà degli intervistati è del parere che la Chiesa dovrebbe fare molto di più sul tema mafia. In conclusione i ricercatori dell’Università di Palermo sostengono che dalla loro indagine <<emerge il volto di una Chiesa molto attenta ai singoli individui, ma incapace di cogliere la dimensione sistemica delle problematiche sociali>>.
Dora Quaranta

MESSINA, CENTRALE DI RICICLAGGIO
10 maggio 2005

Messina. Partivano da Messina tutte le direttive per “lavare” e poi riciclare i soldi di Cosa Nostra. Sono così finiti sotto inchiesta imprenditori, magistrati, poliziotti, dirigenti di banca e anche boss mafiosi. Sono in tutto 16 le persone arrestate dagli uomini della Dia.
La “grande mente” sarebbe l’imprenditore Salvatore Siracusano che avrebbe avuto rapporti d’affari con Youssef Nada, che la Cia ritiene finanziatore di Bin Laden, il magistrato del Tribunale di Messina Giuseppe Savoca, il vicequestore aggiunto Alfio Lombardo, l’ex presidente della Squadra di Calcio del Messina Antonino Puglisi, il direttore del Credito Italiano di Messina, Salvatore Ramella ed il capomafia Michelangelo Alfano.
Facevano parte dell’organizzazione anche l’ex sottosegretario al tesoro dell’Udeur, Santino Pagano, l’imprenditore in odor di mafia Rosario Spadaro. Ha ricevuto l’avviso di comparizione anche li Vincenzo Barbaro.
Il vicequestore della Dia, Aldo Fusco, parla di <<inchiesta complessa>> e <<inquietante>> anche perché gli indagati avevano scoperto una talpa che riferiva in tempo reale le attività di magistrati ed investigatori.
A casa dell’imprenditore Siracusano gli uomini della Dia hanno trovato un armadio blindato che conteneva gli atti delle inchieste e le ultime intercettazioni che hanno incastrato gli attuali indagati. E’ stato proprio dalle intercettazioni ambientali e telefoniche che è emerso il ruolo di Siracusano che investiva i miliardi di Cosa Nostra in Polonia, nei Carabi e Romania.
I grandi affari interessavano anche la vendita di armi di tutti i tipi che avveniva in Medio Oriente, in Afghanistan e Africa, ma non solo.
Marco  Cappella

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ASSEDIO ALLA TOGA

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